Saggi di Andrea Vitali

Far Carte nel Settecento

Arte e tecnica nella fabbricazione delle carte

 

Dal Dizionario delle Arti e de’ Mestieri compilato da Giovanni Griselini (Tomo IV, Voci Can-Cav, Venezia, 1769) riportiamo quanto l’autore scrive a proposito dell’attività del "Cartolajo", da cui si apprende il modo con cui venivano realizzate le carte da gioco, la loro colorazione con la tecnica a mascherina (trasfori) e, oltre ad una completa informazione su tutti i procedimenti di lavorazione, gli spessori delle carte, la cui consistenza variava in base alle varie tipologie di carte. Si scopre così che quelle destinate al gioco d’azzardo erano realizzate con carta fine, a differenza della “convenevole grossezza” dei tarocchi, considerati nel Settecento "un gioco da divertimento".



CARTOLAJO


Il Cartolaio è il Fabbricatore, o il Mercadante che vende le Carte da giuocare


 

Le Carte sono piccioli foglietti di cartone bislunghi, bianchi, o con qualche ornamento da un lato, e sovente coll’ impresa del Fabbricatore, e dipinti dall’altro con varie sorta di figure. Le Carte ordinarie inservienti a tutti i giuochi d'azzardo, come Faraone, Bassetta, Erbette, Zecchinetta, Trentuno, ec., non che alla maggior parte di quelli da divertimento, o come diconsi Giuochetti, sono cinquantadue di numero, e formano un mazzo di Carte. Quelle all’Italiana sono divise in quattro serie, composta ognuna di tredici Carte. Queste serie sono di Spade, di Bastoni, di Cope, e di Danari. Ogni serie è d’asso, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, fante, cavallo e Re. I Francesi hanno queste stesse serie, ma sono figurate di quadri, cuori, piche e fiori. In certi giuochi; come, per esempio, in quello di Far Tarrochi, usato da’ Bolognesi, ed in alcuni altri luoghi della Lombardia, il mazzo di Carte cho si adopera cresce di numero, e varia nelle figure. Non hanno le Carte per tutt’i giuochi la stessa grandezza e figura. Quelle da Bassetta e di altri giuochi d’azzardo si fanno sottili assai e sovente sì picciole che possa tutto il mazzo rimanere compreso fra le dita e la palma della mano. Tali sono particolarmente le Carte da Faraone.

                                                         
       atelier

                                                                           Atelier di un cartaio parigino 

         Tavola I (particolare) -  Voce Cartier in "Encyclopedie" di Dididerot - D'Alembert (Parigi, 1770)

        1 - Operaio che dipinge delle tele  2 - Operaio che dipinge dei punti  3 - Stampatore  4 - Tagliatore
       5 - Operaia che porta dei cartoni al tagliatore  6 - Ritoccatore  7 - Operaio alla pressa  8 - Forno per 
                                                                         scaldare la colla  9 - Calorifero 


Il P. Menestrier Gesuita, nella sua Biblioteca curiosa ed istruttiva dopo aver recata una fantastica storia dell'origine dei giuochi delle Carte, pretende, che si abbia voluto con essi indurre gli uomini alla vita pacifica, e tenerli applicati nel tempo medesimo, appunto come col giuoco degli Scacchi, assai più antico, si volle dar loro un’immagine della guerra, ed avvezzarli alla medesima. Se ciò è vero, quanto mai ha degenerato tal instituto; comechè di fatti il giuoco, e massime quello d’azzardo, sia divenuto l'origine d’ogni vizio, ed il flagello delle famiglie.


Ma che siane, essendo questi stromenti del giuoco il prodotto di un’arte ingegnosa, ed un capo di commercio, ne recheremo quinci d’essa una leggera idea, massime essendone la mano d’opera talmente lunga e moltiplicata, che ogni Carta prima che sia perfezionata convien, che passi più di cento volte per le mani del Cartolajo.


Conviene primieramente aver della Carta brunastra e grossolana; la si dispiega e la si diffonde proccurando di cancellare quanto più sia possibile la piegatura che regna alla metà de’ fogli col passarvi sopra con forza la mano. Dopo questa operazione, che dicesi rompere, si prendono due fogli, e si pongono l’uno sopra l’altro; sopra questi due fogli se ne adattano due altri, ma bisogna, che questi due ultimi escano all’in fuori dei due primi, circa quattro dita, sì in alto come abbasso. Si continua così a far un cumulo più grande che si possa di fogli presi a due a due nel quale i due 1,  3, 5, 7, 9, ec., si corrispondono esattamente, e vengono ecceduti in fuori circa quattro dita dai due 2, 4, 6, 8, 10, ec., i quali simiImente si corrispondono fra essi esattamente. Siffatta operazione chiamasi meschiare.


Meschiato che si ha, o piuttosto mentre che si meschia da un lato, s’incolla dall’altro. La colla si compone con metà farina, e metà amido. Intanto che la colla si cuoce, la si dimove ben bene con una mescola affinchè non si abbrucj nel fondo della caldaja. Convien aver attenzione di dimenarla finchè sia ella raffreddata. Non si adopera che nel dì seguente.


Raffreddata la colla, l’ Incollatore la passa per uno staccio, donde cade in un picciolo albio, ed egli si dispone ad incollare. A tal oggetto prende la setola da incollare, la tuffa nella colla, e la passa per ogni verso sulla Carta: ciò fatto, egli alza questo foglio, e lo incolla a quello, sopra di cui stava posato: in tal guisa egli continua, incollando un foglio, e levandone due, e formando un altro cumulo, ove un foglio incollato si trova sempre applicato contra un foglio che non lo è. Formato questo cumulo di circa una risma e mezza, lo si mette in soppressa. Il pressojo de’ Cartolaj  nulla ha di particolare, fatto essendo come quello de’ Legatori da Libri, de’ Berrettaj, e de’ Soppressatori.


Si lascia codesto cumulo in soppressa intorno una buona ora, e si comprime sempre più ogni quarto d'ora. Uscito il primo cumulo di soppressa, gli si leva la colla, che l’azione del pressojo ha fatto uscire dal di mezzo de' fogli: a tal bisogna si fa uso di un pennello, che si tuffa nell’acqua fredda, con che la colla separasi più facilmente .


Questi fogli, ch’escono dal di sotto del pressojo, incollati due a due, si chiamano in alcuni luoghi d’Italia Cartoni, e da’ Francesi etresses. Rinettati che siano dalla colla, si puntano con un punteruolo, il quale si fica nell'orlo del cumulo alla profondità di circa mezzo dito. Si leva poi dal cumulo un picciolo plesso d' intorno cinque cartoncini forati, e si passa una spilla nel buco. Il Puntatore fora pur anche tutt' i cartoncini a plessi di cinque o sei, e munisce ognuno della loro spilla.


La spilla de’ Cartolaj è un filo d’ottone, lungo e grosso come le ordinarie spille, la cui testa è fermata in una pergamena piegata in quattro entro un pezzuolo di Carta, oppure in un cattivo pezzetto di pelle, e ch' è piegata verso la metà in modo, che possa far la funzione di ganzuolo.


Corredati tutt’i plessì de' cartoncini di spille, si portano ad asciuttare sulle corde. I fogli o cartoncini restano distesi più o men lungo tempo, secondo la temperatura dell’aria. Ne’ bei giorni della state si asciugano in un giorno, e si estendono l’altro. Estendere, è la cosa stessa che stirare. Estendendo, si levano le spille, e si rimettono i cartoncini in cumulo, o in monte. Formati questi nuovi cumuli, si distaccano i cartoncini gli uni dagli altri, e si distribuiscono separatamente; operazione, la qual fassi con un picciolo coltello di legno nominato il tagliatore. Separato che abbiasi, si pomica, val a dire che fregasi ’l cartoncino da amendue i lati con una pietra pomice. Ciò fatto, si scieglie; locchè consiste a riguardare ogni cartoncino contra il lume per levarne tutte le inuguaglianze con un grattugiatolo, il quale dagli Operaj dicesi punta. Lo scelto cartoncino formerà l’anima della Carta. Preparato il cartoncino, si prendono due altre sorta di Carta bianca, una chiamata da Cartolaj, e l'altra un pò più ordinaria.


Preparate queste carte si meschia in bianco. Ond’eseguire tal operazione si ha un monte di carta da Cartolajo a diritta, ed un monte di quella un pò più ordinaria a sinistra. Si piglia primieramente un foglio di quest'ultima carta, e vi si pongono sopra due fogli di quella da Cartolaio; poi sopra questi due fogli di quella un pò più ordinaria, quindi sopra questi due fogli dell'altra, e così di seguito sin alla fine, talché si termina come si cominciò, con un solo foglio di quella un pò più ordinaria. Quando si abbia meschiato in bianco, si meschia in cartoncino; il che consiste a frammeschiare i cartoncini nel bianco, di maniera che ogni cartoncino debba trovarsi fra un foglio di carta da Cartolai, ed un foglio di carta un pò più ordinaria. Eseguita tal operazione s’incolla in opera. Questo lavoro nulla ha di particolare, e si adopera come nella prima incollatura, incollando però adesso il foglio di Carta un pò più ordinaria; ed il foglio da Cartolaj. Dopo aver incollato in opera, si mette in soppressa, si punta, si distende, e si stira, come si fece riguardo ai cartoncini. La carta da Cartolajo forma 'il dorso della carta, e quella più ordinaria il di dentro. I cartoncini in tale stato, si chiamano doppj.


Preparati i doppj, si ha propriamente il cartone di cui fassi la carta; onde d’altro più non trattasi che di coprire le superficie di siffatti doppj, o di teste o di punti. Le teste sono fra le carte quelle che portano le figure umane; tutte le altre si appellano punti. A tal effetto si prende della carta un pò più ordinaria, la si dispiega, la si stira, la si bagna, e finalmente la si mette in soppressa per unirla. All'uscire di soppressa la si stampa.



                                 Atelier Due


                                                                                   Strumenti di lavoro di un cartaio

                  Tavola I (particolare) - Voce Cartier in "Encyclopedie" di Dididerot - D'Alembert (Parigi, 1770)

                     1 - Cartone appeso  2 - Punteruolo  3 - Punta per forare i cartoni da stendere  4 - Colombaia o 
           scatola per le carte superflue  5 - Pesante cornice in legno dove sono raccolte le figure  6 - Mascherina


Per istampare si ha dinanzi a sè, o accanto, un monte di questa carta bagnata; si ha pure in un catino, o in altro adattato recipiente del nero di Spagna già fatto putrefare nella colla. Si prende di questo nero fluido con una settola, e la si passa sopra lo stampo di legno di noce, che porta l’incisione di venti carte fatte per lungo, e divisa in cinque compartimenti, ognuno di quattro carte. Uno di tali stampi contiene i quattro Fanti, i quattro Cavalli, i quattro Re, i quattro Assi, due di spade, due di bastoni, due e tre di cope; due altri stampi hanno tutti i danari, tutte le cope, tutti i bastoni, e tutte le spade dal tre e dal due fin al nove;  e un quarto stampo tiene cinque dieci di tutte le seguenze. Questi stampi, che si fermano scambievolmente sui banco inserviente a stampare, sono incisi profondamente, e la parte saliente dell’ incisione è quella che forma i contorni, ed i tratteggiamenti delle figure; il perchè siffatti contorni e tratteggiamenti rimangono impressi su i fogli della carta, che si adattano uno ad uno sul modello, dopo avervi fatto passar sopra ogni volta la settola intinta nel nero, ed avervi premuto sopra il coscinetto. Il coscinetto è composto di parecchie cimoccie di panno, rotolate le une sopra le altre, in maniera che la base è piatta e unita, e che il rimanente ha la forma di una sferoide allungata. Si dee avvertire, che non per tutto si stampa in questa, maniera, mentre, dove meglio si intende si adopera, un torchio simile a quello degl' Impresssori di caratteri; nel qual torchio si adatta lo stampo, bagnandolo però colla settola in luogo di servirsi dei mazzi come gli stampatori. Questo modo è assai speditivo, e fassi quasi la metà di lavoro, di più in una giornata di quello che facciasi nel suddetto primo indicato modo.


Dopo l’operazion della impressione, ne viene quello della dipintura, adoperandosi a ciò prima il giallo, indi 'l rosso, e successìvamente il turchino. Per il giallo, questo si ricava dalle pomelle di zefpino; il rosso dal Minio, ed il turchino dall’Indago. Nelle Carte distinte in luogo di minio si adopera del cinabro. Il giallo si rende tenace con un pò d’allume; ma il minio o Cinabro, e l’Indago dopo averli ben macinati si stemperano in acqua leggermente gommata.


Per applicare siffatti colori su i fogli stampati, ove deggion essere, si adoperano vari trasfori.


Gli Operaj danno il nome di trasforo ad un foglio di carta coll’impressione, inverniciato con una composizione, in cui c' entrano dei guscj d’'ostriche, o di uova ridotte in polvere, meschiata con olio di lino, e gomma arabica. Si danno cinque o sei strati di siffatta composizione sopra ogni lato del foglio; il che rendelo grosso come un buon cartone. Si fanno tanti trasfori quanti sono i colori di cui deggionsi dipingere le Carte, e per esempio, volendosi fare quello del giallo s’ intagliano via col temperino tutti quei siti dell' impresone che deggion essere tinteggiati di tal colore; e così in altri fogli nel suddetto modo preparati que’ del rosso e del turchino. I Francesi per la pittura delle loro Carte da giuoco hanno cinque trasfori, avvegnachè in esse c'entrino cinque colori. Volendo dipingere i fogli di carta stampata, si adatta sopra gli stessi successivamente il trasforo per quel colore che si ha da mettere in opera.


L'Operajo ha presso di sè il colore preparato, in cui tuffato un grosso pennello di settole, questo poi lo passa sopra tutt’ i fori del trasforo medesimo sicchè il sottoposto foglio rimane dipinto ne’siti ove dev' esserlo. Lo stesso si fa per ogni foglio, e riguardo a tal’ operazione passano tante volte i fogli per mano quanti sono i colori co’ quali debbono esser dipinti.


Quando tutt’i fogli sono dipinti, trattasi di applicarli su i doppj pel qua' effetto si meschiano in monte; s’incollano, si mettono in soppressa, e si distendono, come di sopra si è indicato. Dopo asciutti si separano, nella guisa, che si separarono i cartoncini. Separati che si abbiano, si prepara lo scaldatojo, il qual è una specie di cassa quadrata nel piede, i cui orli sostengono certe lamine di ferro quadrate, passate le une sopra le altre, e ricurvate nell’estremità. Ve n’hanno due sulla lunghezza, e due sulla larghezza;  lo che forma due uncini sopra ogni orlo dello scaldatojo medesimo.


Si accende del fuoco in esso scaldatojo, si passa per entro gli uncini, che stanno intorno al medesimo, una carta quadrata, che serve a concentrare il calore; si adattano indi poi quattro fogli al di dentro di cotesta cassa quadrata, uno contra ogni lato; quindi se ne mette uno al di sopra delle lamine, che s’incrocicchiano, e non si lasciano tutte in questo stato senon se il tempo di fare il giro dello scaldatojo. Si levano per turno, ed alle stesse se ne sostituiscono delle altre, e continuasi tal lavoro finchè si abbia compiuto di asciuttare tutt’i fogli; locchè dicesi riscaldare.


All'uscire dello scaldatojo, il lisciatore prende i fogli, ed insapona ognuno d’essi al dinanzi, cioè dalla banda delle figure. S’insapona con una unione di pezzi di cappello, cuciti gli uni sopra gli altri alla grossezza di due pollici, e della larghezza del foglio (unione che chiamasi insaponare). Il sapone che si adopera, prima di stirarlo e distenderlo coll’ insaponatore, è in pane, e con esso si sfregano i fogli solo una volta. S’insapona la carta per farvi meglio scorrer sopra il lisciatore.


Insaponata la carta, la si liscia facendovi passar sopra la pietra d’esso lisciatore, la quale non è altra cosa che una selce nera, o una focaccia di vetro ben tersa. Acciocchè un foglio sia ben lisciato, bisogna, ch’essa pietra o vetro abbia trascorso sul medesimo venti due volte andando e venendo. Lisciato ch'è, lo si riscalda: e dopo tal operazione, s’insapona ancora, e si liscia la carta al di dietro. All'uscire della lisciatura, la carta va alla forbice per essere tagliata; si comincia dal tosare il foglio, il che consiste a levare colla forfice ciò ch'eccede il tratto dello stampo dei due lati, che formano l’angolo superiore a diritta del foglio medesimo. Quando si ha tosato, si attraversa; operazione, la quale consiste a separare le carte, dividendo il foglio in quattro parti uguali.


Attraversato che si abbia, si esamina se le carte siano della medesima altezza; lochè appellasi accomodare. Per tal effetto si applicano le une contra le altre, si tirano col dito quelle ch’eccedono, e si ripastano codeste colla forfice. Ripassate, si ripongono, val a dire, si piegano alcun poco per rendere loro il dorso alcun poco convesso. Dopo aver rotto le file delle carte, si portano alla picciola forfice; la grande serve a tosare i fogli, e a ridurli in pezzi o in file, e la picciola a mettere le file in carte. Si tosano, e si riducono i fogli gli uni dopo gli altri in file; e così esse file in carte le une dopo le altre.


Quando le file fono divise, si dispongono le carte in due classi, determinate dall’ordine, che avean elleno sullo stampo, e su i fogli. Fra il sito di una carta sul foglio, ed il suo sito nella fila, c’è tale corrispondenza, che in siffatta distribuzione tutte le carte della medesima specie, tutti i Re, tutti i Cavalli, tutti i Fanti, ec. cadono insieme. Allora si dice ch'elleno sono assortite. Indi si scelgono, ponendo le bianche colle bianche, e le meno bianche insieme.


Si distinguono quattro sorta di carte, relativamente al loro grado di finezza; poichè, come abbiam detto a principio di quest’ Articolo, quelle da giuochi d’azzardo sono fine assai, e composte di carta sottile, a differenza delle altre da Tresette, Ombre, Picchetto, Tarrocchi, ed altri giochetti, che sono di convenevole grossezza.


Circa che avvertiremo, che si suole, come in Venezia, in Bologna ed altrove, incollare il di dietro della carta, che sovente ha la marca del Fabbricatore, con un orletto, che sporgendo in fuori si volta e si unisce col dinanzi; donde apparisce che varie sono le pratiche, e varj i metodi di unire in cartoncino, e di comporre ciò che costituisce la grossezza delle carte relativamente alle loro diverse qualità o ai gradi di maggiore o minor finezza.


Distribuita ogni sorta d’esse, appunto relativamente alla qualità e al grado di finezza, si mettono in monte, si formano i giuochi, o i mazzetti e rimasti che sian eglino in soppressa un tempo convenevole, s’incartano, ponendo ognuno d’essi in un involto di carta fina turchina, sopra di cui v’è impresso il nome e l’impresa del Fabbricatore .


Le Carte si vendono a mazzo, o a ballino, ch'è un dato numero di mazzi secondo i paesi. Il prezzo viene determinato dalla qualità e finezza delle medesime.


A conclusione di quanto descritto e passando alla città di Bologna, si riporta dall’opera del 1764 Nuovo trattato di qualsiasi sorte di vernici comunemente dette della China di Angelo Maria Alberto Guidotti la tecnica per realizzare il colore rosso per miniare le carte dei Tarocchini. Benché l’insegnamento di questa tecnica atta a realizzare tarocchini miniati risalga ad epoca tutto sommato non eccessivamente distante da noi, nessun esemplare di tarocchino miniato pare sopravissuto.  

Color rosso per miniare i Tarrocchini da giuocare  


Verzino di Farnabucco bajocchi 5, Gomma arabica un bajocco, Alume di rocca un bajocco e mezzo in circa, ed una scorza intera di Narancio giallo. Prendasi il Verzino  e si faccia bollire in acqua di pioggia, o di fonte coll’Alume di rocca; e così pure separatamente s’uniscano la gomma, e la scorza, e in un pignatto si facciano bollire nell’una dell’acque testè accennate. Guardisi che queste cose, bollendo, non tramontino. Ciò fatto mescolasi quella porzion di colore, che adoperar volete coll' acqua di gomma narencina, ed è fatto. Se si vede che il colore manchi di lucido, si accresce la dose della gomma. Avvertasi però, che in tempo d’inverno bisogna ricorrere alla stuffa per asciuttare le carte, la quale artificiosamente far volendo, si pone un po di fuoco in un scaldino entro una cassa, ove sopra legnetti accomodati all'uopo, si distendon le carte ad asciuttare. Tenendole così lontane dal freddo, il colore non si oscurerà (1).


Note

1 - Angelo Maria Alberto Guidotti, Nuovo trattato di qualsiasi sorte di vernici comunemente dette della China, Bologna, Per Lelio della Volpe, 1764, pag. 132. Alla stamperia Lelio della Volpe si deve anche il libretto illustrativo del gioco geografico dei tarocchini intitolato L’Utile col diletto, ossia geografia intrecciata nel giuoco de Tarocchi con le insegne degl’Illustrissimi ed Eccelsi Signori Gonfalonieri ed Anziani di Bologna dal 1670 al 1725, ideato dal canonico Montieri (Si veda al saggio Bologna e l'invenzione dei Trionfi)

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