Saggi Storici di Andrea Vitali

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Il Matto (Il Folle)

 

Copyright  Andrea Vitali - © Tutti i diritti riservati 1995 e 2018

 

La pazzia, secondo una concezione comune, è l'agire senza ragione. Cesare Ripa così la descrive nella sua Iconologia: “[…] non è altro l’esser pazzo, secondo il nostro modo di parlare, che far le cose senza decoro, & fuor dal comune uso de gli uomini per privatione di discorso senza ragione verisimile, ò stimolo di Religione" (1).

 

Nella Sacra Scrittura, colui che non crede è considerato folle, e spesso figure di stolti compaiono nelle Bibbie del XV e XVI secolo ad illustrare il Salmo 52 nella traduzione latina della Vulgata [Salmo 53 in Bibbie protestanti]: "Dixit insipiens in corde suo: non est deus" (Il pazzo [insipiens] ha detto nel suo cuore: non c'è Dio) (2).

 

Ho trovato in una Bibbia del sec. XVI la medesima rappresentazione del folle quale si ritrova nelle minchiate di Firenze (figura 1): un uomo vestito di stracci, con penne nei capelli, cammina a cavallo di un bastone; tiene in mano una girella e attorno a lui appaiono dei fanciulli (figura 2); (figura 3 - Particolare da un codice miniato, sec. XV). Parleremo della connessione bambini-follia nel proseguo del saggio

 

Il Ripa fornisce una identica descrizione: "Un’ huomo di età virile […] starà ridente, & à cavallo sopra una canna, nella destra mano terrà una girella di carta istromento piacevole, & trastullo de fanciulli, li quali con gran studio lo fanno girare al vento” (3). Dallo stesso autore siamo inoltre informati che "reputandosi saviezza nella Città ad un huomo di età matura, trattare de reggimenti della famiglia, & della Repubblica; Pazzia si dirà ragionevolmente alienarsi da queste attioni, per essercitare giuochi puerili, & di nessun momento" (4).

 

Per quanto riguarda la girella, poiché cambia direzione col variare del vento, essa è messa simbolicamente in rapporto con il Matto il cui pensiero è incostante, fatto che lo identifica come un personaggio lunare: “Lo stolto (cioè il peccatore) si muta come la luna, che oggi cresce e domani manca: oggi si vede ridere, domani piangere, oggi allegro e tutto mansueto, domani afflitto e furibondo; in somma si muta, come si mutano le cose prospere o avverse che gli accadono. Ma il giusto è come il sole, sempre uguale ed uniforme nella sua tranquillità, in ogni cosa che avviene; perché la sua pace sta nell’uniformarsi alla divina volontà: Et in terra pax hominibus bonae voluntatis (Luca 2: 14)” (5).

 

Il peccatore, esultando per la buona fortuna e lamentandosi per la cattiva sorte, è paragonabile a un bambino quando ottiene e perde un giocattolo, mostrando così la sua mancanza di sapienza, la quale, per l’Aquino "implica una rettitudine di giudizio secondo criteri divini" (sapientia importat quandam rectitudinem iudicii secundum rationes divinas) (6). Una legge che consiglia di non attribuire alcuna importanza ai mutamenti della fortuna mondana.

 

Scrive Diego Lanza sul rapporto folle-bambino: “Il ritrovarsi di sciocco e bambino al comune denominatore dell’ingenuità comporta due convinzioni, non sempre chiaramente esplicite, ma che, implicitamente, governano i più abituali atteggiamenti e i più comuni comportamenti. La prima è che il bambino sia un temporaneo sciocco, che vada perciò protetto, corretto ed educato affinché abbandoni il più presto possibile lo stato di stultitiam cui si trova, che abbandoni pensieri, comportamenti, fantasie che appaiono socialmente inadeguati quando non pericolosi. […]. La seconda convinzione è che lo sciocco sia nella sua essenza un bambino che non sia potuto mentalmente crescere e non abbia saputo adeguatamente liberarsi delle semplicità della propria infanzia (7).

 

Della sciocchezza dei bambini era convinto Aristotele, probabilmente il primo a sottolineare questo aspetto. Rifiutando di glorificare il bambino, lo assimilò a un nano  che per la sua deformità presentava senza dubbio alcuno una mancanza intellettuale: “Tutti i bambini sono nani, ma, progredendo nell’età, nella specie umana si sviluppano gli arti inferiori” (8) e ancora: “Anche fra gli uomini, così anche negli individui maturi conformati come nani, se pure presentano qualche altra facoltà eccezionale, tuttavia risultano deficienti quanto all’uso del pensiero” (9). È la mancanza di intelligenza o forse, più propriamente, il loro inesistente sviluppo intellettuale, che permette sia bambini che agli stolti ottusi di godere degli stessi semplici passatempi.

 

L’iconografia artistica del folle, così come descritta, ha origine nelle raffigurazioni dei salmi alla fine del sec. XII, modificandosi sostanzialmente verso la metà del Trecento, per scomparire dai testi religiosi nel secolo successivo (10). All’interno della pancia dell’iniziale lettera D del Dixit del Salmo 52 “Dixit insipiens in corde suo: non est deus”, i miniatori medievali raffigurano il folle come un uomo povero, inetto e violento, vestito di stracci o nudo, e con in mano il bastone dalla sommità rigonfia o biforcata. Nei più antichi salteri ha il cranio rasato, a volte a croce, perché i barbitonsori curavano in tal modo gli insensati per sopprimere in loro l’eccesso di umore melanconico e il pelo che ne era l’espressione. Si porta alla bocca qualcosa di bianco (formaggio?), colore che si oppone agli umori neri (figura 4 - Lettera miniata D, iniziale del Dixit, Amiens, salterio manoscritto, sec. XV) (11). A volte il folle è raffigurato rivolgersi a un Re, oppure, come in questa immagine, a Dio Padre.

 

Tale rappresentazione si evolverà alla metà del XIV secolo e, mantenendo il richiamo alla follia, diverrà un giullare, sempre legato alla figura del non credente, un ateo o un ebreo (figura 5 - Antonio di Niccolo (1445-1527), Lettera D, iniziale del Dixit / figura 6  - Pagina intera, databile fra il 1480 e il 1500. Collezione Privata) (12).

 

Secondo A. Belkin, la corrispondenza tra malattia mentale vista come scarsa intelligenza e mancanza di fede in Dio, implicita nel termine latino insipiens (e anche stultus), è estranea al termine ebraico che i latini tradussero con Naval. Il significato originale nella lingua ebraica è ‘folle’ in senso morale, cioè l’ignorare la legge di Dio. Non esiste nessuna implicazione che la persona così chiamata sia mentalmente deficiente; anzi, al contrario, sta consapevolmente ignorando i comandamenti. Scrive egli infatti “Il termine latino ‘insipiens’ - una traduzione del termine ebraico ‘naval’ - manca della connotazione ampiamente negativa che, nel testo ebraico originale, toglie il ‘naval’ del Salmo dalla sfera della follia come insanità mentale e lo colloca entro una specifica categoria di eresia. Il ‘naval’ biblico non è - come la follia - messo a confronto con la saggezza come facoltà intellettuale, ma piuttosto con la saggezza del fare la cosa giusta, in un ordine che lega armoniosamente la vita e il comportamento sociale dell'individuo con il principio della legge divina” (13).

 

Con i termini ‘insipiens’ e ‘stultus’, tuttavia, i miniaturisti medievali ebbero l’opportunità di creare una figura divertente che poteva essere facilmente ricordata per illustrare la figura rappresentativa del Salmo, la cui deficienza morale appare come il risultato di insufficienza mentale. Nasce così una figura dall’animo malvagio e infedele (come indicato dal salmo originale), ma anche malata di mente (proveniente dalla Vulgata e dai tardi esegeti). “Si istituisce pertanto il paragone fra il pazzo, colui che per indole è al di fuori delle regole di convivenza civile, e l’infedele, l’uomo che non ammette e non rispetta le leggi di Dio. L’insipiens, che a causa della propria infedeltà perpetua il male, è un ‘pazzo moralmente’ e dunque rappresentato come un ‘pazzo malato’” (14).

 

Nella minchiata fiorentina sopra riportata (si veda figura 1) e nei seicenteschi Tarocchini del Mitelli (figura 7), il folle-insipiens assieme alla girella è raffigurato con uno o due palloncini appesi al bastone, come ritroviamo nelle immagini del folle già dal sec. XV (figura 8 - Insipiens come giullare, iniziale Salmo 52, Manoscritto Spencer, c.1450). Per comprendere la presenza di questo oggetto occorre risalire all’etimo della parola ‘folle’, dal latino follis cioè ‘vescica, sacca, soffietto o pallone’. Nel VI secolo il suo significato si amplificherà indicando la persona priva di senno, la cui testa venne assimilata all’inconsistenza del pallone, ovvero della sacca di pelle di maiale (15).

 

Il riso del folle, quale si ritrova nella carta del cosiddetto Tarocco di Carlo VI e in quella di Ercole I d'Este, è "facilmente indicio di pazzia, secondo il detto di Salomone; però si vede che gli uomini reputati savij, poco ridono, & Christo N.S. che fù la vera saviezza, & sapienza, non si legge, chi ridesse giamai" (16). Un'incisione di anonimo del 1500 mostra un folle che ride davanti a un angelo il quale si chiude gli occhi per non assistere a tanta scelleratezza (figura 9).

 

Nella carta miniata dei Tarocchi Visconti-Sforza, il folle porta sulla testa delle penne e tiene un bastone su una spalla (figura 10). Una figura simile è stata dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, quale raffigurazione della Stultitia (figura 11). In questo affresco, il folle tiene tra le labbra un oggetto che gli impedisce praticamente di parlare. Il concetto di follia presente in questa allegoria viene ampliato ulteriormente dalla presenza delle piume sulla testa del personaggio.

 

Occorre innanzitutto considerare che ali, piume e penne rappresentavano per gli antichi i simboli della velocità. II Cartari nella sua opera Imagini delli Dei de gl'Antichi indica le penne come attributo del Sole a significare la velocità del suoi percorso. A proposito invece della presenza di piume sul capo di Mercurio, l'autore si esprime in questo modo: "Furono poi date le penne à Mercurio […], perche nel parlare di che egli era il Dio, o che significava forse anco la cosa stessa, le parole se ne volano per l'aria non altrimenti, che se havessero l'ali. Onde Omero chiama quasi sempre le parole veloci alate e che hanno penne" (17). Inoltre, Mercurio era il dio dell'eloquenza e le parole eloquenti volano sempre più veloci di quelle che non lo sono, mentre  il Sole era un'immagine di Dio stesso, e come tale di assoluta bontà oltre che di intelletto senza limiti.

 

Sebastian Brant nell’opera Der Narrenschiff (La Nave dei Folli) del 1494, al Sonetto LVII ‘Sulla Divina Provvidenza’, così scrive a proposito della presunzione dei folli “Matti è dato persino di trovare, / Che con lo Scritto pretendon d’indorare / Le loro penne, e si credono sapienti /” (18).

 

Le penne presenti sulla testa del folle rappresentano pertanto ciò che al folle stesso manca, cioè velocità d'ingegno e d'intelletto oltre ad adeguate parole, contro la sua superbia di sentirsi in grado di scrivere, grazie alle penne presenti sul suo capo, chissà quali verità. Infatti il lucchetto che si trova nella bocca dello stolto, come dipinto da Giotto, assume questa funzione poiché il matto altrimenti direbbe solo stoltezze, come descritto nel passo biblico: "[...] le labbra dello stolto lo mandano in rovina, il principio del suo parlare è sciocchezza; la fine del suo discorso pazzia funesta" (Eccl. 10:12, 13). Nella versione della Vulgata troviamo un’enfatizzazione della dimensione morale attraverso l’espressione ‘error pessimus’: "[...] labia insipientis praecipitabunt eum; initiam verborum eius stultitia et novissimum oris illius error pessimus”  ([...] le labbra di uno sciocco [insipientis] inghiottiranno se stesso; l’inizio delle parole della sua bocca è follia [stultitia], e la fine del suo discorso è un errore gravissimo [error pessimus]) (19). Non solo il pazzo manca quindi di parole che volano con l'eloquenza di un Mercurio e l'intelletto del Sole, ma le sue parole sono un errore pericoloso. Un motivo in più che giustifica il lucchetto posto nella bocca dello stolto.

 

Una ulteriore lettura plausibile sulla provenienza delle piume sul copricapo, fa risalire il simbolo al gallo ucciso durante le Feste dei Folli; tipica della festa era la gara che premiava colui che, seppur bendato, fosse riuscito a colpire l’animale a bastonate. Il vincitore era premiato con una corona composta dal piumaggio dell’animale e con il titolo di ‘Re del Gallo’, o ‘Re dei Folli’ (20).

 

Questa festa rappresentava un'inversione di tutti i valori celebrati durante il resto dell'anno; nulla era troppo sacro per essere risparmiato, in particolare la religione cristiana, forza che permeava ogni cosa (21). Questo aspetto richiama il famoso inno di Prudenzio Hymnus ad Galli Cantum [Inno al Canto del Gallo], dove il canto del gallo non si riferisce al mattino vero e proprio ma al passaggio dalla notte al giorno, dal buio alla luce, al risveglio fisico messo simbolicamente in relazione con il risveglio spirituale.  Così recita il suo inizio:

 

Ales diei nuntius

lucem propinquam praecinit;

nos excitator mentium

iam Christus ad vitam vocat.

 

(L’uccello messaggero del giorno

Annuncia la luce vicina:

Colui che risveglia le anime,

Cristo, già ci chiama alla vita).

 

e si chiude con:

 

Tu, Christus, somnum dissice,

tu rumpe noctis vincula,

tu solve peccatum vetus,

novumque lumen ingere.

 

Tu, o Cristo, frantuma il nostro sonno,

spezza i legami della notte,

dissolvi il nostro antico peccato

e versa nuova luce (22).

 

Seppur il gallo non venga menzionato nei versi, risulta ovvia la sua identità, se non altro dal titolo dell'inno. Lisa M. Sullivan, scrivendo di questo inno, osserva: "Il gallo, tradizionale simbolo di vigilanza riguardante l'arrivo della luce e del giorno, è anche un segno di pentimento dei peccatori (in particolare di Pietro, che ‘pianse lacrime amare’ dopo aver negato di conoscere Cristo), ma anche più specificamente assicura che il gallo sia visto come una rappresentazione di Cristo stesso [...]. Con questo significato simbolico primario, gli altri rientrano con poco sforzo" (23). Allo stesso modo Brian Dunkle, in uno studio sugli inni di Ambrogio, sostiene che quest’ultimo “communicates the identity of the rooster and Christ in symbolic language” (comunica l'identità del gallo e di Cristo in un linguaggio simbolico), mentre Prudenzio “uses explicit identifications” (usa identificazioni esplicite) (24). In ogni caso, tale simbolo sacro, era reso oggetto di scherzo in occasione della Festa dei Folli (25).

 

La testa piumata ricorda inoltre la trasformazione del nemico del popolo di Dio Nabucodonosor, il quale venne punito da Dio con la follia, con conseguente trasformazione del corpo in essere selvaggio: «A te io parlo, re Nabucodònosor: il regno ti è tolto! Sarai cacciato dal consorzio umano e la tua dimora sarà con le bestie della terra; ti pascerai d'erba come i buoi e passeranno sette tempi su di te, finché tu riconosca che l'Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo dà a chi vuole». / In quel momento stesso si adempì la parola sopra Nabucodònosor. Egli fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l'erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo: il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli (Dn 4:28-30).

 

Esiste inoltre un possibile significato riguardante il numero delle penne: sette sia nella raffigurazione di Giotto che nei Tarocchi Visconti-Sforza. Al riguardo Gertrude Moakley così commentò questo numero: "Le sette piume nei suoi capelli e gli indumenti penitenziali stracciati che indossa, mostrano che si tratta della personificazione della Quaresima, che mette fine alla stagione del Carnevale. Secondo l'usanza, una delle sue penne verrà estratta alla fine di ogni settimana in Quaresima. La figura della Quaresima sarà distrutta in effige il Sabato Santo, quando il digiuno finisce" (26).

 

Nel Tarocco di Ercole I d' Este il Folle appare praticamente nudo. A questo proposito il Ripa scrive che "Stoltitia: il Pazzo palesa i suoi difetti ad ogn’uno, & il savio li cela, & perciò si dipinge ignuda, & senza vergogna" (27). 

 

Nel cosiddetto Tarocco di Carlo VI il Folle porta sul capo un berretto con due grandi orecchie d'asino a significazione della sua natura bestiale e indossa uno slip dall'incredibile foggia moderna (figura 12). L'immagine è praticamente simile a quella di un folle raffigurato in un codice bolognese della seconda metà del XV secolo (figura 13) che reca il solito bastone, ma in modo che questo sembra trafiggergli il palmo (rapporto allegorico con le stimmate di Nostro Signore) come lo si ritrova in modo più evidente in una xilografia della già menzionata opera del Brant. La presenza di una canna, che ha la stessa funzione del bastone, e di un gambero è cosi giustificata "Chi mercede illimitata vuol godere, / L'appoggio di una canna potrà avere / Fragile, e su un grosso gambero sedere" (28). Se la canna che trafigge la mano del folle satireggia l’atteggiamento del personaggio che nel cercare a tutti i costi il proprio benessere materiale non si rende conto della possibilità di procurarsi sofferenze, il suo sedere su un gambero accomuna il folle all’incedere del crostaceo, ritenuto incostante (figura 14). Per la stessa ragione il Ripa considera il granchio un simbolo di irresolutezza: "Il granchio è animale, che cammina inanzi, e indietro, con eguale dispositione, come fanno quelli che sono irresoluti, or lodono la contemplazione, hora l'attione, hora la guerra, hora la pace." (Il granchio è un animale che cammina avanti e indietro, con la stessa inclinazione di chi è irresoluto: ora ama la contemplazione, ora azione, ora la guerra, ora la pace" (29). 

 

Una variante iconografica riguardo la rappresentazione del Folle si trova nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna, dove la figura di un misero viene aggredita da un cane a un polpaccio (figura 15). Questa tipologia figurativa rimarrà stabile per buona parte della produzione seguente dei tarocchi. In cima al bastone appoggiato sulla spalla, apparirà anche una specie di fardello. La presenza di un cane vicino a un misero viandante è tipica nell'arte figurativa medievale, non discostandosi da quella che fu la realtà oggettiva, in quanto quest'animale abbaiava e aggrediva sovente i vagabondi che si avvicinavano alle case per chiedere la carità. Un celebre esempio si trova nella rappresentazione del Figliol Prodigo (figura 16) e del Cammino della Vita nel "Trittico del Fieno" di Bosch.

 

Nelle miniature dei salteri medievali il cane si lega indissolubilmente allo stolto. Esso è insignito di una connotazione negativa per la sua abitudine di rimangiare il proprio vomito, come un peccatore che dopo aver peccato ed essersi confessato, cade ugualmente in tentazione: “Sicut canis revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam (Proverbi 26: 11). Lo ritroviamo nella Bibbia francese del 1356-1357 (figura 17  - Guyard de Moulins, Folle con cane, iniziale Salmo 52), in cui è l’animale appartenente al folle, e nel salmo 52 della Bible Historiale della Bibliothéque de l’Arsenal di Parigi (figura 18  - Folle con cane, Iniziale Salmo 52, ms. 5057, fol. 276v), in cui l’insipiens vestito di verde si difende o prova ad aggredire un cane rabbioso.      

 

Di estremo interesse riguardante il rapporto folle-cane appare un'incisione del sec. XV di Israel van Meckenem (figura 19). II simbolismo diabolico collegato agli strumenti a fiato - piffero e cornamusa, contrapposti ai celestiali strumenti a corda - connota il carattere negativo dell'incisione. Potremmo pensare qui anche a un'associazione con la parola ‘folle’ in latino, che significava ‘sacco’ o ‘soffietto’: quindi ‘folle’ come un sacco d'aria, vuoto, senza contenuto.

 

Un ulteriore esempio è rappresentato da un folle giullare presso la Chiesa di Santa Maria la Real a Najena del XV secolo, dove si mostra con il vestito aperto sul davanti volendo mostrare ciò che gli altri nascondono e suonando una cornamusa. Ai suoi piedi gli sono compagni due cani (figura 20 - Sguincio dello stallo). D'altra parte la presenza di questo animale accomuna il giullare-folle al misero, creando un ponte fra le due varianti iconografiche.

 

Fra le prime carte di  tarocchi troviamo il Matto nell’atto di suonare la cornamusa nel mazzo Sola-Busca, così chiamato dai suoi originali proprietari, attribuito dagli storici dell'arte alla fine del XV secolo secondo lo stile ferrarese (figura 21Mato, dai Tarocchi Sola-Busca, Galleria di Brera, Milano) (30). Il numero arabo 0, riportato nella carta in forma di un cerchio vuoto, suggerisce probabilmente il vuoto di cervello del Folle. Le lettere 'MA' e 'TO' appaiono nella parte superiore della carta su l’uno e l'altro lato. Sulla spalla sinistra del nostro è presente un corvo nero: i due si guardano come se si specchiassero uno nell’altro. L’uccello rappresenta l'uomo irresoluto e peccatore, reso nero dalle sue colpe.

 

Il Ripa così scrive infatti alla voce Infortunio riguardante un simile personaggio tenente "nella sinistra [mano] un Corvo" così come appare sulla spalla sinistra del Mato: “L’infortunio, come si raccoglie d’Aristotele, è un evento contrario al bene, & d’ogni contento: & il Corvo non per esser uccello di male augurio, ma per essere celebrato per tale da' Poeti, ci può servire per segno dell’infortunio: si come spesse volte, un tristo avvenimento è presagio di qualche maggior male soprastante, & si deve credere, che vengano gl'infelici successi, & le ruine per Divina permissione, come gli Auguri antichi credevano, che i loro augurij fussero inditio della volontà di Giove. Quindi siamo ammoniti a rivolgerci dal torto sentiero dell'attioni cattive, al sicuro della virtù, con la quale si placa l'ira di Dio, & cessano gli infortunij” (31). Riguardo l’Irresolutione lo stesso autore afferma: “Donna […] con un panno nero avvolto alla testa […] Le si dà i Corvi per ciascuna mano in atto di cantare, il qual canto è sempre Cras, Cras (1), così gli huomini irresoluti differiscono di giorno in giorno, quanto debbono con ogni diligenza operare, come dice Martiale. Il panno nero [come il corvo] avvolto alla testa, mostra l’oscurità e la confusione dell’intelletto, per la varietà de pensieri, i quali lo rendono irresoluto (32).

 

(1) Cras, cras = in latino: ‘domani, domani’

 

A questo punto occorre considerare un altro importante aspetto della follia, quello legato alla sua visione mistico-sacrale. L'Epistola ai Corinti godette nel Rinascimento di una grande importanza. Alcuni suoi passi riflettono il rapporto esistente fra la Follia e il Divino: "La parola della Croce per quelli che si perdono è una pazzia" (I Cor. 1: 18); "Nessuno inganni se stesso: se alcuno fra voi crede di essere savio della sapienza di questo secolo, diventi stolto per essere sapiente. Poiché la sapienza di questo mondo dinanzi a Dio è stoltezza" (I Cor. 3: 18-19). Solo la rinuncia di sé e dei propri beni materiali può, secondo il pensiero cristiano, condurre l'uomo a Dio.

 

II folle, per queste prerogative che gli erano proprie, veniva a volte considerato un ispirato e a un passo dal Divino. Sempre Brant così satireggia i folli vanagloriosi: "Credon che Dio li ha beneficati / E i Suoi doni per sempre lor lasciati" (33).

 

Sulla divinità del folle in rapporto ai tarocchi, risulta illuminante un foglio manoscritto di anonimo del sec. XVI (34), individuato dallo scrivente e sottoposto per un’analisi critica al Prof. Pietro Marsilli in occasione della mostra ferrarese del 1987 (35). Per conquistare il cuore di una dama di corte, una certa Mamma Riminaldi, all'anonimo autore non rimaneva altro che estrarre una carta dal mazzo dei tarocchi, cioè il Matto "ch'e cervel divino". Per questo motivo la più antica lista di tarocchi conosciuta, il Sermones de ludo cum aliis, pone ‘El matto’ accanto a "El mondo cioè a Dio Padre", anche se gli viene attribuito il numero zero e definito come il 'nulla'.

 

Il pensiero della Scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei folli, come sopra abbiamo evidenziato, tutti coloro che non credevano in Dio. Nei Tarocchi la presenza del Matto/Folle acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, egli doveva divenire non solo un credente senza la necessità di argomentazioni intellettuali che giustificassero quanto sentiva nel suo cuore, ma anche, attraverso gli insegnamenti espressi dalla Scala Mistica,  'Folle di Dio', condizione che trova la massima espressione nel santo più popolare, cioè Francesco, che fu chiamato ‘Lo Sancto Jullare e il Sancto Folle di Dio’: “Non fu mail el più bel sollazzo / Più giocondo, ne maggiore / Che per zelo e per amore / Di Iesù diventar pazzo. /… / Ognun gridi com’ io grido / Sempre pazzo, pazzo, pazzo" (36).

 

Per concludere, al Matto si deve il nome di ‘Tarocco’, con la sostituzione avvenuta verso la fine del sec. XV del precedente Ludus Triumphorum in Ludus Tarochorum in quanto in contesti non-ludici la parola 'tarocco possedeva proprio il significato di 'folle' (37).

 

 Note

 

- Cesare Ripa, Iconologia, Roma, Appresso Lepido Faeij, 1603, p. 381.

2 - Nella Vulgata, Salmo 52; nella versione di Re Giacomo Salmo 53:1

3 - Cesare Ripa, op. cit., p. 381

4 - Ibidem, p. 382.

5 - Alfonso de Liguori, Apparecchio alla morte cioè considerazioni sulle massime eterne utili a tutti per meditare, e a' sacerdoti per predicare. Torino, Presso Fratelli Pomba Libraj, 1809, p. 383. L’opera venne scritta originalmente nel 1758.

6 - Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II-45-2.

7 - Diego Lanza, Lo stolto. Socrate, Eulenspiegel, Pinocchio e altri trasgressori del senso comune, Torino, Einaudi, 1997, p. 165.

8 - Aristotile, Le Parti degli Animali, 686 b, 10.

9 - Ibid, 686b, 25.

10 - Jessica Ghezzi, Follia e Insipienza. Indagine iconografica nell’arte devozionale tedesca ed emiliana tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento, p. 25. Tesi di Laurea Magistrale in Iconografia e Iconologia, Anno Accademico 2016/2017. Relatore: Prof. Sonia Cavicchioli. Correlatore: Prof. Andrea Vitali.

11 - Sul ruolo e la figura del folle in riferimento all’aspetto della melancolia e la sensata e insensata follia che caratterizza la processione dei Trionfi, si legga il saggio Follia e ‘Melancholia’.

12 - Si ringrazia Lothar Teikemeier, collaboratore della nostra Associazione,  e curatore del sito trionfi.com, per averci informato dell’esistenza di questa miniatura.

13 - Ahuva Belkin, Suicide scenes in Latin psalters of the thirteenth century as reflection of Jewish midrashic exposition, in “Manuscripta”, XXXII, n.2, luglio 1988, pp. 75-92.

14 - Jessica Ghezzi, op. cit., p. 26.

15 - Patrizia Serra, Il sen della follia, Cagliari, C.U.E.C., 2002, p. 47 / Maurice Léver, Le sceptre et la marotte, Histoire des fous de la cour, Parigi, Fayard,1983, p. 66.

16 - Cesare Ripa, op. cit., p. 381.

17 - Vincenzo Cartari, Le Imagini de i Dei de gli Antichi, In Venetia, appresso Giordano Ziletti, e compagni, M.D. LXXI [1571], p. 322

18 - In Francesco Saba Sardi (a cura), La nave dei folli, Spirali, Milano, 1984, p. 140.

19 - Qui le parole ebraiche sono ‘hō·w·lê·lūt’, significanti “follia” e ‘rā·‘āh’ cioè “cattive, perfide”

(http://biblehub.com/interlinear/ecclesiastes/10-13.htm)

20 - Selma Pfeiffenberger, The iconology of Giotto’s Virtues and Vices at Padua, Bryn Mawr College, University Microfilms, Inc. Ann Arbor Michigan, 1966, V. 7-9, in Marco Assirelli, “Il codice miniato: rapporti fra codice, testo e figurazione”. Atti del III congresso di storia della miniatura, a cura di M. Ceccanti e M.C. Castelli, Firenze, L. S. Olschki, 1992, p. 32.

21 - Si legga al riguardo il saggio Officium Lusorum

22 - Prudenzio, Gli inni quotidiani. Le corone dei martiri, Introduzione, traduzione e note a cura di Mario Spinelli, Roma, Città Nuova, 2009, p. 67.

23 - Lisa M. Sullivan, Bursting the Bonds of Night: Images of the Apocalypse in the ‘Cathemerinon’ of Prutentius (Ricchi i Legami della Notte: Immagini dell’Apocalisse nel ‘Cathemerinon’ di Prudenzio) in “Studia Patristica: vol. XXXVIII”, Documentazione presentata in occasione del Tredicisimo Congresso Internazionale di Studi Patristici tenutisi a Oxford nel 1999, Peeters Publishers, Louvain, 2001, p. 477.

24 - Brian Dunkle, Enchantment and Creed in the Hymns of Ambrose of Milan, Oxford University Press, New York, 2016, p. 199.

25 - Si ringrazia Michael S. Howard per questo paragrafo.

26 - Gertrude Moakley, Le carte dei tarocchi dipinte da Bonifacio Bembo per la Famiglia Visconti-Sforza, uno studio iconografico e storico, New York Public Library, New York, 1966, p. 113. La fonte della Moakley, come ella scrive a p. 114, fu il saggio The Golden Bough [Il Ramo d’Oro] nella versione integrale di G. J. Frazer, “Pt. III, ‘The Dying God’, Londra, 1950, pp. 244-145. In maniera più completa, questa informazione si trova nel vol. 4 della 3a edizione. Frazer descrive la figura come una donna anziana, con le piume conficcate nel frutto o nella verdura che porta indosso; la testa non è menzionata. Si ringrazia Michael S. Howard per questo paragrafo.

27 - Cesare Ripa, op. cit., p. 478.

28 - Sonetto LVII, in Francesco Saba Sardi (a cura), op. cit., p. 139.

29 - Cesare Ripa, op. cit., p. 225

30 - Andrea De Marchi, Nicola di maestro Antonio da Ancona peintre-graveur tra vis comica e invenzioni esoteriche, in Laura Paola Gnaccolini (a cura di) “Il segreto dei segreti: I Tarocchi Sola Busca e la cultura ermetica-alchemico tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento”, Skira, Milano, 2012, pp 61-73. Per il De Marchi il mazzo è da attribuirsi a Nicola di maestro Antonio, figlio del pittore fiorentino Antonio di Domenico emigrato ad Ancona.

31 - Cesare Ripa, Iconologia, In Siena, Appresso gli Heredi di Matteo Florimi, 1613, p. 372.

32 - Ibidem, pp. 380-381.

33 - Sonetto LVII in Francesco Saba Sardi, op. cit., p. 140.

34 - Due sonetti amorosi in Gaspare Sardi, Adversaria…, cod. lat. 228 = α. W. 2, II, in uno dei due piccoli fogli inseriti fra le pagine. Biblioteca Estense, Modena.

35 - Si veda il catalogo della mostra I Tarocchi: Le Carte di Corte. I Tarocchi.  Gioco e Magia alla Corte degli Estensi, G. Berti - A. Vitali (a cura), Nuova Alfa Editoriale, Bologna, 1987, pp. 107-108. Si veda anche il saggio I Tarocchi in Letteratura I.

36 -  Laude dello amore di Iesù Cristo chiamata La Savia Pazzerella, canzone a ballo di Girolamo Benivieni (1453-1542), fervente seguace del Savonarola, in Patrick Macey (a cura) “Savonarolan Laude, Motets and Anthems, Recent Researches in the Music of the Renaissance” (Laudi Savonaroliane, Mottetti e Inni, Recenti ricerche nella musica del Rinascimento), vol. 116; A-R. Editions, Madison, Wisconsin, 1999, pp. xxxvi-xxxviii.

37 - Si leggano al riguardo i saggi Il significato della parola Tarocco e Tarocco sta per Matto.