Saggi di Andrea Vitali

Crimini e Tarocchi - Sec. XVI

Il Tarocchino nell'Archivio Criminale di Bologna

 

Caso Primo

 

Nel sec. XVI si assistette a Bologna ad una serie di ribellioni contro l’autorità pontificia. Ad animarle furono varie famiglie, fra cui quella dei Pepoli. Il 20 ottobre del 1580 avvenne un assalto all’edificio nel quale aveva sede il tribunale del Torrone, con trafugamento di diversi incartamenti processuali riguardanti azioni di faziosi. Gli autori lasciarono poi rappresentato in effigie, come impiccato, il legato cardinale Pier Donato Cesi.

 

Quest’ultimo emanò immediatamente un bando che offriva 200 scudi di ricompensa per chi avesse contribuito a far identificare i responsabili. Il colpevole venne indicato nella persona di Girolamo Pepoli, figlio di Sicinio e Laura Contrari, cugino di secondo grado di quella famiglia.

 

Girolamo, per non dare adito all’accusa e con le spalle coperte dall’aver sposato Angela Boncompagni, nipote di Gregorio XIII, si consegnò il 13 dicembre. Processato, subì tre anni di prigione trascorsi i quali il Papa gli concesse la grazia.

 

Di seguito riportiamo un momento delle sue interrogazioni, dove Girolamo, quasi avvalendosi, per così dire, della facoltà di non rispondere attraverso un laconico ‘non mi ricordo’, fece senz’altro spazientire i giudici. Una strategia che comunque, nei cinque interrogatori a cui dovette sottostare, dette i suoi frutti. In particolare, quando gli fu chiesto di cosa si occupasse quando risiedeva al feudo di Castiglione, dove i Pepoli avevano una propria tenuta, egli candidamente ammise ciò che ogni cittadino che abitava nella periferia avrebbe elencato, e cioè a volte interloquito con amici, giocato a tarocchino, al pallone, belle passeggiate all’aria aperta, senza dimenticare ovviamente la caccia. I tentativi da parte dei giudici di fargli ammettere incontri di carattere politico, caddero così nel vuoto.

 

Di seguito, quanto Ottavio Mazzoni Toselli riportò sugli interrogatori nel suo volume Racconti Storici estratti dall’Archivio Criminale di Bologna (1):

 

Nel luglio del 1582 un anno e mezzo dopo la prigionia del Conte ebbero principio i suoi costituti. Quasi a tutte le interrogazioni egli rispondeva non ricordarsi. Gli si chiese ciò che fece in tal giorno, ove andò, con chi ebbe colloquio.

 

« Le SS.VV.» rispose «mi domandano le più stravaganti cose del mondo: volere che io mi ricordi con chi parlassi, d'andare al Castiglione il giorno di  s. Petronio, che non saprei se mi ricordassi quello che cenai ieri sera.

- Quali trattenimenti avevate al feudo Castiglione?

- Quando vado al Feudo dò alle volte udienza a quelli uomini, alle   volte si gioca al tarrocchino, al pallone, si passeggia, si va alla caccia, e si fanno altre cose.

- Procurate di ridurre alla vostra memoria se nel giorno di sabbato mentre eravate alla caccia parlaste con certo Geminiano, e quai ragionamenti aveste con esso lui.

- Signori, se mi ricordassi che ser Geminiano mi avesse parlato o no che importerebbe a me farmelo domandare tante volte; le VV. SS. siano certe che non me lo ricordo, e poi sono già dicianove mesi ormai che io sono in prigione, e sono stato lungamente ammalato come le SS.VV. sanno, ed ancora mi molesta qualche volta la febbre: pare dunque alle SS. VV. che io mi possa ricordare se messer Geminiano mi parlasse o no? Se le SS. VV. me lo avessero domandato quando da prima io venni prigione, forse l’avrei avuto in memoria, ed avrei ancora saputo dirvi con certezza di assai cose, che ora non mi ricordo, ed è bella cosa a ricordarmi quel poco che mi ricordo».

 

Gli si fecero cinque lunghissimi costituti in fine de' quali si vedono scritte di proprio pugno queste parole:

 

Io G. non ho fatto lineature a questo esamine perché li signori Giudici non si sono contentati, ma ci ho fatti li numeri per ciascuna carta, che detti signori Giudici si sono contentati.

 

                                                                                             Girolamo Pepoli

 

 

Caso Secondo

 

Al paragrafo dal titolo “Omicidi commessi dal Conte Alfonso” il Toselli descrive una trama omicida messa in atto da Domenico Zambeccari, che era stato bandito da Bologna in esilio per aver ferito un certo Camillo Merighi, ai danni di un Teodosio Valenti.

 

La strategia era semplice: fingersi amico del rivale, ignaro di essere considerato tale, passeggiare con lui un giorno sul far della sera, farsi accompagnare alla propria abitazione e salutarlo con amicizia dicendogli che sarebbe stato bene, data l’ora tarda, che prendesse la via di casa. Nel contempo, il suo fidato servo Gotto, assieme ad altri tre masnadieri, l’avrebbe aspettato, al buio, sotto un portico che Teodosio avrebbe dovuto attraversare e lì rendergli morte.

 

Ma, come spesso avviene, la giustizia non fece pendere la sua bilancia a favore del mandante, poiché, sebbene colpito da diverse pugnalate con tanto di perdita di otto denti causa un violento colpo il faccia e altro ancora, il sopraggiungere di un cavaliere fece fuggire gli assassini a gambe levate.

 

Per non anticipare del tutto quanto accadde, poiché il resoconto è di facile lettura, ricorderemo soltanto che il servo Gotto, una volta ritornato alla casa del suo padrone, dove si era rifugiato Teodosio, più morto che vivo, ignaro che proprio allo Zambeccari si doveva la volontà di assassinarlo, nel ritrovarsi davanti colui che prima aveva cercato di uccidere, fingendo incredulità sull’accaduto, esclamò: “oh sì che ora giuocheremo al tarrocchino!” a significare che la cosa doveva essere presa con estrema serietà, cioè che non era cosa su cui ci si poteva divertire e nel contempo che sarebbe iniziata una battaglia - come è la competizione fra i giocatori - per vedere chi l’avrebbe vinta, dato che Gotto sapeva che il suo padrone non avrebbe rinunciato ad ucciderlo.

 

Così il tentato misfatto e successivi eventi nella descrizione del Toselli.

 

Anno dell’accaduto: 1608

 

Arrivarono alla casa del Zambeccari ove stava, la sua femmina, chiamata Lucarella, ed un servitore per nome Battista Gotto. Ivi si trattennero osservando la casa e parlando di cose indifferenti Il Zambeccari chiamò il servitore e gli disse:

 

 - Ricordati di fare quel servizio questa sera per conto di quella spada.

    Il servitore rispose - non dubitate che farò ogni cosa, né mi moverò di casa [...]

 

Così dicendo si avviarono pian piano alla casa del conte Ercole, ed ivi giunti, il Conte entrò in casa, e gli altri gli diedero la buona sera. Congedati che furono dal Conte il Zambeccari disse:

 

- Orsù Teodosio è sera, andiamo anche noi a casa.

- Andiamo pure, rispose Teodosio, che la voglio accompagnare.

 

Arrivati alla casa del Zambeccari questi diede un fortissimo fischio, senza che alcuni venisse ad aprire la porta; bussò e finalmente fu aperta. Il Zambeccari entra in casa e data la buona sera a Teodosio, chiude la porta con molto rumore. Teodosio si avvia solo alla volta di casa sua e fatti pochi passi ed entrato sotto un portico buio e stretto, uno che stava in agguato dietro un pilastro lo affronta e gli dà una mezza spada sul volto che gli divise il labbro superiore facendogli cadere sette o otto denti. Ei cadde in terra, e nel levarsi fu di un altro colpo ferito nella spalla per cui ricadde. L’assalitore fugge e mentre Teodosio procura di alzarsi, gli corrono addosso altri tre armati di pugnali bolognesi, cui Teodosio non poté conoscere. Egli ricadde ancora gridando io sono assassinato, ed in questa saltò fuori un giovane cavalleggiero al servizio del Duca con un archibugio in mano gridando: «ah traditori! tanti ad assassinare un povero giovane!». Gli aggressori si diedero alla fuga ed il Cavalleggiero condusse Teodosio nella casa del Zambeccari ove battè tre volte senza che alcuno volesse rispondergli. Finalmente il Zambeccari venne egli stesso ad aprire la porta, e veduto Teodosio ferito gli disse:

 

- Che cos'è stato? siete voi Teodosio?

- Sì, sono io, che sono stato assassinato.

- Togliete via dalla faccia la mano che io, veda quello che avete.  

- Non posso per lo molto sangue che mi cola.

- Eh abbiate dell’uomo. 

- Eh signore non mi burlate, ho bisogno di un barbiere.

 

Fu mandata una donna pel medico Cesare Pazzolini modonese, che arrivato gli mise nove punti di cerotto. In questo frattanto arrivò in casa tutto sudato, pallido, ed anelante Gotto il servitore del Zambeccari che disse:

 

- Che cosa è stato signor Teodosio?

- Sono stato assassinato.

- Ed il Gotto ridendo, oh sì che ora giuocheremo al tarrocchino!

 

Medicato che fu Teodosio, il cavalleggiero lo accompagnò a casa, ed ivi a due o tre giorni fa visitato dal medico Pazzolini che gli disse: dappoichè egli era stato condotto via dalla casa del Zambeccari aver veduto tutti ridere, ed aver inteso da un vicino a quella casa, spettatore al fatto, che il primo feritore fu il Gotto, e che gli altri sopravvenuti furono il Conte Alfonso, il suo servitore, e Battista fattore. Nel di seguente venne a visitarlo il Zambeccari, e Teodosio gli fece dire che non poteva parlare, e che i medici glie lo avevano proibito. Ivi a due giorni il Zambeccari tornò a visitare Teodosio, presso al cui letto stava certo capitano Gesso, il quale veduto che col Zambeccari erano due compagni, chiuse la porta della stanza col catenaccio: poi saputo le insidie che si tendevano a Teodosio gli disse:

 

- Oh Teodosio andatevi con Dio, fate a mio senno, se no sarete ammazzato sin qui nel letto.

 

Anche il conte Ercole andò a visitarlo a cui Teodosio raccontò come il Zambeccari lo aveva condotto alla tagliola, e come il Conte Alfonso ed i suoi famigli lo avevano assassinato.

 

- Tacete, rispose il conte Ercole, perché se essi sanno che voi gli abbiate conosciuti verranno ad ammazzarvi sino nel vostro letto; andatevene con Dio" (2).

 

Note

 

1 - Ottavio Mazzoni Toselli (per cura di), Racconti Storici estratti dall’Archivio Criminale di Bologna, ad Illustrazione della Storia Patria, Bologna, Pei Tipi di Antonio Chierici, 1866, pp. 98-99.

2 - Ibidem, pp. 215 - 216 - 217.

 

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