Saggi di Andrea Vitali

Il Cane di Diogene

Opera satirico-letteraria di Francesco Fulvio Frugoni (1687)

 

Francesco Fulvio Frugoni, nato a Genova nel 1620, trascorse buona parte della sua fanciullezza in Spagna. Ritornato nella città natia entrò a far parte nel 1637 dell'Ordine dei minimi di S. Francesco di Paola. Dopo aver frequentato le università di Alcalá de Henares e di Salamanca intraprese viaggi che lo portarono dalla Sardegna a Monaco,e da qui a Parigi dove studiò alla Sorbona. Luigi XIV, il Re Sole, desideroso di conoscerlo lo invitò diverse volte a corte. Poi fu in Inghilterra e in Olanda. A Venezia, che vide la pubblicazione di alcune sue opere letterarie, morì tormentato dalla gotta nel 1686. Nel corso della sua esistenza frequentò personaggi importanti, fra cui Anton Giulio Brignole Sale (1) che lo volle con sé una volta divenuto ambasciatore della Repubblica genovese in Spagna, Emanuele Tesauro (2), e Aurelia Spinola, duchessa del Valentinois, di cui divenne consigliere. Scrisse numerose opere dal carattere essenzialmente satirico, lodate a tal punto dai contemporanei da additarlo come uno dei massimi prosatori del secolo.

 

L’opera sua più famosa è Il Cane di Diogene, pubblicata postuma a Venezia in sette volumi tra il 1687 e il 1689.  Qui l’autore mette in bocca a Saetta, il cane di Diogene, una variopinta descrizione della viziosità umana, in dodici racconti o ‘latrati’, riversando su tutti un’ironia tesa a correggere la cultura del mondo antica e moderna a dir poco desolante, verso cui il Frugoni manifesta ogni disprezzo. Per tanto compito si avvale "della cinica Libertà, propria di quel filosofo, che si diceva per vezzo, ma più per vanto, Morditor de i Tristi e Lambitore de i Giusti” (3). Non gli aggrada né Dante, né il Petrarca né tanto meno il Boccaccio, che severamente giudica nel Tribunal della Critica, sulla cui porta d’ingresso, parodiata dalla Commedia, l'autore fa campeggiare la frase: “Tribunale della Critica, / Inesorabile: Inappellabile. / Uscite di baldanza, o voi ch’entrate! / Entrate nel Parnaso, o voi ch’uscite!”. Al sommo poeta riserva un laconico giudizio: “Il Dante hoggidì è un autor abolito perche di stampa antica, e di frase oscura. Il dare più non s’intende” (4).  

 

Gianfranco Formichetti così scrive di quest’opera: “Di certo c'è solo l'ingegno dell'uomo, che Dio, tra le molte apparenze, ha messo nel mondo; e per il Frugoni, innanzitutto di ingegno c'è il suo. Il cane di Diogene si può considerare la sintesi delle opere precedenti: la visione del mondo che traspare è quella di un cammino tragico verso l’al di là costellato di drammatica confusione, di evidente contraddizione, una sorta di gioco delle maschere ante litteram; e su tutto incombono il tempo che inesorabilmente trascorre e la morte” (5).

 

 

Cane Diogene

                                                                                 

                                                     Incisione presente nel volume  Il Cane di Diogene (Primi Latrati)

 

 

Nell’opera vengono riportate le numerose lettere di encomio indirizzate all’autore da eminenti personaggi del tempo, fra cui cardinali, cavalieri, politici, etc, raccolte con il titolo Il Collare Pretioso al Cane di Diogene, Encomi Gemmati. Scritti all’Autore da diversi Suggetti Insigni, Amici, ed Autorevoli. Raccolti dall’Opera delle Penne Ingegnose: cioè Lettere varie manierosissime al medesimo, co i loro Elogi, manipolati già per le Stampe  (6). E ancor più poiché nelle Ghirlande Poetiche, sono riportati i sonetti in italiano e in latino dedicati da diversi autori al Frugoni per la meritoria opera del Cane (7).

 

Due i passi in cui il Frugoni parla di tarocchi: nel primo, presente nel volume dei Quarti Latrati, troviamo un riferimento alla Ruota della Fortuna laddove viene compiuta una satira sul poeta tragico Melanzio. Della vita di quest’ultimo così scrive Lorenzo Crasso nell’opera De Istoria de Poeti Greci: “MELANTIO. Portò Nome questo Melantio di Poeta Tragico‚ ed Elegiografo‚ e fu libero nоn men di lingua, che avido di mangiare. Son da Ateneo citate in più d’un luogo le sue Opere. Visse ne’ tempi di Cimone, e fu suo famigliare siccome si narra. Plutarco nella Vita di Cimone fa di lui menzione‚ e d’alcuni versi in lode di Cimone. De’ suoi costumi dice il Giraldi: “Fuit vero Melanthius voracitatis, & adulationis crimine, seu palpí suo tempore incensatus. Addit etiam Suidas: & ipsum muliebria pati consuevisse”, cioè "In verità Melanzio ai suoi tempi fu accusato per il vizio della voracità e dell’adulazione o per meglio dire delle lusinghe. Aggiunge inoltre la Suda che era anche solito lasciarsi usare come una donna) (8).

 

Sull’aspetto del libidinoso mangiatore senza alcun risparmio si accende l’ironia e la satira del Frugoni, dove quel ‘Porcellon’ viene paragonato all’asino raffigurato nella Ruota dei tarocchi: “In ciò riferire passo insensibilmente a spiegar la sensualità, ch’egli praticava nel bere; Ma non bevea, nò! masticava, biasciava, ruminava, saporeggiava, succhiava, mammava il vino. Tra gli altri vasi, de quali faceva conserva, uno si segnalava al candore, pur era il suo più favorito, e perciò il più frequentato, bench’egli alcun candor non havesse. Allusiva però assai era la tazza al Beone, poiche con esser di Porcellana ad unPorcellon convenia. Memphi ne abbondava, come che ve ne fosse la fondiera, onde Melanthio scielta n’havea la più lustra, ch’era per lui anche la più lustrale, mentre n’aspergea con sorsi, ogn’hor reparati la gola, fregolatissima nel sorbire. Tra gli altri liquori di Bromio, ch’ei si provedea come’ un Fauno intendendovi 'l suo vecchio Sileno, Maestro degno di tal Bacco, principeggiava un vino, ch’era da Principe appunto; sicome da Principe vivea Melanthio, benche fosse per l’estrattione vilissimo Paltoniere; Ma la rapina era stata la sua Fortuna, sulla cui ruota s’assidea pettoruto & intonato, conforme si pinge l’Asino in gravità sulle carte de i Tarocchi, havendo sotto, & alle falde gli huomini suggetti, e depressi…..” (9).

 

Se nella parte sottostante della Ruota e ai suoi lati, gli uomini apparivano schiavi e depressi, non si poteva dire lo stesso di Melanzio che, al contrario, ben pasciuto si pavoneggiava nella parte superiore, come  viene raffigurato l’asino nella Ruota dei tarocchi. Tale immagine, non consueta con l’intero asino, trova i suoi prodromi nella Ruota dei Tarocchi Visconti laddove il personaggio seduto in posizione superiore e l’uomo che sta per risalire hanno orecchie asinine, mentre il personaggio che cade possiede una lunga coda (10). Questi elementi sono rappresentativi della natura animalesca dell’uomo la cui Vanitas non permette di riconoscere e accettare il senso della sorte in quanto ancora legato ad un mondo puramente materiale. Stesse orecchie d’asino si trovano in due personaggi della Ruota nel Tarocco Brambilla (11), in colui che “regna” e in quello che “regnerà”, quale dimostrazione dell’insensatezza che colpisce le persone fortunate e quelle che sanno di diventarlo. Inoltre sono presenti nel personaggio regale assiso nella ruota del Libro della Ventura di Lorenzo Spirito del sec. XV. Risulta evidente, a tal proposito, il rapporto con la Ruota della Fortuna, attribuita al Dürer, che troviamo nell’opera Das Narrenschiff (La Nave dei Folli) di Sebastian Brant  (12) governata dalla mano divina e composta da sole figure asinine.

 

Di grande interesse risultano alcuni versi dove la condanna della Crapula e della Lussuria, fomentata quest’ultima dalla prima, si manifesta con l’attribuzione  ad entrambe dell’appellativo Sirocchie Gemelle, cioè ‘Gemelle Pazze’ in quanto il seguirle conduceva al peccato: “Io stetti a veder la Scena di quel Convito, e notai tutto distintamente conforme, senza menzogna, hò narrato, accioche all’Idea d’un’ huomo cotanto improprio, & abbominoso, impari l’huomo provido, e frugale; ad aborrir sempre più la Crapula, & a sfuggire ogn’hor più la Lussuria, due Sirocchie gemelle”. Come descritto in un nostro saggio, poiché il vento scirocco, chiamato anche vento theroco (13), era creduto indurre alla pazzia, da cui il termine sciroccato, per Sirocchie gemelle deve intendersi Gemelle pazze. Il termine pazzo, oltre ad aver dato il nome di Tarocco al gioco (14) era attribuito a tutti coloro che privi di ragione peccavano non credendo in Dio (15).  

 

Il secondo prosare sui tarocchi si trova sempre nel medesimo volume dei Quarti Latrati, laddove l’autore compie una digressione sulla perniciosità del gioco delle carte. Di grande interesse in quanto il Frugoni per tale disamina si avvale di alcuni Trionfi, certuni espressamente citati, altri da intuire. 

 

Frugoni, riportando ‘fedelmente’ ciò a cui assistette in Asia, scrive che i mariti lasciavano che gli amici giacessero con le loro mogli, capre contente nel sollazzarsi con due  caproni (Hirci). Prendendo spunto dal mito di Aci e Galatea rammenta donne che in mare si facevano sostenere spudoratamente dai propri amanti senza pericolo che questi venissero uccisi dai mariti, paragonati al Ciclope Polifemo che al contrario nel mito, essendo innamorato della ninfa, uccise Aci scagliandogli contro un enorme scoglio. Vide donne, paragonate ad Efidriadi, cioè a Naiadi, ninfe delle sorgenti, indulgere nude con uomini dalla natura di fauni e silvani (creature semidivine che governavano le campagne, i boschi e le greggi), senza che i loro mariti, intesi come Satiri e Pani (anch’essi semidei della natura) se ne preoccupassero. Insomma, una bella genia di lussuriosi, dove le donne venivano ‘sforacchiate’ come quelle canne che venivano utilizzate per costruire siringhe (strumenti musicali ad ancia).

 

Giunto a questo punto l’autore, raccordandosi con Socrate, paragona la vita ad un giocare laddove i vizi campeggiano sopra le virtù, esattamente come avviene nel gioco delle carte, o meglio, dei tarocchi. Vedremo in seguito come Socrate si riferisse al gioco dei dadi e non alle carte. Con l’esclamazione “Oh come dipinti al vivo in quelle Immagini Cornute [i tarocchi], si raffigurano!” il Frugoni intende evidenziare come in quei frangenti i tarocchi avessero preso vita, una vita dedita al Diavolo, con la Luna che invece di essere tenuta nelle mani in quanto carta, risiedeva piuttosto nella testa di quei personaggi e che sebbene alla fine le trombe avessero fatto sentire i loro squilli, quelli del Giudizio per risvegliare i dormienti, a nulla sarebbero servite, non possedendo i nostri interpreti alcun sentimento di comportamento etico (Sinderesi).

 

Vide anche, continua il Frugoni, Cavalieri così esperti nel gioco da spogliare dell’oro le Dame con cui giocavano, per poi attrarle sessualmente con il loro ‘favo’, cioè con il proprio organo sessuale, un pomo rubato dal giardino dove le ninfe Esperidi custodivano i pomi d’oro di Era. I mariti non si preoccupavano delle mogli le quali, al pari di Atlante nel sostenere il mondo sulle spalle, erano divenute ‘Atlantesse’ del disonore, sostenendo il proprio Mondo muliebre (ruolo di mogli) a testa alta e nello stesso tempo il loro osceno fare con il petto e con il dorso, cioè concedendo interamente il proprio corpo.

 

Continuando a parlare nelle vesti di Saetta, nome del cane di Diogene, lo scrittore riporta la saettatrice (invettiva) contro le donne infedeli che  l’animale ascoltò da Antistene nel Ginnasio pubblico di Atene: il fallo di Venere (l’organo sessuale maschile) era in grado di corrompere a tal punto la pudicizia rendendo impossibile il ritorno all’onestà e alla continenza. Seguendo il libro delle carte, cioè quanto le carte esprimono, continua il Frugoni, si impara solamente una famigliarità infame.

 

A conclusione lo scrittore sottolinea come sia difficile per ogni marito che gioca a carte custodire una moglie vana, sottoposta ad ogni tentazione, così come apprese nel Ridotto di Menfi, dove i mariti, intenti a spogliare dell’oro i loro simili, concedevano tutto il tempo necessario agli amanti di spogliare nella propria casa le loro mogli.

 

Riportiamo di seguito il testo originale di quanto riassunto:

 

“Dirò ciò che vidi nell’Asia, e per tal cagione m’imagino ch’anco sia tutto il Mondo paese. Vidi Mariti così buoni Amici ch’accomunavansi anche le Mogli, Capre contente, per haver’ ognuna due Hirci scambievoli. Rincontrai nelle piagge dell’ Jonio alcune Galatee notanti, ognuna delle quali avea il suo Aci, che galeggiar la facea col sostenerla, postale sotto ‘l petto la man senza periglio che ‘l Polifemo geloso gli seppellisse, con uno scoglio addosso, nell’onde, attesoche gli Aci erano Drudi, e Mariti. Vidi nel cespuglioso letto del Manzo (che quando è verace d’onde si chiama Duca de i torrenti, e qual’hor sia scarso d’acqua, Visconte de i ruscelli, si chiama) scherzare spogliate, senza rossor, ma non candite, ancorche lavate, l’Ephidriadi, co i Fauni, e co i Silvani amanti, ancorche vi fosser presenti gli Sposi Satiri, e Pani, che seben si sentiano spuntar le corna, perche magnavan con queste, festeggiavano la lor vergogna. Vidi parimente abbeverarsi a quelle linfe agonizzanti le impudicitie assetate: perire in quei rivoli moribondi le pudicitie affameliche, deporre il Cingolo della castità male stretto, perche rilasciato dalla licenza, le Verginelle falaci, e divenute, di Siringhe perseguitate, fragili Canne, piegarsi lievi all’arbitrio de i Semicapri lascivi, che ne formavano Zampogne, foracchiate dal Dishonore. Proseguirò gl’Incontri degli Adulterati Imenei, de i Thalami violati, anche coll’impulso del Giuoco, poiche tutta l’humana vita, da cui non la renda seria con la Virtù, si riduce a giuoco dal Vitio. Quindi mi raccordo che Socrate solea paragonarla ad un Giuoco di Carte, aggiungerò io di Tarocchi nell’Assunto de i Mariti Goccioloni, che abbandonano le Mogli loro alla libertà della Moda, e quasi le scartano, perche altri le riassumano. Oh come dipinti al vivo in quelle Immagini Cornute si raffigurano! A lor tocca spesso l’alzar’ il Diavolo Antesignano, e Corifeo di tutto il Cornigero Populo: e spesso il Bue si vede finto in mano al vero: La Luna crescente stà più nel capo, che in pugno, di cui la giuoca; E benche suonin le trombe per ultimo, non si risentono quegli stupidi, che han l’orecchio incallito, al sussurro della Sinderesi. Vid’io pure nell’Asia seduti a questo Giuoco di Tarocchi Cavalieri, e Dame, giucar’ a vincer, non la borsa ma la pudicitia. I Cavalieri non lasciarsi affettatamente perdere il contante, spogliavan le Dame, che ghiotte dell’oro si rendeano arrestate a que Meleagri, che (seben dalla ritrosia innagrite) le indolcivano con quel favo,che corrompe la pudicitia, e le prendeano con quel pomo, che colto negli Hesperidi fa tramontar’ anche le Tramontane del Ciel Civile. Stavano spettatori, ò pur fingeano di non vederle i Mariti di quelle Atalante, che divenute Atlantesse del Dishonore, sostenevano il Mondo muliebre col capo, e l’Osceno col petto, se non pure col dorso, in quel Giuoco anche figurato. Quand’io fur scielto da Antistene, colà nel Cinosarge d’Atene,  per Impresa della Setta Cinica, onde nomommi Saetta, mi raccordo ch’ei, tra l’ altre sue sentenze sensate, pronunciò questa saettatrice contra le femmine impure, ch’a i lor Mariti non serban fede: Venerem ergo sagittis confoderem, si deprehenderem, quando ex nostris permultas honestas, & morum bonitate insignes fœminas corrupit. Si che il fal di Venere, corrompe la pudicitia, e feminato nell’anima la rende così sterile, che non può germogliarne più il fiore dell’honestà, né fruttificarvi ‘l ramo della continenza. Ma non è tanto colpa di Venere, quanto di Vulcano, che la sua Moglie sia laida. I Mariti, Zoppi nel seguire le loro Ciprigne lubriche, son cagione che queste cadano co i Marti Drudi, e con gli Adoni seguaci. Le lasciano giucar con essi, e non sanno che nel libro delle Carte s’impara sovente la familiarità infame, che svergogna le famiglie famose. E’ ben difficile che ‘l Marito, quando sia Giucator anch’egli, possa custodire la Moglie, che fia sdrucciola, e vana, onde una pietruzza d’inciampo la fà cascare; un’ alito di tentatione la fa commuovere. Nel Ridotto di Memphi v’erano molti mariti, che abbandonate le Case loro, anche di notte, davano tempo agli Amanti di spogliar le lor femmine, all’hor ch’essi erano tutti attenti a spogliar’i lor Emuli” (16).

 

La frase  “Quindi mi raccordo che Socrate solea paragonarla ad un Giuoco di Carte” (17) evidenzia la credenza del Frugoni che le carte esistessero già in epoca antica. Tuttavia la frase che egli riporta, come nota al margine del testo ripresa dagli Emblemata dell’Alciato (18), manifesta il suo errore. Un errore che ancora oggi spinge taluni a sostenere, proprio per errata conoscenza storica, che le carte esistessero già da millenni. La frase citata è la seguente. “Aleae ludo similis est vita & quidquid evenit veluti ā quandam tesseram deponere oportet” che significa "La vita è simile al gioco dei dadi: e, qualunque cosa accada, bisogna lanciarla (gettarla, calarla) come un dado".  

 

L’errore del Frugoni fu quello di interpretare la parola ‘tessere’ come carte, quando da tempo si conosce che con quel termine venivano designati i dadi punteggiati, come già scriveva Don Giacinto Amati nel 1829: “Senza timore di errare, si può assentatamente dire che la tessera dei Latini non è assolutamente il talo dei Greci, ma il dado punteggiato con proporzione di aumento in ciascheduna delle facce dall'unità sino al sei, come sono principalmente i nostri dadi” (19). Sullo stesso tema, trattando del significato delle tessere in generale, scrive Gioacchino Mancini: “Vengono poi le tessere lusorie (tesserae lusoriae) in forma di cubi o di dadi d'avorio, recanti un numero o una lettera da un lato, e talvolta in un altro lato parte di un motto, spesso di augurio, scritto sulla tabula lusoria, da combinare con le altre parti del motto stesso scritte sugli altri dadi. Simili tessere recanti una cifra romana o una lettera numerale greca erano usate quali pedine nel giuoco detto ludus duodecim scriptorum. L'accezione di tessera nel senso di dado (lusorio) è stata estesa ad altri dadi, e in particolare ai cubetti adoperati nell'arte del mosaico, che si chiamano appunto abitualmente tessere o tasselli” (20).

 

Venendo ai Trionfi, come precedentemente espresso occorre considerare che alcuni vengono esplicitamente citati, mentre altri sono stati individuati in base alle situazioni descritte. Le carte sono: le Stelle, il Diavolo, il Toro, la Luna, il Giudizio, il Mondo, il Sole, la Torre e gli Amanti. Che l'autore faccia riferimento ad un mazzo di Michiate si evince dalla presenza del segno astrologico del Toro, indicato come Bue, e per il fatto che la carta del Giudizio venga chiamata 'le Trombe' che nelle Minchiate conclude, dopo il Mondo, il corteo trionfale, come la frase "E benche suonin le trombe per ultimo" sottolinea (21).

 

Le Stelle: “Vidi nel cespuglioso letto del Manzo scherzare spogliate, senza rossor, ma non candite, ancorche lavate, l’Ephidriadi, co i Fauni, e co i Silvani amanti, ancorche vi fosser presenti gli Sposi Satiri, e Pani, che seben si sentiano spuntar le corna, perche magnavan con queste, festeggiavano la lor vergogna”. L’immagine di una Efedriade, ossia di una Naiade, ninfa delle acque sorgive, appare per la prima volta nella carta delle Stelle nel foglio Cary (fine sec. XV o inizio XVI), divenendo modello per tutte le successive raffigurazioni (22). 

 

Il Diavolo: ‘A lor tocca spesso l’alzar’ il Diavolo Antesignano, e Corifeo di tutto il Cornigero Populo’. Mentre 'Antesignano' significa precursore, colui che precede e guida gli altri nella dottrina o nella azione, nella tragedia greca antica 'Corifeo' sta per capo del coro e, in senso ironico, promotore di una iniziativa. In parole povere il Diavolo risulta essere la guida, il capo di tutta la mala genia di quel Cornigero Populo (Popolo di cornuti). 

 

Il Toro e la Luna:e spesso il Bue si vede finto in mano al vero: La Luna crescente stà più nel capo, che in pugno, di cui la giuoca” a significare che spesso il cornuto, cioè il Toro, si vede finto nella carta tenuta in mano da un vero cornuto, mentre  le corna (Luna crescente) stanno più sulla testa di chi gioca che nelle mani. 

 

Il Giudizio:  “E benche suonin le trombe per ultimo, non si risentono quegli stupidi, che han l’orecchio incallito, al sussurro della Sinderesi”.  Con il termine di 'Trombe', oltre che nelle Minchiate, venne chiamata dall'Aretino la carta del Giudizo nell'opera Le Carte Parlanti. 

 

Il Mondo: “Stavano spettatori, ò pur fingeano di non vederle i Mariti di quelle Atalante, che divenute Atlantesse del Dishonore, sostenevano il Mondo muliebre col capo, e l’Osceno col petto, se non pure col dorso, in quel Giuoco anche figurato”. Il Mondo tenuto sulle spalle da Atlante appare nei Tarocchini del Mitelli, incisore bolognese del Seicento.

 

Il Sole: “I Cavalieri non lasciarsi affettatamente perdere il contante, spogliavan le Dame, che ghiotte dell’oro si rendeano arrestate a que Meleagri, che (seben dalla ritrosia innagrite) le indolcivano con quel favo, che corrompe la pudicitia, e le prendeano con quel pomo, che colto negli Hesperidi fa tramontar’ anche le Tramontane del Ciel Civile”. Oltre a considerare che Elios, divinità del Sole, lasciava i cavalli del suo carro (il Carro del Sole) a pascolare nel giardino dei pomi d’oro di Era che le Esperidi custodivanoil rapporto oro-sole appare più che evidente. 

 

La Torre: “Quand’io fur scielto da Antistene, colà nel Cinosarge d’Atene, per Impresa della Setta Cinica, onde nomommi Saetta, mi raccordo ch’ei, tra l’ altre sue sentenze sensate, pronunciò questa saettatrice contra le femmine impure, ch’a i lor Mariti non serban fede: Venerem ergo sagittis confoderem, si deprehenderem, quando ex nostris permultas honestas, & morum bonitate insignes fœminas corrupit” (Io trafiggerei di frecce Venere, se riuscissi a prenderla, dal momento che ha corrotto moltissime delle nostre donne oneste e contraddistinte per integrità di costumi). Con il termine ‘Sagitta’ viene chiamata la carta della Torre nel Sermo perutilis de ludo, primo documento conosciuto sull’ordine dei tarocchi (fine sec. XV o inizi XVI), mentre la ritroviamo come ‘Saetta’ nello ‘Strambotto de Triumphi’ di Serafino Aquilano (sec. XV) (23).

 

Gli Amanti:  “Nel Ridotto di Memphi v’erano molti mariti, che abbandonate le Case loro, anche di notte, davano tempo agli Amanti di spogliar le lor femmine, all’hor ch’essi erano tutti attenti a spogliar’ i lor Emuli”.  Risulta evidente che la  frase non abbisogna di alcun commento.

 

Note

 

1 - Si legga di lui al saggio Ganellini seu Gallerini.

- Il Tesauro fu autore di un’opera filosofica molto apprezzata all’epoca . Si veda al riguardo il saggio Il Cannocchiale Aristotelico.

3 - Celebre è l’incontro fra Alessandro e Diogene, mentre quest’ultimo dimorava entro una botte. “Io sono Alessandro, il gran re", disse il Macedone. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi"». Diogene Laertio, Vita dei Filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60.

4 - P. Francesco Fulvio Frugoni, Del cane di Diogene, I Quinti Latrati, cioè il Tribunal della Critica, Racconto Decimo, In Venetia, Per Antonio Bosio, 1687, p. 158.

5 - Gianfranco Formichetti, Frugoni, Francesco Fulvio, in “Dizionario Biografico degli Italiani”, Volume 50, 1998.

6 - P. Francesco Fulvio Frugoni, op. cit., I Primi Latrati, pp. 113-194.

7 - Ibidem, pp. 195-224.

8 - Lorenzo Crasso, Istoria de’ Poeti Greci e di que’ che ‘n Greca Lingua han poetato, In Napoli, Appresso Antonio Bulifon all’Insegna della Sirena, 1678, p. 332.

9 - P. Francesco Fulvio Frugoni, op. cit., I Quarti Latrati, cioè I Padroni Variati e Gl’Incontri Diversi, Racconto Nono, pp. 260-261.

10 - Si legga al riguardo il saggio iconologico La Ruota della Fortuna.

11 - Il mazzo si trova presso la Pinacoteca di Brera.

12 - Basilea, 1494.

13 - Si legga al riguardo il saggio Vento Theroco.

14 - Si legga in merito il saggio Il significato della parola Tarocco.

15 - Si veda in proposito il saggio iconologico Il Matto.

16 - P. Francesco Fulvio Frugoni, op. cit., I Quarti Latrati, Racconto Nono, pp. 330-332.

17 - Anche Platone paragonò la vita umana al gioco delle tessere o dei dadi (De Repubblica X) e assieme a lui Terenzio: “Ita vita est hominum quasi cum ludas tesseris” (Adelphoe, IV, 7,21).

18 - Viri clarissimi D. Andreae Alciati iurisconsultiss. Mediola. ad D. Chonradum Peutingerum Augustanum, Iurisconsultum Emblematum liber, Augustae Vindelicorum, per Heynricum Steynerum die 6. Aprilis, 1531.

19 - Don Giacinto Amati, Ricerche Storico - Critiche - Scientifiche sulle Origini, Scoperte, Invenzioni e Perfezionamenti fatti nelle Lettere, nelle Arti e nelle Scienze, Tomo III, Milano, Coi tipi di Giovanni Pirotta, 1829, pp. 384-3845.

20 - Gioacchino Mancini, Voce Tessera, in “Enciclopedia Italiana Treccani”, 1937.

21 - Per conoscere l'ordine dei Trionfi nelle Minchiate si veda la figura 1 al saggio Una guerresca partita a Trionfi.

22 - Si legga al riguardo il saggio iconologico Le Stelle.

23 - Si veda il saggio storico L’Ordine dei Trionfi.

 

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