Saggi di Andrea Vitali

Di un prete cieco che giocava a tarocchi

Nonché di celebri medici amanti di quel gioco

 

Oggigiorno la moderna ricerca medica conosce molto bene che la privazione di un senso amplifica, nella persona afflitta da quella mancanza, gli altri sensi o uno di essi in particolare.

 

Quanto riportiamo si riferisce alla storia di un religioso il quale divenuto cieco non volle per nessuna cosa al mondo rinunciare al suo gioco prediletto, quello dei tarocchi, divenendo talmente esperto nel comprendere quale carte avesse in mano, grazie al tatto delle stesse, da continuare a giocare senza alcun indugio. In questo venne inizialmente assistito dalla sua fantesca la quale lo informava se le carte che egli identificava corrispondevano con la sua attribuzione. Non si trattava di individuare carte levigate o mancanti negli angoli o da qualche altra loro parte, ma carte nuove, tanto che quando una di quelle si consumava rendendo facile il suo riconoscimento, il buon religioso chiedeva un mazzo nuovo. L’importante era che le carte fossero della stessa stampa. L’unica cosa che egli chiedeva era che i suoi compagni di gioco menzionassero le proprie carte che ponevano sul tavolo. Una stessa situazione, descritta da questo resoconto medico, si riferisce ad una donna in merito sempre all’identificazione di carte da gioco, mentre di un’altra viene riferita la sua capacità di distinguere i colori dei drappi in quanto la superficie di colore nero, a suo dire, era maggiormente aspra rispetto a quella rossa più levigata.

 

“Questo racconto, candidamente parlando, pare che abbia più del romanzesco che del vero, stante che nè la storia medico pratica, nè l'immensa raccolta degli atti dei Curiosi della natura non offrono un fatto analogo, cioè che un individuo abbia veduto con qualche altra parte del corpo, fuori del mezzo degli occhi. Non sono molti anni che il cel. Spallanzani e tutti gli amici di lui acciecavano quanti pipistrelli loro si presentavano, perchè quel Professore scoprì che il pipistrello, anche privo degli occhi, evitava gli oggetti che incontrava volando. Il volgo conchiuse, che quell'animale ci vedea senza occhi. Alcuni Fisiologi supposero in esso un sesto senso, e noi non crederemmo a tutto ciò che su quell'argomento fu pubblicato, se non fossimo stati testimoni delle più curiose sperienze.

 

Ad onta però di tutto ciò, e quasi dipendentemente da que tentativi, sappiamo di certo, che ogniqualvolta un soggetto abbia perduta la vista, acquista questi per lo più una maggior squisitezza negli altri sensi: perciò sappiamo che tanti ciechi distinguono con facilità le monete, le tele e le carte stampate dalle non stampate, e cose simili.

 

Diffatti certo abate Don Angelo Fontanella, che fu Curato in una villa del Milanese, diventato cieco, giuocava a tarocco, essendo questo stato il suo giuoco prediletto, con cui divertivasi tutti i giorni quando ci vedeva. Perduta interamente la vista studiò, per così dire, di distinguere tutte le settantotto carte, che compongono il giuoco di tarocco, per mezzo del tatto, cioè passandole ad una ad una con somma attenzione, assistito dalla propria fantesca, che lo avvertiva quando s'ingannava o no. Acquistata la capacità di distinguere il carattere stabilito ad ogni carta, giuocava ed univasi le carte da sè solo. I compagni di mano in mano che facevan giuoco, dovevano indicare la carta che abbassavano, ed egli rispondeva al giuoco colla carta conveniente senza mai sbagliare. Quando il mazzo delle carte era sdruscito, egli faceva un nuovo studio su d'un altro; il che gli riusciva ogni volta men difficile, purchè le carte fossero della stessa stampa. Ad asperitates subtiliores, dice Haller (Elem. Phys. Tom. V. pag. 94), refero colores, quos tactu dignotos fuisse adeo multi testes exstant, ut non audeas refragari. Il cieco riferito da Boyle col tatto distingueva i colori, e conosceva se un drappo era a righe o a fasce di colore diverso. Le-Cat parla di una donna cieca, che col tatto conosceva le carte da giuoco: un'altra donna pur cieca, citata dal lodato Haller, asseriva che la superficie di un drappo nero era molto aspra, quella del rosso sommamente levigata” (1).

 

Approfittando dell’argomento medico, ricordiamo il celebre Carlo Botta (1766-1837) che studiò medicina seguendo le orme paterne (in realtà la medicina era da cinque generazioni ereditaria nella famiglia). Ma Botta non fu solo un medico famoso, in quanto coltivò l’arte letteraria e musicale, scrivendo inoltre di storia e dando nel contempo la sua disponibilità al governo del paese, divenendo ‘Membro del Governo di Piemonte’. Nel 1817 divenne Rettore dell’Università di Rouen. Occorrerebbero oltremodo molte pagine per descrivere la sua vita e le sue opere che gli fecero acquistare una fama straordinaria. Il Dott. Paolo Pavesio, definendolo modesto per natura, scrisse che non amava che di lui troppo si dicesse, riportando una lettera inviata dal Botta all’amico Greene da Parigi il 15 ottobre 1836: “Veramente molti miei amici mi stanno continuamente coi pungoli al fianco, affinchè io scriva le memorie della mia vita, come a dire le mie confessioni. Ma io vi ripugno grandemente, nè mi ci posso risolvere. In primo luogo mi pare un ramo d'impertinenza quel dire da se stesso al pubblico: Signori miei, io sono il tal dei tali, e ho fatto i tali e tali » miracoli. Poi non mi credo da tanto, che la platea prenda piacere in vedere che viso io mi abbia; che io non sono nè un Rousseau, nè un Alfieri, nè un S. Agostino. Finalmente sono stanco di mente e di corpo, e la campana dei 69 anni a mi suona alle spalle. E meglio tacere, che far ridere le brigate di sè. Insomma, sono sfruttato, e nulla, o poco posso aggiungere alle mie opere” (2).

 

Comunque non è possibile non ricordare alcuni suoi lavori eccellenti fra cui la Storia della guerra d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America (1809), la Storia d'Italia dal 1789 al 1814 (1824) e la Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini fino al 1789, (1832).

 

Come ogni buon borghese del tempo, Botta non poteva non amare i Tarocchi, cosa di cui siamo informati attraverso una lettera da lui inviata da Milano al medico Giuseppe Balbis di Torino in data “7 Annebbiatore anno 7” cioè il 28 ottobre 1798. In essa, dopo aver decantato la calda e tranquilla atmosfera di una partita di tarocchi in compagnia di un amico davanti ad un caminetto nelle lunghe serate invernali, ricordava il Cigna (3) che era solito dire che i medici di campagna studiavano la loro arte (diciamo medica) tra le gambe delle servette di casa, con accanto un buon fiasco di vino, bistecche alla brace e, naturalmente, i tarocchi.  

 

“L'altra sera l'abbiamo data a tarocchi gagliardamente con tuo fratello, e così faremo in questa stagione che viene, quando vanno per l'aria nebbie, e venti crudeli. Egli è questo un vero piacere, accanto al fuoco, nelle lunghe sere d'inverno in compagnia d'un amico. Mi ricordo del nostro valoroso Cigna, che era solito di dire dei medici delle ville, che studiavano l'arte loro tra la serva di casa, il fiasco, le bruciate, ed i tarocchi. Noi siamo, Balbis, ed io medici cittadini, un po' più civili in verità; ma in quest'inverno non la cederemo a quegli altri. Tu intanto scrivimi. Saluta tutta la tua virtuosa famiglia in mio nome, che io bramo di conoscere presentemente; e cantate per mia memoria una qualche aria, più tenera e malinconica, che guerriera ed allegra, che prego la tua sorella Teresa di accompagnare al piano-forte). […] Vivi bellamente felice” (4).

 

A conclusione di questo articolo, ricordiamo un altro medico appassionato dei tarocchi (5). Si tratta di Giuseppe d’Ippolito Pozzi (1697-1752), medico e lettore di anatomia. nonchè poeta giocoso bolognese. Le sue Rime Piacevoli furono pubblicate postume nel 1764. Egli amava molto giocare a tarocchi e a tarocchini, come egli scrive sia nel suo ritratto (Sonetto I) che in altri passi dell’opera.


Se l’idea che egli da di sé nel ritratto e nel brano successivo da noi riportato è quello di uno scioperone, di un bagatello dedito esclusivamente al riposo e al divertimento (Senza pensiero alcuno me la passo, / E senza aver a spendere un bajocco, / E mangio, e bevo, e dormo, e vado a spasso), in realtà si tratta di una evidente finzione letteraria, di come avrebbe in realtà voluto trascorrere la sua esistenza. Infatti la sua affermazione “fra Medici, e Vati ho qualche loco”, cioè che era in possesso di una qualche nomea fra i medici e i letterati, lo inserisce direttamente nel quotidiano vivere sociale del suo tempo. Nella quiete e nel riposo di una sua villa in campagna, egli propone il gioco dei Tarocchini a coloro che  avessero avuto l’intenzione di parlar Latino, i quali sarebbero subito stati impiccati per la gola, tanto non avrebbero perso alcun denaro data l’abitudine invalsa di non pagare mai le proprie perdite.


SONETTO I


Ritratto dell’Autore
(6)


Son lungo, e magro; son franco, ed ardito,
Ed ho due anni più di trentasei;
Sono di membra in proporzion guernito,
Nè più bel, nè più brutto esser vorrei.


Non ho ricchezze, e pur non son fallito;
Ho due Figli, e fra due mesi sei;
Di tre Mogli a quest' ora io fui Marito:
Volete altro saper dei fatti miei?


Amo de' Scacchi, è de' Tarocchi il Giuoco;
Son iracondo, e frettoloso a un tratto,
E fra Medici, e Vati ho qualche loco.


Mi convien far da savio, e pur son matto,
Mangio ben, bevo meglio, e studio poco:
Quest'è la vita mia, quest'è il Ritratto,

 

Capitolo VIII

 

O Don Filippo mio da che son nato
    Felice vita più, nè più tranquilla
    Di quella ch'oggi provo, ho mai provato.
Su 'l monte stommi in una fresca villa,
    Ove in tre dì son diventato grasso
    Come Dicembre suole esser l'Anguilla;
Senza pensiero alcuno me la passo,
    E senza aver a spendere un bajocco ,
    E mangio, e bevo, e dormo, e vado a spasso:
Si che da ver poltrone, e da buon scrocco
    Affè lo stato mio non cangere
    Con quel del Re d'Egitto, e di Marocco.
Gli anni di vita mia son trentasei ,
    E più che volentieri in cotal loco
    Seimila per lo men ne camperei.
Né voi crediate, che il dica per gioco,
    Fate che viva, e poi se la parola
    Non vi mantengo ditemi un dappoco.
Qui non si studia, qui non si fa scuola,
    E se tentasse alcun parlar Latino
    Saria tosto appiccato per la gola.
Gli è concesso a giuocare a Tarocchino
    Con una assai lodevol costumanza,
    Che il perditor nè men paga un quattrino.
Li promotori di sì fatta usanza
    Fur Manfredi, e Zanotti, e a non pagare
    Hanno il bel dono di perseveranza. (7)
Etc.

 

Note

 

1 - Nuovi Commentarj di Medicina e Chirurgia pubblicati dai Signori C.R. Consigliere Gov. Valeriano Luigi Brera, Cesare Ruggieri, Floriano Caldani e Pietro Dall’Oste, Professori P.O. di Medicina e di Chirurgia nella Imperiale Regia Università di Padova ecc, Dalla Tipografia e Fonderia della Minerva, Anno MDCCCXX, Semestre Primo, pp. 476-477.

2 - Lettere inedite di Carlo Botta pubblicate da Paolo Pavesio, Faenza, Ditta Tipografica Pietro Conti, 1875, p. XXVIII.

3 - Si tratta di Giovanni Francesco Cigna (1734-1790), medico e chimico, cofondatore dell’Accademia delle Scienze di Torino nonché esponente dell’Illuminismo torinese.

4 - Lettere inedite di Carlo Botta…, op. cit., p. 98.

5 - Quanto riportato in questo articolo  riguardo Giuseppe d'Ippolito Pozzi è stato da noi ripreso dal nostro saggio I tarocchini nel Settecento.

6 - Giuseppe d’Ippolito Pozzi, Rime Piacevoli, Londra, Domenico Pompeati Librajo, e Stampatore Veneto, 1790, p. 3.

7Ibidem, pp. 58 -59

 

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