Saggi di Andrea Vitali

Maladetta sie tu, antica lupa

Avarizia: il peccato di avidità di giocatori, prostitute e usurai

 

Potrebbe sorprendere che la Chiesa motivasse il vizio del gioco dal solo desiderio di guadagno. Le tormentate problematiche psicologiche (ossessioni, fuga dalla realtà, etc), erano estranee alla mentalità religiosa del tempo. Tutto era ricondotto ad uno dei peccati capitali ritenuti fra i più deleteri per l’anima, cioè l’avarizia, considerata il pretendere di più nell'ordine del­l'avere: una cupidigia (cupiditas) disor­dinata di beni materiali.

 

Un’insensata follia poiché i beni dovevano essere considerati utili soltanto nella misura del raggiungimento del fine ultimo, la felicità. Scrive S. Tommaso D’Aquino «Dunque la bontà dell' uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura: e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto sono necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi nell'ec­cedere codesta misura si ha un peccato: e cioè nel volere acquistare o ritenere più del dovuto. E questo costituisce precisamente l'avarizia, la quale viene definita "un amore immoderato di possesso". Perciò è evidente che l'avarizia è peccato» (1).

 

Come in ogni altro peccato, anche nel­l'avarizia era considerata esistere una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio: «Nell'acquistare o nel con­servare più del dovuto (...) l'avarizia è un peccato contro il prossimo; poiché nelle ricchezze materiali uno non può sovrab­bondare senza che un altro rimanga nell' indigenza, perché i beni materiali non possono essere posseduti simultaneamente da più persone»; «In quanto comporta una mancanza di moderazione negli affetti che uno prova per le ricchezze, e cioè amore, compiacenze o desideri esagerati verso di esse (...), l'avarizia è un peccato verso se stessi: poiché si ha con questo un disordine negli affetti, anche se non si ha un disordine nel corpo come nei peccati carnali»; infine «l'avarizia è un peccato contro Dio, come tutti i peccati mortali: perché con essa per i beni materiali si disprezzano i beni eterni» (2).

 

L'avarizia, termine derivato da avaro che trae da avere o havere (desiderare ardentemente, bramare con impazienza e ansietà) dalla radice del sanscrito vedico Avâti (amare), era ed è considerata un vizio capitale perché stimata dar origine a molti altri pec­cati, quali tradimenti, frodi, inganni, spergiuri, inquietudine, vio­lenza e durezza di cuore (3).

 

Anche la prostituzione era intesa derivare da un tale sentire. Se per alcuni casi la Chiesa comprendeva che il prostituirsi era motivato dalla necessità di ottenere un minimo per le esigenze corporali legate al cibo, le prostitute venivano tacciate generalmente di avarizia, perché ‘lavoravano’ tendenzialmente più del necessario. Un peccato della carne contro cui a nulla servivano le prediche e i sermoni dai toni forti, così come si espresse l’abate Odon de Cluny (c. 878-942): “La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini vedessero quel che è sotto la pelle, così come si dice possa vedere la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla vista delle donne. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume e se ci ripudia di toccare il muco e lo sterco con la punta del dito, come mai potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?” (4).

 

Nei riguardi delle prostitute così si esprimeva il vescovo inglese Thomas (o Thomae) de Chobham (ca.1278-?), nella sua Summa Confessorum: “Le prostitute devono essere annoverate fra i mercenari. Esse affittano infatti il loro corpo e forniscono un lavoro… Di qui, questo principio della giustizia secolare: in quanto prostituta agisce male, ma non agisce male ricavando il prezzo dal suo lavoro, essendo ammesso che sia una prostituta. Perciò ci si può pentire di prostituirsi e non di meno è possibile conservare i guadagni della prostituzione per darli in elemosina. Ma se ci si prostituisce per piacere e se si affitta il proprio corpo perché conosca il godimento, allora non si affitta il proprio lavoro, e il guadagno è vergognoso quanto l’atto. Allo stesso modo se la prostituta si profuma e si orna in modo da attirare con false attrattive e fa intuire una bellezza e lusinghe che non possiede, dal momento che il cliente compra ciò che vede, e che in questo caso, è menzogna, la prostituta commette con ciò un peccato, e non deve conservare il guadagno che ne ritrae. Se infatti il cliente la vedesse com’ella è veramente, non le darebbe un obolo, ma siccome gli pare bella e brillante, le dà i danari. In questo caso deve conservare solo un obolo e restituire il resto al cliente che ha ingannato o alla Chiesa o ai poveri” (5).

 

I giocatori di carte e le prostitute vennero accomunati, oltre che dall’avarizia, dalla necessità della restituzione del guadagno illecitamente ricavato. Così infatti scriveva il Vescovo di Firenze Antonino nel 1591 a proposito dell’avarizia di chi giocava:

 

Avaritia

 

“Avaritia propriamente consiste in amore disordinato di beni materiali. Et quando tal desiderio è tanto disordinato, che per acquistare roba, ò conservar quella, ò per non la perdere, è parato à fare contra Dio, & suoi comandamenti, come verbigratía, à giurare, & spergiurare, ingannare, lavorare, in dí di festa, in caso non permesso & simili, sempre pecca normalmente. Et da questa maladetta avaritia, procede il giucare à carte, o dadi. Per tanto di questo domandi il confessore, secondo le condizioni delle persone. Et se dice che habbi giucato, & perduto, habbisi il danno. Et dica sua colpa del peccato del giuoco, & delli altri che seguitano à quello. Se dice che ha vinto, in tre casi è obligato alla restituzione. Il primo quando ha ingannato con falso parlare, false carte, ò dadi. Il secondo quando ha vinto à persone che non potevano alienare, come sono moglie, figliuoli, servi, religiosi, quando tali mogli non hanno altro che la dota, & gli figliuoli sono sotto la cura paterna, ò de tutori, massime quando la somma fusse grande, & in tale caso non ha à restituire à quella persona à la quale ha vinto, accio non gli giuochi una altra volta, ma à loro padri, mariti, ò prelati, ò a chi ha cura di loro. Il terzo caso si è quando vince à quello il quale con grande sua importunità, molestia, & fastidio ha, tirato, & ritenuto in su il giuoco. Nelli altri casi, vincendo non debbe restituire, ma farebbe bene à dare tal vincita per amore di Dio, à poveri. Et benche li dottori dichino, che dove si vive secondo le leggi imperiali, le quali prohibiscano il giuoco, & voglino che la perdita si possa in iudicio ridomandare, che tutto quello che in tali paesi si vince si debba restituire à chi ha perduto, s’intende questo essere vero quando tal legge non siano abrogate, & revocate per contraria consuetudine, secondo che anchora dicono li medesimi dottori. Et nientedimancho dato che sia cosi, & che tal leggi siano tolte via per contraria consuetudine, sarebbe ben fatto tutto quello che è, secondo il peccato della avaritia acquistato, dare à poveri. Questo medesimo che è di consiglio, & non di precetto si doverebbe fare di tutto quello che è mediante il peccato  acquistato, cio è di darlo à poveri come sono li danari dati pe atti dishonesti, et lussuriosi, per fare incanti, ò vendere cose prohibite come sono dadi, ò carte, & simili, & chi fa simili arti, di dadi, ò di carte che comunemente si adoperano à peccato, non debbe essere assoluto, se non le vuole lasciare, &c. Molto più prolissamente si sarebbe circa questa materia del giuoco potuto procedere, & fare molte distintioni, le quali tutte per fuggire prolissita lascio, &c.” (6).

 

Le prostitute erano equiparate alle lupe, simboli dell’avarizia in Dante “Ed una lupa, che di tutte brame / sembiava carca ne la sua magrezza / …” (7) e “Maladetta sie tu, antica lupa, / che più che tutte l’altre bestie hai preda / per la tua fame senza fine cupa!” (8) e in altri autori, come il Grappa (pseudonimo) che nei suoi Cicalamenti intorno al sonetto del Petrarca Poi che la mia speme è lunga a venir troppo così definisce le care donne: “Dicono in fine questi valent' huomini che M. Platone stette in forse in che spetie d' animali egli vi havesse a collocare. Pensate se sarebbe stato un buaccio, se dubitando di questo non si havesse saputo risolvere di mettervi fra uno stormo di que' lusignoli, uno de' quali prese la Catheriua di M. Licio in su 'l verone, o fra uno stuolo de' passerotti di Lesbia. Ma credo io che costoro dicano questo, perchè considerata (verbi gratia) la superbia che vi appongono, credono per aventura che 'l P. Platone v'abbia voluto connoverare fra le leonesse. Ma considerata dall'altra parte la crudeltà habbia pensato che sia meglio mettervi con le tigri. Voltando poi l'occhio all'invidia habbia detto che voi stareste meglio con le cagne. Ma tirato dall'avaratia, di cui, secondo loro, sete vere figliuole, si sia pentito con dir che capite meglio fra le lupe. Ma torcendo poi l'occhio alla vostra lordezza habbia voluto che siate una istessa cosa con le porche. Et finalmente costretto dall'estrema foja che dicono esser vostra peculiare, si sia risoluto che non sia differenza alcuna tra voi & i più lussuriosi animali bruti. Etc” (9).

 

Avarizia e lussuria camminavano assieme così come percorrevano la medesima strada la giustizia e l’ingiustizia (“fas et nefas ambulant passu pene pari, prodigus non redimit vitium avari”, cioè “la giustizia e l’ingiustizia procedono di pari passo: il dissipatore non riscatta il vizio dell’avaro”, come recita un canto studentesco del sec. XIV) (10) e questo anche in epoca romana dando voce a Catone: “Vero è’ che Catone fin da quel tempo avea gridato gia molte volte contro le spese ed il lusso della Città (129): tuttavia se in que’ tempi reputati ancor virtuosi la vanità femminile facea gia tanta forza contro le leggi, e rompea quasi il freno dell’antica sua temperanza e modestia; vorrem noi dubitare che ne’ secoli della licenza quando la pudicizia la verecondia non furon più che vocaboli di derisione, quando le donne patrizie non temettero di vestir l’arme, di mescolarsi nel circo nell’ arena co’ lottatori, quando le femmine consolari e pretorie, per non ricordar le augustali, non arrossirono di dare il nome all’Edile per una pubblica prostituzione: dubiteremo che l’ eccesso delle ricchezze della mollezza d'ogni libidine non rendesse eccessivo l’abuso ne’ vestimenti? (129) Saepe me (dice Catone medesimo in quella Orazione) quaerentem de faeminarum, saepe de virorum, nec de privatorum modo, sed etiam magistratuum sumptibus  audistis; diversisque duobus vitiis, avaritia & luxuria civitatem laborare, que pestes omnia magna imperia everterunt &c. e delle Donne poco prima avea detto, date freno impotenti naturae, & indomito animali, & sperate ipsus modum licentiae facturas nisi vos faciatis" (11).

 

Il sistema dei sette peccati capitali inglobava i peccati della carne sotto il termine generale di lussuria. Certo, la lussuria non si trovava spesso in cima alla lista dei peccati mortali, contrariamente all’orgoglio (superbia) e alla cupidigia (avarizia), che si alternavano al primo posto; essa possedeva però un altro primato: nel luogo comune delle “figlie del diavolo”, personificazione dei peccati che Satana offriva in matrimonio agli uomini accoppiando ciascuna di esse a una categoria sociale, la lussuria era una prostituta che Satana “offriva a tutti” (12).

 

Accomunati alle prostitute e ai giocatori in termini di avarizia erano gli usurai ai quali, fra l’altro, i giocatori incalliti ricorrevano per il prestito di denari. Tuttavia mentre per le prostitute si  prefiguravano circostanze attenuanti, poiché come nota Thomas di Chobham, anche se il loro lavoro era turpe, esse lavoravano, e, come si esprimevano i canonisti, Uguccione e Roberto di Courson per esempio, la proprietà del denaro passava effettivamente dal cliente alla prostituta, la cosa non accadeva nel caso del debitore e dell’usuraio. La quaestio de usura di Thomas de Chobham iniziava con questa affermazione: “Sunt autem duo detestabilia genera avaritiae que puniuntur in iudicio per sententiam, scilicet usura et simonia” (Ci sono due detestabili tipi di avarizia [cupidigia] che sono soggetti a processo e a punizione: l’usura e la simonia) (13).

 

Il peccato capitale di cui l’usura rappresentava l’esempio tra i più perniciosi era l’avaritia, la cupidigia. Lester K. Known ha mostrato come, attorno al 1200, l’avaritia stava ascendendo al sommo della fatale pleiade dei peccati capitali, detronizzando la superbia. Il peccato tipico della borghesia stava sorpassando  il peccato tipico della nobiltà (14).

 

L’avarizia, per la quale la pecunia è adorata nell'anima dei mortali, viene messa in risalto da Dante nei seguenti versi:

 

Inferno, Canto XIX

 

38.   Fatto v’ avete Dio d’oro e d argento;

         E che altro è da voi all’idolatre,
         Se non ch’egli uno, e voi n' orate cento?

 

38.   DIO. Osea, VIII: Argentum suum et aurum suum fecerunt sibi idola. Un santo padre: Avaritia est idolorum servitus. S. Thom.: Simoniacus Deum idolatram facit, afferens aurum idolo avaritiae. Psalm.: Simulacra gentium argentum et aurum (15).

 

Nel XVI secolo così si esprimerà Cesare Rao in una invettiva contro i giochi di fortuna, i giocatori e il peccato d’avarizia:

 

Invettiva Vigesimaseconda: Contra i Giocatori a Giuochi di fortuna 

 

“Giocare à gioco di fortuna non è altro, che raccomandare i beni alle forze dell’incerta fortuna, senza giovamento della Republica. Et in tal giuoco non si vede altro, che un vero animo di spogliare il prossimo. Iddio non ci ha fatto gratia de’ beni temporali perché gli convertiamo in usi vani, mà in profittevoli a noi, & à nostri prossimi. Di modo che mettergli, vanamente, e prodigamente nelle mani della fortuna, e usar chiaramente male de’ beneficij di Dio. I giuochi di fortuna non sono per imparar arte, che possa giovare di communità: non portano fatica, né essercito di forze corporali: ma più tosto portano otio, ch’è la porta della lussuria, e però così per lo Ius civile come per lo Ius canonico sono prohibiti. Per lo troppo studio, & avidità di quelli ci dichiariamo quali siamo, percioche s’apre in quelli il nostro petto, e si mostrano i vitiosi segreti. Qui bene si intermette l’ira, che è brutto, e diforme vitio: s’accende l’avaritia, e desiderio di guadagnare, ch’è la radice di ogni male: le contese e le risse con sollecito dolore risuonano per l’aere l’ingiurie col confuso gridare” (16).

 

Che l’avarizia fosse un peccato considerato fra i più perniciosi non si evince solo dai documenti religiosi, ma anche da quelli profani, segno che l’opera di persuasione della Chiesa aveva raggiunto il suo scopo, almeno nelle menti illuminate. Vicenzo Lari, parlando delle opere d’arte presenti presso la Raccolta Correr di Venezia, descrive un mazzo di carte del XVI secolo (17) in cui, accanto a virtù, arti, valori sacri e profani, etc, l’unico vizio era rappresentato dall’avarizia, perché considerato il più significativo:

 

“Mazzo di carte, a. 13 c., I. 6 1/2 il cui rovescio, a tutte comune, mostra una donna e un giovane a cavallo sulla riva di un fiume, ove una navicella gli attende. Il diritto è delineato a penna, e non porge che un nome in caratteri majuscoli della fine del secolo XVI, cinto d’elegante cornice, che varia per ogni carta. Ecco, nell’ordine alfabetico, i nomi che vi si leggono: Acqua, Aere, Ardire, Avaritia, Bellezza, Charità, Christiano, Cuore, Denari, Dio, Dolore, Donna, Dottrina, Fede, Fortezza, Fuoco, Gioventù, Honestà, Honore, Huomo, Intelletto, Iuditio, Iustitia, Libertà, Memoria, Misericordia, Modestia, Mondo, Morte, Musica, Natura, Nobiltà, Pace, Paradiso, Principio, Prudenza, Roma, Servitù, Soldato, Speranza, Terra, Venetia, Verità, Virtù, Vita, Vitio, Volontà (18).

 

Un’avarizia che costringeva le famiglie nell’indigenza a causa delle ripetute perdite di chi, padre di famiglia, intendeva col gioco arricchirsi, come scrive il Minorita Conventuale di S. Francesco Lorenzo Stramusoli da Ferrara:

 

Tema CCXVI -  Giuoco Biasmevole.

 

Detti Diversi

 

Il gioco à giocatori rende diletto, per la speranza dell’acquisto, ma perniciosa all’avido Giocatore, che fatto prodigo dell’avaritia, getta le sostanze, mentre le cerca, e impoverisce la fameglia, per arricchirla (19).

 

Toccare le carte era come toccare la pece: si sporcava l’anima e mai come in questo caso valeva il detto Faber est suae quisque fortunae che, tradotto letteralmente, significa "Ciascuno è artefice della propria sorte", locuzione latina attribuita da Sallustio al console Appio Claudio Cieco e passata dalla latinità, generalmente riferita a valori materiali, ad un Umanesimo che la connotò anche di valori mistici. Un’avarizia a cui persino gli uomini reputati liberali potevano incorrere:

 

“Sì che riesce tanto difficile il maneggiar carte, e dadi senza infettarsi, quanto il toccar la pece, senza macchiarsi le mani: Qui tetigerit picem inquinabitur ab ea (Matteo 25; Ecclesiastico, 13). Oltre che pare appunto, che il giuoco habbia una certa malignità particolare d’ingenerare l’avaritia nel cuore etiandio di quegli, che in altri affari, si mostrano liberalissimi” (20).

 

Concludiamo riportando un insegnamento religioso che riterremo alquanto imbarazzante ai giorni nostri, riguardante i consigli su come comportarsi nel visitare gli infermi in prossimità di morte, malati che avevano speso la vita nella ricerca dell’insensata follia, compreso il giocare a carte:

 

“E quali saranno queste visite di Carità? Sarà forse carità l'adunarsi nella stanza dell'ammalato alcuni compagni di bel tempo, che a titolo di ricrear l'ammalato, parlino di amori, di galantei, di corrispondenze geniali; eccitando nell'infermo qualche parosismo di febbre ardente, come la battezzò S. Ambrogio, Febris tua luxuria est?

Sarà forse carità, sul letto stesso dell'ammalato mettere tavolino da giuoco, e far correr le carte, ovvero spiegar sopra il letto una tela incantata, piena di figure, e di numeri, col sacco della mala ventura, dalla quale si spera sempre di estrarre un punto favorevole, che mai non viene? Sarà forse carità? Questo farebbe pascer il vizio del giuoco anche sull'orlo della morte.

Sarà forse carità empir la testa dell'ammalato, o di novità, che lo distraggano, o d' interessi, che lo disturbino, o di mormorazioni, che lo alterino, o di vane speranze di presto guarire, che lo ingannino? Non sono queste carità  ma ostilità; E chi visita gl'infermi a quello modo, si merita la ricevuta, che fece Giobbe a' suoi falsi amici: Consolatares onerosi omnes vos estis. Oh le magre consolazioni, che voi mi date! Numquid non habebunt finem verba ventosa? Avete voi altro, che consolarmi?

La visita di vera consolazione ad un' [sic] infermo è quella, che a poco a poco con dolce maniera si adopera a sollevargli il pensiero al Cielo, almeno con qualche passeggiera aspirazione; è quella, che lo dispone soavemente a purgar l'anima da' peccati, che ha commessi.

Imperocché tenete per certo, Signori miei, che molte malattie sono mandate da Dio in gastigo delle colpe. Lo dice in termìnis S. Gio. Grisostomo, Deus, ob animi peccatum, corpus flagellat, ut ad quaerendum remedium convertatur. Si abusa quel giovane della sanità, sfogandosi in mille vizj il suo correttivo sarà uria febbre, che lo scotti ben bene” (21).

 

Note

 

1 - Summa Theologiae, II-II, q. 118, a. 1.

2 - Ibid., ad 2.

3 - Cfr. ibid., aa. 5-8.

4 - Collationum Libri Tres, Liber II, in Jacques-Paul Migne, Patrologia Latina, vol. CXXXIII, col. 556.

5 - Reverendo F. Broomfield (a cura di), Thomae de Chobham, Summa Confessorum, Analecta mediaevalia Namurcensia, 25. Louvain: Nauwelaerts; Paris: Beatrice-Nauwelaerts, 1968.

6 - Opera di Santo Antonino Arcivescovo Fiorentino, utilissima & necessaria alla instruttione delli sacerdoti, & Di qualunque altra persona la quale desidera sapere bene confessarsi delli suoi peccati, Prima parte, “De Sette peccati mortali”, s.l., 1536, pp. 29r-30v. Unito con “Sermoni del R.do Coadiutore di Bergamo sopra tutte le principali feste dell’anno”, s.l., Joannis Alberti Widmistady (scritta a mano), 1591.

7 - Commedia,  Inferno I, 49-50.

8 - Commedia, Purgatorio XX,10-12)

9 - Nostra edizione di riferimento: Cicalamenti del Grappaintorno al sonetto ‘Poi che la mia speme è lunga a venir troppo’ dove si parla allungo delle lodi delle donne e del mal francioso [cioè la sifilide], Secondo la copia di Mantova del XXXXV, Lucca, B. Canovetti, 1862, pp.13-14. I Cicalamenti del Grappa vennero pubblicati nel 1545 a Mantova da Venturino Ruffinello. Per quanto riguarda l’autore che si firmò con lo pseudonimo 'Grappa', cioè graffa, segno grafico simile ad una parentesi con estremità uncinate che serve ad unire una o più parti di uno scritto, o righe, dopo le attribuzioni ad Agnolo Fiorenzuola e ad A.F. Grazzini detto il Lasca, sembra pressoché assodato che dietro a quello pseudonimo si debba riconoscere Francesco Beccuti, detto il Coppetta (Perugia, 1509-1553). 

10 - Carmina Burana, n.19.

11 - Michele Rosa, Delle Porpore e delle Materie Vestiarie presso gli Antichi, Dissertazione Epistolare, Modena, 1786, p. 147.

12 - Cfr: Jacques Le Goff, Un lungo Medioevo, Bari, Edizioni Dedalo, 2006, p. 115. (Titolo Originale: Un long Moyen Age, Tallandier Édition, 2004).

13 - Thomae de Chobham, Summa Confessorum, op.cit.

14 - Cfr: L.K. Little, Pride Goes before Avarice: Social Change and the Vices in Latin Christendom, in “American Historical Review”, 76, 1971, pp. 16-49.

15La Commedia di Dante Alighieri col comento di N. Tommaseo, Volume Primo, Venezia, Co’ Tipi del Gondoliere, 1837, pp. 150-151.

16 - Invettive, Orationi, et Discorsi di Cesare Rao di Alessano…Contra i Giocatori a Giuochi di fortuna, Vinegia, Damiano Zenaro, 1592, pp. 97r -97v.

17 - Si tratta di un mazzo di carte di educazione cristiana, uno dei primi per quanto di nostra conoscenza, di un discreto numero prodotto nei secoli successivi riferiti anche all’insegnamento della storia, della geografia e dei contenuti biblici.

18 - Vicenzo Lazari, Notizia delle Opere d’Arte e d’Antichità della Raccolta Correr di Venezia, Curiosità Diverse, Venezia, Tipografia del Commercio, 1859, p. 273.

19 - Lorenzo Stramusoli da Ferrara, Apparato dell’Eloquenza, Tomo Secondo, Padova, Stamperia del Seminario, 1700, p. 571.

20 - Carlo Gregorio Rosignoli, Il Giuoco di Fortuna, overo il Bene e ‘l Male de’ Giuochi, Modona (Modena), Antonio Cappponi, 1703, p. 130.

21 - Opere del Padre Carl’Ambrogio Cattaneo della Compagnia di Gesù, nel quale si contiene l’Esercizio della Buona Morte, Tomo Secondo, Discorso XXXII, Venezia, Niccolò Pezzana, 1751, p. 198.

 

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