Saggi Storici di Andrea Vitali

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La Ruota della Fortuna

 

Copyright  Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati 1997 e 2018

 

 

Deposuit potentes de sede et exaltavit umiles

Deposi i potenti dalle loro sedi ed esaltai gli umili

 

Magnificat


Est rota fortunae variabilis ut rota lunae: 

Crescit, decrescit, in eodem sistere nescit

La ruota della fortuna è variabile come la ruota [corso] della Luna: 

Cresce, decresce e non conosce il fermarsi nello stesso posto


Motto latino



“O Fortuna levis! Cui vis das numera que vis, / Et cui vis que vis auferet hora brevis./ Passibus ambiguis Fortuna volubilis errat / Et manet in nullo certa tenaxque loco; / Sed modo leta manet, modo vultus sumit acerbos, / Et tantum constans in levitate manet. / Dat Fortuna bonum, sed non durabile donum ; / Attollit pronum, faciens de rege colonum. / Quos vult Sors ditat, quos non vult, sub pede tritat. / Qui petit alta nimis, retro lapsus ponitur imis” (O Fortuna incostante ! A chi vuoi regali ciò che vuoi, e a chi vuoi ciò che vuoi sarà tolto in un istante. Erra con passi ambigui la Fortuna volubile in nessun luogo resta sicura e immutabile. Talvolta appare lieta, talvolta inacerbita, ed è costante solo nella fede tradita. La Fortuna dà beni, mai durevoli doni, solleva chi è prono, fa di un re un colono. La Sorte chi vuole cura, chi non vuole sotto il piede tritura. Chi in alto troppo sale, indietro scivolando in basso cade). In questo modo nei Carmina Burana lamentava l’instabilità e la tirannia della Fortuna un anonimo studente del sec. XIII, laddove contrapponendo ad essa la propria Virtus, lo stato delle cose volgeva ugualmente al peggio. 


                                                    Ruota Bergamo

                                                                                              Ruota della Fortuna
                                                          Affresco, sec. XIII . Bergamo, Aula della Curia o Aula Picta


Paritetico destino viene esplicitato anche nei versi degli stessi Carmina in riferimento alla giustizia che la Fortuna non tiene in considerazione: “Bulla fulminante / sub iudice tonante, / reo appelante, / sententia gravante / veritas opprimitur / distrahitur / et venditur / iusticia prostrante” (Quando la bolla colpisce come un fulmine, emessa da un giudice infuriato, quando l’accusato si appella, sopraffatto dalla sentenza, allora la verità viene oppressa, distorta e venduta, la giustizia è prostrata), mentre in un altro canto viene sottolineato il carattere ingiusto della Fortuna “O varium fortune lubricum / dans dubium tribunal iudicium / non modicum parans huic premium / quem colere tua vult gratia / et petere rote sublimia / dans dubia tandem prepotere / de stercore pauperem erigens / de rethore consulem eligens” (O Fortuna, volubile e scivolosa, che giudice incostante tu sei. Largisci premi smisurati a chi hai deciso di prediligere con la tua grazia e di porre sulla sommità della tua ruota. Ma i tuoi doni sono incerti, e senza preavviso alzi il povero dallo sterco ed eleggi l’oratore a console”.

 

Nel mondo greco-romano esisteva una connessione tra Fortuna e destino. La mitologia popolare sosteneva che il corso della vita di una persona -  fato, sorte o destino - fosse predeterminato dalle Tre Parche (in greco il Mοιραι, da μοιρα, "parte assegnata, destino") note nella mitologia romana come Parcae. In filosofia esistevano vari concetti che corrispondevano a questa nozione popolare: nello stoicismo, la vita nel mondo materiale era governata dalla ragione divina, il Logos, la Provvidenza, nota anche come destino o destino, mentre per libertà intendeva l'accettazione il destino elevandosi al di sopra di esso. Per i platonici dei primi due secoli della nostra era (cioè Plutarco, Apuleio), la Provvidenza era stata considerata come l'assistenza divina offerta all’uomo per aiutarlo a superare liberamente le preoccupazioni materiali. Gli epicurei negarono l'esistenza della Provvidenza, sostenendo invece che le vite umane erano soggette a un’azione casuale e arbitraria del caso, azione che ciascuno doveva prendere in considerazione e innalzarsi per assicurarsi piaceri immuni dal caso. La concezione platonica fu contraria ad altri aspetti del platonismo pagano. Come diceva sant'Agostino, "[...] il mondo è governato, non per casualità casuale, ma, come dichiarano i platonici, dalla provvidenza del Dio supremo" (1). Nel Cristianesimo, la fortuna, come personificazione degli eventi apparentemente arbitrari che influenzano la vita di una persona, non venne esattamente sostituita dalla Provvidenza, concependo una coesistenza con la fortuna come forza in grado di condurre le anime alla salvezza.


Questa idea negativa di fortuna come qualcosa da vincere per mezzo dell’indifferenza, guardandosene piuttosto che fidandosi, può essere trovata nelle raffigurazioni della Dea il cui piede posto sopra una sfera esprime il suo stato di instabilità, così come le ali, con cui a volte è rappresentata, che mutano direzione a seconda del vento, come sottolineato in una xilografia del XVI secolo dove appaiono ai piedi della dea due gruppi di persone che il fato ha diviso in ricchi e poveri (figura 1 - Anonimo, Fortuna, xilografia da Lexicon Graecolatinum, 1548). Tiene nella mano sinistra una coppa, dispensatrice di quella abbondanza e fertilità che lei dona ad una parte degli uomini mentre le cinghie di cuoio nella destra rappresentano il gioco della sfortuna con cui imbriglia l’altra parte dell’umanità indipendentemente dal merito.

 

Queste cinghie appaiono anche in una incisione del 1502 di Dürer chiamata Nemesis (La Grande Fortuna al contrario di un'altra chiamata La piccola fortuna), dove la dea, o Fortuna o Nemesi, regge un calice oltre alle cinghie, identificabili quest’ultime come quelle di una briglia, un attributo spesso associato alla Temperanza, da interpretare simbolicamente come un appropriato autocontrollo in grado di ottenere i benefici della fortuna con una certa stabilità,  tenendo propriamente conto delle calamità accidentali nell’intraprendere imprese azzardate, ‘distribuendo il rischio’ tra diverse attività  risparmiando per i tempi difficili. Entrambi comportano che non si spenda la maggior parte dei proventi per i propri consumi. Così il Rinascimento, nella misura in cui la sua cultura rifletteva sulle sorti dei suoi mercanti e banchieri, sperimentò un atteggiamento ambivalente nei confronti della fortuna, interpretato da Aby Warburg, in un saggio incentrato su un mercante fiorentino, come "formulazione figurativa del compromesso fra la ‘medievale’ fiducia in Dio e la fiducia in se stesso dell’uomo rinascimentale" (1).

 

Nei documenti e nei mazzi di carte conservate del tardo XV e degli inizi del XVI secolo la Ruota si trova perlopiù in decima posizione (senza contare il Matto, che non era numerato). In rari casi venne posta al nono o undicesimo posto (2). Tale posizione centrale assume un valore di straordinaria importanza perché, come sappiamo, l'ordine dei tarocchi venne costruito per enfatizzare la via dell'ascesa mistica che ogni buon cristiano doveva intraprendere. La Ruota della Fortuna con il suo giro infinito di ascesa e discesa, insegnava la necessità di lasciarsi alle spalle ogni passione terrena, come raffigurata nelle carte dell’Amore e del Carro, mirando invece a quella Quies (riposo, calma, pace che rende l'uomo libero dagli affanni dell’esistenza) che sola, poteva recare serenità all’uomo dopo che questi avesse allontanato da sé ogni pulsione terrena. Che fosse un percorso arduo, non senza sacrifici e pericoli, è allegoricamente rappresentato nell'Allegoria del Monte della Sapienza di Bernardino da Betto, detto il Pinturicchio, nella Cattedrale di Siena.


Qui una Fortuna di stampo classico è raffigurata quale guida di una nave che ha condotto ai piedi del Monte della Sapienza, attraverso un mare oscuro e agitato, i filosofi che intendono raggiungerne la cima (figura 2). La Fortuna appare come una fanciulla nuda che tiene con la mano destra una cornucopia e brandisce in alto con la sinistra la vela gonfiata dal vento. Il suo equilibrio è instabile: il piede destro poggia su una sfera, mentre il sinistro è collocato su un’ingovernabile barca, il cui albero maestro è spezzato (figura 3) (3).


Tale raffigurazione è in sintonia con quanto descrive il Ripa a proposito della Fortuna Infelice ben sottolineando il contrasto “fortuna / quies” come evidenziato nella tarsia marmorea del Duomo in riferimento al Monte della Sapienza: “Donna, sopra una nave, senza timone, e con l’albero, e vela, rotte dal vento. La nave, è la vita nostra mortale, la quale ogni huomo cerca di condurre a qualche porto tranquillo di riposo. La vela, e l’albero spezzato, e gli altri arnesi rotti, mostrano la privazione delle cose necessarie per arrivare in luogo di salute, e di quiete, essendo la mala Fortuna un successo infelice fuor dell’intendimento di colui che opera per elettione” (4).


Se prendiamo come riferimento l’ordine dei trionfi presente nel Sermones de Ludo vedremo come in quella lista siano già presenti entro i primi nove trionfi quei valori gerarchici che governano gli uomini dal punto di vista temporale e spirituale, oltre ai vizi a cui l’uomo soggiace e alle virtù necessarie per governare questi ultimi (5). La Fortuna si pone al centro di quest’ordine trionfale come un “Memento Mori” di grande rilevanza. L’ordine dei trionfi come espresso nel Sermones suggerisce all’uomo la necessità della ricerca di un pensiero superiore (l’Eremita) affinché sappia valutare la Vanità del mondo, lo mette in guardia a non tradire (Il Traditore = l’Appeso) il proprio Creatore prima del sopraggiungere della Morte, facendogli valutare il destino di coloro che rinnegano Dio (la carta del Diavolo), introducendo infine alla visione dell’ultraterreno e del momento del Giudizio Universale, quando la Giustizia divina separerà le anime elette dai malvagi.

 

Il simbolo della Ruota della Fortuna, così come troviamo illustrata nei tarocchi, si trova per la prima volta descritta nel De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio (475-525), in cui la ruota con il suo movimento circolare creato da una fanciulla bendata, simboleggiante il fato o destino, esprime il continuo scendere e salire delle umane sorti. Scrive Boezio: “Ti sforzi di trattenere la ruota della fortuna, che gira vorticosamente? Ma, stoltissimo fra tutti i mortali, se si fermasse, non sarebbe più lei” (6). Anche se Boezio morì nel 524 circa, la sua opera fu ampiamente letta e ammirata nel Medioevo e nel Rinascimento.

 

Nei Tarocchi dei Visconti, la Ruota è caratterizzata, oltre che dalla presenza della donna bendata, simbolo della cieca fortuna, da quattro figure umane (figura 4), in realtà un medesimo personaggio rappresentato nelle diverse fasi della vita. Tali figure sono connotate ciascuna da altrettanti cartigli entro i quali troneggiano le seguenti scritte: “Regno” (Sto regnando) per colui che è posto sopra la ruota; “Regnavi” (Ho regnato) per la figura a destra; “Sum sine regno” (Sono senza regno) per la persona schiacciata dalla ruota e infine “Regnabo” (Regnerò) per colui che la risale. In altre versioni troviamo invece un Re che nel ruotare perde la propria corona come troviamo ad esempio nella Ruota della Fortuna che illustra il frontespizio dei Carmina Burana (figura 5).

 

Tale conformazione iconografica abbonda nell’arte medievale. A volte le ruote sono messe in movimento da una donna bendata, che simboleggia la cecità della Fortuna, usualmente posta al centro della ruota, oppure lateralmente nell’atto di azionare una manovella. In alcuni casi troviamo sette personaggi attorno alla ruota a simboleggiare le sette età dell’uomo (figura 6: xilografia, sec. XVI) in considerazione del fatto che la Fortuna appariva dominare ogni fase della vita umana. E ancora è possibile trovare una ruota sola senza alcuna figura.

 

Un particolare interessante si trova nella Ruota della Fortuna dei Tarocchi Visconti laddove il personaggio seduto in posizione superiore e l’uomo che sta per risalire hanno orecchie asinine, mentre il personaggio che cade possiede una lunga coda (figura 7). Questi elementi sono rappresentativi della natura animalesca dell’uomo la cui Vanitas non permette di riconoscere e accettare il senso della sorte in quanto ancora legato ad un mondo puramente materiale. Stesse orecchie d’asino si trovano in due personaggi della Ruota nel Tarocco Brambilla (7), in colui che “regna” e in quello che “regnerà” (figura 8), quale dimostrazione dell’insensatezza che colpisce le persone fortunate e quelle che sanno di diventarlo. Inoltre sono presenti nel personaggio regale assiso nella ruota del Libro della Ventura di Lorenzo Spirito del sec. XV (figura 9).

 

Sulle figure asinine della Ruota si soffermò anche l’Ariosto che nella Satire (VII, 46-54) così si espresse in proposito: “Quella ruota dipinta mi sgomenta / ch’ogni mastro di carte a un modo finge: / tanta concordia non credo io che menta. / Quel che le siede in cima si dipinge / uno asinello: ognun lo enigma intende, / senza che chiami a interpretarlo Sfinge. / Vi si vede anco che ciascun che ascende / comincia a inasinir, le prime membre, / e resta umano quel che a dietro pende”.

 

Risulta evidente, a tal proposito, il rapporto con la Ruota della Fortuna, attribuita al Dürer, che troviamo nell’opera Das Narrenschiff (La Nave dei Folli) di Sebastian Brant (8) governata dalla mano divina e composta da sole figure asinine (figura 10).  Questi i versi ad essa riferiti: «Chi sulla ruota di Fortuna siede, / Attento stia che non manchi il piede / E non abbia dei matti la mercede./ Matto é chi troppo in alto vuol salire, / Pel mondo intero spregio ad esibire, / E vuol montare ad ulteriore quota / Senza pensar di Fortuna alla ruota. / Chi troppo in alto sal cade sovente / Precipitevolissimevolmente. / Nessuno sale tanto, tra gli umani, / Che possa essere certo del domani. / E aver sol di fortuna vita carca - Che mai arresta di Cloto la Parca / La ruota - e preservare oro e potenza / Di morte dall'implacabile sentenza. / Inquieto giace chi ha testa coronata: / Dal potere la vita fu falciata / A molti. Mai non dura la potenza / Che sia sorretta sol dalla violenza. / Ove manchi del popolo il favore, / Poche le gioie, ma molto il dolore. / Assai dovrà temere chi ha voluto, / Oltre che governare, esser temuto./ Ché la paura è un malo servitore, / Che non difende a lungo il suo signore. / Chi detenga il potere dunque impari / Di Dio i comandi ad aver sempre cari. / Chi la giustizia tenga in pugno salda, / Avrà un poter che dura e non si sfalda; / Quando muore un monarca beneamato, / Dai suoi sudditi a lungo è lacrimato. / Guai al sovrano, dopo il cui decesso / Si dica: "Grazie a Dio, sotterra è messo!" / Chi la sua pietra in alto genera, / Mal gli fora se in testa gli cadrà, / E chi vuol tutto a Fortuna affidare, / In ogni istante a terra può cascare» (9).


In questi versi, come nei successivi, risulta evidente l’influsso del pensiero scolastico che illustrava e difendeva le verità di fede attraverso l'uso della ragione. Infatti la dedizione completa a Dio non era prerogativa dei folli, cioè di coloro ritenuti incapaci di ragionare sui misteri della fede. La stessa immagine della Ruota di Fortuna venne utilizzata dal Brant per illustrare il 56° paragrafo dal titolo Della fine degli Imperi: “Nabucodonosor, il grande re, / Fortuna tale ebbe in sorte che poté / Arpacsàde travolgere e finire, / Il cui dominio era tale da coprire / La terra fino al confine del mare; / ma dopo volle come Dio regnare, / E in bestia si mutò, e fu gran portento; /……./ Pochi son morti, oggi, domani e ieri, / Tranquillamente sopra il proprio letto / Dei grandi che pur ebbero il diletto / Del potere, e finirono ammazzati. / Attenti dunque, sovrani coronati: / Legati siete di Sorte alla ruota! / E che la sposti Dio basta d’un iota, / Perché sia certa la vostra caduta. / Iddio servite, e sia da voi temuta / La Sua ira tremenda, che potrà / Accendersi a ogni istante, e crollerà / Il vostro impero, e travolti sarete. / D’Ission la ruota mai ferma vedrete, / Ché ad ogni soffio si muove di vento. / Beato chi al volere è di Dio attento! /…” .


Figure animalesche caratterizzeranno in seguito diverse carte della Ruota della Fortuna, come troviamo in alcuni tarocchi lombardi, piemontesi, francesi (figura 11 - Tarocco di Marsiglia Suzanne, 1840) etc, ma soprattutto in quelli esoterici di Etteilla, dove la presenza fra gli animali di una scimmia, accanto a un ratto e un uomo, la collega in forma stretta al concetto di “Vanitas”, così come si trova espressa nella carta del Sole del Tarocco Parigino di anonimo del sec. XVI (10). 

 

Fra l’altro scimmie e asini erano accomunati dagli Antichi, come evidenzia Menandro con l'espressione “Un asino fra le scimmie” a significare “Un folle fra i mascalzoni”. L’ulteriore presenza di un ratto nella carta della Ruota di Etteilla esprime una valenza demoniaca in quanto essendo animale che vive nella putredine e nell’oscurità, come il demonio, viene accumunato a coloro che hanno imbrattato la propria anima vivendo nell’oscurità della propria inconsapevolezza (figura 12 - Grand’Etteilla I, sec XIX). Etteilla diede alla scimmia in cima una corona, forse per esprimere il suo disprezzo per la regalità. Sostenitore della rivoluzione francese (11), morì nel dicembre 1791, molto prima che il governo giustiziasse il Re (gennaio 1793), istituisse il Terrore (settembre 1793), e giustiziasse la Regina (ottobre 1793).

 

A conclusione, per sottolineare ulteriori caratteristiche attribuite alla Fortuna, riportiamo un’orazione panegirica di un monaco seicentesco: “Non è Fortuna questa, ma infortunio; colmando di ricchezze gli erari, vuoteranno di senno la mente, di quiete l'animo. Mida, che sopra tutti vanta aurea Fortuna, vive lo più sfortunato; ed il chiaro balenar dell'oro è un riso derivato dal vedersi cotanto stimato, quando è cagion d'ogni male.  No, nō v’è ſelice Fortuna nel Mondo: porta questa la ruota, per essere con tutti tiranna: è cieca, per non mirar con guardo pietoso chi mendico la sospira: stringe con la destra una vela, per animar gli audaci a seguirla, ma poi nel borrascoso golſo de’ travagli pazzamente capricciosa li abbandona: vitrea si chiama, perchè fragile nel favorire ben tosto si rōpe: chimera volante, che appena veduta dispare, sogno lusinghiero, che a Timoteo dormēdo presenta i Regni: fantastica Pantera, che allettando atterrisce: fascino dell’intelletto; vanìa de’ sensi, magìa dell’animo, calamita, non già, calamità degli affetti: Sirena delle Reggie, che mentre canta con finte adulazioni, le incanta con la stupidità di tragici spettacoli; cruda sfinge ne’ suoi enigmi sempre imbrogliata, senza trovarsi edipo, che li sciolga: mentitrice Armida, con ch’invaghito la siegue: solleva un Seiano per sbalzarlo, come il detto di Seneca, Quidquid in altum Fortuna tulit, ruttura levat: sublima un Demetrio per opprimerlo, Tu me extulisti, tu ipsa rursus deijecies, come dir solea l’istesso Eroe: non felicita, che l’ insidie di Sinone, non funesta, che la lealtà de’ Marij: a Cesari permette la tirannide di Roma, per fargli poi provare la barbarie de’ congiurati: sboccata per fine nelle promesse, spergiura nell’attenderle: Aquila a gl'inganni, Testudine al soccorso: più baccāte nella rabbia, quando con mascherata pietà di Cocodrilo mostra di compiangere le nostre sventure: e preme col piè fugace un globo, per mostrare, che a giuoco si prende la palla di questo Mondo” (12).

 

In un Tarocco Parigino di anonimo del sec. XVI la carta del Mondo (figura 13) presenta la Fortuna Imperatrix con i piedi posti sopra un globo crucigero a significare che la Fortuna dirocca anche gli imperi dei potenti, senza guardare in faccia a nessuno (infatti guarda impietosamente dritto) andando avanti per la sua strada senza curarsi di ciò che le crolla sotto i piedi e a seconda di come gira il vento nella vela. La forma della croce non è originale, ma riprende la tipologia, già presente nell'oreficeria medievale, che esalta con gemme le estremità delle braccia della croce e il centro delle stesse (13).

 

Note

 

1 - Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della Cultura, raccolti da Geltrud Bing, tr. it. di E. Cantimori, Firenze,  1996, p. 238.  Titolo originale: Gesammelte  Schriften, Leipzig-Berlin, B.G. Teubner, 1932.

2 - Michael Dummett, The Game of Tarot [Il Gioco dei Tarocchi] (London, Duckworth, 1980), Capitolo 20 “The Order of the Tarot Triumphs" [L’ordine dei tarocchi], in particolare i grafici a pag. 399-401. Online all'indirizzo http: // forum.tarothistory.com/viewtopic.php?f=9&t=1175. Si veda anche il saggio dello scrivente L’Ordine dei Trionfi

3 - Per una più ampia disamina di questa allegoria si legga il saggio La Scala Mistica

4 - Cesare Ripa, Iconologia, In Roma, Per gli Heredi di Gio. Gigliotti, M.D.XCIII.  [1593], p. 94.

5 - Si legga al riguardo ‘L’Armonia Celeste’ al saggio La Storia dei Tarocchi.

6 - Boethius, The Consolation of Philosophy, Oxford: Oxford University Press, 2008, pp. 19-20.

7 - Queste carte sono conservate presso la Pinacoteca di Brera.

8 - Sebastian Brant, Das Narrenschiff, Basilea, 1494.

9 - Ibidem, “Dell’Instabilità della Fortuna”, Paragrafo 37.

10 - Si veda il saggio iconologico Il Sole.

11 - R. Decker, T. Depaulis, M. Dummett, A Wicked Pack of Cards [Un malvagio mazzo di carte], Duckworth, Londra, 1996, pp. 95-96.

12 - Prose degli Accademici della Fucina, Libro Secondo, Nel quale si contendono varij Discorsi, Raccolti dal Sicuro, In Napoli, Appresso Andrea Colicchia 1669, pp. 126-127. Si tratta di un passo di un’orazione panegirica dal titolo La Vera Fortuna di Messina recitata nel Duomo di quella città in occasione della solennità del 3 giugno dell’anno 1668 dal “P. Maestro Fr. Giovanni Reitano dell’Ord. de PP. Conventuali di S. Francesco, nell’Accademia della Fucina detto il Rinomato”.

13 - Si veda il saggio iconologico Il Mondo.