Saggi di Andrea Vitali

Un 'Cavaleyro' taroco (sec. XIII)

Un vanitoso e folle cavaliere in una cantiga di Pedr’Amigo de Sivilha

 

Poco si conosce della vita del xograr (1) galiziano Pedro Amigo (? - poco dopo il 1302) autore di 36 Cantigas, oltre a tre tenzoni e una pastorella. Per essere documentato come canonico di Oviedo e Salamanca sembrerebbe essere nato a Betanzon, cosa di cui non si è tuttavia certi. La sua attività di autore di cantigas - quattro d’amor (2), dieci de amigo (3), diciotto fra cantigas de escarnio (scherno) e de maldizer (maledire) - si sviluppò alla corte castigliana di Alfonso X El Sablo (Il Saggio) che promosse la stesura di numerose cantigas, fra cui le più celebri sono rappresentate da canti di devozione dedicate ai miracoli compiuti dalla Vergine Maria (Cantigas de Santa Maria) in gran parte musicati.

 

Le Cantigas di Pedro Amigo, nei codici riportato come Pedr’Amigo de Sivilha, riflettono una tematica diversa: si tratta infatti di cantigas d’escarnio che assieme a quelle de maldizer, rappresentano un sottogenere satirico della lirica galiziano-portoghese medievale, chiamato trovadorismo e che in Portogallo trova espressione tra la fine del sec. XII e gli ultimi anni del sec. XIV, derivato in parte dal sirventes provenzale e maggiormente dalla tradizione comica latina. Le due diverse tipologie si distinguono nella prima per l’utilizzo di sottintesi e parole occulte indirizzate a mo’ di satira verso personaggi non espressamente nominati, e nella seconda per l’evidenza degli insulti rivolti a precise persone di cui viene riportato perfino il nome. Riguardo questo secondo tipo di componimenti, Pedr’Amigo fu uno dei più tenaci e pungenti schernitori di Maria Pérez detta Balteira, famosa soldadeira (danzatrice) gallega che soggiornò a lungo presso la corte castigliana, mentre scagliò ripetuti dardi contro il trovador gallego Pero d’Ambroa per non essere stato capace, assieme a Johan Baveca, di ben condurre una tenzone sulla Terrasanta in occasione della crociata indetta da Jaime I d’Aragona (c.1269), fallita miseramente. 

 

La lingua è la primitiva galiziano-portoghese, da cui deriverà in seguito quella moderna. Si tratta di una lingua coltivata non solo dai trovatori portoghesi, ma anche da molti poeti iberici e che trovò la sua massima espressione nelle sopracitate Cantigas de Santa Maria, per giungere a divenire la lingua principe nella lirica castigliana colta dei secoli XIII e XIV.

 

Le liriche dei trovatori portoghesi, compreso Pedro Amigo, ci sono pervenute attraverso tre importanti codici: il Canzoniere del Palazzo dell’Ajuda, composto  verso il 1280 al tempo di Dom Dinis, re del Portogallo; il Canzoniere della Biblioteca Nazionale di Lisbona, antico Colocci-Brancuti e il Canzoniere della Biblioteca Vaticana, Vat. Lat. 1201, entrambi datati 1525-27. Questi ultimi vennero copiati in Italia, probabilmente da un codice compilato verso la prima metà del sec. XIV da Pietro del Portogallo, conte di Barcelos. Nell’insieme il corpus lirico galiziano-portoghese annovera circa 430 testi di diverse tipologie di Cantigas.

 

Di Pedr’Amigo de Sivilha ha attratto la nostra attenzione la cantiga d’escarnio Hun cavaleyro, fi’ de clerigon (Un cavaliere, figlio di un chierico) che di seguito riportiamo in versione integrale tratta dal Codice Vaticano (4):

 

Hun cavaleyro, fi’ de clerigon,

que non á en sa terra nulha ren,

por quant’ está con seu senhor mui ben,

por tanto se non quer já conhocer

a quen sab’ onde ven e onde non,                         5

e leixa-vus en gran  conta põer.

 

E poys xe vus en tan gram cunta pon

por que è tan oco, lhi non conven

contar quen sabe / ond’ est’e onde non

e seu barnagen e todo seu poder,                        10

e faz creent’ a quantus aqui son

que val mui mays que non dev’ a valer.

 

El sse quer muyt’ a seu poder onrrar,

ca se quer por mays fidalgo meter

de quantus á en tod’ aquel logar,                        15

hu seu padre ben a missa cantou,

e non quer já por parent’ acolher

hun seu sobrino, que aqui chegou.

 

La cantiga parla di un uomo figlio di un chierico, quindi di bassa estrazione, che non possedeva nel suo paese alcun bene, ma che nella terra in cui era giunto dava da intendere di essere il più nobile di tutti, dato che la gente non sapeva chi in realtà egli fosse e da dove provenisse. La frecciata del poeta è diretta contro quest’uomo non perché si tenesse in considerazione più di quanto avrebbe dovuto, dato che coloro che lo conoscevano sapevano delle sue origini modeste, ma per non aver voluto riconoscere come parente un suo nipote (da parte di zio) arrivato da poco, il quale secondo lui, avrebbe discreditato la nobiltà del suo lignaggio.

 

Di nostro interesse risultano le parole riportate nel v. 8 “por que è tan oco” cioè “perché è così pazzo”, una valutazione che mette in risalto la pochezza del finto cavaliere. Giovanna Morroni, in una edizione critica delle poesie del nostro (5), sottolineando il significato di oco come “louco, desvairado, vaidoso” cioè “pazzo, frenetico, vanitoso”  così interpreta il senso dei vv. 7-10: “e dopo che presso di voi in gran conto (considerazione) si mette, poiché è così vanitoso (presuntuoso, folle) non gli conviene riconoscere chi sa da dove proviene la sua stirpe e ciò che possiede” (E poys xe vus en tan gram cunta pon / por que è tan oco, lhi non conven / contar quen sabe / ond’ est’e onde non / e seu barnagen e todo seu poder,…) (6).

 

Come detto il testo riportato dalla Morroni è quello trasmessoci dal Canzoniere portoghese della Vaticana di epoca cinquecentesca. Dello stesso componimento venne operata una trascrizione diplomatica (7) dal Monaci (8), e semidiplomatica (9) facendo riferimento alla versione presente nel Canzoniere Nazionale Portoghese da Paxeco-Machado (10). Altre trascrizioni si devono a Theophilo Braga (11) e a M. Rodriguez Lapa (12).

 

La filologa e professoressa Elza Fernandes Paxeco (1912-1989) assieme al marito José Perdo Machado (1914-2005), storico, filologo, dizionarista e bibliografo, docenti entrambi di filologia presso l’Università di Lisbona e  Coimbra, sono da considerarsi fra i massimi filologi portoghesi. Le loro numerose trascrizioni di testi antichi risultano a tutt’oggi un punto di riferimento per tutti gli studiosi soprattutto di filologia romanza.

 

Riportiamo di seguito la copia anastatica della cantiga (13) nella versione presente nel Cancioneiro da Biblioteca Nacional, antigo Colocci-Brancuti (14), con sottostante sua riproduzione testuale e a seguire la trascrizione semidiplomatica che ne fecero i due filologici Elza Paxeco e Pedro Machado, dove si apprezzano diverse correzioni, come la separazione delle parole che nel manoscritto risultano unite, lo scrivere per intero le parole abbreviate oltre all’inserimento della corretta punteggiatura (15):

 

 

Un Cavaleyro       

 

Riproduzione testuale:

 

Hun cavaleyro fidé clerigon                              

qué non a enssa terra nulha rem

por quantesta con seu senhormui ben

por tanto se non queria conhocer

aquen sabonde deuen é ondé non

e laixe vos en gram conta poër

 

E poys xe vos en tan gram cunta pon

porque e caro colhi  non conuen

contra quen sabé ondest e ondé uen

o seu barnagen etodo seu poder

é faz creenta quantos aqui son

que ual mui mays que non deuavaler

 

El sséquer muyta seu poder onrrar

ca sé quer por mays figalgo meter

dé quantos a ento daquel logar

 hu seu padré ben a missa cantou

ènon queria por parenté colher

hun seu sobrio que achi chegou.

 

Trascrizione Paxedo-Machado (le u sottolineate devono intendersi v)

 

Hun caualeyro, fi dé clerigon,

qué non a en ssa terra nulha rem,

por quant esta con seu senhor mui ben,

por tanto se non queria conhocer

a quen sab onde uen é ondé non                              5

e laixe uos en gram conta poër,

 

E poys xe uos en tan gram cunta pon,

porque [h]e taroco, lhi non conuen

contra quen sabé ond est e ondé uen

o seu barnagen e todo seu poder;                             10

é faz creent a quantos aqui son

que ual mui mays que non deu a ualer.

 

El ssé quer muyta seu poder onrrar,

ca sé quer por mays figalgo meter

de quantos a ento[n] d quel logar                             15

hu seu padré ben a missa cantou,

e non queria por parenté colher

hun seu sobrio que achi chegou.

 

7.  cuca 

8.  caro colhi

10. baagẽ, com há, ou rn sobre posto a aa

13. ontrar

18. achi=aqui

 

Ciò che ha attratto la nostra attenzione è la trascrizione che i due filologi danno del v. 8 dove con criterio critico-filologico sostituiscono l’espressione ‘caro colhi” che appare non avere senso (16) con ‘[h]e taroco’, termine che, come abbiamo evidenziato in nostri saggi (17), significa pazzo, folle, matto.

 

Quindi, mentre per l’esemplare della cantiga presente nel Codice Vaticano la Marroni accetta al v. 8 “por que è tan oco” (perché è così pazzo), i filologi Paxedo e Machado nell’esemplare del Cancioneiros Nacional sostituiscono “caro colhi” con ‘[h]e taroco’ (egli pazzo), creando una convergenza di significato.

 

Mentre i dizionari portoghesi moderni attestano che la parola ‘tarouco’, è usata in ambito popolare sia come aggettivo che come sostantivo maschile, per indicare qualcuno che ha perso la memoria a causa della vecchiaia, smemorato, balordo, idiota (Pop, Classe gramatical: adjetivo e substantivo masculino: Que perdeu a memória por causa da velhice; desmemoriado, caduco, apatetado, idiota) (18), occorre dire che la parola oggi utilizzata usualmente nella lingua portoghese colta con il significato di folle, pazzo, è "taralhoco" con variante ‘taralhouco’ (19).

 

Riteniamo che l’origine di ‘taroco’ o ‘tarocco’ come di ‘tarouco’ debba farsi derivare dall’arabo ispanico Tár[a]h, a sua volta derivato dall’arabo classico Tarh, forma colloquiale per ‘detrazione, defalco’ cosa che si pone in disparte, che si toglie via, poi anche ‘difetto, imperfezione’. Ciò deriverebbe dal verbo arabo Taraha, con significato di ‘togliere, sottrarre’, in lingua italiana ‘tarare’. Le parole Tarochus e Taroch, che come abbiamo visto in nostri altri saggi, significavano ‘imbecille, cretino, matto’, è equivalente a tarato, cioè ‘mancante di intelletto’, in quanto al soggetto è stato tolto, defalcato, un certo quoziente intellettivo. Tarado invece è il termine comunemente usato oggi in Spagna per dire che una persona è pazza. Con il termine tara si indica in Italia anche una anomalia o malattia ereditaria. In lingua castigliana, abbiamo invece il sostantivo Tarea, sempre derivante dalla stessa radice araba, con medesimo significato ampliato a ‘tirare, lanciare, assegnare (le carte?)’, ma anche ‘vizio, difetto’: «Es interesante que este mismo verbo también nos dio la palabra Tara en sentido de ‘vicio, defecto’ y por extensión a ‘defecto físico o psíquico… de carácter hereditario’ oltre a “Defecto o mancha que disminuye el valor de algo o de alguien» (20).

 

Federico Garcia Lorca compose una celebre poesia, musicata e cantata tutt'ora da famosi interpreti, dal titolo La Tarara, termine che in spagnolo significa  'Loco, de poco juicio' cioè 'matto, pazzo, di poca intelligenza' (21). Ne riportiamo i versi con la traduzione in lingua Italiana:

 

La Tarara, sí;
la Tarara, no;
la Tarara, niña,
que la he visto yo.

 

La Tarara si,
la Tarara no;

la Tarara, bimba,

che l'ho vista io. 

 

Lleva mi Tarara
un vestido verde
lleno de volantes
y de cascabeles.

 

Porta la mia Tarara
un vestito verde
pieno di volant [balze di stoffa]

e di sonagli

 

La Tarara, sí;
la tarara, no;
la Tarara, niña,
que la he visto yo.

 

La Tarara si,
la Tarara no;

la Tarara, bimba,

che l'ho vista io. 

 

Luce mi Tarara
su cola de seda
sobre las retamas
y la hierbabuena. 

 

Porta  [nel senso di portare splendidamente] la mia Tarara

la sua coda di seta
tra le ginestre
e la menta. [menta piperita]

 

Ay, Tarara loca.
Mueve, la cintura
para los muchachos
de las aceitunas.

 

Ahi Tarara pazza
muove la vita
per i ragazzi
delle olive [i contadini che raccolgono le olive]

 

Per concludere, la trascrizione semidiplomatica svolta dai due filologici nel tentativo di ricomporre il testo originale del sec. XIII laddove fossero state riscontrate evidenti interpolazioni, si pone come ulteriore testimonianza del significato della parola Taroco come matto, folle, pazzo. Un inserimento che induce a far risalire il termine al sec. XIII. Ad avvalorarlo due grandi filologi che non avrebbero trascritto taroco se non fossero stati a conoscenza di un termine già esistente in quel periodo storico (22). Un’ipotesi da considerarsi quasi una certezza laddove si prenda in considerazione l’origine etimologica del nome da ricondursi alla civiltà arabo-ispanica, a cui, come sappiamo, dobbiamo la provenienza di un grande numero di termini integratisi successivamente nel vocabolario italiano e allineatisi alla morfologia della nostra lingua. 

 

Note

 

1 - Il xograr era una specie di menestrello in grado di comporre versi, suonare strumenti, cantare, raccontare storie o leggende, recitare poesie, e a volte eseguire acrobazie, mimo, così come altri giochi e abilità. 

2 - Le Cantigas de amor, trasposizioni in galiziano-portoghese della cansó provenzale, parlano di trovatori  che, attraverso una terminologia desunta dal mondo feudale, si rivolgono alle donne amate, rimproverandole per essere stati rifiutati o sdegnati,

3 -Le Cantigas de amigo rappresentano un genere letterario esclusivo della lirica galiziano-portoghese, di cui non si trovano esempi nella letteratura provenzale. Il personaggio narrante è sempre una donna e il tema l’amore, mentre grande importanza assumono gli elementi della natura: il prato, il fiume, il mare, etc. Il più celebre compositore in tal senso fu Martin Codax (sec. XIII) con le sue Siete [Sette] canciones de amigo.

4 - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. Lat. 4803. La poesia in oggetto è contrassegnata dalla sigla V 1201.

5 - Giovanna Marroni, Le poesie di Pedro’Amigo de Sivilha, Annali dell’Istituto Universitario Orientale, Sezione Romanza,  a cura di Giuseppe Carlo Rossi ed Enzo Giudici, Luglio 1968, pp. 189-339.

6 - Ibidem, p. 323.

7 - Per edizione diplomatica si intende la pura, semplice e fedelissima trascrizione dei contenuti di un documento, senza alcun intervento volto a mediare il testo, al di là della soluzione delle abbreviazioni. Il nome deriva dalla disciplina della diplomatica, per la quale è fondamentale replicare con assoluta fedeltà diplomi e documenti giuridici.

8 - Ernesto Monaci, Il canzoniere portoghese della Biblioteca Vaticana, Halle a.S., Max Niemeyer, 1875.

9 - Per semidiplomatica si intende una trascrizione meno conservativa della precedente, senza tuttavia alcun intervento teso a modificare i testi, se non in rari casi, sulla base di quanto si ritiene che l’autore volesse esprimere (in tal caso si tratta di una trascrizione critica).

10 - Elza Paxeco Machado, José Pedro Machado, Cancioneiro da Biblioteca Nacional, antigo Colocci-Brancuti, Riproduzione in facsimile e trascrizione, Lisbona “Revista de Portugal”, Alvaro Pinto, 1946-1964. Nello specifico la nostra cantiga riporta la segnatura ‘VII, num. 1689’.

11 - Theophilo Braga, Cancioneiro portuguez da Vaticana, Lisboa, Impr. Nacional, 1915.

12 - M. Rodriguez Lapa, Cantigas d’escarnio e de mal dizer dos cancioneiros medievais galego-portugueses, edição critica pelo prof. M.R.L., [Vigo], Ed. Galaxia, 1965. Il Lapa ritenne che al componimento, contrassegnato con il numero 317, mancasse una strofa.

13 - Elza Paxeco Machado, José Pedro Machado, op. cit., Vol. VIII. L’opera dei due filologi riporta, in riproduzione anastatica, tutte le cantigas presenti nel Cancioneiro.

14 - Il Canzoniere della Biblioteca Nazionale di Lisbona, meglio noto come ‘Canzoniere Colocci-Brancuti’ riunisce diversi componimenti in lingua galiziano-portoghese. Questa raccolta venne ricopiata in Italia, da manoscritti portoghesi medievali, nel 1525-1527 da Angelo Colocci (1467-1549) che enumerò le singole canzoni redigendo anche un indice delle stesse. Nell’Ottocento il manoscritto divenne proprietà del conte Paolo Brancuti di Cagli da Ancona, il quale lo vendette successivamente al filologo Ernesto Monaci, che ne fece una disamina critica (si veda nostra nota 8). Nel 1924 il manoscritto entrò in possesso della Biblioteca Nazionale del Portogallo di Lisbona. Recenti studi hanno appurato che il manoscritto originale venne ricopiato da sei mani differenti, usando sia la scrittura gotica che quella corsiva. Delle 1664 canzoni originali, il manoscritto ne conserva solo 1560. Fra quelle perdute tre sono da attribuire a Pedro Amigo.

15 - Riportiamo dì seguito l'Esplicação, cioè la spiegazione dell'intervento che sui testi fecero i due filologi, come da essi descritto in apertura del primo volume: "Il Canzoniere della Biblioteca Nazionale di Lisbona (ex Colocci-Brancuti), nonostante si trovi già nella Biblioteca da 22 anni non era stato ancora stampato. Si intraprende ora la sua pubblicazione perché è stato giudicato di grande importanza portare al pubblico per la prima volta nella versione integrale e in modo accessibile il più esteso canzoniere portoghese medievale. Le composizioni non coincidenti con quelle già pubblicate nel Canzoniere della Vaticana da Ernesto Monaci sono state trascritte diplomaticamente dal suo discepolo Enrico Molteni e date alla luce da quel professore italiano. Tuttavia anche questa edizione parziale si trova esaurita e quindi fuori dalla portata della maggioranza dei lettori. Lo è anche per le difficoltà di lettura che presenta per i non specialisti. In questa nostra edizione si trovano abbreviazioni che non impiegano il carattere italico  (1); vengono sostituite le maiuscole da minuscole e il contrario ogni volta che il testo lo esige. Nello stesso tempo si punteggia (mettono i punti) in accordo con l’interpretazione del manoscritto. Quanto al resto si mantiene l’ortografia dell’apografo eccetto nel caso di lapsus evidenti. In nota sarà indicato ciò che si legge nel codice. Tra parentesi quadre vanno le lettere e i vocaboli omessi indebitamente nel manoscritto. Le parole in italico corrispondono a quelle che si trovano sottolineate nell’apografo; viene adottato questo criterio per tutti i passi in queste condizioni, anche quando le tracce (indizi) rivelano chiaramente un intervento posteriore. Nei frammenti dell’Arte de Trovar vengono indicate le linee di ogni colonna; attraverso questo processo si può trovare facilmente nel manoscritto il passo che si desidera verificare, così come la parola registrata nel glossario. Vengono trascritte varianti. Le annotazioni fatte da Colocci saranno riprodotte nei commenti di carattere letterario, storico, linguistico, biografico che devono accompagnare quest’edizione del Cancioneiro della Biblioteca Nazionale". (1) Cfr: “Tutte le abbreviazioni e sigle saranno risolte senza necessità di indicare con altro tipo di stampa le lettere supplite; solo in caso di dubbio sul possibile sviluppo di un’abbreviazione saranno sottolineate le lettere supplite che nell’edizione verranno indicate in lettere (carattere) corsivo”, 'Normas de Transcripcion y Edición de Textos y Documentos', pág. 6, N. 13 (Consejo Superior de Investigaciones Cientificas - Escuela de Estudios Medievales). 

16 - Colhi (si legge ‘cogli') è la prima persona singolare del passato remoto di raccogliere, quindi raccolsi; varrebbe quindi per: “perché é caro io raccolsi” (?).

17 - Si leggano i saggi Dell’Etimo Tarocco, Tarocco vuol dir matto e Vento Theroco.

18 - Dicionário online de português  al link http://www.dicio.com.br/tarouco/

19 - La prof. Graça Videira Lopes, dell’Università Nova di Lisbona, ci informa dell’esistenza di un menestrello chiamato Pedro Larouco i cui componimenti sono presenti nel Cancioneiros portoghese, e della possibilità che il significato di Larouco, al di là della toponimia, possa essere interpretato come pazzo, folle, considerando che il termine ‘louco’ in portoghese significa appunto pazzo (‘loco’ in spagnolo).

Il Prof. Antón Santamarina, membro del Consiglio Direttivo dell'U.S.C. (Instituto da Lingua Galega) dell'Università di Santiago de Compostela, ci ha comunicato quanto segue: «Il dizionario galiziano registra la voce 'taroco', ma con il significato di “pezzo di legno, pezzo di pane duro” (trozo de madera, trozo de pan ‘duro’), nulla con il significato di 'pazzo'. In base ai dati lessicografici medievali non trovo nulla. Questo 'taroco' ('pezzo di legno', con la variante 'tarouco') è molto simile alla parola castigliana 'tarugo' secondo il DRAE: "1. m: Pezzo di legno o di pane, di solito spesso e corto; con il significato secondario di 4 m. coloq: Persona di comprensione approssimativa (= che tiene la testa dura, che è goffo, come un pezzo di legno)” (Persona de rudo entendimiento = que tiene la cabeza dura, que es torpe, como un trozo de leña). In lingua leonese esiste la variante 'taruco'. I dizionari portoghesi registrano anch’essi 'tarugo' (1721), che deriva sicuramente dal castigliano (1386). Tuttavia, la somiglianza può essere casuale e la parentela tra le due parole è difficile da giustificare perché 'taròco' possiede la ò aperta. Inoltre, il significato 'scarso di comprensione' risulta moderno».

Nel Diccionario de hablas leonesas di Jeannick Lemen, indicatoci dal prof. Santamarina, riguardo a "tarugo' troviamo che il suo significato risulta pressoché simile in diverse regioni iberiche: "Normalemente son tres y se llaman también tarucosmachorras’, ‘persona muy bruta o de pocas luces’ (Gordaliza, 1988, 209); Nav. [Ribera, Pamplona, Zona Media]: tarugo, ‘torpe, zoquete, obtuso’; [Ribera]: ‘persona pequeña y gorda’ (Iribarren, 1984)", da identificarsi quindi 'tarugo' come: "Persona molto brutta o di poco splendore (di poca intelligenza) - Zuccone, goffo, ottuso - tronco di piccole dimensioni". 

É nostra opinione che poiché il significato di 'taroco' o 'tarouco' in galiziano, cioè "pezzo di legno, pezzo di pane duro”, si riscontra anche nel termine castigliano 'tarugo' il quale possiede anche quello di "Persona di comprensione approssimativa = che tiene la testa dura, che è goffo, come un pezzo di legno", il termine debba indiscutibilmente essere messo in correlazione con il significato di 'taroco' come persona tarata, a cui manca un discreto quoziente intellettivo (il zuccone e ottuso citato dal Lemen), da identificarsi come un matto, dato che le teste dure non ragionano. Si veda in proposito quanto da noi scritto nel testo a proposito dell'etimo di 'taroco, tarocco, tarouco'. Inoltre, se come affermato dal prof. Santamarina, 'tarugo' deriva dal castigliano (termine documentato nel 1386), è assai probabile che esso sia da farsi derivare da 'taroco' il quale doveva necessariamente essere già presente da tempo. Come i filologici sanno, le parole viaggiano ed emergono capricciosamente.

20 - Cfr:Real Academia Espanōla, Diccionario de la lengua española, Voce: tara, online al link

http://buscon.rae.es/drae/srv/search?id=tlmpG6d88DXX2zNWLiDE|8iKi5vsvrDXX2zBglnxk|psxYhxceZDXX2r275Dhg

21 -  Dobbiamo questa informazione a Marcos Méndez Filesi, partner dell'Associazione.

22 - La nostra asserzione si basa sul convincimento della grande cultura filologica di Elza Paxedo e Pedro Machado. Ovviamente occorre essere guardinghi in quanto siamo a conoscenza che errori in tal senso non mancarono: ad esempio le indicazioni che il Cortelazzo diede dell'espressione "il diavolo è tarocco", attribuita a Sacchetti, appartengono in realtà a Saccenti e sono pertanto errate (Manlio Cortelazzo - Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2004). Si legga in proposito il nostro saggio I Tarocchi in Letteratura I.

 

Desideriamo porgere un doveroso ringraziamento alla Prof. Giulia Crescentini per averci fornito la traduzione di alcuni lemmi della lingua portoghese.

 

Copyright   Andrea Vitali