Saggi di Andrea Vitali

‘Taroccare’ nei libretti d’opera dell’Ottocento

Drammi giocosi, eroicomici, semi-seri, buffi; melodrammi, commedie e farse

 

Riportiamo come premessa, con leggere varianti, quanto descritto inizialmente nell’articolo riguardante la presenza del verbo 'taroccare' nei libretti d’opera settecenteschi. (1).

 

Come evidenziato in nostri altri saggi il termine ‘taroccare’ significa principalmente disputare con alcuno, ‘brontolare, protestare vivacemente, crucciarsi in particolare a causa di una forte alterazione emotiva, imprecare, sbuffare, andare in collera’ (2) situazioni determinate da uno stato di squilibrio che induce a inveire piuttosto che a ragionare con la dovuta logica. In tal senso il termine si connette al significato di tarocco=matto, cioè colui che ha perso il lume della ragione, termine che ha dato il nome al gioco (3).

 

Come ci riferisce il nostro socio prof. Franco Motta, nel A Greek-English Lexicon (4) il verbo Taraché ricorre in più fonti antiche, anche ellenistiche, con diversi significati fra cui disordine mentale: “La mente stravolta [hai dè frenôn tarachài] svia persino il saggio” (Pindaro, Olimpiche, 7.30); “Questo intruso [il corpo] ci assorda, ci dà agitazione [tarachèn], ci disarciona [la mente]” (Platone, Fedone, 66b);  “È nel disordine e nella confusione [tarachèn kài plànen] di queste parti dell’anima che consistono l’ingiustizia, l’intemperanza” (Platone, Repubblica, IV 444b), etc.

 

Il motivo della nostra indagine sulla parola ‘taroccare’ nei componimenti poetici per musica del Settecento e nell’Ottocento, deriva dalla constatazione che tale termine possedeva una valenza ‘letteraria’, adatto ad essere inserito in testi poetici e questo almeno fino alla metà dell’Ottocento. Per il fatto che dal 1850 in poi non venne più utilizzato per tale uso, se non in casi rarissimi, è possibile ipotizzare un decadimento dovuto alla considerazione di termine eccessivamente popolare, non adatto a componimenti artistici. D’altronde a tutt’oggi tale parola non viene più utilizzata nel senso sopra descritto, se non come ‘oggetto falso, falsificato’, attribuzione di estrazione moderna che non trova giustificazione etimologica.

 

Per quanto attiene ai drammi per musica di seguito riportati, abbiamo cercato il più possibile di inserire il termine ‘taroccare’ nel contesto in cui venne utilizzato per poter evincere al meglio il suo significato, che si rapporta con la pazzia attraverso l’utilizzo da parte dei librettisti di altri termini significativi.

 

 Riguardo ciascuna opera abbiamo riportato:

 

1. Le indicazioni bibliografiche.

2. L’autore del libretto come indicato nel volume oppure fra parentesi quadra se l’autore è stato de noi reperito da altre fonti.

3. Il musicista.

4. Laddove riportato, il luogo dove si svolge l’azione dell’opera o della scena di interesse.

5. Il numero dell’Atto e della scena all’interno dello stesso Atto.

6. I personaggi della scena indicata e la loro identità fra parentesi quadra laddove descritti solitamente nella pagina a seguire il frontespizio.

7. Il passo di interesse dove si trova la parola ‘Taroccare’, cercando di mantenere la disposizione dei versi.

8. In nota il numero della o delle pagine dove si trova il passo. 

 

Brevi informazioni riguardano alcuni librettisti fra i quali eccellono Andrea Leone Tottola e soprattutto Felice Romani, che scrisse un centinaio di libretti per i più grandi artisti del tempo come Donizetti, Mayr, Verdi, Rossini, etc, oltre a musicisti famosi, fra i quali spiccano Antonio Salieri, Johan Simon Mayr, Gaetano Donizetti, Nicola Zingarelli, Gustavo Carulli. Altre informazioni riguardano il luogo e la data della prima rappresentazione delle opere e alcune meritevoli curiosità.

 

Occorre inoltre ricordare che prima di ciascuna opera gli impresari presentavano alcuni balletti che per lo sfarzo degli abiti e delle scenografie catturavano l’applauso del pubblico presente.

 

Le feste di Carnevale erano fra i momenti più consoni per mettere in scena opere liriche. Ciò che si svolgeva fuori dai teatri era una bagarre di coriandoli e di mascherate, pallida eco dei grandi Trionfi Carnevaleschi rinascimentali. La moda festaiola importata dall’estero si stava imponendo, una moda a cui i costumi locali si stavano adattando a malincuore come si evince da un articolo di un giornale milanese. In questo trionfo della esterofilia, ciò che tuttavia dava un sentore di vittoria era il gioco dei tarocchi, di cui l’italico genio andava orgoglioso.

 

Molte feste, ricche, beile, ben immaginate furon date da molte società private e di nobili e di artisti, fra le quali tengon certo un posto eminente quelle delle Società de Nobili e del Giardino. Quanto al nostro Corso che forma il divertimento e di chi può procurarsene altri, e di chi non può avere che questo per eccellenti ragioni, citeremo un bellissimo articolo che troviamo inserito nell'Eco in data 26 scorso sul Giovedì grasso, aggiugnendo che lo stesso può dirsi anche del Sabbato: “Quando s'abbia a parlar senza adularsi e in buona coscienza, bisognerà confessare che tutta l'eleganza e tutta il brillante del nostra Corso di ieri consisteva in un’unica e sola mascherata di gatti. Del resto folla immensa di popolo pedestre, carrozze elegni meno del solito, minore anche in generale, tranne in alcuni punti, i combattimenti di coriandoli; e per conseguenza minore la loro consumazione, e finito e sciolto il corso a giorno chiaro, il che non soleva succedere gli anni passati. Poco brillante è stato anche il veglione di mercoledì alla Scala, Pare che questi nostri divertimenti, che diremo patrii, escano di moda, e che tutto vada a ridursi nei teatri e nelle veglie particolari. Per tutto l'affluenza dei forestieri introduce un certo costume generale europeo, al quale vanno cedendo le costumanze provinciali e municipali. Noi però abbiamo il nostro tarocco che si sostiene vittoriosamente” (5).

 

Prima di passare all' argomento di questa trattazione, vorremmo presentare due drammi dove la parola ‘tarocco’ viene utilizzata per sottolineare nel primo come il termine esprima ancora una volta il significato di matto, pazzo, sciocco attraverso il verso “Con quella figuraccia da tarocco”, aderendo al concetto di tarocco=matto, come descritto in un nostro saggio (6), e nel secondo il saper come operare, come muoversi, saper giuocare le proprie carte, attraverso il verso “So giuocare i miei tarocchi”.

 

Le nozze poetiche ovvero Bietolino sposo [Altro titolo: Le nozze chimeriche]

 

Le nozze poetiche ovvero Bietolino sposo. Melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di Trento, Verona, Dalla Tipografia Bisesti, 1811

 

[Libretto di Andrea Locrense]

 

La Musica è del Sig. Maestro Ferdinando Orlandi

 

La Scena si finge in Campagna sul Lido del Mare, nelle vicinanze di Genova

 

Atto Primo - Scena XIV

Ninetta [cameriera della Marchesa Armonica Contralto, Dama vedova e bizzarra] frettolosa, e detti [Don Ramiro, giocondo capitano; Don Venanzio Gianicolo, uomo ricco, che si da aria di letterato

 

Nin. Ah… signori che fate? non sapete?

Ram. Non sapete?

Nin.            Cose grandi, cose strane.

Ven. Ma parla…

Nin.            La Signora…

          Il Poeta...

Biet.                           E così?

Nin.                    Fuggon per mare.

Ram. Che ascolto!                        con sorpresa

Car.  (Oh quanto questa nuova è lieta!)

Ven.  Oh furfante Poeta…Or non potremo

         L'Opera far… capite…
Rem.                             Io smanio, e fremo.

Car. (Io godo)                                   fra se

Biet.                             Io bevo bile.

Ram. Oh donna infida.'
Biet.  Oh sesso femminile:

Ram, Fuggir con quello sciocco.
Biet.  Con quella figuraccia da tarocco.
Ven.  Dell'opera il libretto

         Lasciato avesse almeno.
Car, (Sento quest'alma respirar nel seno)

                                                         fra se

Nin. F, con me far volea lo spasimato.
Ram Don Bietoìino…

Biet.                          Capitan…

Ram.                                  Sospendo

          L'odio verso di voi.
Biet.   Grazie vi rendo.
Ram. Anzi contro l'indegna

          Far lega ci conviene.
Biet..  Lega: così va bene

          Contro l'indegna copia fuggitiva,

          Farem lega offensiva, e distruttiva.

Ram.  Dalla rabbia io deliro.

Car.  Compiango il vostro stato, o D. Ramiro.

Nin.  Andiam, meco venite,

         Perchè mi è noto il luogo.

Car.  Vengo ancor io per sollevarmi un poco

Biet.  E' anch'io là volgo il passo;

         E cose in ver farò da Satanasso.              partono  (7)

 

 La vedova stravagante

 

La vedova stravagante. Melodramma giocoso del Sig. Luigi Romanelli in due atti da rappresentarsi sul R. Teatro alla Scala nella Primavera dell’anno 1812, Milano, Dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani, s.d., [1812]

 

La Musica è del Sig. Maestro Pietro Generali

 

L’azione si finge in una Città della Romagna.

 

Atto Secondo - Scena III

Il Podestà [Don Polidoro, amante di Fiordalisa], e Fiordalisa [ricca vedova stravagante, che vuol passare alle seconde nozze mediante un concorso] altercando

 

Fior.           Caro il mio Podestadino…
Pod.                Mia diletta vedovella…
Fior.                Metti fuori Biscottino.
Pod.                Val a dire Caramella:
                         Ma di me - poi, che sarà?
Fior.                 Quanto a te - si parlerà.
Pod.           Quale assalto! - Astrea m' assisti .
Fior.                Sei di smalto - se resisti.
Pod.                Patti chiari.

                                 (ad alta voce facendosi coraggio.
Fior.                                 Via, crudele…
                               (sempre più accarezzandolo.

Pod.                  (Sembra proprio un ossimele.)

Fior.                  Alle corte.

                  (cangiando la dolcezza in superiorità.

Pod.                                 Patti chiarì.

                                                           (egualmente.

Fior.                 Se vi occorrono danari…

                                                              (all’ orecchio.

Pod.                  Quel' ingiuria!

                                         (con sommo risentimento.

Fior.                E che pretendi?

                                                              (con fierezza.

Pod.                 La tua destra.                (con fierezza.

Fior.                                  Invan l’attendi.

Pod.                Dunque resta.

Fior.                                 Dunque va.

Pod.            Ho cervello - non m'inganni,
                        Voglio fartela coi fiocchi:
                        So giuocare i miei tarocchi,
                        E vedrai, che nuova c' è.

Fior.          Pazzarello ! - Barbagianni!

                   Arcifanfano de' sciocchi!

                   Com' è caro il fumo agli occhi,

                   Tu sei caro, e piaci a me.

                                                                            (partono per lati opposti. (8)

 

 

Un ulteriore testo ha attirato la nostra attenzione. Si tratta di un melodramma di Cesare Scotta del 1869, di cui non sappiamo se venne musicato anche se i versi lo indicano composto per la musica con tanto di cori, ambientato sotto le mura di Troia, che risulta quanto meno accattivante per l’inserimento dell’autore di oggetti a lui contemporanei fra cui, oltre a pallini per la caccia, anche carte e tarocchi. Non si deve pensare ad un loro inserimento dovuto alla credenza dell’autore che i tarocchi fossero stati inventati al tempo della guerra di Troia, come in passato supposto dai più sprovveduti, ma come una simpatica invenzione per un melodramma che nelle intenzioni dell’autore doveva possedere caratteristiche tragicomiche. I tarocchi, assieme ad altre amenità impossibili, si trovano citati nella descrizione della scena del primo atto.

 

Achille

 

Achille. Melodramma tragicomico in tre atti di Cesare Scotta. Torino, Tipografia Ceresole e Panizza, 1869.

 

L’azione succede in Frigia presso le mura di Troia al tempo della famosa guerra troiana.

 

ARGOMENTO

Durante la lunga e noiosa guerra troiana, Achille, generale dell’armata greca, un bel mattino, per vendicare Patroclo suo amico, stato da Ettore ucciso, venuto con lui a singolar conflitto ne usci vincitore; e per fargli fare una passeggiata di piacere, l’esanime di lui corpo attaccato al suo carro trasse per ben tre volte intorno alle mura di Troia. Polissena, figlia adottiva di Paride re dei Troiani, mentre stava occupata ad un sacrificio, vide passare Achille, s’ innamorò e ne fu corrisposta. I loro amori formano il soggetto del Melodramma.

 

Atto Primo

La scena rappresenta l’accampamento Greco, con vista in lontananza delle mura di Troia, tende.

 

A destra tenda con soprascritto:

 

3.°  Baraccamento

1.a Baracca

Tenda di Pirro

 

A sinistra altra tenda con soprascritto:

 

Al granatier di Spagna

Buon vin

Polenta e Bagna

 

Più in fondo baracca con soprascritto:

 

Regie gabelle di sale e tabacco

Polvere, piombi, carte e tarocchi

Pallini per la caccia (9)

 

 

 

'TAROCCARE' NEI LIBRETTI D'OPERA

 

 

Li Sposi in Cimento

 

Li Sposi in cimento. Commedia per musica di Saverio Zini da rappresentarsi nel Teatro Nuovo sopra Toledo. Per prim’ Opera di questo corrente Anno 1800, In Napoli, Nella Stamperia Flautina, MDCCC [1800].

 

La Musica è del Sig. D. Luigi Mosca Maestro di Cappella Napolitano.

 

La scena si finge nel piccolo feudo di D. Papirio [Nell’opera il Barone di Monteruvido, uomo ‘credulo’]

 

Atto Primo - Scena Prima

Villaggio, con Palazzo di D. Papirio

 

Lesbina: ragazza dispettosa, cresciuta in casa di D. Papirio; D. Papirio: Barone di Monteruvido

 

Pap.          Ruminando va ognun da se stesso   

                     Pensieroso, sorpreso, e perplesso.
a 6            Ah lo sdegno frenar più non posso,
                    Che fracasso succeder farò.
Pap. E bene? io me ne vado invisibilium
      Per le gran nozze, che oggi debbo fare
    Colla vaga Contessa;
    E uniti voi vi siete
    Per farmi taroccar? Che fu? che avete?
Les. (Non posso più. Che dice,
    Signor invisibilium,
    Con quella faccia tosta? Si ricorda
    Le tenere occhiatine,
    Le dolci parolette,  
    E di farmi sua Sposa la promessa?
    Or come in campo uscì questa Contessa?
Pap. Pian, pian, figliola, questo
    E un pretender di troppo.
    In casa io ti crescei,
    E crescer tu potrai i figli miei. (10)

 

Due nozze e un sol marito

 

Due nozze e un sol marito. Dramma giocoso per musica da Rappresentarsi in Firenze nel R. Teatro degli Infuocati posto in Via del Cocomero nell'Autunno dell'Anno 1800, Firenze, Nella Stamperia di Gius. di Giovacch. Pagani, e Comp., MDCCC. [1800].

 

[Librettista sconosciuto].

 

La Musica è del rinomato Maestro Sig. Carlo Guglielmi. 

 

La scena si finge in Livorno.

 

Atto Primo - Scena Sesta

Olivetta e detto [Beltrame, ricco campagnolo], poi Enrico, indi Farfalla, e Gioconda [Vedova supposta d’Enrico].  

 

Oliv.           Signor Padrone presto tocca a lei.

Belt.            Che c'è?

Oliv.           C'è quà che viene

            La sposa sospirata.

Belt.            Onnipotenti Dei, che gran giornata!

            La Sposa? fuori tutto, argenteria,

  Domaschi; presto Tazze da Caffè

            Servizi d’Inghilterra

            E attenti che non caschino per terra

  Troviamo le parole:

            Impostiamoci... Il passo... Oh sommi Dei

            M'è venuta a ridosso

Gioc.                    Serva a lei                    a Belt.

            (Ma che miro!)  

Enr,     (Che vedo!)                          silenzio

Belt.            E così? siam di gesso?

Farf.           Signora mia.                a Gioc.

Oliv.     Signore
Gioc.                    (Ah sì ch'è desso!
           Vive l'ingrato ancor!)  

Enr              (Vive l'ingrata!)
Farf.   Questa scena è davver nuova, e stupenda.
Belt.   Oh andate un pò a capir questa faccendda,
Enr.            Son di gelo, e son di sasso
                         Lo stupor m'ingombra già.
Gioc.                    Come duro, e pigro sasso
                         Senza moto io resto già.
Belt.            La mia testa si ritrova  
                         Fra scirocco, e tramontana
                         E qual misera tartana
                         Và bel bello a naufragar.
Tutti            Come matti stupefatti 
                         Non li sento più parlar.  
Belt.            Ma cos'ha la mia Sposina?
Oliv.            La sposina, la sposina
                         Se lei vuole il parer mio
                         Non l'intendo neppur io,
                         E quest’ è la verità.
Belt.            La mia sposa siete voi.
Gioc.                    Ma che sposa! Ma che sposa!

                          Non lo sò non lo capisco,

                          Io fra poco m'impazzisco

                          E quest'è la verità.

Belt.            Se si può vorrei sapere  

                         Come va questa faccenda.

Enr.            Non s'inquieti stia a vedere

                         Qui bisogna esaminar

Belt.            Cospettone in quest'istante

                         Io vorrei

a 4              Giusto ciel! che seccatura!  

    Necessario, è d'aspettar.

Belt.            Questa quà.
                             Se lei vuole il parer mio
                             Non Intendo neppur io.

                          Quella là.

                         “  Non comprendo, non capisco,

                         “  Io fra poco m'impazzisco

                         “  E quest'altri miei Signori

                         “  Non s'inquieti stia a vedere,

                         “  Quì bisogna esaminar,

                             Al diavol quanti siete

                             Mi volete far crepar.  

Belt,            Giusti Dei che laberinto

                            In qual vortice son io,

                            La mia testa sento oh Dio

                           Già vicina a delirar.

Belt.            Giusti Dei deh permettete

                            Ad un povero figliuolo

                            Per un giorno solo solo

                            Il piacer di taroccar. (11)

 

Adolfo e Chiara ossia i Due Prigionieri

 

Adolfo e Chiara ossia i Due Prigionieri. Dramma giocoso per musica in un Atto da rappresentarsi nel Teatro Carignano l’Autunno dell’anno 1812, Torino, Presso Onorato Derossi Librajo della Società de’ Teatri Imperiale e Carignano, s.d., [1812]

 

[Libretto di Giulio Domenico Camagna].

 

La Musica è del Maestro Puccita. [Vincenzo Pucitta]

 

La Scena si finge in un vecchio Castello del Barone lontano dalla Città.

 

Atto Unico - Scena IV  

Adolfo, Lumacone [Fattore del castello], Castelsecco [Barone]

 

Ch.  S’inganni almeno il tempo.
Ad.  Per fortuna c'è un libro, e leggerò.
Ch.  Cantar vo' una canzone,
       Che una moglie infelice
       Cantar solea per consolar le pene,
       Che un bestiale marito…
Ad.                               Ah questo è troppo!
       Io vorrei leggere.
Ch.                               Io suonar vorrei.
Ad.  Fareste meglio a dirmi
       Come otteneste l' ordin d'arrestarmi.
Ch.  Oh bravo! Anch'io pur bramerei sapere
        Di quali mezzi vi siete servito.  
Ad.  Ho parlato al Ministro vostro zio.
Ch.  Anch'io mi volsi a lui.
Ad.                              Ma quì con voi
        Bisogna gridar forte come in piazza.
        Avviciniamoci.  
Ch.                              Ebbene avviciniamoci.
        Ecosa le diceste?  
Ad.  Male grande di voi.
Ch.  Ed io che v' odio, e v'odierò per sempre.
Ad.  A meraviglia! Non ostante noi
        Siamo quì condannati…
Ch.  Ataroccare ognora, e render trista
        Vieppiù la nostra sorte.
Ad.   Ma si potrebbe…

Ch.                   Che? che?  
Ad.                                Viver
Ch.                                      Come?
Ad.  Con politica.

Ch.                  In ver, mal non sarebbe.

Ad.   Per esempio talvolta ritrovandosi…
Ch.   Buon giorno, e buona notte, e niente più.
Ad.   D'amore mai...

Ch.                        Mai più si parlerà. (12)

 

La secchia rapita

 

La secchia rapita, Dramma eroicomico per musica in due atti da rappresentarsi nel Regio Teatro alla Scala nel carnevale del 1816, Milano, Dalla Stamperia di Giacomo Pirola, s.d., [1816]

 

Il dramma in tre atti basato sull'omonimo poema di Alessandro Tassoni (13) venne musicato inizialmente da Antonio Salieri su libretto di Gastone Boccherini e  rappresentato il 21 ottobre 1772 al Burgtheater di Vienna. Successivamente il librettista Angelo Anelli revisionò il testo, il quale venne musicato da Nicola Antonio Zingarelli  nel 1793 e da Giuseppe Francesco Bianchi nel 1794.

 

Atto Primo, Scena XIII

Messer Lorenzo, e Costanza

 

Lor. Ebben mia cara, ebbene?

Che far posso per te? Sospiri?.. Ah! parla:

Fidati a me.
Cost. Tu non conosci, oh Dio,

Che cane è il fratel mio. Dalle sue mani

Toglimi per pietà. Fammi da padre,

Appaga i voti miei.

Se m'abbandoni... Ah! di dolore agghiaccio!
Lor. Ah'i; pian. Che fai? Vuoi tu slogarmi un braccio?

Cost: Ah Messer, per pietà delle mie pene,
Fa ch'io resti con te, se mi vuoi bene.
Se ti son cara, se in petto hai core,
Se mai provasti che cosa è amore
Deh! mi consola per carità.
(Mi par che a poco a poco
Sì vada riscaldando.

Ah! ah! va bene il gioco, 

donne, così si fa.)
Mi guardi? T'intendo:
Già prendo speranza:
Ingrata Costanza
Con te non sarà.
Conosco il tuo core;

N'aspetto pietà…

Socantar... so far calzette...

So stirar la biancheria...

So il tarocco, so il tresette;

So star sola e in compagnia.

In tua casa a te vicina

Starò cheta e modestina,

Mio diletto, te '1 prometto,

Come fossi il mio pappà.
(Che piacer! che gusto matto!

Egli é preso. Il colpo è fatto.)

Dal contento dentro il petto

Saltellando il cor mi va. (partono da opposta parte) (14)

 

Elena [Altro titolo: Elena e Costantino]

 

Elena, Dramma eroi-comico di Andrea Leone Tottola da rappresentarsi nel R. Teatro alla Scala nell’autunno del 1816, Milano, Dalla Stamperia di Giacomo Pirola. S.d., [1816].

 

Musica del Signor Maestro Gio. Simone Mayr.

 

L’opera, la cui drammaturgia era stata tratta da un argomento francese, venne rappresentata per la prima volta nel 1814 a Napoli con il titolo Elena e Costantino.

 

L’azione è nelle vicinanze della Contea di Arles, nella Provenza.

 

Nella prima scena dell’opera la drammaturgia evidenzia un filosofare sulla Ruota della Fortuna:

 

Atto Primo - Scena Prima

Il Teatro presenta l'interno di un Atrio rustico sostenuto da vecchi pilastri, a traverso de' quali veggonsi deliziose colline; alla destra è situata una lunga tavola, sulla quale sono varj vasi di stagno, e di terra, e tutti gli utensili di agricoltura.

 

Seduti ai banchi, che circondano la tavola indicata, veggonsi varj Contadini addetti al lavoro degli attrezzi di agricoltura. Anna ed Ernesta sedute annodano alcuni fiori, indi Urbino.

 

 

                                                       Due contadini.

 

                                             Comeveloce ruota tu giri,

                                       Cosi del mondo van le vicende;
                                        Chi prima sale rapido scende,
                                        Chi giace al basso salendo va.

 

                                 (facendo girare una ruota, sulla quale
                                               affilano alcune falci)

 

                                                 Tutti gli altri.


                                      Chi prima sale rapido scende,

                                      Chi giace al basso salendo va.

 

                                                     Due altri.

                                      Batti martello, ma i colpi tuoi
                                       Dian sul cervello di quell' amante,
                                        Che mentre in tasca non ha contante.
                                           Vuol dalle femmine farsi burlar.

 

                                (battendo i martelli nel lavorare) (15)

 

Atto Secondo - Scena V

Il Governatore introduce Carlo, e detti

 

Edm. .Qual'è la patria tua?
Car.                                          Napoli.

Edm.                                                        Il nome?

Car. Carlo a servirla.
Edm.                                   Avesti moglie?

Car.                                                         E come!

         N’ ebbi due, ma che robba! Una in malora

         Mi mandò colle cuffie, e i cappellini;

         Sicché alfin dato al patrimonio il fondo

 

         Senza Credito più, senza quattrini,

         A girar presi il mondo

         Col mio bagaglio, che si picciol era

         Che star poteva in una tabacchiera.

         Ma giunto in queste parti,

         Un vecchio fittajuolo

         Ch'io qualch'anno ho servito fedelmente

         Mi diè sua figlia in sposa, e in morte poi.

         Erede mi lasciò de' beni suoi.

         Questa in breve per ora è la mia storia,

         Il resto poi mei tirerò a memoria.

Edm. Qr ben non mi dispiace

         Se ai colpi soggiacesti della sorte.

Car.  Credo, ma spiace a me.

Edm.                                               Nuova fortuna

          T'aspetta se sincero

          Rispondi al chieder mio.

          Ma guai se ascondi il vero,

          Morte t'attende allor.

Car.                                                Non ho paura:

         Una sola bugia

         Posso giurar, non dissi in vita mia,

Edm.           Chiaro favella, e breve,

                      Pensa a chi parli e trema.

Car.            Signor non cade neve,

                      Nè quindi ho da tremar.
Edm.           Ti piace di morire? ... .
Car.               Gnor nò voglio campar.

Edm.           Il ver mi saprai dire.
Car.               Provatami son quà.

Edm.           (Egli è sfrontato e accorto

                      Pien di salacità.)

Car.            (Carlo sei lesto e accorto

                      All'erta sempre sta.)

Edm.           Conosci "Costantino?

Car.               Gnor sì.

Edm.           Dove?

Car.                                         Al Pennino.
Edm.           Oh, che mai dici?

Car.                                          Il vero
Edm.             Egli era Locandiere
                     E spesso anche a tarocco
                     Partita lì si fa.

Edm.         Non farmi no l'alocco
                    Ch' io ti comprendo già. (16)

 

I virtuosi ambulanti

 

I virtuosi ambulanti. Dramma giocoso per musica rappresentato la prima volta in Parigi nell’anno 1807 e riprodotto nel Teatro De’ Fiorentini nella Primavera del corrente anno 1816, Napoli, Nella Stamperia Flautina, s.d. [1816].

 

Libretto di L. Balocchi da L.B. Picard, Les comédiens ambulants, Parigi, Théátre Italien, 26 ottobre1807.

 

AVVERTIMENTO

Il Dramma originale ha dovuto necessariamente soffrire qualche innovazione. Il Buffo pria Bellarosa, or Gabolone in dialetto Napolitano, come capo, e condottiere d‘ una compagnia di cantanti, ha dovuto far cambiare Il luogo dell’azione, trasportandolo in una Provvincia del Regno di Napoli. Tutto il dialogo è variato, come anche qualche scena è aggiunta, e ciò per lo innesto del dialetto, e per dar luogo a' nuovi pezzi espressamente composti dal Signor Maestro Fioravanti.

 

La musica [è] del Signor Valentino Fioravanti Maestro di Cappella Napolitano.

 

L’azione è in un bosco, e Città vicina della Provvincia [sic] di Capitanata.

 

Atto Primo - Scena V   

Rosalinda, Gabolone, Bocchindoro, Lauretta, Rigidaura

 

Rig. E dice bene la mia ragazza! badiamo alle paghe! oh benedetta quella bocca! mia figlia quando parla inchioda! ma se io le ho data una educazione galante! io le ho fatto leggere de’ buoni libri, tiene a memoria Bertoldo, e Bettoldino, Gilblas di. Santillarano, ed i famosi viaggi di Pilliput.

Gab. (E la gnora ha fenuto d’arruina nnammorate, e mmo stroppea li nomme de li povere auture.)

Boc. E perciò sua figlia in tutte le sue cose è romanzesca!

Lau. Oh! oh! signor poetuzzo senza rime,1 e senza lettere! Io non son Fiordaliso; son qui per farvi tagliar le orecchie, se son troppo lunghe, sapete?

Boc. Dovreste trovar prima chi potesse improntarmele.

Gab. (Oh ce starriano le recchie de la gnora; si è pecchesto!)

Ros. Ma finisce o no questa disputa! la pace sia con voi: sempre liti! sempre contrasti! oh! mi vado guastando ancor' io stare con voi! per Bacco! io ero dolcissima…

Fio. (Quanto una vipera.)

Ros. Eppure stando con voi ho contratto l’uso di taroccare per cose di picciolo momento.

Gab. E chesto lo porta lo stesso mestiere, figlia mia.

Lau. Eppure? guardate la maldicenza! quando si seppe, che l’Impresario vi aveva scritturata, tutti dicevano! oh che testina! oh che donna inquieta viene fra noi.

Ros. Si, perché mal conoscevamo voi, che facendo la ippocrita, e la bacchettona, sareste capace di accender fuoco al legno verde.

Rig. Eh! eh! La mia ragazza non è mica bacchettona, sapete! (17)

 

Le nozze fra nemici

 

Le nozze fra nemici. Dramma semi-serio per musica da rappresentarsi nel Teatro Nuovo sopra Toledo per Prima Opera nella Primavera del corrente anno 1823, Napoli, Nella Stamperia del Giornale delle Due Sicilie, 1823.

 

Il Dramma è del Signor Andrea Leone Tottola, poeta drammatico de’ Reali Teatri di Napoli.

 

La Musica è del Signor Maestro Pietro Generali.

 

L’azione è in Firenze.

 

Atto Primo - Scena IX

Mamozio, e Bellina, indi Pascalone, in fine Romualdo.

 

Bell. Pasqualone, dammi una di quelle monete.

Pasq. Una sola! te! chiste son quattro zecchine

   t’avastano? Lescontammo a stirature de bian -

   carie.

Mam. Dimme la verità, aje trovato quacche tesoro?

Pasq. Saria ciuccio, si dicessi a te li fatti mieje.

Mam. No? E io mo te vaco ad accusà a lo pa-

    trone, e te faccio vommecà afforza da chi aj avuta

    sta mbrumma.

Pasq. E che me fa lo padrone? Le jetto la livrea

    e me ne vaco. Si vo trasì isso a patron

    commico, le faccio anze no piacere.

Rom. E sempre si tarocca fra servidori?

Mam. Rallegrateve, Eccellentia, co lo decano

     ca tene na vorza zeppa de zecchine.

Rom. Veramente?

Pasq. Al servizio de Voscellenzia, si maje n’avi-

    te besuogno.

Rom. Mi rallegro con te! e donde hai avuto

    tanto bene?

Pasq. Signò, jammoncenne llà dinto, ca ve con-

    to a quatt’uocchie no bello fattariello, addò

    ti: se porzì Voscellenza pè concomitanza.

Rom. Vieni pure: m’hai posto in una curiosità

    grandissima entrano nella stanza di Romualdo

Mam. Sì, comme io non sapesse fa la spia! Mo

    me metto dereto a lo paraviento, e sento tutto.

Bell. Pagherei un anno del mio salario, per sa-

    per cosa dica colui al mio padrone. (18)

 

La casa da vendere

 

La casa da vendere. Commedia per Musica da rappresentarsi nel Teatro Nuovo sopra Toledo nella Primavera del corrente anno 1823, Napoli, Nella Stamperia del Giornale delle Due Sicilie, 1823.

 

La Poesia è del Signor Andrea Leone Tottola, poeta drammatico de’ Reali Teatri di Napoli.

 

La Musica è del Signor Dionigi Pogliani Gagliardo Maestro di Cappella Napolitano.

 

L’azione è in una campagna poco lontana da Roma.

 

Atto Primo - Scena III

Cecchina dal casino con paniere sotto il braccio, e detti.

 

Cecc.          Per noi povere servette

              L’esser belle è un gran tormento!

              Non possiam per un momento

              Camminar con libertà.

          Se m’incontra un Narcisetto,

              Mi fa subito l’occhietto:

              L’attempato in parruccone

              Anche guarda e dà l’urtone: 

              Di quà sento un sordellino,

              Di là un frizzo, un dolce motto,

              Ed un certo spadaccino

              Nel vedermi a dir si spassa…

              »    Sto morzillo de vajassa

              »    Me potria resorzetà!

         Ed allor come si fa?

              Hai davver che non lo so!

         Donne care! Ah! Voi lo dite!

               »   Voi, che in petto un cor sentite,

               »    Se ad Amor può dirsi no.

E la padrona tarocca sempre meco, per-

chè vuole, che quando io vado in piazza, ri-

torni a lei volando …ma qualche lecco si de-

ve poi a tanti poveri diavoli, che fanno il col-

lo lungo per attendermi. Tutto il giorno al

lavoro, non ci è     , che vi sia un quarto

di ora pè miei capriccetti. Ecco quì! Adesso

perché si attende a momenti lo sposo della

padroncina, Cecchina! corri a provveder del

pollame! Cecchina! va ad ordinare una torta

di buoni sfogli! Cecchina! chiama il sarto,

e Cecchina è più veloce di una saetta. (19)

 

I tre mariti

 

I tre mariti. Farsa per musica da rappresentarsi nell’I. R. Teatro alla Scala la Quaresima dell’Anno 1825, Milano, Per Nicolò Bettoni, M.DCCC.XXV [1825].

 

[Libretto di Gaetano Rossi].

 

La musica è tutta nuova, composta espressamente dal Signor Gustavo Carulli

 

La scena è nell’albergo della Posta d’una piccola città sulla strada di Parigi

 

Atto Unico - Scena II

Belmont [Capitano], e detti [Coro]

 

Bel.             Locandiere!                                 (di dentro)

Coro                                Oh! Oh! guardate,

                     S'incomincia ottimamente.

Bel.             E così? che cosa fate?                  (in iscena )

Chiamo, chiamo, e niun mi sente.
Se voi foste in tal momento
Al quartiere, al reggimento,
Poltronacci, io ben saprei
Risvegliarvi e far sentir.

Coro        Parli, parli... tocca a lei
                   Comandare, a noi servir.
Bel.         Fo di notte, all'aria oscura,
(da sè)         Cento miglia di galoppo;
                    Più che io corro con premura,
                    Più mi arresta un qualche intoppo;
                    Il demonio, più che ho fretta,
                    Più mi tarda ad arrivar…
                    Il mio Bene è là che aspetta,
                    Io qui sono a taroccar-
(al Cor.) E così? che cosa fate?
                   Non mi avete inteso ancora?
Coro           Ma signore... che bramate?
Bel.             Ma sbrigatevi in malora...
                   Un ferraio, un carrozziere,
                   Qualcheduno del mestiere,
                   Che rappezzi, che rimetta
                   Una ruota maledetta
                   Che si è rotta a mezza via,
                   Che mi astringe a qui restar.
               (Ah! prevedo, o amica mia,
                  Che mai più t'ho da sposar).

Coro       Un ferraio?... un carrozziere?...
                  Ce ne ha molti del mestiere…
                  Che una ruota si rimetta?
                  Sì Signor... a noi si aspetta…
                  Ella può quando che sia
                  Il cammino seguitar.

             (A sconvolger l'osteria
                Ci mancava un Militar). (20)

 

Piglia il mondo come viene

 

Piglia il mondo come viene. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nell’Imp. e R. Teatro in Via della Pergola il Carnevale del 1826, Firenze, Nella Stamperia Fantesini, 1826.

 

[Libretto di Angelo Anelli].

 

La Musica è stata appositamente scritta dal Sig. Maestro Giuseppe Persiani.

 

La Scena si finge nel Castello di Falananna.

 

Atto Primo - Scena IX   

Ser Bartolommeo [Speziale, creato da pochi giorni Sindaco della Comunità], poi un garzone con una toga, indi Donna Tea [Sorella di Ser Bartolommeo, Vedova, amante di D. Peppino], e finalmente il garzone di Spezieria.

 

Tea.            Bestia! E non vedi ancora a che ti esponi?
         Se quel che tu proponi
         Non si vuole adattare, nel momento
         Tu ti devi ammazzar. Bar. Per qual ragione?
Tea.            Perchè appunto Catone
          Fè lo stesso. Vedendo che nessuno
         Più ascoltar lo volea, morì ridendo
         A’ suoi nemici in faccia.
Bar. (Questo esempio mi fa cascar le braccia)
Tea.            Pensi? Scommetterei che in questo anco
         Vuoi quel pazzo imitar Ma già ho nascosti

           “  Tutti i coltelli, e in casa
           “  Un non ne trovi, onde passarti il seno

          E' ver che di veleno , Hai pieni i vasi ..., Bar. Appunto.

Tea.            Ah no… Bar. Mi lascia.

Tea.            Ferma. Bar. Non mi seccar.

Tea.            Anima ria…

Ti farò sigillar la spezieria.

Bar.            Pasquale ...

                                       comparisce un garzon di spezieria

Tea.            Ahimè ...

Bar.            Pasqual, due buone dramme

         D' arsenico mi stempra

         In una limonata, e fa ch'io l'abbia

         Tosto sul mio poggiuolo.

Tea.            (L'allocco è in gabbia )

         Dunque tu vuoi …

Bar.            Non più. Se i popolani

         Avran cor da Romani,

         Caton trionferà.

         Ma se al contrario

         Han di stoppa il cervello, e ai Cantimbanchi

         Pospongono i Catoni,

          Io mi levo la morte, e addio buffoni.

         Sfiderò con cor latino

         Il destino, che mi aspetta.

         Non avrò con te civetta

         Allor più da taroccar.

Tea.            E per morte si rubella

Io dovrei vestirmi a lutto?

Nò, crudel , la tua sorella

Questa spesa non vuol far. (21)

 

L’Innocente in periglio

 

L’Innocente in periglio. Melodramma in due atti da rappresentarsi nell’I. R. Teatro alla Cannobbiana l’autunno del 1830.  Milano, Per Gaspare Truffi, 1830

 

[Libretto di Jacopo Ferretti].

 

Musica del Sig. Maestro [Carlo] Conti.

 

La scena si finge nella città di Narni, e sue vicinanze in occasione del passaggio di truppe estere.

 

Atto Primo - Scena VIII

Geltrude affannosa dall’osteria e detti [Anacleto Torcicolli e Gerardo Micolli]

 

Gelt.                             Signori miei, d'andarsene,
                                         Adesso son pregati.
Anac. e Ger.                     Che cosa fu?...
Gelt.                                                   S'affrettano ,
                                         Di qua, di là soldati.  
Ger.                                  Soldati!
Anac.                                           E cosa vogliono?
Gelt                                 Non so: ma andate via.
                                        Per solito non pagano.
                                        Con gente che hanno i baffi
                                        Non voglio taroccar.
Ger.                             (Le vene mi si agghiacciano
                                        Fra cento smanie e cento)
                                        Signor, sollecitatevi,

                                        Venite sul momento.
                                    (Ohimè! Se mi ritrovano,
                                        Di me che mai sarà?
                                        Il ciel non ha più fulmini!)
                                        Venite per pietà.  
Gelt.                           Non state a far la statua
                                        Per carità, partite.
                                        Mi fa saltar la rabbia.
                                        Ma che? Non ci sentite?
                                        Quando le truppe arrivano,
                                        Un, chiasso, si farà
                                        Geltrude ve ne supplica,
                                        Andate per pietà. (22)

 

Il Tutore e il Diavolo

 

Il Tutore e il Diavolo. Dramma giocoso per musica, del Signor [Giovanni] Schmidt, Poeta de’ Reali Teatri di Napoli, da rappresentarsi nel Teatro Nuovo sopra Toledo, nel Carnevale del 1832, Napoli, Dalla Stamperia Comunale, s.d., [1832].

 

La musica è del Signor Maestro [Pasquale] Bona.

 

La scena è in Salerno.

 

Atto Primo - Scena Decimottava           

Polidoro [Vecchio chimico], in abito decente, tuttavia spaventato, seguito da Ortensia [sua moglie]. I precedenti. [Norina, cameriera in casa di Polidoro; Elisa, nipote di Ortensia; Franceschino, fratello d’Elisa; Leandro, promesso sposo di Elisa; Valentino, servitore di Leandro].

 

Pol.            Don Marco (Chiamando)

Nor.            Infelice!

                   Don Marco sparì

                   (Fingendo di essere agitata)

Eli. Fra.    Sparì!

Pol. Ort.     Tu che dice?

                   Che mai dice?

Nor.            Don Marco svanì.

Eli. Fra.      Svanì!

A 3             Signorsì

Nor.            Poc’anzi qui stava…

Eli.             Ei qui declamava…

Nor.            A un tratto si sente

                        Un colpo stridente:

                        Trà! (imitando il colpo.)

Pol. Ort.              Trà (Con sorpresa.)

Eli. Fra.                   Si, trà, trà!

Nor.            La stanza di fumo

    Si vide ingombrata.

Eli.             Oimè! lo spavento

                        Mi ha tutta agitata.

Eli. Fra.       O caro tutore

              Soccorso, pietà.

Pol.            Ahiemmè! lo demmonio

                        Pigliato l’avrà!

Eli. Fra. )   Lo credo anch’io,

Nor.       )          Il diavol sarà!

Ort.        )          Che diavol sarà!

Lea. Val. affacciati di sopra alla porta

(Più ciuccio, più bestia

Chiù ciuccio, chiù bestia

Di lui non si dà.

De chisto addò stà?)

Ort.             Or meglio ci dite

L’affar come va.

Eli.             E ancor non capite?

Ort.             (Imbroglio c’è qua.)

Nor.            Don Marco studiava…

Fra.            Don Marco saltava…

Eli.             Don Marco gridava…

Nor.            Don Marco sgombrava

Val, di sopra  ) (Don Marco esalava)

Eli. Fra.         )  Don Marco

Nor.               )   Don Marco

Pol.                                       Marditti

                          Don Marco, la mamma

       E chi l’allattò.

       (Gli altri, fuorché Ortensia.)

       (A stento le risa

       Frenando qui sto.)

Pol.            L’aggio ditto, e non mi cride

                                                                (alla moglie.)

E pe pazzo m’ha pigliato.

Lo diavolo afferrato

Ha la masto…

Eli. Fra.      )                                    E dubbio c’è?

Ner.             )                                    E dubbio c’è?

Pol.            E per ghionta sta tempesta

                        A me nscollo a da cadè.

Eli. Fra.      )    E’ la cosa assai funesta,

Ner.             )    Tremo, oh dio, da capo a piè!

Ort.             Ha sconvolta ognun la testa,

                         Né saper si può perché.

Lea. Val.     (Oh che bestia singolare!

di sopra           Dalle risa io crepo affè.)

Ort.             Mi farete taroccare

    Delirate tutti tre. (23)

 

Il Tutore e il Diavolo

 

Olivo e Pasquale. Dramma Buffo da rappresentarsi nel Teatro Grande di Trieste il Carnovale dell’anno 1832, s.l. [Trieste], Michele Weiss Tip. Teat., s.d. [1832].

 

[Libretto di Jacopo Ferretti].

 

Musica del Signor Maestro Gaetano Donizetti.

 

La scena è in Lisbona.

 

Atto Primo - Scena Prima  

Olivo, mercante di Lisbona, Diego

 

(Olivo dalla porta di mezzo entrando in collera, seguito da Diego e da due servi gridando.)

 

Oli.          Spendo e spando i miei contanti

                     Per dar pane a voi birbanti!

                     Balzo appena fuor dal letto,

                     Son costretto a taroccar?

                Cosa mai di quanto dico,

                    Cosa fa questa canaglia?

                    Tocca a me, come all’antico

                    Podestà di Sinigaglia,

                    Tutta quanta la giornata

                    Comandare e far da me.

                Poi dirà quel mio fratello,

                    Che ho nel petto un cuor d’un orso;

                    Che ho un vulcano nel cervello;

                    La tempesta nel discorso;

                    Che una furia scatenata

                    Sembro a lui da capo a piè.

                Ho! che critica giornata

                    Si prepara per mia fè. (24)

 

 Odio e Amore

 

Odio e Amore. Melodramma in due atti da rappresentarsi nel Teatro d’Angennes la Primavera 1840, Torino, Presso Onorato Derossi Libraio, s.d.

 

[Libretto di Felice Romani].

 

L’azione del 1° atto ha luogo in un podere di Laurina poco lontano da Benevento; quella del 2° in un villaggio vicino, presso una congiunta di Laurina.

 

Musica del Maestro sig. Mariano Obiols allievo del Maestro sig. Saverio Mercadante.

 

Atto Primo - Scena Seconda   

Laurina, ricca castalda; Giannetto, suo cugino; Ernesto, fattore di Laurina

 

Laurina dalla casa, Giann. dal cancello con una gabbia

 

Gia.        Questo augel pregiato e raro
                   Ch'io sorpresi sta mattina,
                   Al mercato, o mia Laurina,  
                   Vado a vendere per te.
               Impiegar ne vo il danaro
                   Per comprarne un fazzoletto  
                   Che sarà sul tuo bel petto,
                   Fortunato più di me. -
Lau.       Fa ch'io veda – oh poverino
                   Come è bello! è tutto amore!
                   Chi sa mai se il compratore
                   Ne avrà cura e l'amerà?
                   Oh! no 'l vendere, o cugino,
                   Dallo a me; ne avrò pensiero:
                   D'esser fatto prigioniero
                   Men dolore ei proverà.
Gia.       No, Laurina, non l'avrai ...
Lau.            Non l'avrò?... sei pure avaro!
Gia.            Tu che cosa a me darai?
Lau.            Chiedi pur, quel che hai più caro.
Gia.            Un abbraccio, una carezza,

                   E l’augel ti resterà.

Lau.        No signor non sono avvezza

                   A siffatte libertà.

Ern.        Oh! cospetto! è lungo il gioco               (s’alza

          fremendo, e batte con violenza sul tavolino)

                    Che facciam? si va o si resta?

Cori.            (Come tosto ei prende foco!)

Lau. Gia.     Qual furor? che smania è questa!

Ern.              Sta a veder che ogni mattino

                     Per cotesto vagheggino

                     Starem qui le mani in mano,

                     Perderemo il tempo invano,

                     Non andremo più al mercato

                     Per vederlo amoreggiar!

Gia.        Che t’importa, o malcreato?

Ern.             Quel che tu non puoi pensar   (gli volge le spalle)

Gia.        Maledetto calabrese

Ern.             Io!!

Lau.                   Cessate: a me rispetto.

Gia.             Ambidue costui ne offese.

Lau.             Va al mercato, va, Giannetto…

                    Dal suo torbido talento

                    Si è lasciato trasportar.

Cori.      Si, al mercato! a Benevento!

                    Sia finito il taroccar. (25)

 

La casa di tre artisti

 

La casa di tre artisti. Commedia buffa per musica da rappresentarsi nel Teatro Nuovo Nell’està dell’anno 1842, Napoli, s.e., 1842

 

[Poesia del Sig. Andrea Passaro].

 

Musica del maestro Nicola De Giosa. Allievo del maestro Cav. Donizzetti.

 

La scena si finge in Montpellier.

 

Atto Primo - Scena IX

Dauburg [Zio di Vittorio (pittore) nemico del matrimonio] da viaggio; Franval [Medico] lo segue.

 

Franc.       Ma sentite Signor…

Daub.                                     Medico mio.

  Il nipote veder or desio.

  Ecco perché fin da Parigi io venni.

  Qui a studiar lo mandai

  Perché nel Foro si facesse onore,

  Ed egli l’arte scelse del pittore.

Franc.       Ma se poi…

Daub.                                               Se ammogliar poi si volesse

                     Allora… allora… già… ma non lo credo.

                     Allora, Dottor mio, lo diseredo.

       Ho aborrito il matrimonio.

             Delle donne son nemico.

  Vuol Vittorio in me l’amico?

  Mai non devesi ammogliar.

Franc.       Ma perché le donne odiate

  Mi dovete un po’ spiegar.

Daub.        Ne ho ragioni ben fondate

  E non vi è da dubitar.

  Quando l’uomo s’innamora,

  Perde il senno, il cor la pace,

  Il sospetto ognor vorace

  Gli sta il core a straziar.

                 Se non sei di buon umore

                      Se uno sguardo ad altra dai

  A te intorno sentirai

  Un perpetuo taroccar.

                  “  Nò crudel tu più non mi ami (imitan-

                  “                      do la voce di una donna)

                  “  Più tua vita non mi chiami;

                       Per te vivo, mi consola

                  ”  Presto parla al mia papà.

  Quando poi quel poveretto

  Fa sua moglie il caro oggetto

  Per le feste, per gli spassi

  Ei va povero a restar.

                  Or ci vuole il capellino,

  Or la veste, ed or lo sciallo

  Ora i guanti, or l’ombrellino

  Ora i fior, or il bonnè.

                  E le doppie in borsellino,

                      Stanno poco, e fan sciassè.

Fran.         Basta, basta, ho già capito,

                          Non vi state ad affannar. (26)

 

Don Procopio

 

Don Procopio. Melodramma buffo da rappresentarsi nel Teatro Gallo S. Benedetto L’autunno del 1845. Con musica del Maestro Vincenzo Fioravanti. Libera riduzione di Carlo Cambiaggio, Venezia, Tipografia Rizzi, s.d., [1845].

 

Atto Primo - Scena II  

Pasquino e detti [Andronico, Donna Eufemia, sua moglie, Coro]

 

Pasq. Signori da lontano                 Vi vengo ad avvisar.
          Si vede un Carozzino        And. Ah ah questo è l'amico
          Fra poco è a noi vicino              Mi sento giubilar.
Euf.          Non me ne importa un fico…
                     Potesse rovesciare

And.        Già quel che ho detto ho detto...

Euf.         Se siete un sciocco un matto
And.        M'impegno per dispetto…
Euf.         Non voglio più ascoltar.

Pasq.       Ma per pietà qui in pubblico

                Non state a taroccare
Coro        (Ah ah che dal gran ridere
               Mi sento già crepar).
And.        Rodetevi, arrabbiatevi,
                  Che nulla gioverà,

               Non cedo questa volta,
                  Non cangio volontà.
Euf.        Rodetevi, arrabbiatevi.
                  Che nulla gioverà.
               Bettina questa volta
                  Di duolo creperà.
Pasq.       Calmatevi, guardatevi,
                  D'usar pubblicità;
               Con flemma un'altra volta
                 Di più si parlerà.
Coro       Scostiamoci, lasciamoli
                 In piena libertà;
              Già il tutto un po' alla volta
               Col tempo si saprà.                  (Coro parte) (27)

 

 La figlia di Figaro

 

La figlia di Figaro. Melodramma giocoso in tre atti di Giacomo [Jacopo] Ferretti posto in musica dal M.° Lauro Rossi, Milano, Dall’i. n. Stabilimento Naz.e Privileg.o di Giovanni Ricordi, MDCCCXLVII [1847].

 

La scena è in Parigi

 

Atto Primo - Scena II     

Duperron [Sotto Direttore del Ministero della guerra, uomo di circa 50 anni, che pretende in galanteria], ansioso con ricco e grande portafogli, bastone e fasci di carte, e dette [Pamela, prima lavoratrice, nel negozio di Aspasia, giovane mercantessa di Mode]

 

Dup.           Aspasia.

Pam.                    Non v' è Aspasia.

Dup. (in collera, depositando ogni cosa sulle sedie)
                   In giro a tutte l'ore!
                   Tempo non ha da perdere
                   Un sotto direttore;

                   Sempre un novello incarico,
                   Sempre un lavoro nuovo;

                   Qua piombo come un fulmine

                   La cerco e non la trovo!

                   Fortuna maledetta,

                   E’ proprio una disdetta!

                   E poi diran che brontolo,

                   Che nacqui a taroccar.

              Ragazze, compatitemi.

                   Lasciatemi sfogar.

              A sera dal mattino

                   Dieci ore a tavolino,

                   E in fasci, a tutti i lati,

                   Memorie ed attestati,

                  Denunzie, petizioni,
                  Brevetti, promozioni;
                  Là codici ed editti,
                  Qui note, li rescritti.
                 Ascolto questo e quello,
                 Postillo, scartabello;
                 Dal sonno più non reggo,
                 Fatico e non arrivo,
                 E leggo, leggo, leggo,
                 E scrivo, scrivo, scrivo.
                 Che vita, oh Dio! che strazio
                 Portento è se non moro!
                 Davvero ne son sazio,
                 Ci creperebbe un toro,
                 Io scoppio della collera!
                 Poniamoci a seder. (28)

 

L’Avaro ossia un Episodio del San Michele

 

L’Avaro ossia un Episodio del San Michele. Melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di Cagliari nell’Autunno del 1844, Milano, per Gaspare Truffi, s.d., [1844].

 

È inutile ogni avvertimento a questo Melodramma: gli è una di quelle bizzarrie che i Francesi chiamerebbero pièces grivoises, e che per lo più formano il soggetto delle antiche opere buffe. L’ autore non si è prefisso altro scopo che quello di divertire. Fortunato se lo ha raggiunto.  

                                                                                                                                                   

                                                                                                         Felice Romani [Librettista]

 

La Musica è del Maestro Sig. Luigi Savi.

 

La Scena è in Milano.

 

Atto Primo – Scena Prima

Il teatro rappresenta la corte d'una casa di Milano. Gran portone aperto, impacciato di carri pieni di mobili. Varj ordini di ringhiere, da cui, per mezzo di funi, si calano letti, materassi ed altri mobili. Facchini che vanno c vengono, portando sedie, cumò, canapè, e rotolando carrelli. Tutto il vicinato sossopra: uomini e donne intenti ai loro utensili.

 

Coro

I.    Piano, piano.

II.               Ola! badate...

I.         I cumò!

II.               Gli specchi!... i quadri!...

I.         Ogni cosa mi sciupate.

II.        Non è già roba da ladri.

I.         Quella corda un po' più stretta…
            Un puntel di qua e di là…

II.        Troppo piena è la carretta...

            Qualche cosa cascherà. (escono i facchini coi carri, ec.)

Tutti   Ma che usanza è mai cotesta.

            Di sloggiar tutti in un giorno!

            È un impiccio, un rompitesta,

           Un aver 1’inferno attorno.

           Taroccare coi vicini...

           Bestemmiare coi facchini.

           Tener d'occhio questo e quello...

           Qua uu baule, là un fardello…

           Lasciar roba in ogni dove...

           Guastar tutto quando piove...

           Alle spalle due padroni

           Che domandali le pigioni...

           Chi vi ferma, chi vi affretta.

           Chi respiro non vi dà!...

           Uh! giornata maledetta
           Per cbi viene e per chi ya! (ricomincia il lavorio)  (29)

 

La Cenerentola o sia la Bontà in Trionfo

 

Su libretto di Jacopo Ferretti venne rappresentata il 25 gennaio 1817 a Roma in prima assoluta l’opera di Rossini La Cenerentola per essere ripresa successivamente alla Scala nello stesso anno come dal seguente libretto:

 

La Cenerentola o sia la Bontà in Trionfo. Melodramma giocoso da rappresentarsi nell’ R.I. Teatro alla Scala l’Autunno del 1817, Milano dalla Stamperia di Giacomo Pirola, s.d.

 

In occasione della Prima, tre brani vennero musicati da Luca Agolini e precisamente l’aria Vasto teatro è il mondo (Alidoro), L’Introduzione Ah, della bella incognita (Coro) e l’aria Sventurata! Mi credea (Clorinda). Già a Milano due di questi brani non vennero più eseguiti mentre Rossini, avendo a disposizione l'ottimo basso Gioacchino Moncada, sostituì l'aria di Alidoro con la grande aria virtuosistica Là del ciel nell'arcano profondo, che nelle rappresentazioni odierne viene solitamente eseguita.

 

Di seguito forniamo il testo del Coro Ah! della bella incognita musicato da Agolini dove si trova il termine ‘taroccare’:

 

Atto Secondo - Scena Prima

 Gabinetto nel palazzo di Don Ramiro [Principe di Salerno].

 

Cavalieri, Don Magnifico [Barone di Montefiascone, padre di Clorinda e Tisbe],entrando con Clorinda e Tisbe sotto il braccio, ed osservando i cavalieri che partono.

 

Coro

Ah! Della bella incognita
L'arrivo inaspettato
Peggior assai del fulmine
Per certe ninfe è stato.

 

La guardano e tarroccano;
Sorridono, ma fremono;
Hanno una lima in core
Che a consumar le va.
Guardate ! Già regnavano.
Ci ho gusto. Ah ah ah ah.
(partono deridendole)

 

Don Magnifico

(in collera caricata)
Mi par che quei birbanti
Ridessero di noi sotto-cappotto.
Corpo del mosto cotto,

 Fo un cavaliericidio.

 

Tisbe

Papà, non v'inquietate.

 

Il Contraccambio ovvero l’Amore alla prova

 

Il Contraccambio ovvero l’Amore alla prova. Dramma per musica da rappresentarsi nel R. I. Teatro del Fondo nell’Inverno del 1823, Napoli, Dalla Tipografia Flautina, 1823

 

[Librettista sconosciuto]

 

La Musica è del Signor Luigi Carlini Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena è in un Castello della Polonia appartenente al Barone.

 

Atto Primo - Scena IX

Sala come prima [Sala del Castello]

 

Il Re [di Polonia], il Barone [Sigismondo Lovvinsky padre di Elisa], Elisa [promessa sposa al Duca di Kalitz], indi Cristina [cameriera di Elisa].

 

Bar.            Non fate la sciocca con sua Maestà.
Duc.         ( L'amico tarocca; da rider mi fa!)
Re. El.        (Soffrire mi tocca; che rabbia mi fa!)
Re.            ( Ridi, divertiti, fammi dispetto,
                    Ma se non termina questo spassetto
                    Oggi la vipera al ciarlatano
                    O presto, o tardi si volterà.)
Eli.            ( Par che lo facciano per mio dispetto;

                    Ma se non termina questo spassetto
                    Oggi la vipera al ciarlatano
                    O presto, o tardi si volterà.) (30)

 

Note

 

1 - Si veda l’articolo Taroccare’ nei libretti d’opera del Settecento

2 - Si legga il saggio Dell’Etimo Tarocco

3 - Si legga il saggio Il significato della parola Tarocco

4 - Liddell - Scott, A Greek-English Lexicon, Oxford, Clarendon Press., 1996 (Edizione aggiornata)

5 - I Teatri, Giornale Drammatico, Musicale e Coregrafico, Parte I del 1830, Milano, Tipografia di Gaspare Truffi, 1830. pp. 102-103.

6 - Si veda il saggio Il significato della parola Tarocco

7 - pp. 33-34

8pp.53-54

9 - p. 5

10 - p. 6

11 - pp. 12-13-14.

12 -   p.19

13 - Riguardo La Secchia Rapita del Tassoni si legga l’articolo I Tarocchi in Letteratura I

14 - pp. 23-24

15 - p. 9

16 - pp. 40-41-42

17 - pp. 17-18

18 - pp. 31-32

19- pp. 13-14

20 - pp. 8-9

21 - pp. 18-19

22 - p. 19

23 - pp. 22-23

24 - pp. 8-9

25 - pp. 6-7

26 - pp. 18-19

27 - pp. 6-7

28 - pp. 9-10

29 - pp. 5-6

30 - p. 22

 

Copyright  2017 Andrea Vitali