Saggi di Andrea Vitali

Tarocchi e Inquisitori

Nella Serenissima e nel Trentino, fra "Strighe" e "Preti Diabolici"

 

Le carte da gioco erano molto amate a Venezia e fabbricate fin dai primi del Quattrocento. In seguito la loro produzione venne messa a tal punto in pericolo dall’importazione di carte realizzate altrove, da indurre il governo veneziano a prendere seri provvedimenti.

In una lettera inviata da TommasoTemanza al Conte Francesco Algarotti il 22 ottobre 1760, leggiamo: “Qui in Venezia certamente, molto prima del 1460, si facevano di tali stampe, e qui da altrove ne capitavano. Nella vecchia matricola di questi nostri pittori (ella sa, che qui s'appella matricola il libro delle leggi di ciascuna dello arti) al capo XXXIII si legge: MCCCCXLI, adi XI. Otubrio. Conciosia che l'arte, et mestier delle carte, e figure stampide, che se fano in Venesia è vegnudo a total deffaction e questo sia per la gran quantità de carte da zugar, e fegure depente stampide, le qual vien fate de fuora de Venezia, ala qual cosa è da meter rimedio, che i diti maestri, i quali sono assaii in fameia habiano più presto utilitade, che i forestieri. Sia ordenado, e statuido, come anchora i diti maestri ne ha supplicado, che da mo in avanti non possa vegnir over esser condutto in questa Terra alcun lavorerio de la predicta arte, che sia stampido, o depento in tella o in carta come sono anchone (1) e carte da zugare, e codaun altro lavorerio dela so arte facto a penello, e stampido, soto pena di perdere i lavori condutti, e liv. XXX, e sol. XII, pag. 6 dela qual pena pecuniaria un terzo sia del Comun, un terzo di signori iustitieri vechi, ai quali questo sia comesso, e un terzo sia del accusador. Cum questa tamen condition, che i maestri, i quali fanno dei predetti lavori in questa Terra, non possano vender i predetti suo lavori fuor delle sue botege sotto la pena preditta, salvo che de merchore a s. Polo e da sabado a s. Marco sotto la penna predetta. Nel millesimo, e zorno soprascritto fo confermando lordene soprascritto per i spettabili, et generosi homini mis. Nicolò Rondimelo, mis. Ieronimo Querini, e mis. Andrea Barbarigo honorandi provedadori de Comun. Et per i spettabili signori lustixieri vechi  mis. Ieronimo Contarini, e mis. Nadal Malipiero, el terzo absente, mandando, e comandando, che de cetero la sia observada in tutto, e per tutto. Da questa legge, o sia Parte, come qui si chiama, rilevasi che nel 1441 vi fosse in Venezia l'arte di far carte e figure stampide, e che qui da altrove, forse dalla vicina Germania, ne capitassero. E quel dirsi, che tale arte qui fosse in deffaction, cioè in decadenza, ci rende avvertiti che prima del 1421 foss'ella in istato florido, e che i nostri artefici molto ne profittassero; cose tutte assai anteriori di tempo al predetto Maso (2). Io ho un forte sospetto che fin dal principio di quel secolo qui si lavorassero stampe in legno. Certi pezzi laceri di stampe grossolanamente impresse, da me veduti, che rappresentano qualche antica situazione di questa nostra Laguna, me l'hanno svegliato. Io ce n'ho, e potrei fargliene vedere. Ma afferriamoci al certo, cioè all'accennata legge, nella quale parmi riflessibile che le cose che facevansi qui, fossero carte e figure stampide, e quelle che venivano da altronde, fossero carte da zugar e figure depente stampide. Quel depente fa tutta la differenza; il che ci dimostra quanto sia antico il colorire le stampe. Forse se ne colorivano anche in Venezia, ma la semplicità e rozzezza dello scrivere di quei tempi, non ce lo lascia distinguere nel documento (1).


(1)
Immagini, o tavole, dette in Venezia Pale d’altari
(2) Maso Finiguerra (Firenze, 1426 - Firenze, 23 agosto 1464), fu incisore e orefice, specializzato nell'arte del niello.


Ma se le carte da gioco, che comprendevano anche i tarocchi, venivano utilizzate per  divertimento, non di rado divenivano ingredienti fondamentali per rituali magici - in particolare la carta del Diavolo - come risulta dal nostro articolo Lo Scongiuro del Tarrocco, di cui questo nuovo saggio ne rappresenta integrazione. Diverse donne vennero infatti denunciate per questo motivo.


Solitamente le strighe, come qualsiasi altro malfattore, venivano denunciate da persone conosciute o per mezzo di una denuncia segreta, pratica che ritroviamo negli Statuti medievali di moltissime città. La segretezza della denuncia garantiva infatti l’accusatore da un’eventuale vendetta da parte del denunciato. Vari sono i termini che denotano questo tipo di denunciante: persona secreta, fin’hora secreta, per hora secreta, ecc.

 

Lo storico Paolo Preto ci informa su questo particolare tipo di denuncia: «Come si scrive e si inoltra una denuncia segreta? Il denunciante secreto, o chi agisce per conto di persona secreta che si riserva di comparire in un secondo momento, scrive, o si fa scrivere da altri, se è analfabeta o non vuol correre il rischio di far riconoscere la propria calligrafia, la polizza, cedola, scrittura, denuncia, su un foglio di carta e lo chiude in una busta con il nome della magistratura, o del magistrato in carica in quel mo­mento; se chiede una taglia, una voce liberar banditi (2)oaltro compenso previsto dalla legge, precisa che comparirà, o di persona o tramite terzi, per la riscossione, e munisce la denuncia di un contrassegno, stracciando un lembo del foglio (o di un altro piccolo foglio allegato) su un riquadro dove è disegnato un ghirigoro e si trattiene lo scontro o incontro (cioè il lembo stracciato), che poi esibirà, o farà esibire, “per conseguir il premio ed beneficio”: oppure pratica un taglio circolare, della dimensione di una lente di occhiale, e trattiene la “particola” di carta. Spesso la denuncia viene inoltrata direttamente al magistrato, o al suo segretario, in ufficio o anche nella sua abitazione, chiusa in una sopraco­perta, cioè una doppia busta, per meglio conservare la riservatezza o l'a­nonimato; talvolta è consegnata a un nobile estraneo alla magistratura cui si riferisce, il quale poi la consegna ai Dieci. C'e chi la manda per posta ordinaria (ma è caso raro), chi tramite un amico o un fante della magi­stratura; chi risiede in terraferma, e non si fida (caso frequente) di conse­gnarla a un rettore o altro magistrato locale e neppure di infilarla in una cassella obocca di pietra, la manda per corriere, in sopracoperta, ai Dieci o agli Inquisitori, o ai loro segretari e fanti, o a un amico veneziano, che poi ne cura l'inoltro» (3).


                                            casella 1

                                                        Cassella o bocca di pietra, con maschera ed epigrafe
                                                                        Treviso, Casa da Noal, Via Canova


                                             casella 2

                                                       Cassella o bocca di pietra senza maschera, con epigrafe
                                   Venezia, Palazzo Ducale (già loggia ovest, pianoterra, ora deposito museale)


A Venezia l’attività penale della giustizia era amministrata dal Consiglio dei Dieci. Accanto a loro esercitavano anche gli Inquisitori di Stato, la cui costituzione avvenne nel 1539 col nome di “tre inquisitori sopra qualunque si potrà presentir di haver contrafatto alle leggi, et ordini nostri circa il propalar delli segreti”. Il rito inquisitorio instaurato dal Consiglio dei Dieci era fondato sulla segretezza in ogni fase del procedimento. Con le formalità procedurali ridotte al minimo e senza poter contare sulla difesa di alcun avvocato, in completa balia degli Inquisitori, l’imputato aveva l’onere della prova. In tutto ciò gli accusatori e i testimoni restavano segreti.


Quanto segue è una denuncia, avanzata da persona segreta, contro i fabbricanti di gazzette (monete dal valore di due soldi) false:

 

                Illustrissimi et Eccellentissimi Signori Colendissimi.

Io persona secretta mi offerisco di far venir nelle mani della sua giustitia quel­li che hanno condotto et dispensato molta quantità di gazzette false della sorte che io li fo presentar con questa, da quali saperano dove si stampano e fors'altre valu­te simili ad altre della sua cecca, perciò supplico Vostre Signorie Eccellentissime che, trovata per opera mia la verità di quanto io li espongo, che si degni a conce­dermi tutti quei benefficij che son concessi dalle leggi a chi palesa monetarij et fal­sificatori di valute, et che le piacerà anco sottoscriver la presente acciò senza pale­sar il mio home et metter a pericolo la mia vita possi, trovata la verità, ricever gli benefficij sopradetti, perché mi offerisco, sottoscritta che sia questa, di dargli testi­monij talli che imediate veniranno in luce delle cose sopradette. 23 agosto 1604 (4)

 

Sempre dallo storico Paolo Preto veniamo edotti sulle prese di posizioni riguardanti i bestemmiatori (5) «Sulla bestemmia grava spesso il sospetto di eresia, e quindi l'atten­zione del Santo Uffizio; il 19 ottobre 1548 i Dieci rivendicano con de­cisione la competenza su tutte le espressioni blasfeme (tipo “al co [n] spet­to di Dio!, al co[n]spettazzo di Dio” dove e esclusa una valenza ere­ticale e tuttavia in numerosi casi accettano denunce e istruiscono pro­cessi anche per bestemmie palesemente ereticali. Le denunce secrete sen­za sottoscrittione in materia di bestemmie giungono agli Esecutori o ai Dieci o agli Inquisitori di stato: talvolta i Dieci le passano agli Esecuto­ri per il processo, viceversa altre volte, quando sembrano esserci impli­cazioni penali o politiche più gravi, sono gli Esecutori a passarle ai Die­ci, che poi decidono se gestire in proprio il processo o restituirlo agli Esecutori o delegarlo con il rito a qualche rettore di terraferma.

 

Il 17 agosto 1557 “una persona qual vuol, per li rispetti del mondo, esser te­nuta secreta”, denuncia “uno scelerato, un traditor, homo nimico del nostro Signor messer Iesu Christo” il quale “ritrovandosi inanzi la ima­gine della gloriosa Vergine Maria habbia dato quatro ferite a detta glo­riosa imagine et dattoli con la mano nelli occhi, facendoli le fiche: pu­tana ti ho pur fatto da drio et davanti”; ottenuta una voce liberar ban­diti l'anonimo denunciante accusa il sarto Carleto da Peschiera, che vie­ne condannato a morte: “gli siano tagliate la mano destra e la lingua, sia condotto a coda di cavallo sino a S. Marco, gli sia tagliata la testa, il cor­po sia squartato in quattro parti ed appeso alle forche” (6).


Un’altra Istituzione, tesa a garantire la giustizia nel caso di un’eventuale mala atione del Consiglio dei Dieci e di concussione da parte di amministratori pubblici, era costituita dagli Avogadori di comun, i quali deliberavano inoltre in materia di “gratie et offici”.

 
Riguardo gli eretici, erano deputati ad inquisirli i tre Savi dell’eresia, organismo nato con l’istituzione del Santo Uffizio nel 1249. Presenti in tutti gli atti dei processi, potevano sospendere le sentenze ritenute ingiuste in quanto contrarie alle leggi. Numerose  furono le lettere, con o senza sottoscrizione, indirizzate ai tre Savi denuncianti persone colpevoli, o presunte tali, d’eresia. Si trattava essenzialmente di eretici, streghe, giudaizzanti e in generale di uomini di mala vita.

 
Dai documenti dell’Archivio di Stato di Venezia (ASV) riportiamo  alcune denuncie al riguardo di donne considerate in qualche modo eretiche o streghe e che, fra l’altro, erano ricorse ai tarocchi (usualmente alla carta del Diavolo) per compiere rituali magici:


9 ianuarii 1592 [1593]

           Contra Claram habitantem in Biri.

           Illustrissimi et Eccellentissimi Signori sopra la Inquisition.

Ritrovandossi in questa città una sceleratissima donna, la qual non ha timor di Dio nè della Giustitia, ma havendo il spirito diabolico avanti di lei, come essa ha avuto ardir di far un incantamento con tarochi, terra de morti, cori e statue di cera et altre ribaldarie di grandissima importanza con far oratione al Diavolo, oltra di cio si fa lecito butar fave, come il tutto si offerisse una persona, la qual vol esser te­nuta secretta, giustificar con testimonii degni di fede, ma pero adimanda essa per­sona secretta a Vostre Signorie Illustrissime et eccellentissime venia et perdono se havesse falato in alcun conto con la sopradetta dona et questo farà persona secretta per discargo della sua conscientia, mentre che le Vostre Signorie Illustrissime si de­gnerano far meter parte nell'Eccelso Consilio de Dieci di concederli facoltà di poter liberar un bandito a tempo, ogni volta se la giustitia di Vostre Signorie Illustrissi­me sarà venuta in luce di tal fatto et conventa et castigata che sia essa malvagia don­na et alla bona gratia di Vostre Signorie Illustrissime humilmente mi raccomando (7).

 

Con una denuncia senza sottoscrittione alcuni igno­ti (peraltro poi individuati nel corso del processo) accusano nel novem­bre 1584 Giustina, vedova del barcaiolo Nadalin e “scelerata herbera publica”, di bestemmie, “strigarie et incantesimi [...] et molte altre simil et pegior furfanterie”, ma la povera donna è assolta e due presunte ac­cusatrici sono ammonite dagli Avogador di comun (8);  il 28 gennaio 1590 una lettera anonima accusa Perina Trevisana, meretrice, di bestemmie, “buttare fave” per conoscere il futuro e bollire intrugli per conquistare l'amore (9);il 20 giugno 1591 Giacoma de Serravalle è accusata di essere “la più sollenne nimica di Cristo, et malvagia femina che viva a dinari, facendosi lecito commeter li piu inauditi, crudeli et detestandi strigarie, herbarie, fatture, incanti, ligamenti et diaboliche malie che si udissero mai; tenendo vita dissonestisima, sporchissima et ladra, et facendo in ciò a tutto suo potere cascar altri” (10); nel gennaio 1593 “una persona, la qual vol esser tenuta secretta” e chiede una voce liberar banditi, svela “una sceleratissima donna” che “ha avuto ardir di far un incantesimo di gran­dissima importanza con far oratione al Diavolo”: da notare che il nome dell'imputata si ricava dall'interrogatorio di Margherita de Rubeis, che presenta la denuncia della persona secretta (11);nell'agosto 1620 sono de­nunciate in segreto l'ebrea tedesca Aghitele, “striga, herbera” e Ricca e Regina Maggio: praticano con cristiani, “fanno molte strigarie et have rovinato alquanti gioveni con li loro fatturie” (12).

 

Agli Inquisitori non interessava tanto l’esito delle pratiche magiche quanto il fine che aveva mosso le streghe a ricorrervi e le loro modalità. La condanna avveniva quando ci si appellava al demonio con la convinzione che questo avrebbe soddisfatto quanto richiesto. Tendenzialmente le signore veneziane non evocavano mai il diavolo, non essendo negromanti in grado di ricorrere a cerchi e formule magiche. Esso era esclusivamente uno dei componenti necessari che il rituale richiedeva. Si trattava infatti di donne considerate buone cristiane, nel senso che andavano a messa e che si comportavano in modo corretto nella vita sociale. Fatto sta che, sapendo pur tuttavia di peccare, in certe occasioni compivano queste pratiche, confidando poi nella confessione per farsi perdonare. Non esiste nessun patto con il Diavolo, ma solo una invocazione a lui diretta non ritenendo fosse il caso di ricorrere al cielo per soddisfare amori peccaminosi. In base a ciò, il rituale prevedeva il capovolgimento di ogni elemento del rito dato che il Diavolo era opposto a Dio: le figure erano quindi messe con “il culo in su”, le candele accese “alla rovescia”, le mani giunte dietro la schiena nel gesto delle fiche, le riverenze fatte con il sedere.


La carta del diavolo del tarocco, essendo facilmente a portata di mano, era l’oggetto più comunemente utilizzato, da appoggiarsi su una scansia con davanti un lumino ad olio che doveva provenire da una lampada da chiesa, mentre lo stoppino doveva essere fatto con la corda della campanella che annunciava l’entrata del celebrante. Il rituale, quasi sempre con finalità amorose, prevedeva che davanti a quel piccolo altare si recitassero paternostri per tre sere di seguito con i capelli sciolti e con le mani dietro alla schiena, indirizzati alle anime dei giustiziati affinché questi intercedessero presso il Gran Diavolo (13).

 
Uno dei processi (14) più famosi (1586) vide come imputata Emilia Catena, accusata di aver compiuto dei martelli d’amore (15): dalle dichiarazione dei testimoni conosciamo gli oggetti utilizzati per i rituali: l’immagine di un diavolo, candele, ossa di morti o terra di camposanto, un cesendello (piccola lampada ad olio), olio di chiesa e corda di campana, fascine, un pignatello, olio comune, un uccello vivo, pane, sale, allume di rocca.

 
Altre indicazioni possono essere ricavate dagli atti di questo processo in merito all’utilizzo della carta del diavolo.

 

Intanto occorreva che la sua immagine non fosse fabbricata in casa, ma che possedesse una specie di riconoscimento ufficiale, essere conosciuta da tutti, cioè pubblica, ottenuta mediante il furto o l’inganno. Maddalena, una delle testimoni al processo, asserì che Emilia “prese un tarocco delle carte, et era il diavolo, che lei lo rubette a posta”. Continuò dicendo che la carta venne appesa sotto il camino delle cameretta dove era acceso il fuoco, non ricordando se accanto ad una Madonna rovesciata. Stella, un’altra testimone, riferì che Emilia “tirò via tutti i santi che erano in quella camera, che io vidi prima i detti santi et poi li vidi tornarli”.


Riguardo al cesendello, così si espresse Maddalena: “… in quel cesendello, che ardeva davanti el diavolo del theroco, la ditta Emilia feva el stopin con una cordesela, che lei haveva tagià da una campanella de una giesa [chiesa], ma che giesa la fosse non ve ‘l so dir… et gli accese quel cesendello inanzi quel diavolo, et io vedeva quel cesendello che ardeva inanzi quel diavolo et lei mi faceva giongere dell’olio secondo che mancava nel cesendello”.


Sebbene il rituale fosse alquanto “all’acqua di rose” rispetto a quelli operati dai veri negromanti, dovette ugualmente comportare una certa tensione nei pochi astanti, stando alla confessione di Stella: “Una povera putta, chiamata Menegha, che a quel tempo stava con la detta Emila, et hera d’anni diece, quando vide quel cexendello inanzi a quel tarocho, le hebbe tanta paura che se ziellò [gelò] tutta, et se messe poi a mal far, et l’è un anno che è morta”.


La formula dello scongiuro che Emila disse di aver recitato davanti al tarocco appariva in effetti molto blanda: “… impizai questa corda in un cesendello con oglio comune et la missi in cucina su un balcon o solariol denanzi un diavolo de un theroco. Et feci arder questo cesendello uno o doi dì dinanzi al detto diavolo, et diceva: Così co ti non è degno d’haver questa luce, così va’ al cuor del tal e dali tormento, e non ci faceva altra oratione”.

 

Diverso il resoconto di Maddalena: “ … lei diceva delli pater nostri per li apiccai, squartai, et accendeva le candele alla rovescia, una all’avemaria et una a 4 hore et l’altra a mezza notte… et scongiurava il diavolo che pigliasse 3 once di sangue al suo huomo, et che, mentre diceva quelli pater nostri per li squartai et apicati, diceva che li dava tormento al suo huomo”.

 

Il Santo Tribunale condannò la Catena alla fustigazione da svolgersi in Piazza San Marco, ad essere pubblicamente messa alla berlina con la mitria in capo -  elemento utilizzato in questi casi per evidenziare i condannati per eresia - e con l’iscrizione a grandi lettere “per striga et herbera” (condannata quale strega e per l’utilizzo di erbe magiche) e che infine  ella dovesse abiurare “uti heretica et apostata a fide”, oltre ad essere costretta per cinque anni agli “arresti domiciliari” in un territorio ristretto fra Menzio e Quarnerio (16). Tutto sommato, una pena lieve.


                                                                      strega con mitria

                                                
                                              Donna accusata di stregoneria  in abito di pubblica abiura
                                                                   Incisione di Bernad Picart, sec. XVIII


Le accuse verso frati e preti furono frequenti nella Serenissima, sia in forma sottoscritta che anonima. Tendenzialmente le trasgressioni riguardavano mancanze nei doveri d’ufficio o condotte sconvenienti se non addirittura peccaminose. A volte l’accusa proveniva da semplici cittadini che si sentivano offesi per l’ingerenza dei religiosi nei loro affari. Ubriachezza, gioco d’azzardo e relazioni sessuali, erano le motivazioni più frequenti, ma non mancarono atteggiamenti più diabolici, come usura, bestemmia, frode e violenza, e persino assassinamenti.  
 

«Il 19 luglio 1638 Anselmo Ferrari, frate agostiniano di Monselice, viene denunciato da Marc’Antonio Andreon che poi minacciato fugge gettando la denuncia nella cassella.  Il Ferrari bestemmia ereticamente, gioca a carte, gira armato, ferisce a fucilate un uomo, bastona, deflora una ragazza, rapisce e stupra un’altra, ha relazioni adulterine, affigge cartelli infamatori contro il podestà e ne cancella le insegne (17).  

 

Un prete Verda, curato di Ponte di Legno, gira armato, va a donne, gioca, aiuta un uomo ad avvelenare la moglie (18).

 

Il 15 aprile 1655, diciannove capitoli di accuse aggravano la posizione dell’arciprete di Agna (Padova)  Attilio Secreti: non fa residenza, perseguita i cappellani, ingiuria e bastona,  alcuni parrocchiani con l’aiuto di una serva  “finissima ruffiana”, converte molte donne sposate “in infimissime puttane”  e le induce alle sue  “ingorde, sfrenate et libidinose voglie”, bestemmia pubblicamente, quando è a Venezia gioca alla bassetta, va a puttane e consuma le rendite del beneficio (19).

 

Domenico Manzini, piovano di Gambarare (Venezia), “tutto che religioso vive a somiglianza di Lucifero pieno di superbia” e come lupo rapace contro i fedeli, passa le giornate in osteria, si ubriaca, gioca, bestemmia, convive con una donna sposata, madre dei suoi due bravi, minaccia vedove e verginelle, tiene cani corsieri (1665) (20)» (21)


Bestemmiatore al tavolo da gioco, oltreché violento, fu tal don Giovanni Battista Molinetti, accusato con sottoscrizione:


                    Illustrissimi et Eccellentissimi Signori.

Inspirato da Dio e per scarico di conscienza faccio intendere alle Eccellenze Vo­stre qualmente in Padova si ritrova un tal don Giovanni Battista Molinetti, qual scordatosi del caratere sacerdotale con scandalo di tutta la città proferisce bestemie et heresie cosi horide che mettono terrore a chi che sia, ancorche non feriscono, et acciò l'Eccellenze Vostre habbiano qualche noticia ne porrò alcune qui scritte. Que­sto tale è un anno che si trova in Padova facendo la sua vitta per il più ne ridotti, onde in casa di Gerardo Marasca gli ho sentito proferire di queste sorte di beste­mie: sangue di quel Dio sbozarado che non ha da far altro che dargli del naso di dietro a lui; ingiusticia di Dio, con l'istesso epitedo di sopra, per haver perduto due o tre poste. Doppo guadagnando un posta disse che ne inchagava in viso alla San­tissima Trinità e gettando via le carte disse: che sia maledetto Iddio che lo teneva a questo mondo solo per mostrare la sua ingiusticia sbozarada, e che se fosse pos­sibile di poter un giorno solo dominar il mondo farebbe vedere che Iddio fa et ha fatto delle grandissime minchionarie. Insomma gli fo sapere che dubito che questo sia il primo bestemiatore che sia al mondo come dalli qui nominati testimonij sen­tirano, mentre nella città di Padova non si dice altro che del horende bestemie che ogni giorno proferisce il prete Molinetti et in tanto niuno sin hora ha ardito di far consapevole l'Eccellenze Vostre per tema del sudetto, poiche chi vuol bastonare, chi vuol uccidere, insomma ogniuno lo fuge per non precipitare, mentre più piu volte è stato in procinto di farsi uccidere, poiche nella casa del sopranominato Ma­rasca fu miracolo di Dio che non lo gettassero giù d'una fenestra. Parlando poi de santi e de suoi miracoli disse esser minchionerie che santi faccino miracoli, ma es­ser noi che gli diamo questa lode; insomma poco crede in Dio e ne santi, poi che in casa sua non tiene che sciopi e pistola con sable [sciabole]apese al letto, dicendo esser quelle il suo angelo custode. Tiene apresso di se un cane deforme, onde dice che Iddio ha fatto una minchioneria a non crearlo anco lui cane, mentre poi non gli darebbe tanto di barba da dietro. Per questa pessima sua vita più e più volte è sta­to dal vicario di Sua Eccellenza sgridato ma questo sempre più fa alla peggio con dire che non gli può far altro che levargli la Santa Messa. Litiga con suoi fratelli, per il che dice che perdendo la vitta gli vuol tagliar la testa e poi andare in Olan­da. Insomma se l'Eccellenze Vostre si contenteranno esaminare il fatto troverano che io non pongo in carta la minima parte dell'enormità di questo prete per non tediarle; con che, pregandole a tenermi secrete, accio questo Giovanni Battista Mo­linetti non mi uccida, mi sottoscrivo.
Dell'Eccellenze Vostre humilissimo devotissimo et obligatissimo servo Pietro Paolo Passarino.
Li testimonij saranno i seguenti: Gerardo Marasca, Giuseppe Navale, Nane dalle Acque, Gerolamo Fatorini speciale, Signor Nicole Prandini, Signor Dottor Franchi, Vicenza Bolognese, che tiene il banco in borgo delle Nogare, Signor Fer­dinando Brusco, Francesco Gratiani, Giulio Bonanome, Pier Antonio Scapino, Si­gnor Angelo Candi e poi in fine quasi tutta la città di Padova. 20 luglio 1695 (22).

 

Non era raro che indagini specifiche sulla buona salute delle parrocchie e sulla condotta dei  preti venissero svolte dai vescovi in occasioni di visite pastorali. Federico Cornaro, vescovo di Bergamo, città che dal 1428 era entrata a far parte della Serenissima, iniziò nel 1564 una visita che si protrasse per ben due anni. Nel 1565 era ad Ardesio, dove interrogò diverse persone fra cui pré Daniele, rettore della Chiesa di San Giorgio. Dagli atti della visita, avvenuta il 20 agosto, sappiamo che il vescovo interrogò il parroco al termine del pranzo svoltosi presso l’abitazione di quest’ultimo. Dopo aver prestato giuramento, al prete fu chiesto:

 

A quale titolo egli possedesse la chiesa parrocchiale

Quale era il valore del beneficio parrocchiale

Se nella chiesa vi fossero benefici semplici

Se nella chiesa parrocchiale vi fossero luoghi pii

Quante anime aveva sotto la sua cura

Se vi fossero sospetti di eresia

Se vi fossero concubinari

Se vi fossero matrimoni clandestini o contratti in grado proibito

Se vi fossero usurai, bestemmiatori e giocatori pubblici

Se vi fossero dei bigami, e degli sposati che coabitavano con altri, nonché altre persone che dessero scandalo in cattivi abusi e irregolarità, ecc.

 

Non convinto delle risposte ricevute dal prete, il quale aveva negato che fra i suoi parrocchiani vi fossero persone malfamate, il vescovo interrogò “il signor Sebastiano fu Melchiorre Gafurri di Ardesio”, un uomo di circa 28 anni che, dopo aver prestato giuramento, rispose sulla vita e i costumi del rettore pré Daniele e sui suoi due cappellani: “Quanto a mr. pré Daniele io l’ho per homo et sacerdote da bene et il quale attende molto ben alla sua cura delle anime et al celebrare le messe et divini officii, ecc”. L’unica diceria sul prete, a cui tuttavia l’interrogato ammise di non dare affatto credito, voleva che il religioso se la intendesse con due monache che vivevano in paese fuori dal monastero. Il vescovo, appurato con ulteriori domande che si trattava solo di male lingue senza fondamento alcuno, continuò l’interrogatorio, domandando se conoscesse qualcuno sospetto di eresia, se vi fossero matrimoni clandestini o contratti in modo proibito, bigami o altre persone che dessero scandalo. Ricevuto risposte negative, alla domanda se vi fossero concubini, usurai, bestemmiatori o giocatori pubblici, il giovane rispose: “Mancho questo non ne conosco alcuni è ben vero che vi sono alcuni quali giocano per spasso a terochi et… ecc” (23).

 

Ovviamente nessun provvedimento fu messo in atto dal vescovo da quanto appreso da questa ultima risposta, dato che il gioco dei tarocchi, seppur non menzionato esplicitamente negli Statuti di Bergamo (Statuta Magnificae Civitatis Bergomi) del 1491, non era elencato fra quelli condannati. Esso infatti era considerato fra i giochi di ingegno, come il Ludus Triumphorum, gli scacchi e il tavoliere (24).

 

Sta di fatto che molti religiosi frequentavano le osterie, luogo di perdizione non solo a causa del gioco, ma anche per la presenza di meretrici. Tre giovani sacerdoti di Feltre, beneficiati della cattedrale, vennero indagati per aver giocato denari a carte e per frequentazioni con queste signore. Dagli atti del processo (25)risulta che i tre preti,  Antonio Dantino, Giovanni dal Canton e Battista Cogo, erano avventori abituali di un’osteria di Tortesen, sobborgo orientale della città, e che conducevano vita dissoluta. Interrogato dal Vicario il proprietario di detta osteria, certo Vittore Fontana, questi rispose che “dormivano tutti in una camera dove che non è altro che un letto et altro mì non so perché loro [i tre religiosi] me pagano  et quando son pagato non cerco più inanci” (26).

Il cursore della curia Pietro Catura, dove aver parlato con le prostitute, riferì che i sacerdoti si recavano in quella osteria quasi quotidianamente, dopo il vespro, vestiti con abiti secolari e con parrucche in testa per non farsi riconoscere: “et ditte meretrice me hanno dito a mi che li ditti pre’ Antonio Sanctin, Pre’ Zuane Canton et prete cadore vano a trovarle de notte transvestidi da laici con calce bianche, con zazzere postizze, armadi chi con bastoni, chi con spadoni, et chi con spada rodella” (27). La pena inflitta fu tuttavia molto blanda: dopo diversi patteggiamenti, considerate le difficoltà economiche nelle quali i tre religiosi sarebbero incorsi, dato che erano stipendiati dalla cattedrale, venne loro concesso di celebrare di nuovo la messa (facoltà in un primo tempo sospesa per tre mesi), con l’obbligo di digiunare il venerdì e il sabato e di recitare in quei giorni i sette salmi penitenziali. Ovviamente venne loro interdetto in perpetuo di frequentare quell’osteria.


Per sottoporre a giudizio un altro sacerdote, causa problemi di territorialità, venne addirittura scomodato il cardinale Ludovico Madruzzo, vescovo di Trento, il quale naturalmente diede il suo consenso. La richiesta fu avanzata dal vescovo di Feltre Filippo Maria Campeggi il 27 gennaio 1563. L’imputato, pre’ Giovanni Fezio, vicepievano di Pergine, era accusato di comportamento violento (in ballo anche l’accusa di aver ucciso un ragazzo al suo servizio, cosa che al termine del processo si rivelò non vera), gioco d’azzardo, concubinaggio, custodia di libri proibiti e l' essersi arrogato prerogative vescovili in ambito matrimoniale (28).     


Il prete ammise di vivere con Apollonia Bigleer e di aver frequentato carnalmente altre tre donne che erano state al suo servizio negli anni precedenti, di aver frequentato le osterie giocando a tarocchi e ai dadi e di aver trascurato di celebrare i divini offici  per andare a divertirsi in osteria. Questa l’ammissione delle sue colpe: “Signor sì ale volte per tenire compagnia ho lasciato stare d’andare in choro per giocare, ma non già con animo di guadagnare, né come giocatore et la maggior somma di denari ch’io giocava era poi de dua in sino tre pauli et il giocho mio era taroco, ho ancora giocato con pre’ Giorgio a li dadi et lui et mi solo, cioè ali dadi col tavoliero d’un carentano et de dui il mazzo” (29). Anche in questo caso, la condanna fu abbastanza mite, considerato che il Fezio era uno dei pochi religiosi che conosceva perfettamente sia l’italiano che il tedesco, lingue necessarie in quel territorio a popolazione mista. L’art. 7° del Memoriale così infatti recitava: “Pauci reperiuntur sacerdotes et ii quidem cum difficultate qui sciant linguam italam et germanam, et predicare catholice verbum Dei, et publicare dies festos in lingua itala et germana, sicuti scit dictus presbite Iohannes, qui ab omnibus eum cognoscentibus, qui eum audiverunt concionantem reputabatur sufficiens et in offitio et in tali exercitio comendabatur”.


Inoltre, il giureconsulto a cui era stata affidata la difesa del prete, giustificò le abitudini concubinarie del sacerdote  sostenendo che nelle diocesi di Trento e Bressanone, come in quelle dell’intera contea del Tirolo, si trovavano sacerdoti che convivevano con donne e che avevano generato anche dei figli e che nessuno di questi era stato rimosso, dal momento che non ci sarebbero stati abbastanza preti per sostituirli. Questo il Memoriale dell’avvocato difensore al riguardo: “In diocesibus Tridenti et Brixinẹ sunt plures sacerdotes gerentes curam animarum qui tenent ancillas ex quibus etiam filios susceperunt et tollerantur quoniam aliter in illis partibus sacerdotes sufficientes haberi non possunt”  (30).


In ogni modo, il Fezio, che aveva alla fine abbandonato queste lusinghe difensive per una richiesta di misericordia, se la cavò con l’ammenda pecuniaria di centocinquanta scudi d’oro che il Campeggi destinò a luoghi religiosi. Sembra che da quel momento in poi il prete iniziasse a condurre una vita virtuosa, perché più nulla si seppe di lui (31).

 

Non si deve pensare che solo nel territorio della Serenissima e nel Trentino esistesse una tal razza di religiosi, essendo il loro un comportamento ovunque diffuso in tutte le regioni italiane. A Salerno, per esempio, dall’elenco nominativo dei sacerdoti colpiti da pene pecuniarie, veniamo a conoscenza che negli anni 1555-58 dei trentun religiosi accusati, cinque lo furono per immoralità e disonestà di vita, mentre gli altri ventisei vennero puniti per rissa, usura, ferimenti, porto d’armi, frodi in commercio, omicidio e gioco di carte (32).  

 

Note

 

1 - Raccolte di Lettere sulla Pittura, Scultura ed Architettura scritte dai più celebri personaggi dei secoli XV, XVI e XVII pubblicata da M. Gio. Bottari e continuata fino ai nostri giorni da Stefano Ticozzi, Milano, Per Giovanni Silvestri, 1822. Collana “Biblioteca Scelta di Opere Italiane Antiche e Moderne divisa in Sei Classi", Classe VI:  Scienze ed Arti. Lettere Pittoriche, Vol. 5. Il testo riportato è contenuto nelle “Lettere su la Pittura”, CLXXIII: Tommaso Temanza al Signor Conte Francesco Algarotti, 22 ottobre 1760, pagg. 485-487.
2 - In cambio dell’informazione e di successo istruttorio, poteva venir chiesto dal denunciante la liberazione di un detenuto (liberal bandito). Se il bando  prevedeva una taglia, questa poteva essere richiesta.
3 - Paolo Preto, Persona per hora secreta. Accusa e delazione nella Repubblica di Venezia, pag. 55. Il Saggiatore, Milano, 2003.
4 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, fz.33, 23 agosto 1604, reg.21, cc.73v-74v. La denuncia, pervenuta da Verona, venne accettata.
5 - Paolo Preto, op. cit., pagg.60 - 61.
6 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, fz.13, 17 agosto 1557, reg. 8, c. 183.
7 - ASV, Santo uffizio, processi, b. 69; n.3.
8  - ASV, Santo Uffizio, processi, b. 52, n. 65, 22 novembre 1584.
9 - ASV, Santo Uffizio, processi, b. 65, 28 gennaio 1590.
10 - ASV,Santo Uffizio, processi, b. 67, 20 giugno 1591, 9 gennaio 1593.
11 - ASV, Santo Uffizio, processi, b. 69, n. 3.
12 - ASV, Santo Uffizio, processi, b. 75, 20 agosto 1620.
13 - Crf: Marisa Milani, Streghe e Diavoli nei processi del S. Uffizio, Venezia 1554-1587, Introduzione, pagg. 5-17, Ghedina e Tassotti Editori, Bassano del Grappa, 1994.
14 - ASV, S. Uffizio, b. 58.
15 - Sul significato di Martello d’Amore, si veda il nostro saggio Lo Scongiuro del Tarrocco.
16 - Cfr: Marisa Milani, Il caso di Emilia Catena “Meretrice, striga et herbera”, in “Museum Patavinum”, Rivista semestrale della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi di Padova, Anno III, pagg.75-97. Leo Olschki Editore, 1985.
17 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, fz. 65, 19 luglio 1638.
18 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, fz. 66, 28 giugno 1639.
19 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, reg. 72,cc. 12v -13v, 26-27 aprile 1655, fz.88, 15 aprile 1655.
20 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, reg. 82, c.79v 5 novembre 1665, fz.98, 17 dicembre 1665.
21 -  Paolo Preto, op. cit., pag. 164.
22 - ASV, Consiglio dei dieci, criminali, fz.122, 20 luglio 1695. Accettata.
23 - Cfr:Bruno Felice Duina, La Comunità di Ardesio nelle visite pastorali del XVI secolo. 1520-1602, pagg. 93, 94, 95. Comune di Ardesio, A.R.D.E.S. Associazione per le Ricerche e le Divulgazioni Etnografiche e Storiche,  2003. 
24 - Si veda in proposito nostro articolo De Ludo in Statutis.
25 -Archivio Diocesano di Feltre (ADF), 31, 635r-652v.
26 - ADF,31,  636v.
27 - ADF, 31, 637v.
28 - Il processo si svolse dalla fine di gennaio alla fine di marzo del 1563, in ADF 37, 296r-367v.
29 - 3ADF, 37, 22r.
30 - ADF, 37, 340r-341v.
31 - Cfr: Claudio Centa, Una Dinastia Episcopale nel Cinquecento: Lorenzo, Tommaso e Filippo Maria Campeggi vescovi di Feltre (1512-1584), in “Chiesa e Storia, Vol. 2”, Cap. VII “Vita e Riforma del Clero durante l’Episcopato dei Campeggi”, pagg. 827- 832). CLV (Centro Liturgico Vincenziano) Edizioni, Roma, 2004.  

32 - Cfr: Antonio Balducci,  Girolamo Seripando arcivescovo di Salerno (1554-1563), Arti Grafiche Di Mauro, Cava dei Tirreni, 1963, pag. 69. 


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Andrea Vitali