Saggi di Andrea Vitali

Ruzante, il villano

Bagatelle, traditori e trionfi al gioco delle carte nelle opere di Angelo Beolco

 

Angelo Beolco detto Ruzzante o Ruzante (Padova o forse Pernumia, ca. 1496 - Padova, 1542) fu drammaturgo, attore e scrittore. Figlio naturale di un medico docente all’università della sua città, godette della protezione di Alvise Cornaro, proprietario terriero e architetto, il quale gli commissionò due orazioni da recitarsi presso la corte di due suoi cugini, i Cardinali Marco e Franco. Angelo morì nella casa del Cornaro causa “disordini” e “dissipatezze”. Fu autore di diverse commedie (fra le più importanti La Pastoral, La Betìa e La Moscheta), di sonetti, lettere, orazioni e dialoghi.


Prendendo spunto da diversi passi di due sue commedie (La Pastoral e La Moscheta), si coglie l’occasione per ulteriormente indagare alcuni argomenti già oggetto di nostri studi: nello specifico il significato di bagatella (1) e di traditore (2), assieme ad un’espressione popolare inerente al gioco delle carte in età Cinquecentesca.


La Pastoral
, commedia “a la villana” (3), ci è tramandata da un’unica testimonianza, oggi nel codice Marciano it. IX 288 (= 6072) della Biblioteca Marciana di Venezia, cart., in 4° (152 X 205) miscellaneo, della prima metà del sec. XVI. La sua composizione si colloca con tutta probabilità nei primi mesi del 1518, quando Beolco aveva all’incirca 22 anni. Strutturata in 20 scene in un unico atto, il componimento  risulta diviso in due parti, di cui la prima (Proemio) è scritta in terzine a rime alterna e in lingua, mentre la seconda è in prosa vernacolare.

 
La storia inizia con la narrazione dell’amore respinto del vecchio Mileso per la ninfa Siringa e la morte per suicidio dell’amante deluso. Un pastore di nome Mopso, accortosi della morte di quest’ultimo, sviene. Arpino, un altro pastore, credendoli morti entrambi, decide di dar loro onorata sepoltura. Per farsi aiutare va in cerca del contadino Ruzante il quale accetta solamente per potersi impossessare degli abiti dei due defunti. Accortosi comunque che Mopso era soltanto svenuto, fa chiamare dall’amico il medico Mastro Francesco, pentendosene poi quasi immediatamente dato che avrebbe dovuto rinunciare agli abiti di Mopso. Tuttavia intende approfittare della presenza del medico per estorcergli una cura per il padre, da tempo ammalato. Mopso rinsavisce, il padre di Ruzante muore e di questo il medico viene ringraziato da Ruzante perché finalmente egli può ereditare il bestiame e la casa del padre. Mileso viene sepolto sotto l’altare di Pan con annesso sacrifico di un agnello, divorato con gusto da Ruzante.

 

Con questo componimento il Ruzante mirava a porre in evidenza come il mondo aulico, bucolico e pastorale cantato dal Sannazzaro nella sua Arcadia, fosse oltremodo falso, denunciando l'impossibilità di raccontare la realtà contadina attraverso strutture predefinite, come un racconto teatrale o letterario. Fra i diversi personaggi la figura del medico acquista caratteri autobiografici laddove lo si ponga in relazione con Giovan Francesco Beolco, padre del nostro, del quale Ruzante era figlio naturale e non legittimo, fatto che determinò nel figlio sentimenti di odio-amore. Così scrive Giovanni Calendoli al riguardo: "Mastro Francesco è generalmente considerato un prototipo arcaico della maschera del Dottore ed è invece un'inquietante figura allegorica: un cinico dispensatore di vita e di morte, un enigmatico e torvo angelo luciferino” (4).


Come abbiamo sottolineato nel nostro saggio iconologico Il Bagatto, bagatella è una parola italiana antica, ancora utilizzata ai nostri giorni, a significare "cosa di poco conto, una quisquiglia, una stupidaggine". Questo termine è utilizzato dal Ruzante in alcuni passi della commedia:

 
La Pastoral

 
Scena XIII - vv. 837-852


Medico


Laga pur andà                   
flòtoli e canzò,
cu’ fa sti babiò
che per fas bei                       
i s’unze i capei
d’ogi di belzovich,
e pos ados vesich
di musch e zibet,                   
e così che va sora vet;
de not co i lauut
i fa desdar i put,
e no fa otre ‘che col’;
e va portand i zocol
a l’espagnol, i scarp
e altre mille farb
e bagatel.

 
"Lascia pur perdere frottole e canzoni, come fanno questi babbei che per farsi belli essi si ungono i capelli di olio di belzoino e si mettono addosso vesciche di muschio e di zibetto, e cose che vincono il vento [profumi]; di notte con i liuti essi fanno svegliare i bambini, e non ottengono [niente] oltre a quello; e vanno portando gli zoccoli alla spagnola, le scarpe e altri mille fronzoli e bagatelle".

 

Scena XIII -  vv.873-878

Medico

 
A’ ‘l toca più la camisa, 
ca ‘l zupò.
Vèdit sto compagnò
che quas gi è al bordel
per andà dri a sti bagatel
e a sti fusari!

 

"La camicia è più importante del giubbone [detto proverbiale, significante che più importanti sono i bisogni elementari, quelli che ti toccano più dappresso]. Vedi tu questo compagnone [in riferimento al corpo di Mopso] che è quasi in malora [al bordello] per andar dietro a quelle bagatelle e a queste sciocchezze da donne [(lett. reggifusi]".


Altro termine che viene tradotto in italiano con bagatelle è zagarele, parola che troviamo nel Proemio. Si tratta del diminutivo di zacchera, cioè una bazzecola. Così il Dizionario della Crusca: “Zacchera è uno schizzo piccolo di fango, che altrui si getta, in andando, su per le gambe, al quale diciamo anche Pillacchera. Lat. Latum. Zacchera per metafora è vocabol generico di tutte le cose vili, e di poco pregio. Lat. recula. Zaccarella, diminutivo.

 

Pastoral


Proemio a la Villana

 

El m’iera viso
ch’a’ fusse in un paraiso,
e tante belle pute
che s’a’ la risea tute;
e può’ alora vegnire,
a’ no so s’a’ saveré dire,
una bella tosa
che vegnia de l’ascosa,
e sì vegnia cantando
e saltolando,
com fa ste matarele,
digando mille zagatele
de lo Amore;
e parea che l’aese dolore,
sì andasèvela criando;
e sì andasea sunando
violle da una zuogia.
Cancaro a sta duogia!

 

"Mi era parso che fosse un paradiso, e tante belle giovinette che se la ridevano tutte (1); e poi allora venire, non so se saprò dire, una bella fanciulla, che veniva da un luogo nascosto, e veniva cantando e saltellando, come fanno queste pazzerelle, dicendo mille bagatelle sull’Amore; e pareva che ella avesse dolore, sì ella si andava lamentando; e sì [pareva che] andasse spiccando viola da una ghirlanda (2). Canchero questo dolore!".

 
(1) L’attore si rivolge qui alle fanciulle presenti fra il pubblico, sedute su gradinate di legno.
(2) Il classico “M’ama non m’ama”

 

Sul significato della carta dell’Appeso, che  rappresenta la pena comminata nel medioevo ai traditori, abbiamo ampiamente discusso in due nostri saggi (5). Il termine traditore (assieme alla sua variante traitor) era epiteto tradizionalmente affibbiato ai contadini. Il motivo di questa attribuzione risiede nel fatto che i contadini non partecipando come gli abitanti delle città alla vita politica e sociale, non sentivano come proprie le problematiche della comunità. Essendo il loro interesse esclusivamente legato al cibo e alla sopravvivenza, potevano mutare il loro atteggiamento in base al proprio tornaconto ritenendo logico passare ai nemici, considerati solo tali dalle autorità politiche, se trovavano in questi una più favorevole disponibilità.

 

Muzio Attendolo Sforza denunciato nel 1412 dall’Antipapa Giovanni XXIII come traditore per essersi alleato ad un suo nemico, il re di Napoli Ladislao, venne bollato infatti come villano “Per ordine del Signor nostro Papa fu dipinto su tutti i ponti e su tutte le porte di Roma, sospeso pel piede destro alla forca, quale traditore della Santa Madre Chiesa, Sforza Attendolo e teneva una zappa nella mano destra, e nella mano sinistra una scritta che diceva così: Io sono Sforza vilano de la Cotignola, traditore, che XII tradimenti ho facti alla Chiesa contro lo mio honore, promissioni, capitoli, pacti aio rocti”. Ovviamente lo Sforza non fu mai un contadino, ma il dipingerlo con una zappa in mano oltre a definirlo villano, è da valutare quale mossa funzionale per squalificarne il carattere.

 

Ne La Pastoral e ne La Moscheta, due passi sono significativi al riguardo: 

 

La Pastoral

 

Scena XX - vv. 1575-1580                           


Medico

Or, al nom de Dè,                 
pia u po’ quel pé.
Oh, ch’hoi dit?
A’ sun mez sbalordit
co sto villà traitor:
che ghe vegni i dolor!

 
"Ora, al nome di Dio, piglia un poco quel piede. Oh, che ho io detto? Sono mezzo frastornato per via di questo contadino traditore: che gli vengano i dolori!".

 

 Il titolo dell’opera teatrale La Moscheta (fra il 1527 e 1531) riflette il “parlar moscheto”, termine dialettale che stava ad indicare la parlata cittadina, più colta e raffinata del gergo popolaresco dei contadini del padovano, quello in cui si esprimeva tendenzialmente il Ruzante. Divisa in due atti, con un prologo narrato da un villano, racconta la storia del contadino Ruzante, che parlava in moscheto, il quale travestitosi per mettere alla prova la fedeltà della moglie Betia, viene da questa cornificata una volta che la donna ne comprende l’inganno. Fra i personaggi, oltre ai due citati, troviamo Menato, un villano compare di Ruzante, con il quale la moglie cornifica il marito, e Tonin, un uomo d’arme bergamasco.

 

La Moscheta

 

Atto Secondo - Scena II

Tonin

 

Ho aldít semper di ‘che l’amor fa deventà omegn gross, e che l’è  casò de gra dolor e de gra plasí, e che ‘l costa de gross daner e fa ach deventà u valent’om poltrò. E mi, ch’a’so’ valent’om, per amor de no fa desplasí a la mia inamorada, a’ n’ho volut responder a quel vilà traditor de so marít. Ol m’ha dit in plaza tata vilania, come se ’l m’avess trovat a lecà i so tagier: e che so’u poltrò, e che so’ un asen, e che la mia pel non val negota. E no gl’ho volut respondí.

 

"Ho sempre sentito dire che l’amore fa diventare gli uomini sciocchi, e che è causa di gran dolore e di gran piacere, e che costa molti denari e fa diventare poltrone anche un valente uomo. Infatti io, che sono un valente uomo, per non fare dispiacere alla mia innamorata, non ho voluto rispondere a quel villano traditore di suo marito. Mi ha detto in piazza tanta villania, come se mi avesse trovato a leccare i suoi piatti, che sono poltrone, che sono un asino, e che la mia pelle non vale niente. E io non gli ho voluto rispondere".

 

Riguardo il gioco di carte in epoca Cinquecentesca e il termine trionfare, appare interessante conoscere un modo di dire popolare sopravissuto, con varianti, fino ai giorni nostri. Quando infatti un giocatore pone sul tavolo carte di presa vincenti, non è raro che sberleffi gli avversari con parole tipo “prendetevela in quel posto” (se non addirittura con modi più osceni). Un’espressione che viene usata anche in altre situazioni come ad esempio nel gioco del calcio dove non è raro sentir dire: “Vi abbiamo ficcato quattro palle su per il c…”.  Un’espressione dallo stesso tono si trova in un dialogo fra il Medico e Ruzante ne La Pastoral, di cui riportiamo anche le note, con qualche nostra aggiunta, curate da Giorgio Padoan (6):

 

La Pastoral

 

Scena XIX - vv. 1498-1514 

Medico  


Mètei d’i cristieri.                                  
Che me faris cantar san Peri!

 
Ruzante

 

Cum, cancaro, d’i cristieri?
Oh, il morbo a i sbieri,
che v’ha lassò sta gonella.
Al corpo de Sancta Bella,
mo la va ben ben!
Pota, el me sconvien
pur ch’a’ me dispute,
se le rise pur tute, ste tose.
Per sta sancta Crose,
quando a’ zuogo a rumpha
el dise ch’a’ triumpha
me barba Mio,
perché el dise «de drio
se ghe meti i cristieri».

 
"Medico: Mettigli dei clisteri. Che tu mi faresti trovar san Pietro (1).
Ruzante: Come, canchero, dei clisteri? Oh, [venisse] il morbo agli sbirri che vi hanno lasciato questa veste! (2) Al corpo di santa Isabella, ma la va ben bene! Potta, mi conviene pure che mi difenda, se elle ridono pur tutte, queste ragazze! (3) Per questa santa Croce, quan­do gioco a runfa (4) il mio Barba Bartolomeo dice che ha tutte le carte vincenti quando dice: «I clisteri gli si mettono di die­tro» (5)".

 
(1) Nel senso di bestemmiare, cioè perdere il controllo di sé. Anche nel­la Bulesca: «me fare catar san Piero».
(2)  Che vi permettono di continuare ad esercitare la professione.
(3)  Le ragazze che fanno parte del pubblico a cui egli si rivolge.
(4) Gioco di carte (ronfa e propriamente «serie di carte d'uno stesso seme »: Tiraboschi)
(5) L. Zorzi spiega (Introduzione a: Ruzante, Teatro, Torino, Einaudi, 1967, pag. 1306 n. 222): «mio zio Bartolomeo mi avverte di `trionfare', cioè di giocare il seme da lui desiderato, dicendo la frase conven­zionale: `Di dietro si mettono i clisteri' (con allusione, credo, alla serie di carte della ronfa, da mettersi l’una dietro all'altra)». Ma ancor oggi nelle osterie del Veneto quando un giocatore ha in mano tutte le carte vincenti le getta una dietro l'altra sul tavolo con esclamazioni di soddisfazione e di scherno per i vinti, simili a quella qui ricorrente (motto proverbiale, con allusione oscena, che viene a dire: «chi l'ha da prendere nel sedere, lo prenda», cioè peggio per chi perde).

 

Note

 

1 - Si legga al riguardo il nostro saggio iconologico Il Bagatto.
2 - Sulla figura e il significato della carta dell’Appeso come traditore si veda l'omonimo saggio iconologico.
3 - Commedia a la villana composta per miser Anzolo Biolco da Padoa dita la Pastoral. Interlocutori: Siringa nimpha, Milesio pastor, Mopso pastor, Arpino pastor, Lacerto pastor, mastro Francesco medico, Ruzante villano e Zilio villano, Bertuol servo.
4 - Cfr: Giovanni Calendoli, Dall'Arcadia ideale all'Arcadia reale, in “Ruzante” , ed. Corbo e Fiore, Venezia, 1985, pagg. 59-60.
5 - L’Appeso e Il Traditore. 
6 - Angelo Beolco il Ruzante, La Pastoral - La Prima Orazione - Una lettera Giocosa, Testo critico, tradotto ed annotato da Giorgio Padoan, Medioevo e Umanesimo 32, Editrice Antenore, Padova, 1978.

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