Saggi di Andrea Vitali

Commedia Nuova - 1545

Cupido traditore appeso per un piede

 

Di Piero Francesco da Faenza non conosceremmo l’esistenza se non fosse stata ritrovata presso il British Museum una sua commedia pubblicata verso il 1545 dal conterraneo Baldasar Faentino, detto il Tonante. Un'ulteriore copia presente un tempo alla Biblioteca Nazionale di Firenze sembra essere andata dispersa in seguito all’alluvione fiorentina del 1966 (1)

 

La Commedia, composta da 8 cc non numerate, in ottavo, comprende stanze in italiano e passi in dialetto faentino del tempo. Essa narra una vicenda che vide un villano far prigioniero Cupido per un torto subito dalla propria donna, allorché Cupido mentre elargiva doni dal proprio carro trionfale, volente o nolente si dimenticò completamente di lei. Atto considerato come un vero e proprio tradimento da parte del villano che, fatto prigioniero il Dio d’Amore, lo legò strettamente minacciandolo di appenderlo a testa in giù. I lamenti di Cupido, certo che il suo sequestratore gli avrebbe tolta la vita, giunsero fino all’Olimpo dove tutti gli Dei, Giove compreso, si mossero per convincere il villano, prima con le buone poi con le cattive, a liberare l’ostaggio. Le azioni messe in moto dagli Dei si manifestarono come acqua fresca, come si suol dire, poiché il villano era sicuro di non potere essere in qualche modo offeso, complice il non avere altro signore “che il Papa e la ragione”. Al contrario ogni insistenza da parte degli Dei lo faceva incarognire sempre più. Anche di fronte al dolore di Venere, madre di Cupido, il villano mantenne le proprie posizioni, finché non si accordò di liberare il rapito per un notevole tesoro in oro. Cosa che avvenne con felicità da parte di entrambi. 

 

Se l’arte pittorica e scultorea ci ha tramandato varie situazioni di un Cupido legato, per quanto di mia conoscenza questa Commedia è l’unico documento che lo menziona minacciato di essere appeso per i piedi, in sintonia con quanto abbiamo da tempo scritto sulla figura dell’Appeso, pena riservata ai traditori (2). Cupido è infatti ritenuto tale dal villano che, prendendo spunto da quanto accaduto alla sua signora, finisce con il considerare traditrice ogni azione compiuta dal Dio d’Amore.

 

Sebbene la figura del villano sia tratteggiata dall’autore secondo il pensiero del tempo che considerava i suoi pari “falsi e malegni”, per tutta la lettura non ci si può che schierarsi dalla sua parte ed essere soddisfatti del roseo finale che lo vede, pieno d’oro e d’argento, pensare di “darsi bel tempo” con la sua signora. Ciò che lo rende accattivante è il suo atteggiamento verso gli Dei, contro le cui minacce egli risponde con altrettante provocazioni, tale da apparire più potente di loro, come desolato afferma Cupido in un dialogo con un Amante, afflitto nel saperlo legato e impotente:

 

Amante       O mio Signor Amor, qui qual cagione

                      legato sei? Ov'è la tua potenzia

                      che sei de toi pregion fatto pregione?

Cupido        Più della mia val la costui potenzia

                      chè contra a un cor Vilan nulla posso io

                      e fatto n'ho più d'una experientia.

Amante       Donque in van sei da ognun chiamato Dio.

Vilano         E base de sì ch'a so ie el die, e no lu (1)

 

(1) pare di sì che sono io il dio, e non lui.

 

Oppure quando, minacciato dal sommo Giove, il villano così gli risponde:

 

Iove            Il gran monarcha Giove infuriato

                    minaccia con soi fulmini e saette,

                    […]

                    Se i mei fulmini, tuoni e le saette

                    Vilan non vòi sentir, con pena atroce

                    fàcende contro a te crudel vendette.

 

Vilano Minàzza più, s' te sè, e piange più che vol, chi 'l iè tutti bel gurnie e fole. A diche c' a voglio che 'l muora sta zuveta, e di tuo tuni e baleni e saetti· a n’ò pocha paura: che dirte el ver, a fazze più stima d'una puntura d' cinzala ch'a la ch'a 'n t'ò d'un per tuo. E' t' mò intesse, han?

 

(Vilano Minaccia più, se sai, e piangi più che vuoi, ché sono tutte belle vernie e sole. Dico che voglio che muoia questa civetta, e dei tuoi tuoni e baleni e saette ho poca paura, ché a dirti il vero faccio più stima d'una puntura di zanzara che di quella che non ho d'un par tuo. M'hai inteso, ahn?)

 

Ma tale simpatia non è da ricercarsi solo in questo: il villano principalmente incarna il popolo oppresso dai potenti, liberi di fare e disfare a piacimento ciò che volevano, noncuranti dei desideri e della vita di un volgo continuamente in balia dei loro capricci.

 

Di seguito riporteremo i passi più salienti della Commedia, dove l’italiano si alterna al dialetto faentino che l’autore mette in bocca al ‘Vilano’. Occorre dire, al di là di qualche possibile errore di stampa, che la lingua italiana appare per l’epoca di facile lettura, migliore di tanti celebrati autori del tempo. Per la comprensione dei passi in dialetto cinquecentesco di Faenza, ci siamo valsi della traduzione che fece Giancarlo Schizzerotto nella sua edizione critica dell’opera (3).  

 

 

COMMEDIA

NUOVA COMPOSTA

PER PIERO FRANCESCO

DA FAENZA MOLTO

Diletevole e ridiculosa

 

 

INTERLOCUTORI

 

Orfeo

Un vilano

Cupido

Un amante

Mercurio

Martedì

Iove

Venere

Apollo

 

 

La Commedia inizia con il racconto di Orfeo, che riassume l’intera vicenda:

 

 

                  ORFEO

 

Un vilano ostinato e maledetto,

mosso per avaritia e per invidia,

non so già con qual arte per dispetto

prend 'Amor, li to' l'arco e sì lo insidia

con minacce, ond'el miser è constretto,

se fuggir vol la rustica perfidia,

pregar Venere e tutti li altri Dei

vengano a trarlo fuor di tanti homèi.

 

Onde scende dal ciel il gran loquace

Mercurio, e tosto trova il reo vilano

e dice che li dèi mòlti dispiace

che sia· sì contro Amor crudele e strano.

E' vilan non lo ascolta, e con audace 

parlar da sè lo caçcia: i Dei, ch'in vano

vedon Mercurio andar, discendon tutti,

che vorian trar Amor d'affanni e lutti.

 

Il gran monarcha Giove  infuriato

minaccia con soi fulmini e saette,

e il furibondo· Marte tutto armato

vol far contro al vilan crudel yendette,

Apollo cerca Amor sia liberato,

Mercurio e chi minaccia e chi promette,

Venere piange e priega e nulla giova

al piegar del vilan la dura prova.

 

Amor che vede non poter campare

ricor per· suo divino avidimento

al rimedio che mai non suol errare

maxime nel vilan avaro e intento

a stocchi, a usure, a gli inganni, al rubare,

e dice: « O madre, trova oro et argento

se liberar mi vòi»; così fatto

fu tosto e liberato Amor a un tratto.

 

Qui imaginar potrete, o aspectatori

nobili, excelsi e di sublime ingegni,

l'invidie, l'avaritie e gli ranchori

de i superbi vilan falsi e malegni,

che per le sete d'aquistar thesori

fanno ogni mal, come ne mostra segni

in questa nostra comedia nuova,

nova sì ch'altra scritta non si trova.

 

A seguire parla il Villano che, additando Cupido legato, lo taccia di tradimento per aver portato da sempre il male nel mondo, rovinando i Romani, i Greci, i Troiani e tutti gli uomini e le donne nei secoli, definendolo “Assassino da [dei] cristiani”, intendendo con cristiani l’umanità in genere, secondo un’espressione ancora utilizzata ai giorni nostri.

 

Sopra giunge el Vilano parlando a li spectatori.

 

VILANO

 

Vit vit, dumadie, ch'a m'ò sfogà le man e i pie contra a quest die de l'amor. O donne, vidì aqui el traditore che tradisse tutta la gente, che l'ò lighià sì strettamente. ch'a 'n cre' che 'l possa fugir, ch'a sò dliberà de fal pentì de quent mel che 'l fe' mè al mondo, ch'à fat andar al fondo, per quant ho inteso, non so in quest paese, ma i Rumen e i Grighe e i Troieni e quent humne e donne fu mè, ch'à zà tutti ruvinè, st' asasin da chistien. Ma u 'n m'insirrà dal mie pen, ch'a ie farrò fà la penitentia di sue pichiè.

 

(Vedi vedi, domineddio, che m'ho sfogato mani e piedi contro questo dio dell'amore. O donne, vedete qui il traditore che tradisce tutta la gente, che l'ho legato sì stretto che non credo che possa fuggire, ché sono deliberato di farlo pentire di quanto male fece mai al mondo, ché ha fatto andare al fondo, per quanto ho inteso, non so in questo paese, ma i Romani e i Greci e i Troiani e quanti uomini e donne furon mai, che ha già tutti rovinati quest'assassino da cristiani Ma non mi uscirà dalle mie mani, ché gli farò far fare la penitenza dei suoi peccati).

 

A questo punto parla Cupido, lamentando la triste sorte per essere stato fatto prigioniero da un “rustico protervo” e chiedendo agli dei di voler inviare dal cielo un “telo” [lancia] che lo trafigga, preferendo la morte che l’essere reso privo della sua libertà.

               

                   CUPIDO

 

Quai più duri legami, aspre cathene,

qual più crudel destin, qual sorte fella,

qual maggior doglia, qual più amare pene.

fur sentito giamai, o fera stella,

che aguagli di signor divenir servo

e di vil signoria l'anima ancella.

Pensando in ciò tutto mi strugo e snervo;

ahi lasso ahymè, a che m'à gionto el cielo

farmi pregion d'un rustico protervo.

O dèi, mandate giù dal ciel un telo

che mi toglia la indegna e amara vita,

chè meglio è assai morire, io non lo celo,

che senza libertà restar in vita.

 

Un Amante entra in scena lamentandosi per non riuscire a trovare fra le tante belle il suo amore e chiedendo nel contempo a Cupido nell’assisterlo in questa ricerca.

 

                  AMANTE

 

Deh, non mi siate avar, donne gentile,

dirmi ove è il signorile e vago aspetto

del mio caro diletto fido amore:

o mio signor Cupido, o Santo Amore,

deh, insegnami, ti priego, ove è colei

a cui donato ho il spirto, l'alma e il core,

chè star non posso più lontan da lei.

 

Il villano allora si rivolge a lui dicendogli del “minchat” [mentecatto], dato che non si era accorto che Cupido non poteva far nulla dato che era stato fatto prigioniero, continuando poi ad inveire contro il dio minacciandolo di percuoterlo. Di nostro interesse è il termine “minchat” da tradurre con minchione o mentecatto, aderendo al significato di minchiata, termine attribuito al gioco dei tarocchi in Toscana. Fra il termine tarocco, come da noi individuato storicamente con il significato di matto (4) e minchiata non esiste pressoché alcuna differenza. I termini “Zampighia” e “Zampiglie” con i quali il villano in diversi suoi interventi chiama Cupido legato, deve farsi derivare da “zampigliè’, cioè ciampicare, non trovar il modo di camminare liberamente.

 

VILANO

 

A chum vuò ch'u t'insigna d'andar a lie, minchat chi ti è? I 'n vit? È la lighià le mane e i pie. No te sta più a lamentà, o Chavichion, chi ti è ben un figiò. Vè 'l a qua, s' t' ne 'l crii che 'l sia lighià. O Zampighia, aida a questu, s' tu può, d'andar a veder el suo fin amor, perchè l'è un di tue servidure. Ben che le vorrebbe esser figlie madure, ò le segne ben in chasa da dar a st sagura senza cervello, ch'ò voglia de tor un manghanello e schusate ben ben el fersello che t'è in tel zipon

 

(Come vuoi che lui t'insegni ad andare a lei, mentecatto che sei? Non vedi? È là legato mani e piedi. Non starti più a lamentare, o Cavicchione (1), che sei bene un figione. Vedilo qua, se non credi che sia legato. (Rivolgendosi a Cupido) O Zampighia, aiuta costui, se puoi, ad andare a vedere il suo fine amore, perché è uno dei tuoi servitori. Benchè vorrebbero essere figli maturi, ho le cinghie bene in casa da dare a questo sciagura senza cervello, ché ho voglia di prendere un manganello e scuoterti ben bene il friscello che hai nel giubbone).

 

(1) Nella commedia dell’arte ‘Cavicchio’ è la maschera del villano. Quindi il villano dà del villano a Cupido.

 

Resosi conto della situazione, l’Amante si produce in una lamentazione sicuro che la prigionia di Cupido avrebbe condotto gli uomini a tristi sorti: “O infelici, o miserelli amanti, ahymè, preghiamo ognuno Amor sia sciolto; se non, vivremo sempre in doglia e in pianti”. La replica di Cupido è una dolorosa accettazione della situazione, poiché contro un “cor Vilan” non esistevano ragioni a cui appigliarsi, dato l’esperienza del dio in tal senso. Assistiamo qui, attraverso l’accusa rivolta al villano, alla denigrazione generalizzata di tutta la genia di villani, che secondo l’opinione comune del tempo, non guardavano in faccia a nessuno pur di fare i propri interessi, sorta di ribelli ai potenti e al vivere civile.

 

Amante       O mio Signor Amor, qui qual cagione

                      legato sei? Ov'è la tua potenzia

                      che sei de toi pregion fatto pregione?

Cupido        Più della mia val la costui potenzia

                      chè contra a un cor Vilan nulla posso io

                      e fatto n'ho più d'una experientia.

Amante       Donque in van sei da ognun chiamato Dio.

Vilano         E base de sì ch'a so ie el die, e no lu

Amante       Oymè, chi t'ha lo honor, la gloria tolto?

                     O ciel crudel, o caso accerbo e rio!

                     Ben veggio il mondo sottosopra volto.

                     O infelici, o miserelli amanti,

                     ahymè, preghiamo ognuno Amor sia sciolto;

                     se non, vivremo sempre in doglia e in pianti.

 

Giungiamo ora al momento che ha determinato il nostro interesse per questa commedia, e cioè alla dichiarazione del villano di voler appendere a testa in giù Cupido, reo di tradimento “chè lo voglio appiccare per i piedi adesso adesso”, dopo avergli dato solennemente del coglione.

 

VILANO

 

Piangi pu tu, e ie ridrò, o furbison, çu m' pa ben ben che t'ebbe del coglion, a dighe de vacca: Sta volta u m’ schappa, ar fè del mie..., ch'à ‘l voglio apiçhià pr i pie adesso adesso, e ssi 'n valrà che ‘nsun mi priega, c'a 'n voglio ch'u m'apichia, se bene u m' s'aracomanda.

 

(Piangi pur tu e io riderò, o furbison, che mi pare ben bene che hai avuto del coglione, dico di vacca. Stavolta non mi scappa, alla fede del mio…, chè lo voglio appiccare per i piedi adesso adesso, e così non varrà che nessuno mi preghi, chè non voglio che lui mi appicchi, anche se mi si raccomanda).

 

Venere, la madre di Cupido, in pieno sconforto per quanto stava accadendo al figlio, interviene chiedendo al villano le ragioni per cui teneva prigioniero il suo adorato, rivolgendosi poi a tutti i buoni abitanti della città che stavano assistendo ad un sì grave torto pregandoli di intervenire contro il “crudel Vilano” 

 

                 VENERE

 

Deh, dimmi, che t'ha fatto il mio Cupido?

In che t'ha offeso il mio figliol diletto,

piacevole gentil constante e fido?

So che mai non ti fece alcun dispetto,

chè sempre dona ai servi soi mercede,

e tu per premio l'hai lighato stretto.

Qui venimo a pore la sua amorosa sede,  

et seco ne venni io compagnia:

questo è il coltel che 'l miser  cor mi fiede.

Qui fatto à ognun piacere e cortesia,

donando a questa a quella un riccho dono,

e a lui è fatto tanta villania.

O città mia diletta, o popul bono,

vi racomando il mio dolce figliolo;

deh, nol voliate porlo in abandono.

Deh, vengavi pietà del mio gran dolo,

non vogliate patire, ahy caso strano,

che iddio che regge l'uno e l'altro polo

sia morto e preso da un crudel Vilano.

 

La risposta del villano è intrisa di forte comicità laddove rispondendo a Venere le si rivolge additandola “madonna Vinare o Sabbad' che tu sia” cioè “madonna Venere o Sabato che tu sia”. Parlando direttamente al Dio d’Amore, il villano gli spiega il motivo della sua ira da ricercarsi nel fatto che quando Cupido era assiso sul suo carro trionfale elargendo doni a tutti - dove i “doni” sono da intendersi come facoltà amorose - nulla diede a Rusada, la sua donna.

 

VILANO

 

Vilan è quie che fa le vilanie, o madonna Vinare o Sabbad' che tu sia. El bisogna che 'l tuo fìghiol vega in percipitio, perchè u m 'à dà l'andicio de farie pocha apiaxer. Parlèm um po' per el duver: in t'arcurdi tµ, ch'a m'aricordè ie, quando u 's te el carr triumphat che tu 'n volissé dunà cuvello alla mia Rusada? Per qµesto a ie voglio cavare el cor d'in t' la corada al tuo Amor, e s’u m' paa da ver èl torte, sic, dat conforte con el mal d'eltre.

 

(Villano è quello che fa le villanie, o madonna Venere o Sabato che tu sia. Bisogna che tuo figlio vada in precipizio, perché m'ha dato l'indizio (motivo) di fargli poco piacere. Parliamo un po' per davvero: non ti ricordi tu, che mi ricordo io, quando sul carro trionfale non volevi dar niente alla mia Rusada? Per questo voglio cavare il cuore dalla corata al tuo Amore, e se non mi paga davvero il torto, così, datti conforto col male d'altri).

 

Venere allora, comprendendo che il villano mai avrebbe liberato il figlio se non con una cospicua promessa di denaro, chiese al villano quanto avrebbe voluto per togliere Cupido dai legami.

 

                VENERE

 

Horsu, vilano avaro e maledetto,

quanti danari vòi che ti sian dati

per liberare il mio figliol diletto?

 

Al che il villano le richiede un “tesoro d’oro in oro” cioè fiorini o al contrario, se non l’avesse pagato, che trovasse un’alternativa che risultasse per lui un buon affare [gran derrata].

 

VILANO

 

A t' u m' voglio far un bon merchà: s' ti vuò che Amor sia librà, a voglio tu m' deghe un thexor d'or in or che vaglia mille dupinni, e s'u m' pagha, tu m' fezza una gran drada.

 

(Ti voglio fare un buon mercato: se vuoi che Amore sia liberato, voglio che tu mi dia un tesoro d’oro in oro che valga mille doppini, e se non mi paga, voglio che tu mi faccia una gran derrata).

 

Venere accetta promettendogli subito la metà di quanto richiesto e il saldo una volta che Cupido fosse liberato. Proposta che il villano non accettò volendo subito l’intero ammontare. Al che Venere acconsentì, ma augurando al villano di essere mangiato dai cani e di morire colpito da tutti i malanni della terra.

 

             VENERE

 

Così va che s'impacia coi villani:

eccoti tutto il prezzo, hor sligal via,

ch’io sper vederti ancor mangiare ai cani.

Spacciati col malan che dio te dia.

 

Al che il villano, dopo aver rimandato a Venere ogni suo nefando augurio “E a ti la mala pasqua inmamia d' merda infilzà in t'um sticco” (E a te la mala pasqua avvolta di merda infilzata in uno stecco), non riuscendo a slegare Cupido dato i nodi ben stretti, sembrò deciso a consegnarlo in tal modo. Poi, pensando che le corde sarebbero state buone per i suoi buoi, lo sciolse dai vincoli volendo comunque che Cupido facesse un patto con lui consistente nel non occuparsi più dei fatti dei villani, e che questa promessa fosse fatta da Cupido a voce alta affinché fosse udita da tutti.   

 

VILANO

 

E a ti la mala pasqua inmamia d' merda infilzà in t'um sticco. Horsu, ec ch'a tel dò via signà e bendetto. O diavole, a l'aveva lighià strette, mò a ne 'l posso dislighià. El srà meglio ch'a u lissa stà; già ch'a sò paghà, chum vorrà provà ch'ebba abù chuvellé? Al santo dio vagnel, ch'a n'ò una gran voglia, ma inenza cha a 'l te soglia, a voglio fa un pat con lui: a voglio ch'u m’ promette di 'n s'inpazzà mè più con sa vilen per mie. Vuote far quel ch'a te dighe, o Zampiglie? Dit de sì; dì forte ch'ogn'om t'oda. O, lessam mò repor sta corda che sarà bona pr i mie bue, e tu fa i fat tue, e ie farrò i mie.

 

(E a te la mala pasqua avvolta di merda infilzata in uno stecco. Orsù, ecco che te lo consegno segnato e benedetto. O diavolo, l'avevo legato stretto, ora non lo posso sciogliere. Sarà meglio che lo lasci stare; già che sono pagato, come vorrà provare che io abbia avuto qualcosa? Al santo dio guagnele, che ne ho una gran voglia, ma prima che te lo sciolga, voglio fare un patto con lui: voglio che mi prometta di non impicciarsi mai più con villani pari miei. Vuoi fare quello che ti dico Zampiglie? Dì di sì; di forte che ognun ti senta. Oh, lasciami mo’ riporre questa corda che sarà buona per i miei buoi, e tu fa’ i fatti tuoi, e i farò i miei).

 

Dopo di che il villano, commiatandosi dagli spettatori, li invita a darsi alla pazza gioia, mentre lui se la sarebbe spassata con la sua Rasada. Mettendosi nei panni del villano, l’autore fa dire al suo alter ego, rivolto ai giovani “ignorenti e innamorè” (ignoranti e innamorati) di accettare di buon grado la commedia poiché, come lui ben sapeva, essi non avrebbero saputo dire altro che la commedia era stata goffa, dato che gli stupidi non sanno fare altro che occuparsi di stupidità “per che i guffi i 'n s'intende si 'n del guffarie” (perché i gufi non s’ intendono che di guferie), attribuendo tale trista prerogativa a qualcuno di sua conoscenza di cui non intese citare il nome. Termina così la sua “canzon” (canzone) con i versi “Amen, adie, adie, cantemo tutte ch'a m' n'andarò ie. Amen” (Amen, addio, addio, cantiamo tutti, che me n’andrò io. Amen).

 

Si volta alli expectatori il VILANO e dice.

 

Horsu, brighiada, ridì, cantè e balè tutti, mora che mora è librà, e ie i 'n n'andarò altro, con queste oro e con queste argento, a darme bel tempo con la mia Russada. E vui altre, giuveni ignorenti e inamorè, a ve prieghi per cortesia che schacun ben via la nostra comerda, ch'a 'n so ch'a 'n savì fare altro si 'n dire l'è stà goffa, per che i guffi i 'n s'intende si 'n del guffarie come è un qualche un che è a qui che ni voglio fà nome. El chi è fin la mia canzon. Amen, adie, adie, cantemo tutte ch'a m' n'andarò ie. Amen.

 

(Orsù, brigata, ridete, cantate e ballate tutti, muoia chi muoia è liberato, e io non andrò altro, con quest’oro e quest’argento, che a darmi bel tempo con la mia Russada. E voi altri, giovani ignoranti e innamorati, vi prego per cortesia che ciascun ben veda la nostra commedia, ché so che non sapete far altro se non dire che è stata goffa, perché i gufi non s’ intendono che di guferie, come qualcuno qui che non voglio far nomi. Qui finisce la mia canzone. Amen, addio, addio, cantiamo tutti, che me n’andrò io. Amen).

 

Il finale della Commedia vede l’Amante entrare in scena invitando tutti a far festa per la liberazione di Cupido, cosa che avrebbe reso lieti e felici “il mar, la terra, il ciel, lo inferno e il mondo” e soprattutto tutti gli amanti che, sereni e innamorati, sarebbero andati “in schiera da un sol a l'altro et da matina a sera”.

 

              AMANTE

 

Faciamo tutti festa allegramente

chè 'l gli è tornato Amor infra la gente

uscendo delle mani 

de i crudeli inemici aspri e vilani,

che n'han tornati in risi i pianti rei.

Hor fia lieto e iocondo

il mar la terra il ciel lo inferno e il mondo.

Donne e donzelle e giovenetti amanti

vivranno in festa e in canti,

et tutti li animanti

con pace e con amore andranno in schiera

da un sol a l'altro et da matina a sera. 

 

FINIS

                                                                                                      

Note

 

1 - Ne siamo edotti da Giancarlo Schizzerotto che dell’opera fece un commento critico nel 1969: Giancarlo Schizzerotto, La Commedia Nuova di Piero Francesco da Faenza, Ravenna, Edizioni della Rotonda, 1969.

2 - Si legga al riguardo il nostro saggio iconologico L’Appeso

3 - Vedi nota 1

4 - Si leggano i saggi Il significato della parola ‘Tarocco’, Del Minchione e Dell’Etimo Tarocco

 

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