Saggi di Andrea Vitali

Lettere Aretiniane

Le Lettere dell’Aretino al “Padovan’ cartaro in Fiorenza”

 

I primi cinque volumi delle Lettere dell’Aretino vennero pubblicati, lui vivente, fra il 1538 e il 1550. Il sesto, postumo, nel 1557. Anche se diversi critici, fra cui l’Innamorati (1) gli attribuirono l’invenzione di questo genere letterario, in realtà per i tipi di Aldo Manuzio era già stato dato alle stampe nel 1500 un volume sulle lettere di S. Caterina e nel 1510 una scelta fra le più importanti di Francesco Filelfo.

 

La differenza fra questi volumi e quelli dell’Aretino è tuttavia evidente, in quanto i primi consistono semplicemente in un insieme di lettere riunite in una pubblicazione, mentre i secondi nascono da un preciso impegno preparativo finalizzato alla loro pubblicazione.

 

Venuto a conoscenza che il cardinale Pietro Bembo stava per rendere pubbliche le sue lettere, l’Aretino volle anticiparlo.

 

La prima indicazione sul progetto di pubblicare le sue lettere si riscontra in una missiva inviata dall’Aretino al suo editore Francesco Marcolini, datata 22 giugno 1537, dove lo scrittore ne sottolinea il desiderio senza fra l’altro richiederne compenso:

 

“Con la medesima volonta ch'io, Compar mio, vi donai ľaltre opere, vi dono queste poche lettre, le quali sono state raccolte da ľamore che i miei giovani portano a le cose ch'io faccio. Or sia il mio guadagno il vostro testimoniare ch'io ve l' ho donate, perche stimo piu gloria il farne presente ad altri, che d'averle composte a caso, come si sa; e il fare imprimere a suo costo, e a sua stanzia vendere i libri che ľuom si trae de la fantasia, mi par proprio un mangiare i brani de le istesse membra. E colui che la sera va a la bottega per torre i danari de la vendita del giorno, pizzica de la natura del Roffiano, che prima che se ne vada a letto vota la borsa de la sua femina. Io voglio, con il favor di Dio, che la cortesia de i Principi mi paghi le fatiche de lo scrivere, e non la miseria di chi le compra. Sostenendo prima il disagio, che ingiuriar la vertu, facendo mecaniche ľarti liberali. Et e chiaro che i venditori de le lor carte diventano facchini e osti de la infamia loro. Impari a esser mercatante chi vole i vantaggi de ľutile, e facendo ľesercizio di libraio, sbattezzisi del nome di poeta. Non piaccia a Cristo che quello che e ufficio d'alcune bestie, sia mestier de la generosita mia. Bel fatto che sarebbe se io, che spendo ľanno un tesoro, imitasse il giocatore il qual mette cento ducati in una posta, e poi bastona la moglie che non empie d'olio fritto le lucerne. Si che stampatele con diligenza e in fogli gentili, che altro premio non ne voglio. Cosi di mano in mano sarete erede di cio che mi uscira de ľingegno”.

 

Da una Lettera del 17 ottobre 1537 indirizzata a Luigi Gonzaga siamo a conoscenza che l’autore stava lavorando a tale progetto: “E della mutazion’ del mio stile ne rende testimonianza un’ libro di Lettre, che tosto saran’ fuor de le stampe. Per la qual’ cosa si potrà vedere le memoria; ch’io so fare de la cortesia di coloro; che mi sanno intertenere. Io mi son’ tutto riscosso dal timore; che mi occupava nel publicar’ di cotal’ volume…” (3).

 

Le Lettere appaiono molto diverse fra loro: toni aulici e formali caratterizzano le missive indirizzate ai potenti, fra cui l’imperatore Carlo V e il Re francese Francesco I, mentre più familiari appaiono quelle inviate ad amici, fra cui il Tiziano e il Sansovino, o a conoscenti in genere. In parte inventate per la pubblicazione, la maggior parte realisticamente inviate.

 

Esse ci offrono un'immagine di tutti gli strati della società del tempo: potenti, come il citato re e imperatore; papi, regine, principesse, duchesse, duchi; amici artisti e letterati, condottieri, medici, studenti, cortigiani, segretari, mercanti, soldati e persino prostitute.

 

Accanto alle tematiche sulla natura e l’arte, sull’originalità e l’imitazione,  sull’ignoranza e la dottrina, considerate il fondamento della poetica aretiniana (4), il nostro interesse verte qui sul tema del dono, che si riflette sia in ringraziamenti per offerte ricevute (anche in denaro), sia nel reclamare promesse non mantenute. A seconda della professione del donatore, Aretino poté contare su offerte di cibo, di vesti, di opere artistiche e…di tarocchi.

 

A volte il poeta non andava tanto per il sottile nel reclamare quanto gli spettava secondo giustizia, tanto da far suscitare sensi di colpa in chiunque non lo avesse aiutato in quei frangenti; il tutto ottenuto grazie ad un misto di atteggiamenti adulativi e di impensabile disinteressamento. Ne è testimonianza una missiva inviata ad un certo Giangiovacchino, affinché intervenisse per fargli recuperare una somma di denaro, donatagli dalla ‘real maestade’, truffatagli ignobilmente. Da quanto si evince l’Aretino aveva perso al gioco delle carte e dei dadi, per mano di un baro. Fatto intollerabile a cui la giustizia avrebbe dovuto porre rimedio (Lettera 1) (5).

 

L’Aretino aveva fatto pubblicare a Venezia nel 1543 Le carte parlanti, opera composta in forma di dialogo fra le carte, appunto “parlanti”, e l’artista che le stava dipingendo, chiamato il Padovano dal suo luogo d’origine (6) sebbene residente a Firenze da tempo (7).

 

L’amicizia e il rispetto che l’Aretino provava per il cartaio padovano, è testimoniata da diverse lettere, interessanti per le informazioni che possiamo trarre sulla manifattura delle carte ricevute in dono.

 

In una lettera, datata agosto 1550 (Lettera II) (8), l’Aretino, dopo aver espresso lodi sulla bontà e sulla più che liberale natura dell’amico, tanto da fargli sentire la necessità di amarlo incondizionatamente (che bisogna che vi ami, come amo me stesso), lo ringrazia per l’ennesimo dono ricevuto e cioè un mazzo di tarocchi (l’ultima cortesia dei tarocchi mandatimi: si può connumerare per dono prima ottenuto, che chiesto). Un mazzo speciale definito dall’Aretino  “opera artificiosa, e bella molto”, donato da lui a sua volta, senza tema di far brutta figura davanti all’amico, all’Ambasciatore di Urbino affinché si esercitasse trascorrendo il suo tempo dopo essere scampato ad un male che sembrava dovesse trascinarlo alla tomba.  D’altronde l’Aretino, a suo dire, non amava giocare a carte “che in quanto a me; non ch’io giuochi, non posso stare a vedere niuno, che tenga in mano le carte”, anche se, come sappiamo dalla lettera precedente, probabilmente riteneva cosa migliore evitare il gioco sentendosi indifeso contro l’ignominia dei bari (9). 

 

Il donare ad altri i mazzi di carte ricevuti dal Padovano era d’altronde prassi consolidata del nostro, come si evince da una precedente lettera inviata al Padovano nel luglio del 1541 (Lettera III), laddove scrive di aver donato le carte a delle fanciulle affinché si divertissero in quei giorni torridi d’estate “ho lasciato torre le carte uniche, & i tarocchi divini ad alcune nimphe non meno cortesi, che galanti. e соsi elleno in mio scambio si dilettaranno con esse in questi caldi eccessivi”. Anche in questo caso, si trattava di un mazzo di tarocchi e di due mazzi di carte ordinarie di straordinaria fattura [traduciamo in Italiano corrente]: “per cui, volendo lodare l’accuratezza di una così bella manifattura di questi straordinari lavori, non sarebbero sufficienti le testimonianze di mille giocatori di Primiera. Insomma, queste opere sono realizzate dal Padovano, che in quest’arte è da considerarsi tanto quanto lo è Michelangelo nelle opere che scolpisce o dipinge. Cosicché io stesso che fino ad ora mi sono gloriato di non saper giocare, catturato dalla loro bellezza, mi dolgo di non essere un giocatore, dato che i disegni delle figure, unitamente agli altri abbellimenti fatti con punti d’argento e d’oro, inducono in chi le guarda un desiderio di mescolarle maggiore di quanto sia la volontà di un ammalato di bere davanti ad una brocca d’acqua fresca” (10).

 

Si trattava quindi di carte di grande bellezza, sia per la raffinatezza delle immagini che per gli inserimenti d’argento e d’oro (tocche d'ariento, e d'oro), tanto da renderle simili, in parte, a carte miniate.

 

L’appellativo ‘divini’ attribuito ai tarocchi, ma non alle carte - che dovettero accontentarsi del pregiativo ‘uniche’ (ho lasciato torre le carte uniche, & i tarocchi divini), testimonia un ‘usus scribendi’ tipico del nostro, inteso a celebrare coloro che stimava sopra tutti, oppure quando necessitava di favori. Nel caso dei tarocchi, che essi erano stati dipinti alla perfezione. Di seguito i destinatari 'divini' elencati dal Mazzucchelli: “Così troviamo che scriveva al Divin Molza; che Divino ed anche Divinissimo chiamava il Bembo; più Divino che umano Luigi Alamanni; Divino il Tolomei; Divino il Giovio; Divino il Tasso; Divino il Dolce; Divino lo Sperone; Divino Michel Angelo Buonarroti; Divíno Alberto Lollio; e Divinissimo il Fracastoro. Cosi pure chiamava Divino Carlo V. Divo e Deitade Enrico VllI. Re d’lnghilterra anch’ allor ch’egli era apostata; Divo il figliuol di Carlo V. Divo Orazio Farnese Duca di Parma; Divo D. Antonio da Leva; e cosi la maggior parte de’ Princîpi a lui ben affetti. Divino medesimamente chiamava Tiziano; Divino Raffaello; Divino il Moretto Pittor Bresciano, e persino Divini í Tarocchi, carte da giuoco ben dipinte” (11). D’altronde egli stesso era chiamato divino, se diamo adito alla tradizione che intese l'Ariosto essere stato il primo ad avergli attribuito tale appellativo (...ecco il flagello / de' principi, il divin Pietro Aretino) (12).

 

Come abbiamo evidenziato, l’Aretino coinvolse l’amico cartaio rendendolo attore principale assieme alle sue carte nel dialogo Le carte parlanti, pubblicato nel 1543.

 

Accanto alla Lettera del 1550, con cui l’Aretino ringrazia il Padovano per avergli inviato un mazzo di tarocchi, un’ulteriore lettera datata l’anno successivo alla pubblicazione del Dialogo (Lettera IV), evidenzia come il Padovano dovesse sentirsi in obbligo verso l’amico per la pubblicità ricavatone, sentendosi in dovere di colmarlo di doni. Il poeta nella lettera ricorda all’amico il Dialogo che lo aveva visto protagonista (che non mi vergogni di non havervi dedicato il dialogo, nel quale v’introdussi a parlare) e gli conferma un’immensa stima (imperoche la fortuna che nel fare sempre, mai non seppe quel’ che si facesse, ha fatto i Principi con l’animo di Cartai, & i cartai con l’animo de i Principi) (13).

 

Non si deve tuttavia pensare che il Padovano inviasse al poeta sempre carte da gioco. Sapendo bene come renderlo felice, ogni tanto gli faceva pervenire, tramite il fratello Alessandro, bontà culinarie, di cui l’Aretino era ghiotto. Lo confermano diverse lettere, fra cui una del gennaio 1552 (Lettera V), in cui l’Aretino, dopo averlo additato come ‘Cartaro nell’arte, & Re nell’animo’, lo ringrazia per aver ottenuto da lui salsicce di fegato, facendo voto di comporre mille opere in suo onore se avesse continuato ad inviargliene (Si che ve ne ringratio, con il far’ voto di comporvi millanta opre in honore) e nel caso fosse stata cosa di suo gradimento (caso che un pane impepato venga a dirmi, che vi saranno care) (14).

 

Il Padovano, fece di più perché l’anno successivo gli inviò due tipi di salsicce: “di carne & di fegato” giudicate dall’Aretino “buone, & belle al possibile” (15). Non siamo a conoscenza invece di altri componimenti dell’Aretino dedicati all’amico cartaio (16).

 

 

LE LETTERE

 

 

AL SIGNOR GIANGIOVACHINO

 

(Lettera 1)

 

 

Poi che gli huomini nel ricorrere a gli altri huomini fanno fede della grandezza, e de la bonta loro, a me pare Signore ricorrendo a voi confermarvi il vostro essere grande, e buono; onde sete obligato con ogni affetto di animo, e con ogni prestezza di core a notificare al gran Contestabile, che i denari donatimi da la real maestade son suti barrati in su la fiera al giovane, a cui la sua eccellenza fece contargli. e perche un messer Ruberto de Rossi Fiorentin mercante me avisa di ciò, egli è tenuto a informarne la giustitia; benche la vergogna fatta da la fellonia di cotal vincita, a la liberalita del Re, pareggia il mio danno. ma se le leggi Galliche seguitano gli ordini de le Venete io riharò ciò, che le cene, & i desinari roffiani de le carte, e de i dadi non riguardando la degnita del donatore mi han truffato. Quanti impacci ho io dato a gli amici per ottenere il dono:  quanto l'ho io spettato?  e quanto speso per haverlo? io mi son consumato dietro a la speranza di si vil promessa da lo aboccamento di Nizza in qua, e tre volte ho ispedito a la corte per esso, e quando pensava di goderne, eccolo in bocca a i cani. Veramente simil tristitia è degna de i suoi autori, e de la insolentia de l’anno, che corre; la iniquita de le genti, e la malitia de i tempi, rimescolate insieme battezzono per ghiottone chi non è un ribaldo: e cominciando da me, io son tenuto di natura empia per esser di volonta ottima: e mal christiano per haver bene scritto di Christo e quegli, che scannano il prossimo, e che vituperano la religione si esaltano, e si  adorano: ma spenga Iddio chi è tale da la faccia de la terra. intanto adoprisi la nobile Signoria vostra in mio benefitio; che solo per credere, che quella più che altra mi possa giovare devete giovarmi. oltra di ciò io spero in voi, e sperandoci vi saria biasimo. che lo sperar fusse vano. Di Venetía il. VIII. di Marzo. M. D. XXXX. [1540]. Pietro Aretino.

 

 

AL PADOVANO

 

(Lettera II)

 

 

Quante laude meritarebbe, che se gli desse la sorte, se gli impacci, che havete voi reale huomo; tempestassero l’animo di qualche plebeo Principe, & i commodi, che felicitano lui; con solassero il cuore vostro, che’ l merita, questo dico, si come parmi d'haver detto altre volte; in proposito della liberalissima di voi natura la quale vi fa splendido in modo, che pur’ che ve ne mova un’ cenno più che non vi resta, donate. Il che si confà tanto con la complessione, ch’io tengo; che bisogna, che vi ami, come amo me stesso. Il che faccio, con lo affetto di tutto quel’ contento, che sempre veggo in voi; in qualunque cosa, vi richiesi mai ottenendola, onde l’ultima cortesia dei tarocchi mandatimi: si può connumerare per dono prima ottenuto, che chiesto. certo che l’opra loro è artificiosa, & bella molto: il che mi è suto caro, per soddisfattione dello imbasciador’ d’Urbino, a cui ne hò fatto un’ presente, a ciò trapassi il tempo essercitandogli adesso, che il male, che ce lo voleva torre, l’ha lasciato. che in quanto a me; non ch’io giuochi, non posso stare a vedere niuno, che tenga in mano le carte. hora non vi ringratio di tali; perché sto spettando, che mi venga occasione di compiacervi in altro, che in parole, tessute con tersi detti, in l’inchiostro. D’Agosto, in Vinetia. M.D.L [1550].

 

 

AL PADOVAN’ CARTARO

 

(Lettera III)

 

 

Si come il piacevole, il grato, e l’arguto M. Alessandro dipintore vostro fratello, e mio amicissimo; mi diede i primi tarocchi, cosi insieme con le due paia di carte mi ha dati i secondi; onde a voler laudare la diligenza de la bella manifattura di si fatti lavori; non bastarebbono le lingue di mille primieranti. in somma со tali opere sono di mano del Padovano, che in suo genere tanto è a dire, quanta di Michelagnolo ne le cose, che egli scolpisce, o dipigne; tal che io in sino a qui gloriatomi del non saper giocare mosso dalla lor vaghezza; mi dolgo di non esser giocatore: imperoche i disegni de le figure, con l'altre circunstantie tocche d'ariento, e d'oro, mettono piu desiderio di rimescolarle a chi ci da una occhiata, che un vaso d'acqua fresca non pon volonta di bere ne lo amalato, che il guarda. ma per non simigliarmi al Can de l’Ortolano, mi ho lasciato torre le carte uniche, & i tarocchi divini ad alcune nimphe non meno cortesi, che galanti. e соsi elleno in mio scambio si dilettaranno con esse in questi caldi eccessivi. in tanto io andrò pensando di ricompensare gentilezza con gentilezza; restando sempre al pensiero di voi, che havete piu tosto animo di Re, che di Cartaro. testimone la gentilezza del viver vostro, la generosita del quale consumarebbe l’oro del Perù, non che i sei cento scudi, & gli ottocento, che son la gratia di tutta Fiorenza; ritrahete l’anno da la vostra industria: le cui avertenze essendo senza pari, si debbono stimare piu che le leggi di molti dottori mediocri. Hora state sano, & amatemi. Di Vinetia il. VII. di Luglio. M. D. XXXXI. [1541].      P.A.

 

 

AL PADOVANO, IN FIORENZA

 

(Lettera IV)

 

 

Io non ricevo mai presenti, che d’ogni stagione, e a tutte l’hore mi fan’ godere le delitie delle vostre non meno isviscerate, che generose cortesie; che non mi vergogni di non havervi dedicato il dialogo, nel quale v’introdussi a parlare. imperoche la fortuna che nel fare sempre, mai non seppe quel’ che si facesse, ha fatto i Principi con l’animo di Cartai, & i cartai con l’animo de i Principi. io, che vi do cotal’ laude, inquanto alla magnanimità, celebro anco voi per huomo di bontà si fatta, che beati i popoli, ch’obedissero a Signor’ di tal merco. chi non è nato nobile ringetiliscasi con lo imitare i modi della creanza di che vi fregia la natura: & chi è pur’ nato, & non ne fa ritratto, restituisca a se stesso il costume, ch’egli toglie a se medesimo, co’ l procedere della vostra larghissima gentilezza: i cui atti degni di grande regio, mi sforzano a dirne altre parole, che non ne dico; co’ l giurare, che se io non fossi, me, augurarei d’esser’ voi; che havete convertito l’amore che io vi porto in l’obligatione, che vi debbo. Di Venetia di Dicembre M. D. XLIIII [1544].

 

 

AL PADOVANO

 

(Lettera V)

 

 

CARTARO nell' arte, & Re nell'animo; il fratello vostro amorevole; mi presentò le salsiccie di fegato, che costì da Fiorenza mandastemi, il dono della qual’cosa doppiamente mi aguzzò l’appetito vedendole; l’una fu perche le sono del mio appetito nozze, l’alra [sic] a poi in causa dell’esserci in trarne fuora della terra pena non poca. Onde à pensare il come non ne dispera una donna gravida questo frutto, & quell’altro, se la sorte buona, & da bene non vi spirava a compiacermene, ero sforzato dal peccatiglio de la gola a richiedere il favore di F. alla libera, acciò l’auttorità sua piu che mai grande, impetrasse per me gratia d' haverne. Si che ve ne ringratio con il far' voto di comporvi millanta opre in honore; caso che un’ pane impepato venga a dirmi, che vi saranno care, in persona. Di Gennaio in Venetia. MDLII. [1552]

 

Note

 

1 - “Fu, questa delle Lettere, l’invenzione sua più autentica, la scoperta stilistica e culturale più completa ch’egli seppe trarre dall’esperienza di sé e del suo tempo”, Giuliano Innamorati, Aretino, in “Dizionario biografico degli Italiani IV”, Roma, Società grafica romana, 1962, 92-104.

2 - P. Aretino, Le Lettere, con introduzione, scelta e commento di P. Procaccioli, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1990, p. 14.

3 - Il Primo Libro delle Lettere di M. Pietro Aretino, In Parigi, Appresso Matteo il Maestro, nella strada di S. Giacomo,  alla insegna de i quattro Elementi, M.D.C. IX. [1609],  p.166.

4 - P. Aretino, Le Lettere, op. cit., p. 23

5 - Il Secondo Libro de le Lettre di M. Pietro Aretino,In Vinetia, Per Francesco Marcolini da Furli,MDXXXXII [1542], pp. 249-251.

6 - Riguardo Le carte parlanti, si vedano i nostri saggi I Tarocchi in Letteratura I e Semi Simbolici.

7 - La critica è oramai concorde nell’identificare il cartaio con Padovano (del) Federigo.

8 - Il Quinto Libro delle Lettere di M. Pietro Aretino, In Parigi, Appresso Matteo il Maestro, nella strada di S. Giacomo, alla insegna de i quattro Elementi, M.D.C. IX. [1609],  pp. 306r-v.

9 - Si legga, a proposito dei bari, il nostro saggio L’Abile illecito dei bari

10 - Il Secondo Libro de le Lettre di M. Pietro Aretino, In Vinetia, per Francesco Marcolini da Furli, M.D.XXXXII [1542], pp. 385-386.

11 - Gianmaria Mazzucchelli, La Vita di Pietro Aretino, In Padova, Appresso Giuseppe Comino, MDCCXLI [1741], p. 112.

12 -  Ludovico Ariosto,  Orlando Furioso,  46, 14, 3-4.

13 - Il Terzo Libro delle Lettere di M. Pietro Aretino, In Parigi, Appresso Matteo il Maestro, nella Strada di S. Giacomo, alla insegna dei quattro Elementi, M.D.C.IX. [1609], p. 84. Un’ulteriore lettera, del novembre 1545, conferma i doni ricevuti dall’Aretino da parte del Cartaio: “Al Padovano Cartaio. E chi saria quello, che nel tuttavia mandare presenti ad altri non si vedesse pur ricompensare di due versi in tre dita di carta, continuasse in la cortesia, con che intertenete me d'anno in anno? niuno eccetto voi… e il mio animo mallevadore di ciò, che vi debbo, sodisfa al vostro credito con il sempre ricordarsi, ch'io vi sono obligato”. Citata dal nostro partner Girolamo Zorli presso il sito di giochi storici www.tretre.it (Articolo monografico Le Carte Parlanti, o dei Giochi di Pietro Aretino).

14Il Sesto Libro delle Lettere di M. Pietro Aretino, In Parigi, Appresso Matteo il Maestro, nella Strada di S. Giacomo, alla insegna dei quattro Elementi, M.D.C.IX. [1609], p. 60v.

15 -  Il Sesto Libro delle Lettere di M. Pietro Aretino, op. cit., p.148v-149r.

16 - Il Padovano è citato in una delle stanze 'in iscusa dell'autore' del componimento anonimo  I Germini sopra quaranta meretrice della città di Fiorenza del 1553.  Si veda, riguardo l'opera, il nostro saggio I Tarocchi in Letteratura I

 

Copyright     Andrea Vitali