Saggi di Andrea Vitali

La Temperanza

 
In greco sophrosyne, in latino temperantia è una delle quattro virtù cardinali. Come spiega Platone nella Repubblica, essa controlla l'appetito concupiscibile e consiste essenzialmente, come chiarisce Aristotele nell'Etica Nicomachea, in una moderazione dei piaceri sensibili conformemente alle esigenze della "retta ragione".
San Tommaso nella Summa Theologiae scrive: "La Temperanza che implica moderazione, consiste principalmente nel regolare le passioni che tendono ai beni sensibili, e cioè la concupiscenza e i piaceri, e indirettamente a regolare le tristezze e i dolori che derivano dall'assenza di questi piaceri" (quaestio 2, articulum 2). La persona temperante è dunque quella che si sforza di resistere all'attrattiva delle passioni e dei piaceri, in particolare quelli sensuali, quando divengono eccessivi.
Nel cinquecentesco Sermones de Ludo essa è giustamente posta vicino all'Amore in quanto virtù che insegna a moderare gli istinti. La Temperanza viene generalmente rappresentata nei tarocchi miniati (figura 1 - Tarocchi Visconti Sforza / figura 2 - Tarocchi di Carlo VI) nella sua versione più diffusa, cioè da una fanciulla nell'atto di versare l'acqua da un recipiente in un altro contenente vino, col significato di mitigare, di smorzare ciò che è troppo eccitabile. Esprime quindi la necessità di dominare certi istinti che, attraverso questa virtù, vengono equilibrati.
Una variante iconografica di notevole interesse appare nel Tarocco di Alessandro Sforza (figura 3). Una donna nuda siede sul dorso di un cervo, voltando le spalle alla testa dell'animale. Con la mano destra versa l'acqua da una coppa facendo cadere il liquido sul proprio sesso, che copre con la mano sinistra (figura 4). La coppa risulta poco appariscente essendo stata impressa a punzone unitamente agli altri elementi decorativi (figura 5).
Si tratta di una particolare rappresentazione della Temperanza: una favola sugli antichi dei utilizzata come ammaestramento morale, secondo la prassi tipica del tempo. Occorre a questo punto sottolineare la funzione che i miti degli "antichi dei" svolsero in epoca medievale in relazione all'allegorismo cristiano. Fondamentali a questo proposito risultano gli studi di Jean Seznec che nella sua opera La Sopravvivenza degli Antichi Dei scrive: «La mitologia tendeva a trasformarsi in una filosofia morale: e non a caso appunto Philosophia moralis è il titolo di un'opera del secolo decimoprimo, attribuita a Ildeberto di Lavardin, vescovo di Tours, che riporta numerosi esempi d'interpretazione allegorica tratti sia dai poeti pagani che dalla Bibbia. Nello stesso tempo però la mitologia tendeva a fondersi anche con la teologia: cosi come, rinnovando la tradizione dei Padri, il genio allegorico medievale scopriva nei personaggi e negli episodi dell'Antico Testamento prefigurazioni della Nuova Alleanza, allo stesso modo esso scopriva nei personaggi e negli episodi della mitologia prefigurazioni della verità cristiana. In effetti, a partire dal secolo decimosecondo, in cui l'allegoria assume la funzione di veicolo universale di ogni manifestazione di "pietas" religiosa, l'esegesi mitologica raggiunge uno sbalorditivo sviluppo. É questa infatti l'epoca in cui Alessandro Neckham connette gli dei del paganesimo con le virtù che, secondo Sant'Agostino, conducono l'uomo alla santa rivelazione cristiana; l'epoca in cui Guglielmo di Conches, commentando il De consolatione philosophiae di Boezio, scopre in Euridice un simbolo dell'innata concupiscenza del cuore umano, e nella guerra dei Giganti contro Zeus la ribellione dei nostri corpi fatti di fango contro l'anima; e ancora l'epoca in cui Bernardo di Chartres e il suo discepolo Giovanni di Salisbury mettono al centro della propria meditazione il politeismo pagano, "non per rispetto verso le sue false divinità, ma perché esse celano in se arcani insegnamenti inaccessibili al volgo. Ma soprattutto è questa l'epoca in cui le Metamorfosi di Ovidio profondono alla sagacia degli interpreti tesori insospettabili di sacrosante verità» (1990, pag.122).
Secondo l'accezione cristiana la Temperanza ha il compito di domare in principal modo la sensualità, i piaceri carnali, pertanto tra le virtù ad essa collegate si annovera la Castità. Nel "Tabernacolo" dell'Orcagna (Firenze, Orsammichele) sono rappresentate le quattro virtù cardinali, ognuna affiancata dalle virtù connesse, secondo i dettami di San Tommaso; in particolare alla Temperanza sono collegate l'Umiltà e la Verginità.
La raffigurazione nella carta di Alessandro Sforza riflette il mito greco di Diana, assurgendo ad allegoria di ammaestramento morale. La dea, durante la ricorrenza dell'Anados, sua apparizione annuale, momento in cui ella rinnovava la propria verginità bagnandosi nuda in una fonte sacra, venne guardata e desiderata con concupiscenza da Atteone. Furiosa la dea lo tramutò in cervo (figura 6 - Piatto in maiolica, ca.1535. Museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza), animale direttamente connesso al suo mito in quanto come dea della caccia era chiamata "elafebòlos", cioè saettatrice di cervi. Ma il cervo era anche considerato animale simbolo di mitezza e dotato di numerose prerogative.
Nel bestiario toscano Libro della natura degli animali, un trattato moralizzato medievale, il cristiano è ripetutamente invitato, attraverso opportuni esempi tratti dal comportamento animale, all'esercizio delle virtù richieste dalla sua professione di fede e alla pratica costante della confessione e della penitenza. In quest'opera si racconta come il cervo fosse in grado di uccidere i serpenti, per poi mangiarli e liberarsi del veleno ingerito bevendo acqua pura. Da questo comportamento viene dettato un ammaestramento morale: "Anche gli uomini devono imitarlo, liberandosi dall'odio, dalla lussuria, dall'ira, dall'avarizia ricorrendo alla fonte viva, cioè a Cristo" (Capitolo XLVI).
Nel mito Diana è dea sempre vergine: suo costante rito è il gesto di attingere e riversare acqua, elemento di rigenerazione e purificazione. Per questo motivo a Roma i templi delle vergini Vestali furono posizionati in mezzo a boschetti in prossimità di fonti scaturenti dalle rocce. Diana compie il suo rito di purificazione non per smorzare eventuali ardori (dato che la dea è sempre vergine) ma versando acqua nella sua "acqua" (il suo sesso, come contenitore legato ai liquidi) ella mette in contatto le energie delle due acque, rinnovando la sua purezza virginale.
Basandosi sul mito descritto la raffigurazione assume una valenza morale: come Diana ha prevalso su Atteone, simbolo della tentazione e l'ha reso mansueto, così l' uomo deve domare e sottomettere i propri istinti, mantenendosi casto attingendo all'acqua salvifica della Temperanza.
La posizione assunta dalla Dea sopra il cervo non è inusuale nell'arte tardo medievale. In un mortaio veneziano del sec. XV un animale fantastico viene montato da un putto esattamente nello stesso modo (figura 7), mentre in un capitello del Palazzo Ducale di Venezia si riscontra un medesimo atteggiamento nella raffigurazione astrologica trecentesca de “Il Sole sul Leone” (figura 8).
Tale tipologia compositiva, tesa ad affermare un completo dominio sull’essere cavalcato, così come troviamo anche nella carta della Forza nel Tarocco di Yale (figura 9), trova i suoi prodromi nelle raffigurazioni di Aristotele e Fillide di cui esiste un’ ampia documentazione nell’arte del Medioevo e del Rinascimento (figura 10: Memmo di Filippuccio, documentato dal 1288 al 1324, L’ Amor Profano, particolare di Aristotele e Fillide, affresco. Museo Civico, San Gimignano - figura 11: Francesco di Antonio del Chierico, Il Trionfo dell'Amore, da Petrarca, particolare di Aristotile e Fillide, ms. Ital. 545, 1546. Bibliothèque Nationale, Parigi). 
Nella carta dei cosiddetti Tarocchi del Mantegna ai piedi della fanciulla appare un ermellino (figura 12). Il Ripa nel suo trattato di iconologia scrive che per rappresentare questa virtù "si puo ancora dipingere l'ermellino, per la gran cura che ha di non imbrattare la sua bianchezza, simile a quella di una persona casta".
Andrea Alciati, il celebre autore degli Emblemata in un’altra sua opera, il Parergon Juris apparsa per la prima volta nel 1538, al Cap. XVI intitolato De ludis nostri temporis pone la Fama a rappresentare la Temperanza:


Mundus habet primas, croceas dein Angelus alis:
Tum Phoebus, luna, & stellæ, cum fulmine dæmon:
Fama necem, Crux ante senem, fortuna quadrigas:
Cedit amor forti & justo: regemque sacerdos,
Flaminicam regina præit que is caupo propinat
Omnibus: extremo stultus discernitur actu.


Il mondo ha il primato, poi l’angelo dalle ali dorate;
poi Febo, la luna e le stelle, col fulmine il demonio;
la fama precede la morte, la croce il vecchio, la fortuna il carro;
l’amore cede al forte e al giusto, il sacerdote precede il re,
la regina precede la flamminica (1), l’oste offre da bere
a tutti costoro, infine il matto si riconosce dal comportamento.


(1) flamminica = Papessa.  
La flaminica era una sacerdotessa di Giove, la moglie di un flamen (sacerdote), uno degli uffici religiosi più alti nella Roma antica.


Non si tratta ovviamente di una variazione di carattere personale, ma di una sostituzione in perfetta sintonia con la prerogativa terrena della Temperanza, che è quella di rendere famoso, attraverso le azioni virtuose, l’uomo temperante, secondo un concetto espresso sia dai Padri della Chiesa che dagli Antichi.
Pierre de La Primaudaye nel primo volume dell’opera  Académie française, divisée en dix-huit journées [traitant] de l'institution des mœurs, et de ce qui concerne le bien et heureusement vivre en tous états et conditions, par les préceptes de la doctrine et les exemples de la vie des anciens sages et hommes illustres  del 1577 (nostra versione di riferimento:  Academia Francese: Nella quale si tratta della Institution de Costumi & di quello che concerne il bene, & il felicemente vivere, in ogni stato, & conditione, secondo i Precetti della Dottrina, & essempi della vita de gli Antichi Savi et huomini illustri,Nuovamente trasportata dalla lingua francese nell’Italiana per Alessandro Raverij da Cesena”, Giornata Quinta, Della Temperanza, Cap. XVII, Venezia, 1595) a proposito delle quattro parti  della Temperanza scrive: “Disse infatti Euripide: O quanto è la Temperanza da stimare, che introduce ne gli huomini tanto onore e tanta gloria. Questa sola virtù tien tutte le principali parti delle quattro, Continenza, Clemenza, Modestia & Ordine. La Modestia è quella, per la quale l’honestà, la vergogna, & il pudore, può acquistare una buona & ben meritata fama. Hor tutte le qualità di queste virtù indubitamente congiunte sono con la Temperanza, così nelle attioni, come ne’ discorsi dello spirito” (pag.124).
Un paritetico concetto sulla Temperanza che rende l’uomo famoso è espresso da Giovanni B. Bovio nell’opera Teatro morale dogmatico-istorico dottrinale e predicabile nel quale si spiegano le Virtù, ed i Vizi, coll’autorità della Sagra Scrittura, de’ Santi Padri, con Ragioni, Similitudini, ed Esempi: “qualunque volta i popoli scorgeranno nel loro consortio i temperanti, odiatori delle crapule, de’ bagordi e di altri dispendi detestabili, e con tanta prudenza amare e praticare la Temperanza, gli terranno in conto, in osservanza e in onore. Riputeranno che siano l’ornamento, e gli oggetti che danno fama, e riputazione al lor Paese” (Tomo II, Roma, 1734, pag. 58).
Nelle carte di Etteilla (Grand Etteilla II) la Temperanza viene raffigurata da una fanciulla che reca in mano un morso, dall'evidente funzione simbolica di frenare gli ardori, e da un elefante, simbolo anch'esso della castità (figura 13) così come appare nell'immagine e nella descrizione di questa virtù nel trattato del Ripa (figura 14). A questo proposito egli scrive "L'elefante è posto per la Temperanza, perche essendo assuefatto da una certa quantità di cibo non vuol mai passare il solito, prendendo solo tanto, quanto è sua usanza per cibarsi".

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