Nei nostri due precedenti saggi Dell’Etimo Tarocco e Rochi e Tarochi abbiamo cercato di indagare l’etimo della parola “Tarocco” riassumendo quanto fino ad oggi supposto e apportando nel contempo nuovi contributi.
Un'ulteriore nostra indagine ci ha condotti a formulare una sua possibile derivazione dal mito bacchico. La parola TAROCCO potrebbe deriverare dal nome di colui che per primo ricevette da Bacco le informazioni sul rito delle iniziazioni, le celebri orge, personaggio che, per assimilazione con il dio, al pari dei discepoli che seguirono, si fonde col dio stesso sotto il comune denominatore della follia.
Innanzitutto riteniamo indispensabile conoscere i motivi della comunione che unisce Bacco ai suoi adepti. A questo proposito scrive Walter Burkert trattando di Dioniso: “Dioniso si lascia definire in modo apparentemente semplice come Dio del vino e dell’estasi dovuta all’ebbrezza. L’ebbrezza del vino, in quanto mutamento della coscienza, viene inteso come irruzione di qualcosa di divino, ma l’esperienza dionisiaca va ben oltre quella dell’alcol e può essere del tutto indipendente: la «follia» diventa fine a se stessa. Manía, il corrispondente termine greco, indica, in base alla sua origine e nell’affinità con ménos, il «furore» non come smarrimento dell’«illusione», ma come incremento della «forza spirituale» vissuta in prima persona. Tuttavia l’estasi dionisiaca non è la creazione di un singolo, di un individuo isolato, ma è fenomeno di massa, che si propaga quasi contagiosamente. Detto in termini mitici ciò significa che il dio è sempre circondato dalla schiera dei suoi fedeli e delle sue fedeli in preda al furore. Chi si abbandona a questo dio deve rischiare di perdere la propria identità civica ed «essere folle»: ciò è divino e salutare nello stesso tempo. Segno esteriore e strumento della metamorfosi, provocata dal dio, è la maschera. Durante tale metamorfosi il fedele e il dio, caso assolutamente straordinario nell’ambito della religione greca, si fondono l’un l’altro: il fedele e il Dio si chiamano entrambi «Bacco»” (1).
Mentre Diónysos è chiamato solo il dio, Bákchos è il nome dell’iniziato e bakcheia indica appunto l’essere folli (2).
Il racconto del mito di Bacco che coinvolge il personaggio da noi individuato riguarda la vicenda che contrappose il dio a Licurgo, re della Tracia. Basandoci sulla Bibliotheca Historica di Diodoro Siculo (3), una delle principali fonti per la conoscenza del mito bacchico, ne riassumiamo brevemente la vicenda: Bacco, di ritorno dall’Asia, si diresse in Tracia con le sue Baccanti dove il re Licurgo, figlio di Driante, fingendo amicizia, lo accolse alla sua corte. Nottetempo infatti il re ordinò l’uccisione delle Menadi e quella di Bacco. Un certo Tharope (Tharops), popolano del luogo, riuscì ad avvertire il dio del pericolo imminente. Licurgo attaccò le Menadi uccidendole tutte. Bacco, che aveva lasciato il grosso del suo esercito su un lido opposto, con repentina mossa traghettò i suoi uomini e sconfisse Licurgo crocifiggendolo dopo avergli tolto gli occhi. A Tharope, che lo aveva aiutato in quel frangente, affidò il regno della Tracia e gli insegnò il rito delle iniziazioni, le cosiddette orge. Tharope a sua volte trasmise gli insegnamenti delle cerimonie e i misteri al figlio Eagro (Oiagros) che le comunicò poi al figlio Orfeo, che per “illustre sapere” cambio diversi aspetti di questi rituali dando origine ai Misteri Orfici.
Le «cerimonie» bacchiche (órgia), che possedevano carattere trieterico, essendo celebrate ad anni alterni, erano svolte da collegi, associazioni cultuali, gruppi minori ponendosi come momenti di festa assieme ai quattro tipi di feste greche statali celebrate in onore di Dioniso (le Antesterie, le Agrionie, le Dionisie contadine, le Grandi Dionisie).
Le órgia avevano anche il nome di feste Sabazie, termine derivato da Sabatius, ulteriore attributo di Bacco. Sabatius, dio della Tracia, venne identificato con il Sole e raffigurato assieme a Mitra in un mitraico con l’epiteto di Invincibile: “Sol Deus invincibilis Mitra et Nama Sabatius” (4). L’appellativo di Sabatius fu poi conferito a Bacco - secondo le antiche glosse, il termine saboi (o sabaioi) era l'equivalente, in lingua frigia, del greco bacckhos (5) - con il quale si volle accennare a quel secondo Bacco a cui fu attribuita l’invenzione di arare la terra col vomere aggiogato ai buoi. I pittori e gli scultori lo effigiarono armato di corna per meglio caratterizzarlo quale figlio di Proserpina, nato con sembianze tauriformi, per rammentare il benefizio da lui reso all'agricoltura con l'invenzione dell'aratro. Nel contempo con l’identificazione del dio quale Sol Invincibilis si volle alludere ai vantaggi arrecati all'agricoltura dal calor dei suoi raggi.
Cicerone, trattando nel De Natura Deorum (6) della paternità di Dioniso, scrive: “Dionysos multus habemus: primum Iove et Proserpina natum; secundum Nilo, qui Nysam dicitur, interemisse; tertium Cabiro patre, eumque regem Asiae praefuisse dicunt, cui Sabatia sunt instituta; quartum Jove et Luna, cui sacra Orphica putantur confici; quintum Nyso natum et Tyone, a quo triterides constitutae putantur” (Abbiamo molti Dionisi: il primo è figlio di Giove e di Proserpina; il secondo è figlio del Nilo e di lui si dice che avrebbe ucciso Nisa; il terzo avrebbe avuto Cabiro come padre, avrebbe regnato sull’Asia e in suo onore sarebbero state istituite le feste Sabazia; il quarto è figlio di Giove e della Luna e a lui si ritiene siano dedicati i riti orfìci; il quinto nacque da Niso e da Tione e si pensa che per lui siano state istituite le Trieteridi).
Per comprendere l’origine delle festa Sabatia occorre conoscere il mito di Dioniso, il Bacco greco, un mito la cui epifania è da ricondursi alla Tracia. Nato dalle ceneri della madre Semele e portato sull'Olimpo dal padre Zeus, causa la gelosia di Era, moglie di Zeus, per la quale rischiava di impazzire, Dioniso lasciò l’Olimpo peregrinando in Africa e in Asia seguito da satiri e menadi. Durante questo girovagare incontrò Arianna, abbandonata da Teseo e la sposò. Infine giunse in Frigia dove la dea Cibele lo iniziò ai Misteri. Secondo un'altra versione Era incaricò i Titani di ucciderlo e, benché Dioniso si fosse tramutato in toro, l’impresa fu portata a termine. Il giovinetto fu divorato, ma i suoi resti furono raccolti da Apollo che li collocò nel suo tempio a Delfi. Una volta defunto, Dioniso scese agli inferi in cerca della madre Semele che ricondusse sulla terra e poi sull'Olimpo. I Titani a loro volta vennero fulminati da Zeus.
In questo “delitto” possiamo riconoscere un antico scenario iniziatico: i Titani si comportano quali Maestri d'iniziazione, in quanto uccidendo il novizio, lo fanno ‘ri-nascere' ad una forma superiore di esistenza, conferendo al fanciullo Dioniso divinità e immortalità. Ma, in una religione che proclamava la supremazia assoluta di Zues, i Titani potevano svolgere soltanto un ruolo demoniaco - e perciò furono fulminati.
Dioniso è quindi un dio che muore e rinasce secondo la tradizione degli dei solari, come lo furono Mitra e lo stesso Cristo (7). L’assunzione del loro sangue e del loro corpo da parte degli adepti si configura come una ri-nascita poiché tale assimilazione permette la completa fusione con il dio. Per questo motivo avvenne il suo smembramento da parte delle Baccanti.
La festa Sabatia si manifesta come orgia dionisiaca connotata da una follia estatica, da un’ebbrezza intesa come mistica esaltazione, un’estasi considerata come una sorta di preludio alla partecipazione del fedele allo spirito divino. Gli adoratori erano convinti infatti che "l'ossesso" fosse posseduto dal dio, come fa intendere il verbo enthusiasmein, che significa “essere posseduti dal Dio”. La follia è l’aspetto essenziale delle orge, una follia provocata dal dio che rende folli i suoi adepti e le loro azioni. Erodoto (8) riferisce l'avventura del re scita, Skylas fattosi “iniziare ai riti di Dioniso Baccheios” a Olbia sul Boristene (Dniepr). Durante la cerimonia (telete), posseduto dal dio, faceva “il baccante e il folle”. Con molta probabilità si trattava di una processione in cui gli iniziati, “sotto il dominio del dio” si lasciavano trascinare da una frenesia che gli astanti e gli stessi posseduti consideravano come ‘follia' (mania).
Scrive Mircea Eliade: “Il Mistero era costituito dalla partecipazione delle baccanti all'epifania totale di Dioniso. I riti vengono celebrati di notte, lontano dalla città, sui monti e nelle foreste. Attraverso il sacrificio della vittima per squartamento (sparagmos) e la consumazione della carne cruda (omofagia) si realizza la comunione con il dio, perché gli animali fatti a brani e divorati sono epifanie, o incarnazioni, di Dioniso. Tutte le altre esperienze - la forza fisica eccezionale, l'invulnerabilità al fuoco e alle armi, i ‘prodigi' (l'acqua, il vino, il latte che scaturiscono dal suolo), la ‘dimestichezza' con i serpenti e i piccoli delle bestie feroci - sono resi possibili dall'entusiasmo, dall'identificazione con il dio. L'estasi dionisiaca significa anzitutto il superamento della condizione umana, la scoperta della liberazione totale, il raggiungimento di una libertà e di una spontaneità inaccessibili ai mortali. Che tra queste libertà ci sia stata anche la liberazione dalle proibizioni, dalle regole e dalle convenzioni di tipo etico e sociale, sembra essere certo; e questo spiega in parte l'adesione massiccia delle donne. L'esperienza dionisiaca però raggiungeva livelli più profondi. Le baccanti che divoravano le carni crude ritornavano a un comportamento rimosso da decine di migliaia di anni; sfrenatezze di questo tipo rivelavano una comunione con le forze vitali e cosmiche che si poteva interpretare soltanto come una possessione divina. E non stupisce che la possessione sia stata confusa con la ‘follia', la mania. Dioniso stesso aveva conosciuto la ‘follia', e la baccante si limitava a condividere le prove e la passione del dio, e questo era, in definitiva, uno dei mezzi più sicuri per comunicare con lui” (9).
Una ‘follia' che costituiva in qualche modo la prova della ‘divinizzazione' (entheos) dell'adepto. L'esperienza era certamente indimenticabile, perché si partecipava alla spontaneità creatrice e alla libertà inebriante, alla forza sovrumana e all'invulnerabilità di Dioniso.
Un ulteriore elemento del rituale dionisiaco consisteva nella falloforia manifestata attraverso un fallo portato dal sommo sacerdote (falloforo) che presiedeva al culto. In occasione delle “Dionisie campestri”, feste dei villaggi che si svolgevano in dicembre, le donne portavano in processione un fallo di grandi dimensioni accompagnandolo con canti. Il motivo di questa presenza risale allo smembramento di Dioniso da parte dei Titani dove il cuore, l’unico organo rimasto del dio secondo il mito, deve essere inteso in senso metaforico ad indicare la sua parte più importante, vale a dire il fallo, vero simbolo dell’indistruttibilità della vita. Infatti nel mondo classico e nella cultura greco-romana il fallo, in quanto generatore del seme, era considerato l'origine della vita.
Come abbiamo visto l’attributo di Sabatius a Dioniso-Bacco deriva dalla Tracia, terra d’origine delle grandi divinità greco-romane come Apollo divenuto Febo presso gli Elleni, Marte-Ares, Mercurio, Bendis-Artemide-Diana e Dioniso-Bacco. Il termine Sabatius quale attributo del dio e della Festa promossa in suo onore, ebbe una vastissima diffusione tanto che in Italia sono numerose le località che da esso traggono il nome. Scrive a tal proposito Paolo Bondi da Fiumalbo: “Era costume degli antichi popoli idolatri di dare ordinariamente ai luoghi, alle campagne, alle città, ai laghi il nome delle deità false e bugiarde in quelli venerate, come il Lago di Marta da Marte al riferire di Omero; la città Sabazia di cui abbiamo già diffusamente parlato nelle anzidette memorie di Trevignano, le campagne all'intorno, il vasto Lago Sabatino e la feracissima valle di Baccano sortirono tali nomi da Bacco e da Saturno detto anche Sabazio. Sabatius enim Bacchus dictus est, et loca ipsi dicata Sabatia, ut scholiastes Aristophanis vetustissimus in Avibus testatur” (10). Ma sono ancora altre le località che derivano dal termine Sabatius come ad esempio, Sabbioncello, nel Comune di Merate (da Sabatius - sacellum: tempio di Bacco).
Bacco, dio della follia, i suoi misteri e le figure delle Baccanti si riverberarono nel Rinascimento in numerose opere sia letterarie che filosofiche come nell’Orfeo del Poliziano e nel componimento La Pazzia, di anonimo autore (11), più volte ristampato fra il 1540 e il 1560 dove, assieme ad altri dei, Bacco è assunto quale esempio della bellezza di coloro che seguono la pazzia: “Di poi sappiate che non sono né ‘ più belli né i più aggraziati, né i più allegri dei in tutto il cielo che quelli che sono della Pazzia amicissimi. Onde pensate voi che avenga che Bacco è sempre giovane e bellissimo? Non per altro se non perch’è sempre in compagnia della Pazzia, vive in continui conviti, in balli in giuochi e in feste”. Per lo stesso Erasmo, autore del celebre Elogio della Follia (1509), la virtù della follia non si limitata agli uomini, ai mortali, ma si estendeva anche agli dei, soprattutto a quelli che gli uomini amavano maggiormente e che risultavano i più spensierati e cioè Bacco, Pan, Cupido e Flora, tutti dei che, in accordo con la follia, vivevano spensieratamente e aiutavano gli uomini a fare lo stesso.
Anche il gioco acquista nel mito bacchico un ruolo importante: furono infatti dei giocattoli gli strumenti che i Titani utilizzarono per attirare il giovane Bacco nella loro rete, oggetti infantili che i sacerdoti del dio portavano con loro in processione in occasione delle feste rituali celebrati in suo onore.
Nel Rinascimento, l’epiteto di folli attribuito a coloro che dipendevano dal gioco delle carte o dei dadi proveniva da diverse realtà. Così scrive Erasmo nell’Elogio (XXXIX): “È decisamente uno spettacolo di spassosa follia vedere a volte gente così schiava del giuoco da sentirsi venire le palpitazioni appena giunge all’orecchio rumore di dadi”. Ma era soprattutto la Chiesa a tenere in spregio la follia dei giocatori, certa della misera fine terrena e ultraterrena di coloro che ad esso si dedicavano (12). Se l’Aretino ne Le carte parlanti considera la carta del Folle quale rappresentazione della stoltezza di coloro che si disperavano per l’angoscia di rimanere privi di ogni bene, concludendo con l’espressione “È proprio pazzia” (13), il Garzoni ne L’Hospidale de’ pazzi incurabili al Discorso XIII dal titolo “De' pazzi dispettosi o da tarocco” suggerisce la comunanza fra follia e tarocchi: [1] - Alcuni hanno nel cervello inserto un spirito sí fatto che, quando qualche volta avviene che si tengano offesi o ingiuriati da qualcuno, con una pazza volontà cominciano a un tratto a contender con quello; e secondo che dalla banda dell'offensore vanno multiplicando l'ingiurie e l'offese, cosí dalla banda sua crescono insieme con l'odio i dispetti continui; onde la cosa si riduce a tale, che taroccando col cervello bestialmente seco, acquista il nome di pazzo dispettoso e da tarocco” (14).
Ritornando ad Erasmo, il giocatore incarna, assieme ai mariti, ai costruttori e ai cacciatori “una delle forme auspicabili di follia; è colui che vive alla giornata e si lascia trasportare dalle benefiche illusioni elargite dalla stultitia, che libera l’animo da tutte le ansie e gli affanni della vita quotidiana. Ma è un genere di follia rischiosa, perché può facilmente degenerare ed entrare nella giurisdizione degli Inferi e delle Furie vendicatrici” (15).
Bacco e follia, giocatori e follia: due binomi inscindibili che aprono un nuovo capitolo nella storia della decifrazione dell’etimo Tarocco. Se la taverna è il regno di Bacco, per la Chiesa un Satana, il dio si esprime con i suoi accoliti ivi radunati attraverso il vino e l’eccitazione che da esso e dal gioco deriva. Bacco è il folle per antonomasia, come folli sono i suoi adepti-giocatori che, come abbiamo fatto notare all’inizio del saggio, sono un tutt’uno con il dio.
Il nome di colui che per primo ricevette le informazioni sui rituali della cerimonie bacchiche con il compito di trasmetterle ai suoi discendenti e questi alle generazioni a venire, si trova comunemente citato come Tharops (Tharope) o Charops (Charope) (16), anche se nei più moderni repertori critici della letteratura greca, Tharops è quasi completamente soppiantato da Charops. Il famoso erudita settecentesco Johann August Ernesti (1707-1781) lo menziona in latino come Tharocus (Tharocs). Pensare che il celebre filologo abbia commesso un errore appare pressochè improbabile data la straordinaria levatura del personaggio, che basò lo studio dei nomi su una ricercatissima analisi etimologica, come in seguito evidenziato (17). Poche informazioni saranno sufficienti per comprendere la grandezza del personaggio: di formazione teologica Ernesti si dedicò alla filologia classica succedendo nel 1734 a J. M. Gesner nella direzione della Thomas Schule di Lipsia. Nel 1756 ottenne il ruolo accademico di eloquenza a Lipsia. La positività del suo metodo critico operò anche nell’area dogmatica teologica con la ricerca della fondatezza documentaria. Delle molte trattazioni ed edizioni di classici greci e latini basti ricordare l’edizione in otto volumi di Cicerone (Halle, 1737) e l’edizione annotata dei Memorabili socratici di Senofonte (Halle, 1737, 8°).
“Il grande merito di Ernesti fu, tra i tanti, quello di introdurre nella cultura del suo tempo la lezione della filologia olandese, che si era già liberata da un pezzo dai condizionamenti teologici e aveva affermato come propria base scientifica lo studio grammaticale. Soprattutto tramite lo sviluppo di questo filone, e in particolare tramite lo studio comparato delle lingue condotto tramite il confronto etimologico, Ernesti arrivò a teorizzare la necessità di interpretare i testi tenendo conto esclusivamente dell’uso linguistico dei vari autori. Ma in che cosa consiste, in concreto, l’ “uso linguistico” a cui allude Ernesti? Non lo si può comprendere senza fare riferimento alla convinzione, diffusissima nel Settecento, secondo la quale il significato dei termini fosse convenzionale e che, per ragioni di economia, una stessa parola potesse ricoprire una pletora di significati. Ciò avrebbe portato con sé alla costituzione, all’interno di una stessa lingua, di cerchie linguistiche differenti, entro le quali l’uso delle parole sarebbe stato determinato da circostanze di carattere temporale, educativo, culturale, politico, sociale, religioso, e così via. Su questa base comune si sarebbe poi venuta a innestare la personalità del singolo autore, senza che tale componente individuale di arricchimento linguistico spazzasse comunque via l’elemento comune, su cui sarebbe stato possibile costruire l’interpretazione. Il compito ermeneutica dell’interprete sta allora, per Ernesti, nell’intendere ogni testo, ogni passaggio dell’autore da interpretare da un punto di vista grammaticale, considerando solo come strumenti ausiliari tutti gli altri elementi, che prima avevano avuto al contrario un peso decisivo, come ad esempio la natura dell’oggetto indagato, gli scopi perseguiti dal testo, ecc. Ernesti andò anche elaborando un metodo che consisteva nell’esame dell’aspetto grammaticale e, ancor più, lessicale del testo, fatto oggetto di attenta osservazione allo scopo di cogliere “che cosa ciascuna parola in una data epoca, in un dato autore, in una data forma del discorso significhi” (18).
Il nome Tharocus è citato dall'Ernesti in una nota ad un passo del De Natura Deorum di Cicerone, dove nei riguardi delle feste Sabatia così scrive: “Sabazia: Festa in quibus Bacchum laetis clamoribus, ac praesertim hac voce Evoë, Bacchantes prosequebantur: a Sabázien, vociferari. Hinc Bacchus, apud Aristoph. in Avibus Sabàzios appellatus. Sacra vero Orphica, quae quarto Dionyso celebrabantur, erant ipsa Bacchi orgia, de quibus nos saepe alibi. Bacchus Tharoco cuidam, a quo Thraciae Imperium accepit, modum tradidit celebrandi orgia: quibus cum nonnulla Orpheus addidisset, Orphica dici coepere”. (Feste nelle quali le Baccanti seguivano Bacco con lieti clamori, e in particolare con il seguente grido Evoë: da Sabázien, vociferare. Bacco, presso Aristofane ne Gli Uccelli è chiamato Sabàsios. In realtà la sacre Orfiche, che si celebravano per il quarto Dioniso, erano le stesse orge di Bacco, delle quali spesso parlammo altrove. Bacco a un certo Tharoco dal quale aveva ricevuto il governo della Tracia, tramandò il modo di celebrare le orge: le quali, quando Orfeo vi aggiunse qualcosa, cominciarono a chiamarsi Orfiche) (19).
Sul motivo dell’attribuzione del nome Tharocus (nel testo Tharoco, in dativo) da parte dell’Ernesti, possiamo ipotizzare due soluzioni: o il celebre erudito desunse quel termine da più antiche edizioni di Diodoro Siculo o da altre antiche opere sulla mitologia greca, oppure, pur conoscendo il nome di Charope, volle chiamare il primo conoscitore e divulgatore delle órgia, con quel termine che sapeva rappresentare l’emblema della follia.
Tharocus diviene quindi aggettivo sostantivato a designare Charope, e poiché ogni discepolo di Bacco è in comunione con il dio, il discepolo diviene Bacco stesso. Un termine, quello di Tharocus, da mettere in relazione con la follia orgiastica del dio da cui ogni discepolo è amato e venerato tanto da divenire un tutt’uno con lui.
Il termine Tharocus acquistò tuttavia un significato ambivalente: di folle mistico da un lato e di idiota dall'altro. Infatti la follia può essere intesa in modi diametralmente opposti. Gli etimi Tarochus e Taroch che Ross Caldwell e lo scrivente hanno trovato in testi letterari della fine del Quattrocento, epoca in cui il Ludus Triumphorum assunse il nome di Ludus Tarochorum, devono essere pertanto interpretati con il significato di folle nella sua accezione negativa (idiota, sciocco) (20). Altro valore è quello di Tharocus in senso mistico, significato conosciuto da colui o da coloro che intellettualmente lo derivarono e che trasformarono in Tarocho, Taroco o Tarroco, per dare il nome a quel gioco attraverso la carta che nella processione dei Trionfi rispecchiava la qualità del dio dell’ebbrezza e della follia: la carta del FOLLE (21).
Dal punto di vista filosofico, se il trascendere nella follia da parte dei discepoli identifica questi con il dio stesso rendendoli una cosa sola con la divinità, nel pensiero cristiano l'immedesimazione del Folle (il non credente) nel Dio di Abramo rappresenta il fine e la conversione ultima della sua esistenza (22).
Alla luce di quanto esposto appare più che naturale che i giocatori chiamassero con il nome del dio della follia quel mazzo di carte. Un dio a cui il popolo aveva dedicato uno straordinario apparato di musiche e di canti ambientati e cantati nelle taverne e che la Corte Estense aveva effigiato in una carta di Trionfi con il fallo scoperto secondo un'iconografia che ci rimanda al mito di Priapo, figlio di Bacco. Infatti quest'ultimo appare ignudo in moltissime sue raffigurazioni (23). Che una specifica carta abbia dato il nome ad un gioco non fu caso isolato: dal più antico trattato da noi reperito sul gioco delle Minchiate (24) siamo a conoscenza che l’ulteriore nome di Ganellino, dato ai tarocchi toscani, deriva dal nome attribuito, in questo caso, al Bagatto.
Non si deve ovviamente pensare che chi giocava al Ludus Tarochorum conoscesse la reale provenienza del nome, ad eccezione di coloro che inizialmente usarono quel termine. Come abbiamo più volte documentato in altri nostri saggi, tale provenienza è rimasta del tutto sconosciuta fin dalla sua prima apparizione. Al di là delle valutazioni degli uomini di cultura, tutte fra loro contrapposte, i giocatori delle taverne che si posero la domanda avranno sicuramente supposto che derivasse o da espressioni di carattere popolare inerenti al gioco, come da noi indicato nel saggio Rochi e Tarochi, oppure da un’attribuzione della Chiesa intesa a bollare come “folli” coloro che si perdevano nel piacere delle carte (25). Come un albero nasce da un unico seme gettando poi numerose radici, così fu per la parola Tarocco.
Concludendo e ritornando a Bacco, il dio compare effigiato nei tarocchi in un mazzo del sec. XVIII, opera dello stampatore belga Vandemborre: il dio, che sostituisce la figura del Papa, è raffigurato a cavalcioni di una botte nell’atto di bere da una bottiglia (26). Non più il Papa della tradizione cattolica, ma il Papa della follia e dei suoi “folli” giocatori (27).
Per un commento a questo nostro saggio e per un'ulteriore indagine sull'argomento in riferimento ai contesti culturali (XV-XVIII secolo), si veda nella versione in Inglese del sito il saggio in quattro parti di Michael S. Howard "Dionysus and the Historical Tarot I".
Note
1 - Walter Burkert, La religione greca di epoca arcaica e classica, Milano 2003, pagg. 318-319. Titolo originale: Greichische Religion des archaischen und klassischen Epoche, Stuttgart, Berlin, Köln, 1977.
2 - Nota al testo n. 3, Walter Burkert, op. cit., pag. 319. Per il nome Bacco si veda: OF5 (trad. it. Frammenti Orfici, a cura di G. Arrighetti, Milano, 1989, fr. 4); Eur. Bacch, 491. Per il nome del dio: Soph. O.T. 211; Eur. Hipp. 560; vedi VI 2.1; Jeanmarie (2) pag.58; M.L.West, «ZPE» 18 (1975) pag.234; S.G.Cole, «GRBS» 21, (1980) pagg. 226-231.
3 - III, 64 s.
4 - La citazione del bassorilievo mitraico è tratta da Francesco Inghirami, Monumenti Etruschi o di Etrusco Nome, Tomo Terzo, Fiesole, 1825, pag. 132.
5 - Cfr: Henri Jeanmaire, Dionysos. Histoire du culte de Bacchus, Parigi, 1951, pp. 95-97.
6 - III, 58
7 - Si legga a questo proposito il nostro saggio Nativitas.
8 - Historìai (Le Storie), IV, 78-80.
9 - Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Vol. I: “Dall'età della pietra ai Misteri Eleusini”, Traduzione italiana, Firenze 1979, pagg. 395-396.
10 - Paolo Bondi da Fiumalbo, Memorie Storiche sulla Città Sabatia ora Lago Sabatino, Firenze, 1836, pag. 124. Per l’Autore, un religioso, l’attributo di Sabatius, oltre che a Bacco, venne conferito anche a Saturno.
11 - Gli ultimi studi lo fanno risalire a Claudio Tolomei. Cfr: Paola Malaguti, a cura di, La Pazzia, Banca Dati “Nuovo Rinascimento”. Testo on line:
http://www.nuovorinascimento.org/n-rinasc/testi/pdf/pazzia/pazzia.pdf
12 - Sull’argomento abbiamo dedicato diversi articoli fra cui Il gioco delle carte e l’azzardo; Saggia Pazzia Piacevole Pazzia; L’Hospidale de’ Pazzi Incurabili; Il Theatro de’ vari e diversi cervelli mondani.
13 - Cfr. ivi l’articolo Il Theatro de’ vari e diversi cervelli mondani.
14 - Cfr. ivi l’articolo L’Hospidale de’ pazzi incurabili.
15 - Antonella Gallo, Follia e gioco d’azzardo nel Seicento spagnolo: un ritratto semiserio del “Tahúr”barocco, tra censura e divertimento, in Maria Grazia Profeti, a cura di, Follia, Follie, Firenze, 2006, pag. 107. Sui giocatori e il gioco d’azzardo nella Spagna del Seicento si vedano: Francisco Luque Fajardo, Fiel desengaño contra la ociosidad y los juegos, Madrid, 1603 e Francisco Navarrete y Ribera, La casa del Juego, Madrid, 1644.
16 - Con il nome di Tarophs è, fra altri, citato da Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica (Βιβλιοθήκη ἱστορική), III, 64 s, e Christian August Lobeck, Agloaphamus Sive de Theologiae Mysticae Graecorum Causis Libri Tres, Darmstadt, 1829.
17 - A nostro avviso, risulta pressoché impossibile che Ernesti abbia preso un abbaglio o che si tratti di un refuso. L’errore sarebbe saltato subito agli occhi, specialmente ad un erudito attento quale era Ernesti. Potremmo ipotizzare ad un refuso se quel filologo avesse riportato una parola alquanto similare a Charope o Tharope (ad esempio Dharope o Sharope o altri similari), ma non certamente con un termine completamente diverso quale è Tharoco.
18 - www.filosofico.net/ernesti.htm
19 - M. Tullii Ciceroni,Opera Philosophica, Ex Editione Jo. Aug. Ernesti cum notis et interpretazione in usum Delphini, variis lectionibus, notis variorum, recensu editionum et codicum et indicibus locuplentissimis accurate recensita, Volumen Tertium, Londini, 1830, pag. 1033. Liber III, XXIII-58. Nota t.
20 - Il significato di folle appare fra l’altro più calzante che quello di idiota attribuito al termine tarochus come troviamo in un passo di una maccheronea di Bassano Mantovano e di taroch, interpretato con sciocco, presente nella Frotula de le dòne del trovatore astigiano Giovan Giorgio Alione (entrambi della fine del sec. XV). Riportiamo entrambi i passi, rimandando per completezza di informazioni ai nostri saggi Dell’Etimo Tarocco e Taroch 1494:
Bassano Mantovano
Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.
Mia suocera era con me, e questo folle pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi.
Giovan Giorgio Alione
Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
Ancôr gli è - d'i taroch = ancora ci sono dei folli.
Occorre inoltre ricordare che la parola tarato, nel suo significato di persona mancante di intelletto, ben si addice ai folli in quanto privi di logica raziocinante. Si confronti al riguardo l’articolo sopracitato Dell’Etimo Tarocco.
21 - Al riguardo si legga anche la nostra considerazione sul significato della parola bachiach al saggio Taroch: nulla latina ratione.
22 - Sulla figura del Folle come "il non credente" si veda il saggio iconologico Il Folle.
23 - La carta del Folle dei Tarocchi di Ercole I d’Este.
24 - Si veda nostra disamina all’articolo Trattato sul gioco delle Minchiate.
25 - Veber Gulinelli nella sua opera Delle carte da gioco italiane, Carpi, 2011, pag. 77, suggerisce una derivazione dal binomio letterario latino medievale "Tartarus oculis", che in volgare significa "inferno, occhi", ossia Tarocchi, per evidenziare, secondo la morale cattolica, che quelle carte erano gli occhi dell'inferno o del demonio, per dannare chi le usava.
26 - Bacco si trova raffigurato, assieme ad altri dei, anche nel mazzo di carte a carattere filosofico-moraleggiante commissionato da Filippo Maria Visconti a Marziano da Tortona il quale lo fece dipingere da Michelino da Besozzo. Si veda all'articolo Bologna e l'invenzione dei Trionfi. In mazzi moderni, Bacco è effigiato nella carta del Folle del Tarocco Neopitagorico realizzato dal Dr. John Opsopaus, storico del mito greco e della cultura neopitagorica.
27 - Per un supplemento a questo nostro saggio, si veda l'intervento di Michael S. Howard dal titolo Dionysus and the Historical Tarot: 15th - 18th Century Cultural Contexts visibile, per il momento, nella Sezione in Inglese dei "Saggi Ospiti".
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