Saggi di Andrea Vitali

Il Matto (Il Folle)

 

La pazzia, secondo una concezione comune, è l'agire senza ragione. Cesare Ripa così la descrive nella sua Iconologia: “Non è altro l’esser pazzo, secondo il nostro modo di parlare, che far le cose senza decoro, & fuor dal comune uso de gli uomini per privatione di discorso senza ragione verisimile, ò stimolo di Religione" (1).

 

Nel Vangelo l'uomo che non crede è considerato folle e spesso figure di folli appaiono nelle Bibbie del XV e XVI secolo ad illustrare il Salmo 52 "Lo stolto dice nel suo cuore: non esiste Dio!". Ho trovato in una Bibbia del sec. XVI la medesima rappresentazione del folle quale si ritrova nelle minchiate di Firenze (figura 1): un uomo vestito di stracci, con penne nei capelli, cammina a cavallo di un bastone; tiene un mano una girella e attorno a lui appaiono dei fanciulli (figura 2).  

 

Il Ripa fornisce una identica descrizione: "Un’ huomo di età virile,…. starà ridente, & à cavallo sopra una canna, nella destra mano terrà una girella di carta istromento piacevole, & trastullo de fanciulli, li quali con gran studio lo fanno girare al vento” (2). Dallo stesso autore siamo inoltre informati che "reputandosi saviezza nella Città ad un huomo di età matura, trattare de reggimenti della famiglia, & della Repubblica; Pazzia si dirà ragionevolmente alienarsi da queste attioni, per essercitare giuochi puerili, & di nessun momento" (3).


Il riso del folle, quale si ritrova nella carta del cosiddetto Tarocco di Carlo VI e in quella di Ercole I d'Este, è "facilmente indicio di pazzia, secondo il detto di Salomone; però si vede che gli uomini reputati savij, poco ridono, & Christo N.S. che fù la vera saviezza, & sapienza, non si legge, chi ridesse giamai" (4). Un'incisione di anonimo del 1500 mostra un folle che ride davanti ad un angelo il quale si chiude gli occhi con le mani per non vedere tanta scelleratezza  (figura 3).


Nella carta miniata dei Tarocchi Visconti-Sforza, il folle porta sulla testa delle penne e tiene un bastone su una spalla (figura 4). Una figura simile è stata dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, quale raffigurazione della "Stultitia" (figura 5). In questo affresco, il folle tiene tra le labbra un oggetto che gli impedisce praticamente di parlare. Il concetto di follia presente in questa allegoria viene ampliato ulteriormente dalla presenza delle piume sulla testa del personaggio.


Occorre innanzitutto considerare che ali, piume e penne rappresentavano per gli antichi i simboli della velocità. II Cartari nella sua opera Imagini delli Dei de gl'Antichi parla a più riprese degli attributi di Apollo-Sole. Fra questi anche ali e piume a significare la velocità dell'ingegno di Apollo e del percorso del Sole. A proposito della presenza di piume sul capo di Mercurio, l'autore si esprime in questo modo: "Furono poi date le penne à Mercurio,…., perche nel parlare, di ché egli era il Dio,…., le parole se ne volano per l'aria non altrimenti, & che se havessero l'ali. Onde Omero chiama sempre le parole veloci, alate e che hanno penne" (5). Sebastian Brant nella sua opera Der Narrenschiff (La nave dei folli) del 1494, al sonetto LVII Della Divina Provvidenza, così si esprime a proposito dei folli presuntuosi: "Matti è dato persino di trovare / Che con lo Scritto pretendon d'indorare / Le loro penne, e si credono sapienti /…." (6). 

 

Le penne presenti sul capo del folle rappresentano pertanto ciò che al folle stesso manca, cioè velocità d'ingegno e d'intelletto, oltre alle adeguate parole. Infatti il lucchetto che si trova nella bocca dello stolto, come dipinto da Giotto, assume questa funzione poiché il matto altrimenti direbbe solo stoltezze, come descritto nel passo biblico: "Lo stolto è rovinato dalla propria lingua. Le prime parole delle sue labbra sono sciocchezze e la fine del suo discorso follia" (Ecclesiaste 10:12,13).


Una versione praticamente identica a quella del Folle della carta Visconti-Sforza appare in una copia del precedente originale sempre di epoca quattrocentesca, proveniente dalla già collezione di Amedeo Cocchi (figura 6).

 

Nel Tarocco di Ercole I d' Este il Folle appare praticamente nudo. A questo proposito il Ripa scrive che "Stoltitia: il Pazzo palesa i suoi difetti ad ogn’uono, & il savio li cela, & perciò si dipinge ignuda, & senza vergogna" (7). 

 

Nel cosiddetto Tarocco di Carlo VI il Folle porta sul capo un berretto con due grandi orecchie d'asino a significazione della sua natura bestiale e indossa uno slip dall'incredibile foggia moderna (figura 7). L'immagine è praticamente simile a quella di un folle raffigurato in un codice bolognese della seconda metà del XV secolo (figura 8) che reca il solito bastone, ma in modo che questo sembra trafiggergli il palmo (rapporto allegorico con le stimmate di Nostro Signore) come lo si ritrova in modo più evidente in una xilografia della già menzionata opera del Brant. La presenza di una canna, che ha la stessa funzione del bastone, è cosi giustificata "Chi mercede illimitata vuol godere, / L'appoggio di una canna potrà avere / Fragile, e su un grosso gambero sedere" (8).


Una variante iconografica riguardo la rappresentazione del Folle si trova nei cosiddetti Tarocchi del Mantegna, dove la figura di un misero viene aggredita da un cane ad un polpaccio (figura 9). Questa tipologia figurativa rimarrà stabile per tutta la produzione seguente dei tarocchi. In cima al bastone appoggiato sulla spalla, apparirà anche una specie di fardello. La presenza di un cane vicino ad un misero viandante è tipica nell'arte figurativa medievale, non discostandosi da quella che fu la realtà oggettiva, in quanto quest'animale abbaiava e aggrediva sovente i vagabondi che si avvicinavano alle case per chiedere la carità. Un celebre esempio si trova nella rappresentazione del Figliol Prodigo (figura 10) e del Cammino della Vita nel "Trittico del Fieno" di Bosch. Di estremo interesse a tale proposito appare un'incisione del sec. XV di Israel van Meckenem (figura 11). II simbolismo diabolico collegato agli strumenti a fiato - piffero e cornamusa, contrapposti ai "celestiali" strumenti a corda - connota il carattere negativo dell'incisione. D'altra parte la presenza del cane accomuna il giullare-folle al misero, creando un ponte fra le due varianti iconografiche.

 

A questo punto occorre considerare un altro importante aspetto della follia, quello legato alla sua visione mistico-sacrale. L'Epistola ai Corinti godette nel Rinascimento di una grande importanza. Alcuni suoi passi riflettono il rapporto esistente fra la Follia e il Divino: "La parola della Croce per quelli che si perdono è una pazzia" (I, 1, 18); "Nessuno inganni se stesso: se alcuno fra voi crede di essere savio della sapienza di questo secolo, diventi stolto per essere sapiente. Poiché la sapienza di questo mondo dinanzi a Dio è stoltezza" (I, 3, 18-19). Solo la rinuncia di sé e dei propri beni materiali può, secondo il pensiero cristiano, condurre l'uomo a Dio. II folle, per queste prerogative che gli erano proprie, veniva a volte considerato un ispirato e ad un passo dal Divino. Sempre Brant così satireggia i folli vanagloriosi: "Credon che Dio li ha beneficati / E i Suoi doni per sempre lor lasciati" (9).


Sulla divinità del folle in rapporto ai tarocchi, è illuminante un sonetto manoscritto di anonimo del sec. XVI che individuai presso la Biblioteca Estense di Modena e che posi in seguito all'attenzione di Pietro Marsilli in occasione della mostra Estense nel 1987 (10). Per conquistare il cuore di una dama di corte, una certa Mamma Riminaldi, all'anonimo autore non rimaneva altro che estrarre una carta dal mazzo dei tarocchi, cioè il Matto "ch'e cervel divino" (11). Per questo motivo la più antica lista di tarocchi conosciuta, il Sermones de ludo cum aliis, pone "El matto" accanto a "El mondo", cioè a Dio Padre.


Il pensiero della Scolastica che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei folli, come sopra abbiamo evidenziato, tutti coloro che non credevano in Dio. Nei Tarocchi la presenza del Matto/Folle acquista pertanto un ulteriore e profondo significato: in quanto possessore di ragione ma non credente, egli doveva divenire, attraverso gli insegnamenti espressi dalla Scala Mistica, "Folle di Dio", condizione che trova la massima espressione nel santo più popolare, cioè Francesco, che fu chiamato 'Lo Sancto Jullare e il Sancto Folle di Dio'. (Non fu mail el più bel sollazzo  / Più giocondo, ne maggiore / Che per zelo e per amore / Di Iesù diventar pazzo. / …../ Ognun gridi com’ io grido / Sempre pazzo, pazzo, pazzo" (12) (13).

 

Note

 

1 - Cesare Ripa, Iconologia, Roma, Appresso Lepido Faeij, 1603, p. 381.

2 - Ivi

3 - Ibidem, p. 382

4 - Ivi

5 - Vincenzo Cartari, Imagini delli Dei de gl’Antichi, In Venetia, Appresso Nicolò Pezzana, Ed. 1674, pp. 160-161.

6 - Sonetto  LVII, in Francesco Saba Sardi (a cura), La nave dei folli, Spirali, Milano, 1984, p. 140.

7 - Cesare Ripa, op. cit., p. 478.

8 - Sonetto LVII, in Francesco Saba Sardi (a cura), op. cit., p. 139.

9 - Ibidem, p. 140.

10 - Si veda: I Tarocchi. Le Carte di Corte, Gioco e Magia alla Corte degli Estensi.

11 - Due sonetti amorosi in Gaspare Sardi, Adversaria…., cod. lat. 228=  α. W. 2, II, in uno dei due piccoli fogli inseriti fra le pagine. Biblioteca Estense, Modena. Si veda al riguardo il saggio I Tarocchi in Letteratura I.

12 - Laude dello amore di Iesù Cristo chiamata La Savia Pazzerella , canzone a ballo di Girolamo Benivieni (1453-1542), fervente seguace del Savonarola, in Patrick Macey (a cura), Savonarolan Laude, Motets and Anthems, Recent Researches in the Music of the Renaissance, vol. 116; A-R. Editions, Madison, Wisconsin, 1999, pp. xxxvi-xxxviii.

13 -  Sul ruolo e la figura del Folle inerenti all'aspetto melanconico e alla sensata e insensata follia che connota il corteo dei Trionfi, si legga il saggio Follia e 'Melancholia'.

 
Copyright Andrea Vitali