Saggi di Andrea Vitali

I Paradossi del Lando

Una lode all'inventore dei tarocchi (1543)

 

Ortensio Lando (ca. 1510 - ca. 1558), agostiniano, teologo e medico, fu un celebre umanista. Prima di stabilirsi definitivamente a Venezia, dove da poligrafo prestò i suoi servigi per i migliori editori di quella città, viaggiò lungamente attraverso la nostra penisola e in Europa trovando riparo in Francia in seguito ad una sua satira contro Erasmo da Rotterdam. Oltre a tradurre Cicerone e l’Utopia di Thomas More, scrisse moltissime opere, fra cui saggi, orazioni, panegirici e novelle.


Lo scritto di nostro interesse porta il titolo di Paradossi, cioè sentenzie fuori del comun parere, novellamente venute in luce, la cui edizione princeps apparve a Lione per i tipi di Giovanni Pullon da Trino nel 1543 (1). Divisa in due libri, egli dedicò il primo Al’Illustrissimo Signore il S. Cristofaro Madruccio V. di Tr. & Amministratore di Br, (Cristofaro Madruzzo, 1512-1578), nel 1539 principe-vescovo di Trento e  nel 1542 di Bressanone, e il secondo Al molto illustre e reverendo Signore il S. Cola Maria Caracciolo V. di C. e Assistente di Sua Santità (Nicola Maria Caracciolo, 1512-1567), vescovo di Catania dal 1537, familiare e camerlengo di Paolo III, consigliere regio su incarico di Carlo V nel 1546.

 
Quando Lando incontrò il vescovo Madruzzo, non ricevette da subito una favorevole accoglienza, ma col tempo si instaurò fra i due una stima reciproca che portò lo scrittore a seguire, da segretario, il vescovo in un suo lungo viaggio nell’Italia centrale.


L’opera, composta da trenta paradossi, riprende il tema dibattuto nell’Europa del Cinquecento e che trova i suoi maggiori interpreti in Erasmo, More, Agrippa, Montaigne e Donne (2), della “visione tormentata del reale, cui sottosta il fine ambizioso di dimostrare il carattere drammati­co della conoscenza - magari all'interno di una esposizione essa stessa drammatica - ed il valore propedeutico della menzogna come strumento indiretto di verità” (3). Lando evita gli argomenti gratuiti e l’elogio del banale o dell'insignificante. Al contrario sceglie tipologie fondamentali della opinionecomune,tendendo ad insidiarne le convinzioni. Tutto ciò che per convenzione è creduto brutto, nefasto, riprovevole, in realtà si manifesta quale fonte di verità edificante per l’anima. Ad esempio, il paradosso della pazzia appare come un "autentico manifesto scherzoso della propensione del Lando verso un recupero dei valori di innocenza e di fiducia in Dio contenuti negli ‘evangelici precetti’, sino al punto di negar valore alla convivenza civile e alla politica stessa" (4).


Subito dopo la pubblicazione di quest’opera, Lando diede alle stampe la Confutatione del libro de paradossi nuovamente composta, et in tre orationi distinta, in cui si definì "pestilenzioso autore [...] privo di giudicio e di discorso". Questo scritto non deve tuttavia intendersi quale palinodia delle idee precedentemente espresse, quanto piuttosto come il tentativo di costituire un polo dialettico atto a giustificare il paradosso e la sua contraddizione.


Questi alcuni argomenti dei Paradossi inclusi nell’opera:


Che meglio sia l’esser brutto che bello
Meglio è d’esser ignorante che dotto
Meglio è d’esser pazzo che savio
Che la donna è di maggior eccellenza che l’uomo
Esser miglior vita parca della splendida e sontuosa
Esser miglior la guerra che la pace
Meglio è esser in prigione che in libertà
Non è cosa biasimevole né odiosa l’esser bastardo
Esser migliore l’ubriachezza che la sobrietà
Meglio è d’esser cieco che illuminato
Che M. Tullio sia non sol ignorante de filosofia, ma di Retorica, di Cosmografia e dell’Istoria
Che Aristotele fusse non solo un ignorante ma anche lo più malvagio uomo di quella età
Che l’opere del Boccaccio non sieno degne d’esser lette, ispezialmente le dieci giornate
ecc


Il Paradosso V, dal titolo Meglio è d'esser pazzo che savio, tratta ovviamente della follia, argomento da noi indagato in rapporto ai tarocchi nei saggi L’Hospidale de’ pazzi incurabili  di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, Mundus Alter et Idem di Joseph Hall e Saggia Pazzia-Piacevole Pazzia di Antonio Maria Spelta. Qui il Lando prorompe in una lode all’inventore dei tarocchi, stimato da lui più che ingegnoso per aver non solo creato un insieme di carte in grado di favorire la vittoria in base al loro valore di presa, ma per aver attribuito al Folle un ruolo ‘onoratissimo’: “Considro alle volte che l'inventore delle carte fusse uomo più di quel che si sti­ma ingegnoso, poi che non solo fa che le vertù: giustizia, tempe­ranza, fortezza, danari, bastoni, e simili cose giostrino e insieme chi di lor più si vaglia contendono, l’un vincendo, e l'altro rimanendo vinto, ma fatto ha di più, che '1 pazzo abbi in cotal giuoco onora­tissimo luogo”.


Considerata l’importanza di questo Paradosso per comprendere il significato e il valore del folle nella sua accezione di savio (sulla medesima prerogativa attribuita alla carta del Folle dei tarocchi si legga il saggio Follia e 'Melancholia'), si riporta per intero, inframezzandolo con note (5), il testo in questione.

 

                                                                                                      V

                                                                MEGLIO È D'ESSER PAZZO CHE SAVIO

                                                                                         PARADOSSO V

 


“Penso indubitatamente che poca fatica averò a persuader altrui che meglio sia l'esser pazzo che savio, essendo stata gli anni pas­sati (per quel ch'intendo) da dui nobilissimi ingegni con larga ve­na di facondia lodata la pazzia”. (1)

 

(1) Èipotizzabile che l’autore si riferisca al poemetto anonimo (forse di autore senese) La Pazzia, più volte ristampato dal 1541 e all’Elogio della Follia di Erasmo, pubblicata nella sua traduzione volgare a Venezia nel 1539.

 

“Anderò adunque solamente facendo la scelta di quelle poche cose che da loro sono state pretermesse (non so però se per inavvertenza, o pur perché di soverchio racolto avessero). Dico adunque ricordarmi già di aver letto ne' libri de' filosofi che a voler essere in questa vita felice, bisognava esser pazzo, il che facilmente crederò sovenendomi d'un buon uomo, il quale era impazzito d'una si nuova spezie di pazzia ch'egli credeva che tutte le navi che nel porto arrivassero, fussero tutte sue, e perciò avanti che giugnessero le andava a rincontrare, col volto, e col cuore tutto pieno di gioia e contentezza, e così parimenti quando elle si partivano per far viaggio in Levante o in Ponente, buona pezza di via le accompagnava, pregandoli di buon cuore felice vento e prospero viaggio". (2)


(2) d’un buon uomo, il quale era impazzito:
L'aneddoto si modella su quello di Orazio, Epistulae II. 2, 128-140: «Fuit haud ignobilis Argis, / qui se credebat mi­ros audire tragoedos / in vacuos laetus sessor plausorque theatro, / cetera qui vitae servaret munia recto / more, bonus sane vicinus, amabilis hospes, / comis in uxorem, posset qui ignoscere servis / et signo laeso non insanire lagoenae / posset qui rupem  et puteum vitare patentem / hic ubi cognatorum opibus curisque refectus / expulit ellèboro morbum bilimque meraco / et redit ad sese, 'pol, me occidistis, amici, / non servastis' ait, ' cui sit extorta voluptas / et demptus per vim mentis gratissimum error’» (Visse ad Argo un uomo di buona condizione che credeva di assistere a tragedie affascinanti in un teatro vuoto, dove sedeva felice e applaudiva; per il resto per i suoi doveri della vita era normale: buon vicino, ospite amabile, gentile con la moglie, sapeva assolvere gli schiavi, non s'infuriava se trovava manomesso il sigillo di una bottiglia, sapeva evitare un burrone o un pozzo aperto. Quando, dopo una cura costosissima che gli fecero subire i parenti, a base di ellèboro puro per la bile, il malanno guarì ed egli ritornò in sé: 'Accidenti a voi, amici miei' disse 'voi mi avete ammazzato, non salvato; strappandomi la fonte del piacere, mi avete tolto l'illusione più dolce della mente').

 

“Il che, risapendo poi il fratel­lo che con sua mercatanzia di Sicillia ne quei tempi venne, forse in­vidioso di si buona fortuna, dettelo nelle mani di alcuni valenti fi­sici, li quali risanandolo, di quella gran contentezza lo privarno, e essendogli di ciò rimasto qualche poco di memoria, giurò più vol­te che mai non visse più lietamente che in quel stato si vivesse. Io per me non lego mai questo aventuroso accidente, che tutto d'in­vidia non mi struga e consumi. Non è similmente cosa degna d'in­vidiare che un uomo di bassa condizione e quasi della fece popu­lare, per virtù della santissima pazzia, entri in cosi fatto umore ch'egli si creda d'essere imperadore, e senta nel cuor suo tutte quelle contentezze che sentir sogliono e veri imperadori? Trovasi ancora al presente, nel reame di Francia, un orafo molto eccellen­te, che tiene per cosa certa che madamma Margarita figliuola di Sua Maiestà gli abbi da esser consorte, e fermamente si persuade che essa non meno di lui il disidri e con diligenza tacitamente pro­curi, stranamente in publico e in palese maravigliandosi per che tanto si tardino queste sue nozze”. (3)

 

(3) madamma Margarita figliuola di Sua Maiestà: Margherita di Francia (1523‑ 1574), figlia di Francesco I e sposa (1559) ad Emanuele Filiberto di Savoia.

 

“Mi soviene ancora aver udito raccontare dal mio maestro essersi ritrovato in Milano un servi­dor comasco, il quale, dalla pazzia confortato, s'avea formato nel­la sua camera il concistoro con e cardinali, vescovi, e arcive­scovi e per un'ora del giorno (che tanto n'avea impetrato dal padrone) chiudevasi in camera, ponevasi in sedia come nuovo pappa, porgeva il piede a' baci, ricevea ambasciatori, faceva cardinali, espediva bolle, mandava brievi e creava nuovi ufficiali per la sedia apostolica e poi tornava a soliti servigi". (4) 

(4) Lando parla qui della novella di Triunfo da Camarino, inserita nelle Porretane (1483)di Sabadino degli Arienti: “epso Triunfo pattegiò che ogni giorno vo­leva una ora di tempo per lui... Onde accadea che, avendo facto lui ogni giorno tutto quello dovea fare ed era obligato, se ne andava per il tempo che quella ora avea pattegiato nella sua camera, e quella molto bene serrata che persona non li potesse entrare senza sua licenzia, distendea al muro l'epsa camera una cortina di tela nera, in la quale era dipinto il papa cum li cardinali, in modo quando fanno concistoro, e multi ri, principi, signori e duci cristiani. E poi in luoco de lo im­peratore presso loro, cum uno diadema in capo e cum uno sceptro in mano or­natose, se poneva; e incominciando in persona del papa a propore certe cose... di­ceva... E come existimava avere in questo piacere consumato fora, talvolta più presto e talvolta più tardi, usciva della camera... e a questo modo, beccandose dolcemente il cerveletto, se persuadeva per quel tempo essere imperatore”.   

 

“Ditemi (vi prego): qual Sa­pienza umana avrebbe potuto imaginarsi un si maraviglioso dilet­to? che più grata maniera d'invenzione avrebbe potuto un uomo rappresentare alla fantasia? Certamente io non so perche si adiri­no alcuni d'esser detti pazzi, essendone sempre ritrovato un infi­nito numero, e quasi ognuno liberamente confessando esserne que­sto mondo una gabbia, ma penso io che molti il dichino e pochi sel credano, altrimenti non se ne farebbe tanto rumore quando altri fusse detto pazzo. N'ho pur veduto molti nella patria mia pazzi più di Grillo, che li pareva di pareggiare di senno Solomone, il quale solo fra gli Ebrei ebbe titolo di savio, ma quanto però fusse savio chiaro vi puote apparire e da gli idoli a' quali sacrificò, e dalle molte concubine quai sostenne, e longamente nudrì". (5)

 (5) Grillo: Il medico della commedia dell'arte.

 

“Numera la bugiarda e ambiziosa Gretia sette savi, il che considerando M. Tullio par se ne rida,  affermando che chiunque le lor azioni minuta­mente considerasse, ritrovarebbe esserci [D3r] mescolato più paz­zia che sapienza”. (6)

 

(6)  M. Tullio par se ne rida: da Cicerone, De officiis III. 16: “Nemo enim horum sic sapiens, ut sapientem volumus intellegi, nec ii, qui sapien­tes habiti et nominati, M. Cato et C. Laelius, sapientes fuerunt, ne illi quidem septem, sed ex mediorum officiorum frequentia similitudinem quandam gerebant speciemque sapientiam” (Giacché nessuno di questi fu sapiente a tal punto da corrispondere al nostro modello di sapiente, né quelli che furono ritenuti e chiamati sapienti, Marco Catone e Caio Lelio, furono veramente tali, e neppure i famosi sette, ma dall’applicazione assidua dei doveri relativi avevano una certa somiglianza e apparenza di sapienti).

 

“Oh quanti se ne sono conosciuti in ogni età, che sol per contrafare il pazzo si sono liberati da infiniti danni, e se fus­sero stati pazzi da dovero pensate quel che arebbeno fatto, poi che solo il simularlo puote essere cagione de tanti beni. Quanti se ne viddero già andare assolti da commessi furti, e da crudeli omicidii, per esser tenuti pazzi? Non è solito di dar il cielo si graziosi privi­legi se non a celeste schiatta. Non vi voglio racontare l'istorie an­tiche, perché pensomi che ciascuno n'abbi sofficiente cognizione; certamente, quanto più mi profundo nella contemplazione della pazzia la trovo tuttavia cosa sopra modo giotta e delettevole, e ve­gola tutta piena di belle commodità. Io vego il pazzo non prendersi cura di posseder stati, di edificar ville, di prender moglie, di esser ne guelfo ne ghibellino, e quelli che noi riputtiamo savi diligente­mente tutte le predette cose cercare. Chi più saggiamente in ciò operi, e successi poi ottimamente lo manifestano. Vego ancora il pazzo niente sollecito del mangiare, né del vestire, e quelli che sono detti savi mai rachettarsi, ma di cosa veruna contentarsi non pò tutta l'industria umana, non pò la dea Copia col suo corno a' lor insaziabili desiderii sodisfare. Considrisi ora chi più s'accosti a gli evangelici precetti, per li quali si vieta lo soverchio pensiero e del vestirsi e del pascersi. Il pazzo non si cura degli onori, sprezza le grandezze, e rifiuta i primi luoghi, e a quei che tenemo savi d'altro già non si cale, e per conseguir preminenze, per acquistar prelature, soffrono caldo e gelo, perdono il sonno e anche spesse volte col sonno la cara vita; ora per voi stessi giudicate chi megliol'intenda, e qual veramente alla voce d'Iddio più ubidisca. Chiunque è impazzito non conosce tanti puntigli d'onore, non abada a duvelli, non piatisce la civile (7), non doventa per tre scudi bersaglio degli archibusi, non si fiacca il collo correndo le poste  (8), non si fa servigio de' signori indiscreti, non languisce per amor di dame, né vago diviene di bionde treccie o di vermiglie guancie; non paga dazii, né tributi, a niuno finalmente è soggetto, ma vive più d'ogni altro libero e franco; può dir ciò che vuole si de principi come de private persone, senza riceverne pugnalate o minacce udire; non ha bisogno il pazzo di retorico artificio per farsi attentamente e con dilettazione ascoltare, né per mover il riso".


(7) non piatisce alla civile = non fa ricorso ai tribunali: In Boccaccio, Decameron II. 10, 9:  “come egli fa­ceva talvolta piatendo alle civili”.
(8) non si fiacca il collo correndo le poste =non si fiacca il collo correndo velocemente, in frettaprobabilmente da Ariosto, Sa­tire I, 99: “di mercè degno è l’ir correndo in posta”; 112-114: “gli è perche alcu­na volta io sprono e sferzo / mutando bestie e guide, e corro in fretta / per mon­ti e balze, e con la morte scherzo”.

 

“Oh che vena di eloquenza mi fora al presente mestieri per dir compi­tamente la virtù della pazzia, la quale è tanta che sol il fingerla dette moltissime volte occasione del vendicarsi di ricevute ingiurie, aperse ancora facil adito all'intelligenza de' fatti altrui. Ha de' matti la Fortuna spezialissima cura (9) e da gravissimi pericoli come cari figlioli sovente guarda? non viveno i pazzi per la maggior parte sani e gagliardi? e donde nasce questo se non perchè non si pigliano affanni, né intraprendono mai querele?

(9) Ha de' matti la Fortuna spezialissima cura: Erasmo, Encomium LXI, pag. 220: “amat fortuna parum cordatos, amat audaciores” (Ama la Fortuna gli imprudenti, ama i più audaci);  Ariosto, Orlando furioso XXX, 15: “la Fortuna, che de' pazzi ha cura”.

 
"Sono veramente i matti cosa celeste, hanno spirito di profezia, sono pieni di furor divino, e di qui nasce ch'ognuno tanto se ne diletta, e i principi gli tengono si cari. Ho veduto principi lasciar da canto come bestie uomini litteratissimi per divisare co' pazzi; ho similmente veduto molti signori li quali, a' pazzi larghissimi doni facendo, lasciavansi doppo le spalle servidori, benvoglienti, e creditori quasi ch'io non dissi languir per fame. L'è pur a fede mia cosa troppo maravigliosa, che sempre tutti gli uomini eccellenti abbino avuto un ramuscello di pazzia. Guardate qual profession volete, e trovarete ch'io non mento, siano scultori, pittori, musici, architetti, o ver litterati; e qual buon poeta oggidi si truova che alquanto pazzarello non sia? veramente chiunque ha più del pazzo, sente anche più del poeta e se l'Ariosto non ne avesse avuto piùche buona parte (10), mai avrebbe intonato versi né tant'alti, né si ben culti".


(10) se l'Ariosto non ne avesse avuto più che buona parte:
Ariosto, Satire II, 148-151: “Ma chi fu mai si saggio o mai si santo / che di esser senza macchia di pazzia, / o poca o molta, dar si possa vanto? / Ciascun tenga la sua, questa è la mia”.

 

"E si vergognaremo poi d'esser tenuti pazzi? Io certamente per esser di me sparsa upinione che alquanto ne participassi, so bene quante commodità e quanti vantaggi n'ho riportato. Altri di me si rideva, e io lor tacitamente ucellava e godendo de' privilegi pazzeschi sedeva quando altrui, che ben forbito si teneva, stavasi ritto, coprivami quando altri stava a capo ignudo, e saporitamente dormiva quando altrui non senza gran molestia vegliava. Considro alle volte che l'inventore delle carte fosse uomo più di quel che si stima ingegnoso, poi che non solo fa che le virtù: giustizia, temperanza, fortezza, danari, bastoni, e simili cose giostrino e insieme chi di loro più si vaglia contendono, l'un vincendo e l'altro rimanendo vinto, ma fatto ha di più, che 'l pazzo abbi in cotal giuoco onoratissimo luogo. Ebbe costui, né si pò negare, giudizio perfetto e forse che anch'esso vidde quel che vego io, cioè non esser al mondo persone più legate e serve di chi si persuade e appetisce d'aver luogo fra quelli che son tenuti savi, tanti sono e riguardi, tanti e rispetti e le avertenze che di aver lor bisogna, de' quali il pazzo non si cura punto. Stassi egli sempre gioioso e spensierato, non si riposa nella prudenza, non rifugge alla fraude, non ha ricorso all'astuzia, non si confida nell'altrui favore, né anche cio accadrebbe in alcun tempo, avendo di lui Iddio cura e protezione. lo non dubito che molti de' nostri modemi catoni meco non si adirino perche tanto inalzi la pazzia, de' quali vorrei sapere se letto hanno mai le Divine Scritture. E chi più di loro la esalta? chi più la magnifica e ingrandisce? chi con più efficaci parole condanna la sapienza? E noi temerari vorremo da quelle discordare e abracciar non solo quel che da Iddio è biasimato, ma anche odiato? lo trovo che le più valorose nazioni di Europa hanno supremo tittolo di pazzia, e non di sapienza. Incomminciamo un poco da' Francesi (11), quai pazzi chiamarano Paulo in prima, a' Galati scrivendo, il che poi si raferma dall'interprete santo Gerolamo; e Ireneo vescovo di Lione gli chiama anoitus, che nella volgar nostra lingua tanto sòna quanto a dir "senza mente", e in tutto pazzi; né d'altra upinione fu Giulio Firmico nelle sue Astrologhe Commentazioni". (12)


(11) 
Incomminciamo un poco da' Francesi: Lando fu filofrancese e probabilmente per loro svolse il ruolo di spia e di propagandista politico.
(12) Giulio Firmico nelle sue astrologhe commentazioni: In Firmico Materno, Matheseos libri VIII I. 2, 3:«Galli stolidi»; 4: “nec Gallicam stoliditatem Mercu­rii sapientissimum sidus exacuet” (Né il sapientissimo splendore di Mercurio stimolò la stoltezza dei Galli).

 

"Quanto valore abbino però sempre mostrato nell'arme, n'è testimonio il Levante col Ponente, e forse ancora gli Antipodi, fin dove credo rizzati sieno molti loro trofei; ma non solo nell'arme chiari e illustri apparvero, che fiorirono anche di liberalità e di religione, si come appare per molti tempii onorevolmente in varie provinzie dificati, e al presente forse più che mai fiorirebbono se non fussero tanto vaghi di apparir savi. Andianne ora in Portugallo: non hanno mostrato e stolti Portughesi e forze estreme, e ingegno acutissimo, e ardir incredibile negli indiani acquisti? non ha Portugallo infiniti segni d'esser più dell'altre provincie del celo amiche, avendo e più belli e leggieri cavalli del mondo, dandoli per metropoli e capo del regno una Lisbona non men nobile e memorabile che grande e ricca, con porto di mare, col famoso e onorato fiume Tago che per quella dolcemente passa, situata poi in luogo alto, e da tre uguali colli legiadramente ornata? Vegniamo in Alemagna ove trovo i Svevi reputati più degli altri sciocchi; quali però si fussero nelle lor facende divinamente Cesare ce lo mostrò ne' suoi Commentari. Discendiamo ora in Italia dove quattro nobili città ritrovo, Siena, Modena, Parma e Verona, tutt'a quattro notate dell'esser sopra l'altre pazze, e veggiamo un poco come l'abbi Iddio dotate di bellissimi privilegi, e spezial cura sempre n'abbi. primariamente Siena (la vecchia)  (13) è sopra de ameni colli fondata, gode d'un sereno e puro celo, piena d'onorati edifizii, fruttuose ville, salutiferi bagni, copiosa di ricche e buone vettovaglie, ornata di vaghe e cortesi donne, abondante de giovani disposti, vecchi discreti, fanciulli ubidienti, servi fedeli, contadini pazientissimi": 


(13) Primieramente Siena: La pazzia dei senesi è motivo tradizionale. Cfr. Dante, Inferno XXIX, 121-123: “E io dissi al poeta: " Or fu gia mai / gente si vana come la sanese? / certo non la francesca sì d'assai!", Boccaccio, Decameron VII. 3; Aretino, Cortigiana, Prol. 

“Ma di Siena siami per ora detto a bastanza, che alla no­bil Parma me ne vado, la quale siede in un bello e grasso piano, lieta però di vicine montagne, ricca d'illustri e poderose fa­miglie, feconda de sacerdoti e coraggiosi soldati, li quali per virtù della dolcissima pazzia son fatti a' lor vicini quasi formidabili. Ta­cerò io il cacio parmegiano del qual mangiando, dico fra me stes­so che se per tal vivanda prevaricò il padre Adamo, esser degno d'iscusa, e tutte le volte ch'io ne asaggio, non posso invidiare né l'ambrosia, né il nettare di Giove. Farò io errore se fra i molti or­namenti di quella città vi ripongo dui virtuosi giovani e di animo, e di natura fratelli, de' quali l'uno si chiama Gabriele, e l'altro Lionello Tagliaferro ? (14) non credo certo che alcuno di tal fallo ripigliar con ragione me ne possa, tanto son benigni, accostumati e ospitali".

(14) Gabriele ... Lionello Tagliaferro: Gabriele fu letterato, giurista e militare al servizio di Ottavio Farnese, poi governatore di Castro; autore del Della Dignità del Principe, e dell'origine di qualunque Dignità libri X, oltre a Egloghe in versi re­citabili.

 

“Che dire di Modena? (15)certamente non so donde mi debba in­cominciare le sue divine lodi, perciò che se incomincio dagli inge­gnosi artefici di rotelle, de forcieri, veluti, drappi meschi, forbici, guanti, e altre cose a sostentamento del cuorpo appartenenti, le quali vi si ritrovano di tutta perfezione, temo non fare ingiuria al conte Uguccione Rangone, (16) il quale, alla età nostra, è un vero es­sempio di cortesia e di bontà; e se faccio primieramente menzione de' molti valentissimi soldati che da quella uscire sogliono, temo non offendere la bellezza e rara gentilezza delle donne modenese, la quale è tanta che pare che il debito chiega che di loro so­pra tutte 1'altre cose si favelli; ma dalle donne facendo principio, non arò io giusta cagione di temere che di ciò offesi ne rimanga un infinito numero de studiosi giovani, studiosi dico delle lettere greche, latine, toscane, sacre e profane”.

 

(15) Che dirò di Modena?:La lode dei ceti artigiani della città è da leggere come propaganda religiosa surrettizia della fattispecie popolare dell'eresia modenese. 
(16)Uguccione Rangone: Condottiero morto nel 1554.o forse il marito di Lucrezia, sorella di Claudio Rangoni, morto nel 1544.  


“Passaromene adunque con si­lenzio, e a Verona farò diritto e ratto volo, della quale, volendo parlare, disidro (come disse colui) un fiume, anzi un torrente di eloquenza. Verona fu detta quasi Veruna, veramente una, degna de cui scrivino le più dotte penne, e parlino le più diserte lingue; prende suo nome dal vero, di cui fu sempre amicissima; il sito è grazioso, ivi si prende gran diletto dal contemplare acque corren­ti, colli ameni, monti fruttiferi, campagne ampie e aperte; d'indi, come dal cavallo troiano, escono uomini e da guerra e da lettere, non vi manta industria mercantile, stimasi grandimenti la nobiltà, né per danari e nobili con gli ignobili facilmente si mescolarebbo­no e per darci ancora meglio a vedere quanto Iddio l'ami, dato gli ha per pastore il bon Matteo Giberto gloria e onore dell'ordine episcopale, qual mai non vego che non mi paia di vedere una vi­va imagine di Ambruogio, o di Agostino. Vedete ora, come vero si trova il comun detto, che Iddio ha cura de' matti? non vi pare che gli abbi trattato meglio dall'altre nazioni? Non mi voglio stender più oltre, poi che tal argomento è stato da altri e forse con miglior modo trattato. Sono adunque da esser molto ben riveriti e pazzi poi che Iddio tanto gli ama, e hagli col suo amirabil consiglio eletti, per confondere la sapienza di questo mondo, volendo che le più nobil città, e le più valorose nazioni, pazze e non saggie ritenute siano" (6).

 Note

 

1 - In Italia la prima edizione è del 1544, Venezia, Al segno del Pozzo (Andrea Arrivabene).
2 - Accanto a The Paradox di John Donne si vedano i titoli alla nota sottostante.
3 - A. E. Malloch, The Techniques and Function of the Renaissance Paradox, p. 202: “Such works as Erasmus’ The Praise of Folly, Agrippa’s The vanity of Arts and Sciences, and Montaigne’s Apology for Raimond Sebond become methods of forcing the reader to assert (with More) that knowledge is dramatic [and that] their very way of leading is itself dramatic”.
4 - Marziano Guglielminetti, Storia della civiltà letteraria italiana, III, p.112.
5 - Le note al testo inserite sono state parzialmente desunte da Antonio Corsaro (a cura di), Ortensio Lando. Paradossi cioè Sentenze fuori dal Comun Parere, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, Studi e Testi del Rinascimento Europeo 8, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2000.
6 - Desideriamo ringraziare Nazario Renzoni, componente dell'Associazione Le Tarot, per averci informato dell'esistenza di questo testo.


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