Saggi di Andrea Vitali

Contro i Tarocchi

Invettive e abbandoni

 

Alberto Lollio (1508-1569), celebre letterato ferrarese, amante del gioco dei tarocchi tanto da divenire per lui una grande passione, compose contro di essi, in seguito ad una mano sfortunata, una famosa invettiva di cui abbiamo scritto in un nostro saggio (1). La passione per quel gioco fu sentimento provato da moltissime persone, se pensiamo che era il più giocato non solo in Italia ma in tutta Europa. Un fenomeno che perdurò fino a tutto l’Ottocento. L’Invettiva rispecchia il tipico atteggiamento dell’innamorato tradito dall’amata, che si esplica in un auto commiserazione per aver creduto ciecamente nella fedeltà del soggetto amato. C’è da chiedersi se in effetti questa critica sia derivata da un fatto reale oppure dal desiderio di esprimere in toni letterari la propria passione. Tutti sanno che nel gioco le probabilità di vittoria si equiparano a quelle delle perdite, per cui appare alquanto improbabile che l’aver perso una partita potesse diventare pretesto di condanna. Diciamo piuttosto che il Lollio, da letterato qual’ era, si ispirò ad una probabile perdita quale soggetto per esprimere le sue doti letterarie.  Tant’è che la critica, sebbene espressa in toni aulici, non risulta dissimile dai tanti moniti ecclesiali dove il gioco viene additato come distruttore delle famiglie, dei beni nonché foriero di peccati mortali per uccisioni, bestemmie e così via, come ad esempio troviamo nei seguenti versi:

 

O quanti ricchi et nobil personaggi

Hà fatto il giuoco divenir mendichi!

Onde da infamia, et da vergogn’ astretti,

Fatti favola al vulgo, non osando                              45

Veder la luce, ò rimirare il Cielo,

Han fuggito il commercio delle genti,

Et chiamato la morte a tutte l'hore.

Veduto habbiamo à’ nostri giorni, alcuni,

Che per giocar prostrato han l'honestate                50

De' corpi loro: et non solo se stessi,

Ma la moglie, et le figlie, (ah vituperio

Del guasto Mondo) et pur non è bugia,

Han dato in preda à mille sporche voglie

Di chi tenuto ha lor la borsa piena.                          55

Quanti da stizza et da color compunti

D'haver perduto, hanno ucciso i più cari

Amici, sol per tor loro i denari?

Quanti han spogliato delle lor sostanze

Per haver da giocare i padri et gli avi?                    60

 

Come detto, inveire contro i tarocchi fu abitudine comune che ritroviamo in diversi componimenti anche di epoche successive come nel seguente per mano di Alessandro Grazioli (sec. XVIII) (2) dove l’usuale atteggiamento del sentirsi tradito si manifesta nei versi “Da quando in quà tai carte ho meritate?” o “Meco procedi or tu sì avverso, e rio” a cui fa seguito l’inevitabile condanna generalizzata con “Perder gli occhi farian tra i Giucatori / Cosa quanto la morte da sfuggire”.

 

Quest’ultimo componimento, al di là della simpatia che suscita l’autore, non eccelle per proprietà letteraria manifestandosi ben distante dagli aulici versi del Lollio. Diremo inoltre che all’interno del componimento, l’autore inserisce - quasi che il parlare del suo abbandonare i tarocchi fosse un pretesto - una lode all’amico e stampatore Gaetano Poggiali, a cui augura che la fama delle sue pubblicazioni, già riconosciuta, potesse ricevere ancor più riconoscimenti.

 

 

ABBANDONO DEL GIUOCO DE’ TAROCCHI

 

Capitolo

 

 

Guochi a’ Tarocchi pur chi giucar vuole:

Passarmela così più non poss’ io;

E sallo bene il Ciel se me ne duole.

 

O Giuoco, ch’eri un tempo il piacer mio,

Deh perchè delle sette almen le sei

Meco procedi or tu sì avverso, e rio?

 

Parla un poco, se puoi; dì, che ti sei?

Da quando in quà tai carte ho meritate?

Propio quì tutte or or le straccerei.

 

Se le fosser dal Diavol mescolate,

Potrebbon mai peggior per me sortire?

Guata indegne cartacee malabbiate!

 

Anche al prim’ uom del Mondo, io fui per dire;

Perder gli occhi farian tra i Giucatori:

Cosa quanto la morte da sfuggire.

 

Orsù cercate un altro, miei Signori,

Che la Partita compia, se vi piace:

Io gli rinunzio il luogo, io n’esco fuori.

 

Fuori me n’esco; e, qual chi vede, e tace;

Per lo innanzi, qualor voi giucherete,

Starovvi al più di dietro in santa pace.

 

Or ecco nove poste: via, prendete.

Ahi quante io n’ ho pagate in poche sere!

Questa mia tasca, e voi ben lo sapete.

 

Pensate mo s’ io voglio ancor tenere

Commerzio con tal giuoco! Eh vada ormai:

Forza è, ch’io glie la canti a più potere.

 

Vada, sì, vada: hollo trattato assai;

Non‘ vò, ch’ ei mi diserti affatto affatto,

E montar me la faccia più che mai.

 

Io mi conosco, io so come son fatto;

So, che accecato dalla bizzarrìa

Cadrei nel bestemmiar peggio d’ un matto.

 

Trattatel pur voi altri tuttavia;

Ed egli, s’ esser può, v’ arrida ognora,

Ognora vi ricrei la fantasia.

 

E tu, Poggiali, più d’ ogni altro ancora

Intertienti con esso allegramente,

Come fai zufolando ad ora ad ora.

 

Fra me rifletto al viver tuo sovente,

E grido: il mio Proposto oh qual mestiero

Ha di sollazzo da svagar la mente!

 

Io non so come regga in vero in vero

Un uom da mane a vespro al tavolino,

Idest a scriver tutto il giorno intero.

 

Pur te felice, che per tal cammino

Salir puoi franco al tempio alto di Gloria,

Ov’io già col pensier t’ ammiro, e inchino!

 

Lieta si specchia la fedele Istoria

Ne’ tuoi Volumi; e di tua Patria godo,

Che a pubblicar tu segua ogni memoria.

 

Quindi sonar per tutta Italia or s’ ode

Chiaro il tuo Nome; e sin dal cupo Averno

Invidia il sente, e se ne cruccia, e rode.

 

Ma giù tra l’altre Furie, e in quell’ eterno,

Profondo orror lasciam pur l’empia stare;

Ed ivi scoppi d’atro fiele interno.

Io quì mi taccio, per non più seccare. (3)

 

Note

 

1 - Si veda il saggio I Tarocchi in Letteratura I

2 - Versi di Alessandro Grazioli fra gli Arcadi della Colonia di Trebbia Glorizio Luciano, In Parma, Nella Stamperia di Filippo Carmignani, MDCCLXI [1761].

3 - Ibidem, pp. 140-143

 

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