Saggi di Andrea Vitali

Il tarocchino in rime, satire e in una vita santa

D’inverno presso il fuoco una partita a tarocchino

 

Girolamo Baruffaldi (1675-c.1753), ferrarese, presbitero e letterato, scisse diversi componimenti, di cui uno in particolare riscosse uno straordinario successo, quel Canapajo, trattato sulla coltivazione della canapa, che Venezia assunse come punto di riferimento per le necessità della propria flotta navale.

 

Passando ad una sua singolare attività, occorre dire che al Baruffuldi piaceva inventare falsi storici, in particolare letterari, tanto che suoi componimenti, spacciati per autentici poemi di letterati rinascimentali, furono addirittura stimati dal Carducci, dal Foscolo e dal Leopardi, caduti nell’inganno.

 

Nelle sue Rime Serie e Giocose (1) prese di mira le usanze dei suoi concittadini ferraresi, come la moda dell’indossare il toupet alla francese, “o sia sopra il ciuffo delle parrucche odierne”, i cappelli indossati dalle donne con relativo dialogo fra la testa e il cappello, l’insaccatura delle “vesti donnesche” etc, inframezzandole con deliziose canzonette.

 

Quanto ripotiamo è parte di una Rima dal titolo Sopra il Solito, dove l’autore elegantemente satireggia coloro, che per vivere in pace e tranquillità, non cambiavano né il loro modo di pensare e di fare.

 

Il gioco dei tarocchini è considerato come un’abitudine irrinunciabile anche da parte di coloro che, invece di recarsi sempre all’osteria per giocare con gli amici, avrebbero dovuto ogni tanto fare i conti di casa. Situazione, come al solito, irrinunciabile.

 

 SOPRA IL SOLITO

 

          Convien ſar secondo il solito

A chi vuol viver in pace,

E non star fra la mordace

Altrui lingua ogn’ ora involito.

          Convien ſar secondo il solito.

Non crediate, ch’ io non veggia,

Che il mal vivere moderno

Non provvien dal mal governo,

Né da Marte, che guerreggia;

Tutto avvien, che si beffeggia

Nelle cose il buon midollo,

E si corre a rompicollo

Dietro al Vulgo ignaro, e stolido.

          Per così far sempre il solito.

Quella Casa pare un Ghetto,

Tanto è piena di disordine:

Non v' è ora, non v’ è ordine

Di giammai mettersi in letto;

E l’uscir dal proprio tetto

Quando è l’ora del Mercato,

Saria un viver disperato,

          Saria un caso troppo insolito:

Saria un viver contro il solito.

Che si metta un pò a sedere

Quel Padron da solo a solo

Per vedere, e non di volo,

Qual sia il dare, e qual l’avere;

Non si speri il suo piacere

E’ di stare al tavolino

A giocare a Tarrocchino

ln tripudio, in festa, e in giolito,

          Perchè quello é l’uso solito.  

[…]

 

Il Padre Cappuccino Francesco Maria da Bologna (1674-?) firmava i suoi componimenti con lo pseudonimo di Egasto Acrivio A lui si devono alcune opere di religiosità oltre ad altri componimenti satirici.

 

Era un uomo di grande cuore tanto che i Faentini si sentirono in dovere di pubblicare degli applausi poetici in suo onore (3).

 

Anche se i maggiori critici letterari del tempo trovarono le sue Satirette Morali e Piacevoli (4), pubblicate postume, di scarsa qualità, occorre dire che oggi la loro lettura appare gradevole e divertente nel contempo. La sua satira non si esprime mai con temi violenti o pesanti, ma con una considerazione dell’autore verso l’umano genere di pacata tolleranza, quasi di accettazione della natura dell’uomo che abbraccia pur volendo richiamarla all’ordine. Pare sentire gli echi di quel desiderio verso lo star bene e di lasciarsi andare a momenti di lusso che, con ben altri toni, venne preso di mira da esigenti religiosi (5).

 

Nel contempo le sue satire appaiono come un risvolto della vita quotidiana bolognese del tempo, una piccola enciclopedia di usi e costumi, da cui molto apprendere.

 

Ad esempio, siamo edotti dalla satira dal titolo Le Villeggiature, sul cibo messo in tavola dalle famiglie benestanti sui loro divertimenti, tarocchi compresi, allorché queste si spostavano in collina per godere del fresco estivo.

 

Quivi in lieta compagnia
   Si va a stare almen la Festa:
   Nè si guarda a economia,
   E a sfoggiare ogun s’appresta
   Tutti invitan Commensali,
   E si sguazza, si fan sciali.

 

Per la tavola i bocconi

   Si ricercan più squisiti.

   Quaglie, tortore, piccioni,

   E li fichi saporiti

   Col salame o mortadella,

  Fritto, lesso, ragù, offella.

 

Qualche volta un buon pasticcio

   Di gnocchetti o tortelini,

   Vi si aggiugne: e se il capriccio

   Della moglie il vuol, v’ha vini

   Forastieri d’ogni genere,

   Fin dell’isola di Venere.

 

V’è la torta, e nel Deserre
   Li canditi, e li confetti
   V’ ha li fiori d’ un Parterre,
   E li frutti li più eletti:
   E si vuole o il marzolino,
   O la forma, o lo stracchino.

 

Dopo tavola il caffè,

   E rosolj bianchi e neri:

   E la Figlia col tuppè

   Tien la tazza dei bicchieri:

   E la Mamma intanto versa

   Acqua turca, od acqua persa.

 

Stanno altrove i tavolini
   Pel tarocco, e pel tresette,
   Per primiere, e pentolini:
   E a sbaraglio talun mette
   Sulle carte in un sol giorno
   Quel, che basta un’ anno al forno (6).

 

La sua satira intitolata Il Giuoco appare uscita dalla penna di un buon informato per quanto riguarda l’origine delle carte. Contrariamente alla credenza errata che i tarocchi fossero di origine antichissima egli scrive, sulla base di scelte letture, che “De gli antichi prima io leggo, / Che ignoravan dadi e carte”, una valutazione controcorrente se si considera che da lì a qualche decennio si assistette alla nascita della credenza che i tarocchi fossero stati ideati dagli Egizi.

 

La sua tolleranza nei confronti dell’umano genere si evidenzia nella seguente sestina “Egli è ver, che ha l'Uom bisogno / D’alcun lieto diversivo: / Nè ogni gioco io già rampogno / Come all’anima nocivo. / Giusto è a tutti il suo ristoro / Dallo studio, o dal lavoro” ma che poi non diventi “Giornaliera occupazione”. Una saggezza che tutti potremmo condividere.

 

L’esortazione del buon Cappuccino è quello di essere equilibrati nel giocare, soprattutto nel puntare denaro, suggerendo nel periodo invernale davanti ad un caminetto acceso di giocarsi al tarocchino non più di un bolognino: “E l’inverno presso al fuoco / Fate al più d’un bolognino (2) / La partita al tarrocchino”.

 

Il GIUOCO

 

Vuol sapersi qual sia il giuoco,

   Che può usarsi onestamente,
   Senz’offender molto o poco,
   La giustizia: e se la Gente
   Sia colpevol, che un mestiere,
   Fa del starsi al tavoliere.

 

De gli antichi prima io leggo,
   Che ignoravan dadi e carte:
   E i lor giochi farsi veggo
   Nella sola ginnich’arte,

   Che a fatiche il corpo addestra
   Nell’ atletica Palestra.

 

Aristotile e Platone

   Dannar’ odo ne’ lor scritti
   Qual corrotta nazione

   Que’ di Lidia; perché additti
   A dei giochi molli e vani,
   Che i lor corpi fean malsani.

 

E nel Libro delle Leggi

   V’è un consulto del Senato,
   In cui strettamente leggi
   Giocar soldo esser Vietato
   Fuorchè usando asta, o pilotta,
   O armeggiando in corso, e in lotta.

 

Ma a dì nostri andò in disuso
   E la lotta, e il disco, e il corso:
   D’ altri giochi venne l’uso,

   E alle carte ànno ricorso
   Specialmente gli Uomin molli,
   E le Donne inerti e folli.

 

Or sol piace la primiera,
   La bassetta, e il pentolino:
   E si studia la maniera
   Di passare a un Tavolino
   L’ ore vuote di negozio
   Onde quasi fuggir l’ozio.

 

Egli è ver, che ha l'Uom bisogno

   D’alcun lieto diversivo:

   Nè ogni gioco io già rampogno

   Come all’anima nocivo.

   Giusto è a tutti il suo ristoro

   Dallo studio, o dal lavoro.

 

Ma tal sempre si mantenga

   Che poi serva all’Uom di sprone

   Al travaglio: nè divenga

   Giornaliera occupazione:

   E non mai s’azzardi tanto,

   Che a ruina guidi e a pianto.

 

Giustiniano in gioco accorda

   Che sia ai ricchi un asse meta:

   E l’ass’è (Buddeo Ricorda) (1)

   Assai piccola moneta:

   E non v'uol, che sia pagato

   Chi di più abbia guadagnato.

 

E altra legge infami chiama
   Que’ che senza altro riguardo,

   (O sia Uom mobile, o sia Dama)
   Li giochi osano d’azzardo:
   E l’entrate, e i fondi stessi
   Alla sorte voglion messi.

 

Dunque è chiaro, che giustizia
   (Se gran somma azzardi) offendi,
   E che gioco è di nequizia,
   Troppo a lungo se lo estendi:
   E quasi ài per professione
   Biribisso, e Faraone.

 

D’ Autor grave è sentimento
   Che tra i molti Carcerati
   Se ne trovi alcuno a stento,
   Che gli enormi suoi peccati

   Non ravvisi esser effetto
   Del soverchio al gioco affetto.

 

E pur troppo egli è palese,
   Che dà il gioco assai frequente

   Causa all’Uomo di Contese:

   E pel giuoco anche si sente,
   Che la casa andò a soqquadro;
   E che l’Uom divenne un Ladro.

 

Le bestemmie taccio e l’ira
   Di chi al giuoco spesso perde.
   Contro il ciel l’empio s’adira.
   Giocator, mentre disperde
   Sulle carte il patrimonio;
   E dà l’ anima al Demonio.

 

Pur dì tanti mali a fronte
   Nella nostra Italia colta
   Gli Uomin’ ànno alle man pronte
   Carte e dadi: e stiman stolta
   Quella Gente, o scrupolosa,

   Che ogni dì giuocar non osa.

 

E se il Principe divieta
   De l’azzardo i giuochi indegni;
   Non più il Popolo s’accheta:
   Anzi allor crescon gl’ impegni
   Di violar la savia Legge,
   Che un costume empio corregge.

 

Ma il mal vien, perché oziosi
   Son del tutto i Cittadini:
   E a se stessi son noiosi,
   Se non giocano i quattrin
   Dove cieca la Fortuna,
   Molti pazzi insieme aduna.

 

Genti oneste, dalle carte
   State lungi: e al vostro giuoco
   Abbia industria la sua parte:

   E l’inverno presso al fuoco
   Fate al più d’un bolognino
   La partita al tarrocchino. (7)

 

(1) ass = moneta romana (8)

(2) bolognino = moneta bolognese del tempo

 

A conclusione, ricorderemo la Serva di Dio Camilla Rosa Grimaldi (1708-1741) chiamata “Ministra professa degli Infermi” la cui vita fu di assoluta dedizione al Crocifisso. Dapprima, appena sentito il richiamo, vi si dedicò pienamente abbracciandolo, poi, data la sua giovine età, rincorse, come tutte le sue coetanee gli innocenti divertimenti a loro propri, fra cui anche il giocare a tarocchini. Quando Dio le si manifestò una notte facendole apparire nel buio della sua stanza lampi di fuoco, ella abbandonò completamente i pur innocenti divertimenti per dedicarsi ad una vita d’amore verso gli prossimo.

 

Così descrive quanto accaduto quella notte, il suo confessore padre Giuseppe Capsone nel libro Vita della Serva di Dio Camilla Rosa Grimaldi del 1744, tre anni dopo la sua morte.

 

Capo Terzo

 

Dissipata alcun poco nello spirito, è da Dio con minacce rimessa sul primo fervore.

 

Cercando la Rosa di divertirsi dalle concepute malanconie, cominciò a comparire disinvolta, spiritosa, faceta, ridendo, saltando, giocando partite di tarrocchino, abbigliandosi alcuna  volta, e continuando in queste leggerezze per un anno intero, fra limiti bensì della cristiana modestia, e moderazione; ma non senza discapito del fervore primiero, e de' precedenti esercizi di divozione. A rimetterla Iddio sul sentier retto, le mostrò il Cielo aperto sopra la stanza, minacciandola con orribili tuoni, e con lampi affuocatissimi.

 

Note

 

1 - Rime serie, e giocose. Opere postume dell’Arciprete Baruffaldi, Tomo Terzo, Ferrara, Per Francesco Pomatelli, MDCCXXXVII [1787]

2 - Ibidem,pp.79-80.

3 -  Applausi poetici all'appostolico zelo del molto reverendo padre Francesco Maria da Bologna cappuccino definitor provinciale, guardiano del suo convento in patria, e predicatore per l'illustrissima comunita di Faenza nella quaresima dell'anno 1764. In Faenza, Presso l'Archi impressore camerale, e del Sant'Ufficio, 1764.

4 - Egasto Acrivio, Satirette Morali e Piacevoli, In Fuligno, Per Gio. Tommasini Stamp.Vescov. [Vescovile], 1794.

5 - Si legga, al riguardo, il saggio El Bagatella ossia il simbolo del peccato.

6 - Egasto Acrivio, op. cit., pp. 37-39

7 - Ibidem, pp. 23-27

8 - Sugli Aes e sulla loro influenza nei simboli delle carte numerali si veda il saggio L’Origine degli Assi

9 - Vita della Serva di Dio Camilla Rosa Grimaldi scritta dal di Lei Confessore P. Giuseppe Capsone, In Milano, Per Carlo Giuseppe Ghislandi, MDCCXLIV [1744], p. 12.

 

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