Saggi Storici di Andrea Vitali

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"L'Epulone" del Frugoni - 1675

Chi non ha il Sole, la Luna o il Mondo in mano resta un Tarocco

 

Sulla vita e sull’opera più importante di Francesco Fulvio Frugoni (1620-1686), religioso appartenente alla congregazione dei Minimi di San Francesco da Paola, abbiamo precedentemente scritto in un nostro saggio al quale rimandiamo per una maggiore completezza di informazione (1).

 

Questo autore ha attratto ulteriormente la nostra attenzione per una sua opera melodrammatica in Cinque Atti del 1675, ovvero L’Epulone (2) composta per essere letta e musicata, abbozzata a Aix ma scritta durante in un suo soggiorno in quel di Piacenza.

 

Come ne Il Cane di Diogene, il Frugoni intende fustigare i costumi del tempo, ergendosi a paladino di una purezza di costumi e di incontaminata onestà, delle quali si avvale per condannare, in questo caso in forma melodrammatica, i vizi che attanagliano l’umanità, inducendo i ricchi e i potenti a vivere fuori dalle regole cristiane, e nel contempo, attraverso il loro asservimento, a defraudare del giusto i miseri e i derelitti, il tutto messo in bocca ad attori che dei vizi ne personificano grottescamente i caratteri.

 

Nel Prologo troviamo ‘Individui’ che rappresentano da un lato aspetti degenerativi che minano l’integrità dell’uomo e dall’altro il loro opposto in senso cristiano:

 

La Ricchezza                  e                 La Povertà

La Crapula                     e                  L’Astinenza

La Lussuria                    e                 La Pudicizia

La Calunnia                   e                  L’Innocenza

L’Atheismo                    e                  La Fede

 

Il melodramma, la cui scena è ambientata a Gerusalemme, prevedeva anche cinque balletti dai seguenti titoli ‘allusivi’:

 

1.   Quattro Scimmie, rapite poi da quattro Aquile

2.   Quattro Satiri, portati via da quattro Civettoni 

3.   Quattr’Ombre, che si convertono in altrettanti Cipressi

4.   Turba di Lapidatori, che danzando si percuotono

5.   Quattro Furie, che chiudono l’Opera

 

Ne I Riflessi Arguti sopra alcuni testi dell’Epulone, cioè le Prose Morali-Critiche come riportate nel titolo dell’opera, i versi del melodramma vengono commentati in prosa dall’autore stesso. Nello specifico, risulta di nostro interesse l’argomento ‘I Donativi’, cioè i doni, che il Frugoni tratta in riferimento alla XII Scena del Quinto Atto.

 

Io vi bacio il tallone per così bel presente, che la bocca m’hà chiusa” (3) sono le parole con cui l’autore da l’incipit alla trattazione dei doni, stessi versi messi in bocca al Buffone Farfalla all’atto di ricevere dalla Cortigiana Zambra, ‘sposata dall’Epulone’, un diamante per il piacere da lei chiesto a Farfalla di convincere un suo amato a cedere al suo amore.

 

Zambia:      Prendi questo diamante.

                      Mà non dir, veh, ch’Io sia d’un Tronco amante!

Farfalla:      Io vi bacio il tallone per così bel presente,

                      Che la bocca m’hà chiusa.

                      Ella è bensì profusa

                      In favellar sovente,

                      Mà son’Efestione,

                      Padronaccia mia bella,

                      Con chi, come voi hor me la suggella.

Zambia:      Questa è poca mercede:

                      Havrai da me più molto,

                      Se convincer mi fai costui, sì stolto,

                      Che mi disprezza, & ad amor non cede.

Farfalla:     Lasciate far’ à me, che son Farfalla! (4)

 

I doni sono dal Frugoni condannati perché privano della libertà: i giudici non potrebbero giudicare equamente se sottoposti a vincoli e lo stesso i ministri. In pratica si tratta di corruzione, un atteggiamento mai scemato fino ai giorni nostri. L’interesse infrange l’integrità scrive l’autore e il dono rappresenta la pasta dolce che rende soave ogni palato amaro. Ah, se il dono fosse offerto solo per amicizia sincera, senza che venisse chiesto nulla in cambio! La bilancia della Giustizia è soggetta ai doni: invece di pesare i meriti, pesa i dobloni del donatore. La punta della sua spada serve a poco se dove primieramente intenderebbe colpire si vedono spuntare di punto in bianco scudi e monete. Ovviamente chi è ricco può permettersi di donare, a scapito del povero che nulla può dare. La società è un mare che tutto sconvolge: chi ha poco va a fondo, chi ha molto sta a galla. Tutta la sfortuna dei miseri dipende dai doni che i ricchi fanno per ottenere ciò che vogliono. Chiunque abbia denaro non viene mai condannato; vive tranquillo e non viene mai trattato come un asino o considerato alla stregua di una pecora e come uno stupido. Chi ha denaro si accaparra tutto e diviene il proprietario. Chi ha la possibilità di entrare, conosce anche come uscire. Chi ha rendite fa in modo di riceverne ancora; chi gode di proventi non conosce venti di tempesta; chi possiede il pro non ha paura del contro; chi possiede uno scrigno pieno di monete non viene beffato da nessuno; chi è padrone di monti non pensa alle montagne; chi possiede denari in banca non viene sbancato dall’insulto; chi possiede una cassa ripiena di monete non è cassato dalla concorrenza; chi possiede una croce nella propria tasca non la porta certamente sulla spalla. Al gioco delle carte chi non ha il Re di denari è considerato un Fante di coppe, cioè un povero perdente, e colui che non possiede le carte del Sole, della Luna o del Mondo (5), è un buon a nulla, come il matto dei Tarocchi. Forse qualcuno riderà nel leggere la verità scritta in questo modo burlesco, dato che la verità è oggi considerata alla stregua di una burla ma chi potrebbe proibire di dire la verità ridendo? Si potrebbe ben ridere con Democrito e non del tutto disperarsi secondo Eraclito nell’affermare che nel mondo tutto si muove per quel malnato prurito che colpisce l’uomo e che si chiama AVERE, il verbo più usato nella categoria dell’umano commercio.

                           

Di seguito il testo originale:

 

Nelle Corti, & in quelle adunanze, dove ha l’Interesse, che infrange l’integrità, più che altrove, la mano in pasta, il dono è la pasta dolce, che insoavisce la bocca nel chiuderla à chiunque l’habbia per altro amara, e fà buono stomaco a chi ‘l tenea per avanti pieno di bile, ò di crudezze flatuose. Ah volesse il Cielo che solo il donativo fosse instituito à professar la corrispondenza, & à non violar la Giustitia! ma questa, quando non sia pudica, viene adulterata dal Donatore; Quindi succede, che impiega tutte le sue bilancie in pesare le doble, non già in bilanciar’ i meriti de virtuosi, e le imperſettioni de tristi. E di che le serve la spada, se la sfilan gli scudi, e la spuntano le monete, quand’ella và di mira à colpirle di punta in bianco? […] Il mare del Secolo tutto si sconvolge; dove chi è men leggiero di faculta vassene à fondo: è chi è più pesante d'oro se ne sta à galla. Stò per dire che tuto ‘i disastri, che patiscono i buoni, tutte le fortune, che accompagnano i tristi procedano da i donativi. Si? nel interessato, e che non ha il Ciel in faccia come il Mondo Giusto. chiunque hà danaro non è dannato; chi hà soldi stà saldo; chi hà quattrini non è trattato da quadrupedo: chi hà pecunia non vien tenuto per pecora: chi hà moneta non vien burlato qual mona; chi hà contanti prendesi tutt’i contenti: chi hà capitale divien tosto capo: chi hà entrata trova da tutto l`uscita: chi hà rendita fà che ognun se gli renda: chi hà proventi non prova contrari gli venti: chi hà il pro non paventa il contra: chi hà borsa non và in sacco: chi hà scrigno pieno beffato non è ancorche sia scrignuto: chi hà intesta i monti non hà le montagne in testa: chi hà credito in banco non è sbancato dall’insulto: chi hà la cassa ricolma non vien cassatto dalla concorrenza: chi hà la Croce in tasca non la porta in spalla. Mi si condoni la galanteria di questo scorcio, perche tratto di doni: Son caduto dal serio nel giocoso, perche parlo di donativi, che sogliono fare cosi bel giuoco, che chi non hà un Re di denari è riputato un ſante di coppe: chi non hà il Sole, la Luna, ò ’l Mondo in manó resta un Tarocco. Stride la penna, e ſorse si ride ch’io dica burlando la verità ſorse perche questa è hormai tenuta per una burla; mà ridente dicere vera quis prohibet? E ben però da ridere con Democrito, se pure non è da piagnere con Heraclito, che tutto si operi per quel mal nato pruirito di havere, il predicamento più frequentato, che sia nella cathegoria dell’humano commercio. […] (6)

 

Note

 

1 - Si veda al saggio Il Cane di Diogene.

2L’Epulone. Opera Melodrammatica esposta con le Prose Morali-Critiche, Dal P. Francesco Fulvio Frugoni Minimo, Lettor, Theologo, Predicatore, Consultor, e qualificatore del S. Officio & c., Venetia, Presso Combi, & la Noù, M.DC.LXXV [1675].

3 - Ibidem, p. 607.

4 - Ibidem, pp. 119-120.

5 - Carte con maggior potere di presa al gioco dei Tarocchi

6 - L’Epulone, op. cit., pp. 609-610.

 

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