Saggi di Andrea Vitali

De Rege Scaccorum, de Imperatore Tarocorum

Il gioco di carte e tarocchi se utile passatempo per letterati e cortigiani

 

Giovanni Andrea Gilio da Fabriano - Fabio Monza - Pedro Enriquez - Baldassarre Castiglione - Torquato Tasso -Niccolò Machiavelli.

Con questo articolo riprendiamo la tematica sul gioco d’azzardo e sui giochi di fortuna e d’ingegno, di cui abbiamo trattato in diversi nostri saggi (1), evidenziando il pensiero rinascimentale in riferimento al gioco delle carte e dei tarocchi se giovevole o deprecabile passatempo per gli uomini di cultura e cortigiani.

 

A parte il gioco degli scacchi, considerato d’ingegno per eccellenza - a quei tempi creduto essere stato inventato da Palamede sotto le mura di Troia come passatempo per i soldati -, gli autori cinquecenteschi concordano nell’indicare quello delle carte, tarocchi compresi, utile alla ricreazione solo dopo che fossero stati svolti tutti gli impegni e le faccende serie della giornata, che non divenisse professione per guadagnare denari, e tanto meno momento per comportamenti scorretti, se non addirittura biasimevoli, verso i compagni e verso Dio.

 

Un esempio di tale ragionamento si ritrova nei Dialoghi di Giovanni Andrea Gilio da Fabriano (?-1584) del 1564 (2),  il quale, riportando quanto Cicerone scrive in riferimento al gioco nel De decoro in iocis et ludis servando in "De Officiis", Liber Primus, Caput XXIX, compone una digressione sull’argomento. 

 

Dialoghi

 

Nel primo de’ quali si ragiona de le parti Morali, e Civili appartenenti à Letterati Cotigiani, & ad ogni gentil’huomo, e l’utile, che i Prencipi cavano da i Letterati.

 

“Molti hanno per gran passatempo il giuoco, del quale io voglio dire quello che ne scrive Cicerone.
Neq; [Neque] n. [enim]  à natura ita generati sumus, ut ad ludum, & iocum facti videamur: sed ad severitatem potius, & ad quaedam studia graviora, atq; [atque] maiora. Ludo autem & iocum uti illum quidem licet: Sed sicut somno & quietibus ceteris, cum gravibus seriisq; [seriisque] rebus satisfecerimus. Ipsum quoq; [quoque] genus iocandi, non profusum, nec immodestum: sed ingenuum, & facetum esse debet. Ut. n. [enim]  pueris non omnem ludendi licenzia damus: sed eam quae honestis actionibus non sit aliena. Sic in ipso ioco, aliquid probi ingenii lumen eluceat. Ludendi etiam est quidam modus retinendus: ut ne nimis omnia profundamus: elatisq; [elatisque]   voluptate in aliquam turpitudinem incidamus. (Imperciocché noi non fummo già dalla natura in guisa prodotti, che paia siamo pel giuoco fatti, e per lo scherzo, ma per la serietà piuttosto e per certe altre più gravi applicazioni e di maggior rilievo. Ma del giuoco e dello scherzo egli è ben lecito il servirsene, però come del sonno e degli altri divertimenti, allor quando avrem soddisfatto a' gravi affari, ed a' seriosi. Ma la maniera medesima di scherzare non debb'essere eccessiva né immodesta, ma civile e faceta. Imperciocché siccome a' giovanetti non diam licenza per ogni giuoco, ma quella, che alle azioni non sia dell'onestà disdicevole; così nello scherzare medesimo vi riluca qualche lampo di buona indole. Nel giuocare ancor serbar si dee una certa misura, per non dissipar troppo ogni cosa e dal piacere trasportati non traviamo in qualche sconcezza) (3). Qual meglio harebbe potuto dare la regola e ‘l modo di passar tempo col giuoco? Del quale non doverebbe l’huomo esser tanto perduto, che altro mai pensi giorno, e notte, che di giocare e giucarsi ogni cosa: il che molti hanno spesso fatto; ma disputar l’hore convenevoli al giuoco come al dormire, & à l’altre cose tali, e questo dopo che haremo sadisfatto à le cose gravi e d’importanza. Il giuoco vorrebbe esser faceto allegro e havere in se qualche parte da tener desto l’ingegno, perché i giuochi dishonesti non si convengono à letterati, ne a cortigiani civili, Però io loderei il giuoco de’ scacchi, ritrovato nel campo de’ Greci da Palamede per imitare un fatto d’armi, nel qual giuoco v’è l’ingegno solo, vi cadono le burle, i motti faceti, & altre cose convenevole ad ogni grado di persone, e nissun giuoco è commune à tutti, quanto gli Scacchi. Il giuoco de le tavole, e de le carte hoggi è molto frequentato nelle corti tra gentil’huomini, e plebei. Ma io non gli lodarei in un letterato, per essere giuochi vietati, e giuochi di fortuna anzi che d’ingegno: non sono però tali, che à le volte non sia lecito usarli per passar tempo, e non vi si mettere per professione; ne’ quali uno si giuoca i danari, il tempo, vi bestemmia, maledice, non pensa altro mai, che di giocare. Ma i giuochi piacevoli danno spasso, intertenimento, vi si burla modestamente, e chiaramente dimostra cio farsi per passare il tempo e fuggir l’otio, e preso à tempo convenevole, che ne gli studii, ne le facende impedisse”.

 

D’altronde non poteva essere diversamente, dato che il gioco delle carte, quello d’azzardo, era ancor più condannato dalla Chiesa quando diveniva suscitatore d’ira e di bestemmie, atteggiamento deprecabile sia negli uomini di cultura che in coloro che frequentavano le corti. Se la condanna da parte della Chiesa si basava su valide ragioni, resta per lo meno sospetta l’attribuzione dell’invenzione dei tarocchi al diavolo, così come ribadito da alte cariche ecclesiastiche e singoli predicatori (4). Poiché solo pochissimi religiosi si resero conto dei contenuti etico-cristiani insiti nell’ordine processionale dei Trionfi e soprattutto alcuni giurisconsulti (5), occorre domandarsi se quanto espresso dalla Chiesa si basasse su un reale convincimento, oppure se si trattasse di una formulazione necessaria dato che contenuti cristiani e azzardo non sarebbero potuti andare a braccetto, né tanto meno valida l’ipotesi che un insegnamento di un ludendo intelligo di tal genere potesse efficacemente  sostituire una ferma azione di condanna.

 

Da un passo del secondo Dialogo di Giovanni Andrea Gilio, un religioso dedito alla propria erudizione, risulta chiaramente che egli aveva completamente in ombra tali valori etici, in quanto trattando della pittura e in particolare del Giudizio Universale dipinto da Michelangelo, compie una digressione sulla presenza nei tarocchi dell’Angelo del Giudizio e del Diavolo, condannando a sua ragion veduta tale partecipazione: 

 

Dialoghi

 

Nel secondo si ragiona de gli errori de Pittori circa l’historie. Con molte annotazioni fatte sopra il Giuditio di Michelangelo, & altre figure, tanto de la vecchia, quanto de la nova Cappella: et in che modo vogliono esser dipinte le Sacre Imagini.

 

“Ma chi crederebbe (disse M. Vincenzo) che la resurrettione de’ morti fusse stata messa nel giuoco delle carte? come nel giuoco de le carte? disse M. Francesco. Rispose M. Vincenzo, pigliate i Tarocchi, e vi vederete dipinto l’Angelo che suona la tromba, & i morti resuscitati, che escono de le sepolture. Brutta cosa veramente (replicò M. Francesco) e degnia di considerazione. Vi par egli ben fatto (soggionse M. Vincenzo) che uno custode de gli huomini, venerato da la Chiesa, una creatura celeste, & angelica, un nuntio divino di tanta importanza sia stato introdotto nel giuoco de le carte, fra le bestemmie, fra gli spergiuri, fra le mariolerie, e manigolderie del giuoco? E non è chi lo consideri, e se si considera, non è chi lo dica, e se si dice, non è chi lo proibisca, ne chi l’osservi. Venga Demostene à difender questo che resterà un Gn. Scicinio [Gneus Sicinius]. Ben discorrete disse M. Francesco; & acciò gli huomini habbino più agevolezza à rompersi il collo, del corpo, e de l’anima v’è stato aggiunto anco il Diavolo, acciò havendolo uno desperato spesso fra le mani gli si possa dare, ò vero chiamarlo in suo aiuto” (6).

 

Perdere denaro al gioco fu ulteriore motivo di condanna da parte delle autorità religiose e i documenti rinascimentali riguardanti personaggi che persero giocando a tarocchi o alle carte in genere sono numerosi. Fabio Monza (1519-1595), membro di una famiglia dell'aristocrazia vicentina, nei suoi sei libri di zornali, “racconta in annotazioni minuziose e puntuali il suo tempo. Che è quello di Palladio, Veronese, Tintoretto, dell'Inquisizione e delle guerre franco-spagnole, di Lepanto e dell'esplorazione di nuove terre, delle carestie e delle pestilenze, di signorotti e bravi, figure umili e illustri, tutti personaggi e fatti disseminati nei suoi appunti quotidiani” (7). Fra questi appunti vi è anche un elenco riguardante sue uscite di denaro compreso quanto dovette sborsare per aver perso al gioco dei tarocchi:

 

Fu fatto mercato de una barcha a posta in compagnia
del sudetto ser Fabio, per mia parte                                                 L.  4   s.    8    [s = soldi]

Pagai da bever ad uno era cum il ser Fabio                                     L.  ­-    s.    4

Zugai e persi a tarrocho                                                                       L.  -    s.   11

 

In definitiva, una somma esigua se la si confronta con la spesa precedente pagata per bere! Ma, come avviene tutt’oggi, si poteva giungere a perdere la propria casa e ogni altro capitale.

 

Ai giochi in genere, tanto per sottolineare la loro vacuità, e in particolare al Re degli scacchi e all’Imperatore dei tarocchi, ricorsero le autorità religiose per evidenziare certe cariche ecclesiastiche il cui titolo non era suffragato da reali mansioni: “sicut dicimus de Rege Scaccorum, de Imperatore Tarocorum” (così come noi diciamo del Re degli scacchi e  dell’Imperatore dei tarocchi) vale a dire che anche se si trattava di Re e di Imperatori, erano pur sempre personaggi fittizi, pedine e figure di gioco senza alcun vero potere. Lo stesso sia per indicare coloro che si ritenevano importanti quando in realtà non lo erano, sia come monito a non gloriarsi dei propri incarichi o dei propri privilegi data la natura mortale dell’uomo. Una delle tante espressioni di memento mori di cui è costellato l’insegnamento della Chiesa nei secoli. Oggi diciamo la stessa cosa con “vale come il due di briscola” oppure “vale come il due di bastone se la briscola è coppe”, etc.

 

Abbiamo trovato questa espressione in un trattato di inizio Seicento riguardante la sacra teologia e il diritto ecclesiastico del patrizio spagnolo Pedro Enriquez, Cavaliere di San Lazzaro dei Gerosolimitani (8):  

 

Consilium XLVII

 

Possessio beneficij capta sine consensu illius, de cuius praeiudicio agitur, est invalida. (Il possesso di un benefizio acquisito senza il consenso di quello che ne tragga pregiudizio è invalido)

 

“Sicut in simili dicimus, quòd Comes appellatur, qui veram possessionem comitatus est adeptus, aliter non dicitur Comes, nec gaudet privilegio comitis, Andreas de Isernia in constitur, prosequentes sub tit. de pugnis sublati. Et abusive dicitur, qui comitatum vere non possidet, aliàs enim dicitur nudo nomine comes titularis, ut Abbas titularis in Ordine sancti Benedicti, & Episcopus Nullatenentis, sicut etiam dicimus de Rege Scaccorum, de Imperatore Tarocorum. Glos. in capitulo si pudor, vigesimaprima quaestione secunda, & in capitulo venerabilem, in versicul. transtulit, de electio, & de Doctore ignorante secundum Angelum in I. prima, §. pueritiam. ff. de postulat. in his enim sunt nomina abusiva, & sine iuris effectu, sicut etiam de Comitibus Lombardiae. Corsett. in cap. grandi, de supplen, neglig, Praelat. in 6” (Come si usa dire in casi simili, che cioè si chiama Conte chi ha acquisito un vero possesso della 'contea' [intesa come dignità comitale, non territorio], altrimenti non è chiamato Conte, né gode di privilegio comitale: Andrea da Isernia nelle Costitt. proseg. sotto il tit. De pugnis sublatis. E dicesi invece [Conte] in modo improprio chi non possieda veramente la contea; altra volta infatti lo si definisce  soltanto di nome, Conte titolare, così come si fa con l'Abate titolare dell'Ordine di S. Benedetto, o con il Vescovo nullatenente, così come lo si dice altresì del Re degli scacchi, dell'Imperatore dei tarocchi. Glossa al cap. Pudor, XXI quest. II, e al cap. vener. trasposto in formul. riguardo alla Scelta, e rig. al Dottore ignor.  secondo l'Angelo in I, i § Fanc. ff. [?] sulla postul. Si tratta infatti, in tali casi, di nomi improprii e privi d'effetto legale, come anche a proposito dei Conti di Lombardia, Corsetti, in Rep. cap. Grandi De suppl. neglig. Praelat., al 6) (9).

 

Si tratta di una serie di topos, ripetuti quasi invariabilmente da glossatori e giureconsulti nei secoli, come ad esempio, in un passo (10) di Romualdo Trifone che molto si avvicina al nostro brano: "Essi si chiamavano 'comites' 'nudo titulo' come erano gli abbati, gli 'episcopi titulares nulla tenentes, canonici in herba absque praebenda': di essi si poteva dire come 'de rege taxillorum, de imperatore Graecorum et de Cardinalibus Ravennae..." (11).

 

Baldassarre Castiglione (1478-1529) nel trattato Il Cortegiano (12) composto tra il 1513 e il 1524 ma dato alle stampe solo nel 1528, parla su come diventare un vero cortigiano e sui modi da assumere a corte. Intervenendo sul gioco delle carte mantiene la tendenza generale che voleva il gioco svolto solo dopo aver espletato le più seriose occupazioni, condannandone l’uso per vincere denari e così via. Una variante rispetto ad altri autori consiste nel non dimostrarsi entusiasta per gli scacchi in quanto, per giocare bene, una persona avrebbe dovuto dedicargli molte ore, tempo che avrebbe dovuto rubare ad argomenti ben più importanti ed elevati, concludendo col dire che in quel gioco la mediocrità risultava più lodevole dell’eccellenza.  

 

Libro Secondo

 

“A me pare, rispose M. Federico, cha noi habbiamo dato al Cortigiano cognition di tante cose, che molto ben può variar la conversatione, ed accomodarsi alle qualità delle persone con le quali ha da conversare, presupponendo che egli sia di buon giudicio, e con quello si governi; e secondo i tempi talhor intenda nelle cose gravi, talhor nelle feste e giuochi. E che giuochi? disse il signor Gasparo. Rispose allhora M. Federico ridendo: dimandiamone consiglio a Ser Serafino, che ogni dì ne truova de' nuovi. Senza motteggiare, replicò il signor Gasparo, parvi che sia vitio nel Cortigiano il giuocare alle carte e a i dadi? A me non, disse M. Federico, eccetto a cui nol facesse troppo assiduamente, e per quello lasciasse l'altre cose di maggior importantia; o veramente non per altro, che per vincer danari, e ingannasse il compagno, e perdendo mostrasse dolore, e dispiacere tanto grande, che fusse argomento di avaritia. Rispose il S.[Signor] Gasparo: e che dite del giuoco de’ scacchi? Quello certo è gentile intertenimento e ingegnoso, disse M. Federico, ma parmi che un sol difetto vi si truovi; e questo è, che si può saperne troppo, di modo, che a cui vuol esser eccellente nel giuoco de gli scacchi, credo bisogni consumarvi molto tempo, e mettervi tanto studio, quanto se volesse imparar qualche nobile scientia, o far qual si voglia altra cosa ben d'importantia; e pur in ultimo con tanta fatica, non saprà altro, che un giuoco; però in questo penso, che intervenga una cosa rarissima, cioè, che la mediocrità sia più laudevole, che l’eccellentia. Rispose il S. Gasparo: molti Spagnuoli trovansi eccellenti in questo, e in molti altri giuochi, i quali però non vi mettono molto studio, ne ancor lascian di far l'altre cose. Credete, rispose M. Federico, che grand studio vi mettano, benche dissimulatamente. Ma quegli altri giuochi che voi dite, oltre a gli scacchi, forse sono come molti, che io n ‘ho veduti far pur di poco momento, i quali non servono se non a far maravigliare il volgo; però a me non par che meritino altra laude, ne altro premio, che quello, che diede Alessandro Magno a colui che stando assai lontano, così ben infilzava i ceci in un ago” (13).

 

Sui due Dialoghi di Torquato Tasso (1544-1595) relativi al gioco abbiamo trattato nell’articolo Il Tasso e i Tarocchi a cui facciamo riferimento per una conoscenza più estesa dei contenuti generali. In questa sede ci occuperemo di riportare diversi passi del Gonzaga Secondo che si configura come una variante corretta del primo dialogo, il Romeo.

 

A proposito del Gonzaga Secondo così scrive Cesare Guasti nelle sue “Notizie Bibliografiche” inserite nell’edizione da lui curata dei Dialoghi pubblicata nel 1858 (14):


“Interloquiscono nel Gonzaga Secondo i due che parlano nel Romeo; ed a loro s' aggiunge Giulio Cesare Gonzaga, da cui il dialogo prende il nome. Non è questi da confondersi con Cesare Gonzaga, dal quale s'intitola il dialogo del Piacere onesto: perché Cesare era figliuolo di Ferrante principe di Molfetta, e Giulio Cesare nasceva di Carlo conte di San Martino di Bozzolo, che fu pure genitore del cardinale Scipione tanto amico del Tasso. Dirò d'Annibale Pocaterra, che fu figliuolo di queil'Alessandro a cui il dialogo è dedicato, e che della sua letteratura diede saggio stampando in Ferrara nel 1592 due dialoghi intorno alla Vergogna. Finalmente, la interlocutrice Bentivogli fu dal nostro autore onorata di varie rime, che ce la mostrerebbero non meno per i natali che per le virtù ragguardevole. Fu donna del fratello maggiore di quel conte Annibale Turco che sposò la bella Laura Peperara”.


L’Argomento del Dialogo viene così riassunto da Guasti (15):

 

Non contento l'Autore del modo con cui aveva trattato nel Romeo la materia del Giuoco, prende nel presente dialogo a riformarla, aggiungendo un terzo interlocutore ai due in quello introdotti, e facendo che in luogo di narrar cose udite, ciascuno di essi entri a discorrere intorno al proposto come co' suoi propri sentimenti. Finge egli pertanto, che Margherita Bentivogli, la quale aveva inteso dover un giorno il conte Annibale Romei ragionar del giuoco colle Principesse di Ferrara, non potendo a quel discorso esser presente, ecciti Giulio Cesare Gonzaga ed Annibale Pocaterra, che presso lei si trovavano, ad esporre su tal soggetto i loro pensamenti.

Cercasi in questo dialogo primamente, come possa definirsi il giuoco in genere, e si stabilisce esser egli una contesa di fortuna e d'ingegno fra due o fra più, nella quale per trattenimento s'imita una vera contesa. Fatto indi motto dell' origine di quello degli scacchi e di altri giuochi illustri, si viene a dire che sebbene riducansi tutti ad una sola cagione, cioè al trattenimento per cui furono ritrovati, siccome però questo trattenimento può essere o pubblico o privato, cosi anch' essi in due specie possono distinguersi, cioè in giuochi di pubblico ed in giuochi di privato trattenimento. Accennasi poscia in che consista si fatto trattenimento: come il diletto che in esso provasi, proceda non meno dalla vittoria che dall'operazione del giuocatore: come eziandio a chi rimira, questa operazione sia piacevole; e in quali giuochi finalmente sia maggiore il diletto. Ragionasi appresso delle vincite che vanno accompagnate dal danaro o da altro prezzo, e mostrasi che queste sono le più piacevoli. Dicesi poi che nel giuoco, quantunque l'uno sia come nemico dell'altro, tuttavolta il desiderio del guadagno dee essere moderato, e particolarmente in que' giuochi che colle donne si fanno. Toccate per ultimo alcune cose circa il modo di discernere i giuocatori avari da quelli che giuocano per mero trattenimento, circa il perdere colle donne, ed anche circa il costoro ingegno, si passa a discorrere della fortuna. Si dimostra in primo luogo ch'ella è una delle cagioni accidentali, la quale si dice propriamente esser cagione di quegli efietti che fatti con alcun umano proponimento, avvengono altramente da quello che l'uomo si aveva presupposto: definizione che la distingue dal caso; il quale si dichiara esser quello sotto cui si riducono tutti gli effetti che possono venir cagionati dalla natura per se stessa. Parlasi susseguentemente delle varie significazioni in che si prende il nome di fortuna; si esamina quindi qual parte abbiano nel giuoco il caso, la fortuna e l'arte: ed ha fine il colloquio con alcune considerazioni intorno agli accordi, allo scopo di essi, ed alla ragione con cui debbon essere stabiliti.

 

Gonzaga Secondo

 

Gonzaga: “…ma che desiderate di udire, Signora Margherita, forse se il giuoco è degno di biasimo, o se sia lecito l'ingannare, o pur se ben creato Cavaliero si debba recare a favore l'essere dalla sua donna ingannato, e forse anco quando ebbe origine il giuoco, e qual sia più piacevole, e qual meno?
Margherita: Non vi voglio lasciar più lungamente in dubbio, ma vi dico, che di tutte queste cose vorrei, che si ragionasse, che voi alcuna non avete proposta, che io non avessi in mente: una sola ne avete lasciata addietro, come debba giuocare, chi desidera di vincere.
Gonzaga
: Ma siate contenta ancor voi di dirci di qual prima di tutte quelle cose volete, che si ragioni.
Margherita: Vorrei prima sapere, se il giuoco fosse lodevole, o no, perchè indarno ricercherei, se mi fosse lecito talvolta l'ingannare, se prima non sapessi, se con lode, o senza biasimo almeno potessi giuocare.
Gonzaga: Ed in qual maniera di giuochi dubitate, Signora, se vi è lecito d'ingannare nella primiera, o ne' tarocchi, o pure in quella, che si fa talora fra voi donne, quando una ponendo nel grembo della compagna la testa, li volge la mano dopo le spalle, e aspetta la percossa?
Margherita
: In quella non già, perchè quando io percuoto, vorrei sempre ingannare, ed esser tenuta un'altra: ma credo, che in questo giuoco sia biasimevole non ingannare, s' egli è pur giuoco.
Gonzaga: Udire, Signor Annibale, che dubita la Signora Margherita, s' egli sia giuoco, o non sia; dunque prima debbiam cercare quel che sia giuoco.
Annibale: Mi pare, che senza alcun dubbio prima cercare ne dobbiamo.
Margherita: Ed anco a me, sebben questo non era di quei pensieri, che io prima aveva in mente.
Gonzaga: Ditemi dunque, Signor Annibale, che cosa è giuoco?
Annibale: Una contesa di fortuna, e d' ingegno fra due, o fra più.
Gonzaga: Mirabil definizione, che in poche parole ha data il Signor Annibale, ma che ne dice la Signora Margherita?
Margherita: A me piacerà, allorché vedrò, che da voi sarà approvata; ma ora non mi dispiace.
Gonzaga: Ma crediamo noi, o Signor Annibale, che nella Corte di fortuna, e d'ingegno si contenda fra' cortigiani?
Annibale: Credo veramente.
Gonzaga: E nelle scuole fra' filosofanti?
Annibale: E nelle scuole fra' filosofanti.
Gonzaga: E nella guerra fra' soldati?
Annibale E nella guerra ancora.
Gonzaga: E così in tutte l'arti, ed in tutte le azioni di fortuna, e d'ingegno si contende.
Annibale
: In tutte.
Gonzaga: Dunque la vita è un giuoco, o Signor Annibale; onde ben io dissi, che mirabile era la definizione, nella quale la vita avevate definita, e se ciò è vero, più non mi pare, che si possa dubitare, se lodevole sia il giuoco, di quel, che si dubiti, se lodevole sia il vivere.
Margherita
:Di troppo alto giuoco avete cominciato a ragionare, che voglio ora rispondere pel Signor Annibale, il quale mi pare, che non tanto dubiti, che questo ancora sia un giuoco, quanto, che non sia questo, del quale abbiamo cominciato a ragionare.
Annibale:A me è avvenuto, o Signora, come a coloro che assaliti all' improvviso, piuttosto della novità del pericolo, che della grandezza sono paventati; perchè non tanto la ragion sua mi spaventa; quanto il nuovo modo col quale l'hanno addotta; e ringrazio voi, che m'abbiate dato tempo di raccogliermi: ma io risponderei, che nella vita non si contende; perciocché noi ci nasciamo non per contendere, ma per vivere in pace.
Gonzaga:Paga dee rimanere a questa risposta la Signora Margherita, ed io ancora ne rimarrei, se non fossi d'ingegno assai tardo; ma ditemi di grazia, o Signor Annibale, quando sotto le mura di Troia, Alessandro con Menelao per Elena combattè, o pur sotto quelle di Lavinio Turno, ed Enea per Lavinia, quel combattimento era contesa?
Annibale
:Era senza dubbio.
Gonzaga: Nondimeno aveva per fine la pace.
Annibale:Aveva.
Gonzaga:Alcuna contesa dunque ha per fine la pace, e perchè la vita abbia per fine la pace, non rimarrà d'esser contesa, perchè abbia per fine la pace.
Annibale:Io direi che il fine della guerra non è la pace, ma la vittoria: e che la pace è fine non della guerra, ma della vita civile; ed intendo ora per fine non quello, che ultimo è detto altramente, ma quello al quale l'altre cose son drizzate.
Gonzaga. Piacemi, che abbiate addotta opinione, che io possa piuttosto approvarla, che riprovare; perciocché se il fine del capitano, in quanto egli è tale, non è la pace, ma la vittoria, assai ragionevole è, che la guerra ch’ ècooperazion sua, non abbia altro fine della vittoria, e fine, che non se pure è fine della guerra; sicchè la pace si propone il capitano, ama il politico: così mi ricordo, che una mattina il Signore Scipione mio fratello, discorrendo col Signor Sigismondo nostro zio, Cavaliero assai esperto nella guerra, affermava; ed ora il dico assai volentieri, per dimostrare al Signor Annibale, che io non niego di venir seco all'accordo; purché egli conceda a me ancora, o che il giuoco non sia contesa, o che la guerra sia giuoco.
Margherita. Io mi voglio qui fraporre, acciocché peggio non ne segua; e prego voi, o Signor Annibale, che crediate quello, che il giuoco non sia contesa; perchè se questo sostener voleste, e conceder l'altro, che l'atto della guerra fosse giuoco, io non sol d'altro udirei ragionare, che di quello di che desiderava, che si favellasse; ma temerei anco, che il Signor Conte mio marito, lasciandosi persuadere, che la guerra fosse un giuoco, e un trattenimento, molto più spesso di quel ch'egli suole m'abbandonasse.
Annibale:Signora, se io non potessi sostenere, che il giuoco fosse contesa, e distinto dalla guerra, a ragion potreste desiderare, che io alcuna delle parti cedessi: ma se aggiungendo alla definizione quest'altre differenze, ch'egli sia contesa fatta per trattenimento della pace, dalla guerra il distinguerò, non so perche debbiate costringermi a ceder le mie ragini [ragioni].
Gonzaga:Il Signor Annibale ritorna più gagliardo, e direi, che risorge a guisa d'Anteo, il qual nacque nella patria di colui, di che egli tiene il nome, se a me paresse di averlo giammai abbattuto; ma vegga, che se egli vuole, che il giuoco sia fatto per trattenimento di pace, a’ soldati, i quali nella guerra soglion giuocare, noi tolga con tanto sdegno loro, che non gli bastino peravventura quell'arme, che da' suoi Loici gli potrebbono esser fabbricate.
Annibale:I soldati giuocano nell'ozio, che molte fiate si concede nelle guerre: onde se non vi piace, che si dica per trattenimenro della pace, potremo dire, per trattenimento dell'ozio.
Gonzaga:Io non sono sì vago di contesa, che tra l'uno, e l'altro modo faccia molta differenza, ma le barriere, ed i corsi della chintana, e i torneamenti non son contese fatte per trattenimento della pace.
Annibale:Sono.
Gonzaga:Dunque questi ancora potrebbono giuochi essere addimandati.
Annibale:Io non conosco cagione per la quale non possano, perchè quelli de' quali Omero, e Virgilio nell'essequie d'Anchise, e di Patroclo, fanno menzione sono assai simili a questi, de' quali avete fatta menzione e se quelli furon giuochi questi possono esser detti giuochi convenevolmente.
Gonzaga:Ma questi pare a voi, che sian veri contrasti, o fìnti?
Annibale
:Non si può negare, che in essi non sia vera contesa, perchè d' arte, o di leggiadria, o di pompa, o d’altra sì fatta cosi si contende; nondimeno perchè l'apparenza è molto maggiore dell'effetto, ci rappresentano un non so che di più: e molte volte vera guerra, overo duello ci rappresentano, onde si può dire, ch'essi sian fìnti contrasti.
Gonzaga:Finti dunque fono questi contrasti; perciocché essì sono imitazione de' veri.
Annibale:Così pare.
Gonzaga. Dunque fin’ora, o Signore Annibale, abbiam ritrovato, che una sorte di giuochi si ritrova, la quale è imitazione delle contese, non vera contesa.
Annibale:Abbiam questo senza dubbio ritrovato.
Gonzaga: Ma nel giuoco del corsò, e della lotta vedete voi alcuna sorte d'imitazione?
Anniale:Mi pare che nell'uno, e nell'altro si veda assai convenevole, se nell'uno il corso d'Enea, o di Turno, o di Ettore saranno imitati, nell' altro la lotta d'Ercole, o d'Anteo, e quella di Ruggiero, e di Rodomonte.
Gonzaga:E nel giuoco delle carte si vede alcuna contesa, o Signor Annibale?
Annibale
:La veggio veramente dipinta di Cavalieri, e di Re in diversi modi imitata.
Gonzaga:Ma che diremo del giuoco degli scacchi?
Annibale:Mi pare, che anch'esso sia imitazione, perciocché l'ordine dell’esercito in alcun modo ci rappresenta, e si dice, che Palamede, ritrovatore dell'ordinanze, il ritrovò nella guerra di Troia.
Gonzaga: Dunque fin'ora pare che il giuoco sia imitazione, poiché tutti i già detti giuochi in questo convengono, che sono imitazione; e se negli altri giuochi parimente la ritroveremo, non vi rimarrà quasi dubbio, ch’egli non sia imitazione…”  (16).


Gonzaga.
Assai intendo io, come il caso dalla fortuna sia distinto, la qual distinzione a me, che pur alcuna volta soglio udire il Signore Scipione mio fratello co' filosofi discorrere, non è nuova; ma credo anche, che nuova non sia agli occhi della Signora Margherita, o quando pur nuova fosse, agevolmente credo, che da lei sia stata intesa ma credo anco, che potrebbe dubitare, se colui, che vince a tarocchi, o a primiera, vince per fortuna. Annibale:Per fortuna vince il più delle volte, tuttoché alcuna volta per ingegno possa vincere . Gonzaga. Ed anco per fortuna vince alcuna volta il Cavaliero il pregio della giostra,. o del torneamento? Annibale:Vince. Gonzaga. E per fortuna i Tragici, e i Comici vinsero alcuna fiata le lor contese? Annibale: Vinsero. Etc  (17).

 

Nel seguente passo del De Principatibus (18), trattato di dottrina politica in cui Niccolò Machiavelli (1469-1527) espose le caratteristiche dei principati e dei metodi per mantenerli e conquistarli, l’autore discute sulla Fortuna, attribuendole la responsabilità della metà degli accadimenti che coinvolgono l’essere umano e valutando come imputabile alle reali azioni degli uomini l’ulteriore parte. Il paragone che il Machiavelli usa per giustificare la sua asserzione è di straordinaria attualità per questa nostra Italia: come un fiume che senza adeguati margini può straripare in seguito a forti piogge inondando ogni terreno circostante, “similmente interviene dalla fortuna: la quale dimostra la sua potenza, dove non è ordinata virtù a resistere, et quivi volta i suoi impeti, dove ella sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla”. Poiché gli uomini possono sopperire a questo difetto alzando le giuste barriere, il Machiavelli mette in guardia i Principi al fine di porre mente e mano alle giuste virtù in quanto in Italia “vedrete esser una campagna senza argini et senza alcun riparo”. Un saggio consiglio mai ascoltato fino ad oggi, così come quello di non affidarsi alla sola cieca fortuna nel giocare a tarocchi.

 
CAPITOLO XXV


Quanto possa nelle humane cose la fortuna, & in che modo se gli possa ostare


"Non mi è incognito, come molti hanno havuto et hanno oppenione: che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna, et da Dio: che gli huomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi habbino rimedio alcuno: et per questo potrebbono giudicare che non fusse da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare dalla sorte. Questa oppenione è suta [stata] più creduta ne' nostri tempi per la variatione grande delle cose, che si sono viste, e veggonsi ogni di fuori d’ogni humana coniettura: al che pensando io qualche volta, sono in qualche parte inchinato nella oppenion loro: nondimeno perche il nostro libero arbitrio non sia spenta, giudico potere essere vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre: ma che anchora ella ne lasci governare l'altra metà, o poco meno a noi. Et assomigliò quella all’un fiume roinoso, che quando ei s’adira, allaga i piani, roina gli arbori e gli edificij, lieva da questa parte terreno, ponendolo a quell'altra ciascuno gli fugge davanti, ogn’uno cede al suo favore [furore] senza potervi ostare: et benche sia così fatto, non resta però che gli huomini, quando sono tempi quieti, non vi possino fare provedimenti, et con ripari, et con argini, in modo, che crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l'impeto suo non sarebbe sì licenzioso, et danoso.
Similmente interviene dalla fortuna: la quale dimostra la sua potenza, dove non è ordinata virtù a resistere, et quivi volta i suoi impeti, dove ella sa che non sono fatti gli argini, né i ripari a tenerla. Et se voi considerarete l'Italia, che è la sede di queste variationi, et quella che ha datto loro il moto, vedrete esser una campagna senza argini et senza alcun riparo: che se ella fussi riparata da conveniente vertù, come è la Magna, la Spagna et la Francia, questa inundatione non havrebbe fatto le variationi grandi, che l'ha, o la non ci sarebbe venuta: et questo voglio che basti haver detto, quanto all'opporsi alla fortuna in universale. Ma ristringendomi più al particolare: dico, come si vede hoggi questo Prencipe felicitare, et doman rovinare senza vederli haver mutato natura, o qualità alcuna. Il che credo nasca prima dalle cagioni, che si sono lungamente l’adrieto trascorse; cioè, che quel Prencipe che s’appoggia tutto in su la fortuna, rovina, come quella varia. Credo anchora, che sia felice quello, il modo del cui procedere si riscontra con la qualità de' tempi: et similmente sia infelice quello del cui procedere si discordano i tempi: perche si vede gli huomini nelle cose, che l' inducono al fine (quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria, et ricchezze) procedervi variamente: l'uno con rispetti, l'altro con impeto, l'uno per violenza, l'altro per arte: l'uno con pazienza, l'altro col suo contrario, et ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. Et vedesi ancora duoi rispettivi: l'uno pervennire al suo disegno, l'altro no, et similmente duoi egualmente felicitare con diversi studij, essendo l'uno rispettivo, l’altro impetuoso, il che non nasce da altro, se non qualità di tempi, che si conformino, o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che duoi diversamente operando, sortiscano il medesimo effetto et dui egualmente operando, l'uno si conduce al so fine, et altro no. Da questo anchora dipende la variatione del bene: perche se ad uno, che si governa con rispetto, & pazienza, i tempi, et le cose girono in modo, che il governo suo sia buono, esso viene felicitando: ma se li tempi, et le cose si mutano, ei rovina: perche non muta modo di procedere. Né si trova huomo sì prudente che si sappi accordare a questo: sì perche non si può deviare da quello, a che la natura l'inclina; sì anchora, perche havendo uno sempre prosperato, caminando per una via, non si puo persuadere, che sia bene partirsi da quella: et però l'huomo rispettivo, quando glie tempo di venire all' impeto non lo sa fare; donde egli rovina: che se sì mutasse natura con li tempi, & con le cose, non si muterebbe fortuna…. Conchiudo adunque, che variando la fortuna, & gli huomini stando ne i loro modi ostinati, sono felici, mentre concordano insieme, & come discordano, sono infelici: i [io] giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo perche la Fortuna è donna: & è necessario, volendola tener sotto, batterla, & urtarla, & si vede che ella si lascia più vincere da questi, che da quelli, che freddamente procedono. Et però sempre (come dona [donna]) è amica de' giovani, perche son meno rispettivi, più feroci, & con più audacia la comandano” (19)..

 

Note

 

1 - In particolare nel Il Gioco delle Carte e l'Azzardo.
2 - Due Dialogi di M. Giovanni Andrea Gilio da Fabriano, Camerino, Antonio Gioioso, 1564, pagg. 58r-v.
3 - Degli Uffizi, Libri Tre, traduzione di P. Alessandro Maria Bandiera.
4 - Sull’argomento si legga in particolare il saggio Il Gioco delle Carte e l'Azzardo.
5 - Fra questi ultimi Francesco Piscina (ca.1540-1651), che diede alle stampe nel 1565 il suo Discorso sopra l'ordine delle figure dei tarocchi
6 - Due Dialogi di M. Giovanni Andrea Gilio da Fabriano, op. cit., pag. 109v.
7 - Francesca Lomastro Tognato (a cura di), I "zornali" di Fabio Monza nella Vicenza del Palladio: Anni 1564-1566, 1571-1572, Volume I, Viella, 2009, pag. 119.
8 - Consiliorum sive Responsorum Petri Enriquez I. C. Hispani, Opera omnia in duas Partes divisa,Venezia,  Apud Haeredem Damiani Zenari, 1605, pag. 74v.
9 - Le indicazioni bibliografiche alludono a opere e commenti di glossatori e giureconsulti-canonisti di varie epoche, quali Andrea da Isernia, secc. XIII-XIV; alle Costitt. Federiciane; ad Antonio Corsetti, comment. di canoni, fine del sec. XV.
10 - Scritti minori, 1966, p. 249.
11 - Naturalmente si tratta di un latino canonico-ecclesiastico, abbastanza lontano (lessicalmente) da quello classico.
12 - Baldassare trasse l'ispirazione per il Cortigiano dalla sua esperienza come cortigiano della duchessa vergine Elisabetta Gonzaga alla corte di Urbino. Il libro si presenta come un dialogo in quattro libri, di cui il terzo parla delle regole per diventare una signora perfetta, mentre i rimanenti si occupano di come si diventa un vero cortigiano. L’opera, sotto forma di dialogo, è divisa in quattro libri e descrive usi e costumi ideali del perfetto cortigiano.
13 - Nostra edizione di riferimento: Il Cortegiano del Conte Baldassarre Castiglione, Venezia, Bernardo Basa, 1584, pagg. 71r-v.
14 - Cesare Guasti, I Dialoghi del Tasso, Vol. II, Firenze, 1858, pag. 3. 
15 - Ibidem, pag. 45.
16 - Delle Opere di Torquato Tasso, Volume Settimo, Steffano Monti e N.N. Compagno, 1737, pagg. 344-347.
17 - Ibidem, pag. 358.
18 - Prima edizione in lingua latina nel 1532.
19 - Nostra edizione di riferimento: Il Prencipe di Nicolo Machiavelli, al Magnifico Lorenzo di Piero de Medici, Venezia, Domenico Giglio, 1554, pagg. 46v-48r.

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