Saggi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Casa di Dio, Casa del Diavolo

Testimonianze storiche (secc. XVI-XIX)

 

Questo scritto integra quanto da noi già espresso nel nostro saggio iconologico  La Torre (1). Per casa di Dio non occorrerà intendere esclusivamente la Chiesa fisica e per Casa del Diavolo l’Inferno, ma anche qualsiasi altro luogo, sia fisico che psichico come il cuore o la mente.

 

                         Beati qui habitant in domo tua Domine

                              Beati coloro che abitano nella tua casa, O Signore

 

                    Salmo 83, 5

 

 

Giuseppe Colasanzio

 

Allo spagnolo José de Calasanz, in Italiano Giuseppe Colasanzio (1557-1648), si deve la fondazione della Società della Congregazione Paolina dei chierici poveri della Madre di Dio, eletta a ordine regolare nel 1622 (Scolopi) da Papa Gregorio XV. L’ordine, che mirava all’educazione dei fanciulli poveri, si diffuse rapidamente prima in Italia, poi in Moravia e Polonia. Col tempo, il suo fondatore venne sospettato di eresia in quanto vicino alle idee del Campanella. Convocato dal Santo Uffizio, venne deposto dal suo incarico e Papa Innocenzo X con la breve Ea quae ridusse l’ordine a congregazione di preti secolari soggetti alla giurisdizione dei vescovi locali.

 

Sta di fatto che la vasta agiografia riferita al suo fondatore, che riporta fatti e virtù straordinarie, indusse Papa Clemente XIII a proclamarlo Santo nel 1767.

 

Sotto una sua effigie incisa in rame troneggiano le seguenti parole: 

 

 

VENER. SERVVUS. DEI. P. JOSEPH. A.

 

MATRE. DEI. OLIM. CALASANTIVS.

 

ARAGONENSIS.

 

CLERICORVM. PAVPERVM. MATRIS. DEI.

 

SCOLARVM. PIARVM FUNDATVR.

                                                           

                                                          Obijt Romæ an. 1648                                  25 Aug. ætat. 92

 

 

Fra le numerosissime testimonianze dell’epoca in cui visse, riportiamo la seguente, dove le espressioni Casa di Dio e Casa del Diavolo sottolineano la scelta di alcuni uomini di cambiare vita, rinnegando il Diavolo per abbracciare Dio.

 

Brevemente la storia: quando Giuseppe giunse a Napoli, si accorse che un teatro, utilizzato allora per le pubbliche commedie, per la sua posizione, sarebbe stato il luogo ideale per ospitare i fanciulli poveri. Ovviamente i proprietari si scontrarono con questa sua risoluzione e si incontrarono con Giuseppe allo scopo di denigrarlo e osteggiarlo.

 

Ma il fondatore degli Scolopi seppe talmente persuaderli con dolci e soavi parole, che questi rinunciarono al teatro, ritenuto dai religiosi servo del Demonio e scuola di vizi. Grazie alle sue parole, Giuseppe non solo riuscì a mutare quella che era considerata una casa del Diavolo in una casa di Dio, ma ottenne di più in quanto i suoi oppositori rinunciarono alla loro vita peccaminosa per dedicarsi a opere di pietà.

 

“Tra tutti i luoghi di quell' amenissima Metropoli offerti, per fermarvi le Scuole Pie, assai belli, capaci, e commodi, si appigliò Giuseppe per allora ad un luogo in vicinanza di porta Capoana, nel Quartiere, o Rione detto della Duchessa, ov'era il Teatro per le pubbliche commedie solite rappresentarsi per altrui sollazzo, e gioco da quegli, che istrioni son detti. Quivi non senza speciale impulso del Cielo, determinò egli fermarsi, a maggior gloria dell'Altissimo, affinchè quel luogo medesimo, che per l'addietro servito avea al Demonio di scuola de’ vizij passasse ad esser per innanzi, e sempre Liceo di Pietà, e Scuola aperta di buoni, e cristiani costumi. Risaputosi dalla compagnia de' commedianti, e singolarmente dal capo, e direttore di costoro, la determinazione fatta dal Servo del Signore, di volere aprire nel luogo del loro Teatro, cioè del banco di lor guadagno, la sua Casa arsero di altissimo sdegno contro lui, e per sì scoperto, e sconcio modo a sommossa concitaronglisi, chè risolutissimi furon d'impedirglielo: ed agevolmente farlo poteano ancora: chè gente molta di lor partito, e possente avrebbono senza meno avuta prontissima in loro aiuto: essendo, chè trova chi lo spalleggi il vizio più assai, che seguaci non trova la virtù e singolarmente se il vizio è mascherato di leggiadria, e diporto. Non si sgomentò per codesto nientemeno, chè se cosa di niun momento stata fosse, il nostro Giuseppe, ma confidato in Dio, della cui gloria era interesse il suo disegno, proccurò, chè a sè venuti fossero i quattro oppositori, che tanti erano, con certa fiducia di tirargli al suo partito, disarmandogli di lor mal talento, e di convertirgli agevolmente ancora a Dio. Costoro nomavansi, Andrea della Valle, Francesco Longavilla, Gianbatista Ranuzzi, ed il Buffone detto per sopranome Gatiglio il Zoppo. Non chè ricusarono, ma prontissimi furono ad accettare il vantaggioso invito per sè, siccome davansi a credere, essendosi portati tutti insieme da Giuseppe per isfogar contro lui loro sdegno, ed ira; ed egli gli accolse per tramutargli di Leoni in mansuetissimi agnelli. Ed appunto vennegli fatto, siccome determinato in suo cuore si era. Impercciòchè, sì per la dolcezza di sue soavissime parole; sì per lo vigoroso zelo, con cui dimostrò loro il periglioso stato, in cui per ragione dell'arte infame, che professavano trovavansi le lor’ Anime, in meno spazio di tre ore, se gli vide gettati innanzi piagnendo a rotte lagrime le propie follie, dimandandogli umilmente perdonanza di avergli, e conceputo odio, e contrastato il possesso di quel Teatro, ch'egli volea mutare di casa del Diavolo, in casa di Dio; e di stanza di perdizione, in steccato di virtù, e sicurezza“ (2).

 

 Carl’Ambrogio Cattaneo

 

 Carl’Ambrogio Cattaneo, nacque a Milano il 7 dicembre 1645. Divenuto novizio della Compagnia di Gesù nel 1661, insegnò retorica nell'Università Gesuitica di Brera. La sua predilezione per l’arte oratoria e il ‘dir tragico’, gli permisero di alternare il tono infiammato e perentorio a quello affabile e accattivante, capace di far seguire al rimbrotto una pacata argomentazione persuasiva, arricchita dalla saggezza dei proverbi popolari e da pause umoristiche. Qualità per le quali le sue prediche ottennero grande seguito sia fra gli ambienti colto-borghesi che popolari.

 

Fra le sue Lezioni Sacre, riportiamo la XIX ‘Sopra le vane scuse’, Ad excusandas excusationes in peccatis riferita al Salmo 140. Un insegnamento per l’uomo valevole tutt’ora. In pratica si tratta di una rassegna di ciò che l’uomo attaccato ai denari perde nella sua vita di piacevole, sempre impegnato, fra mille problemi, a pensare a cosa o a quanto dovrà fare. Non ferie - a pensare che lo stesso Dio il settimo giorno si riposò - né feste, oltre naturalmente, e non potevano di certo mancare, i Sacramenti e le Chiese. Poveretti, violano la legge divina con la scusa di patire eccessivamente nell’osservarla perché non hanno tempo, persi in un labirinto di problematici pensieri, avari come pochi. Si sono dati tanto da fare per acquistare una casa del Diavolo, quando con minor spesa e maggior divertimento avrebbero potuto comperare una casa di Dio. A dir poco, dei matti!

 

“Il diavolo fa colli peccatori ciò, che si fa colli condannati alla forca: Si proccura quanto si può di nasconder a loro occhi il legno infame del patibolo: Così al peccatore il diavolo proccura di nascondere il patibolo, anche temporale, a cui lo portano i suoi peccati. Li conduce al patibolo, e fa il possibile, perchè non lo vedano. Vengano per ultimo a far la sua confessione un avaro ingordo, affamato più del dovere di far guadagni quantunque giusti, e perciò lontano da Congregazioni, da Sacramenti, da Chiese, da indulgenze, e da feste. O poveraccio! che vita fate mai, sequestrato perpetuamente in un fondaco, dentro uno studio tutti i mesi dell'anno, e tutti i giorni del mese tra gli abachi, e conti, e lettere, e raggiri; cupo, taciturno, malinconico; sollecito, che quella mercazia vada; che quella venga; che quel debitore paghi; che quell'altro non fugga; tra un laberinto di pensieri, uno più imbrogliato dell' altro? Il Senato, i Magistrati, tutti i Tribunali hanno pur le sue ferie: Gli artigiani più poveri, i contadini, le bestie stesse hanno i suoi giorni di riposo: Il Grande Iddio, quantunque nell' operare non si stanchi, il settimo giorno si riposò. Per voi non v'è nè feria, né festa, nè giorno, nè notte, che vi dia pace. Un po' meno di avidità non sarebbe ella la vostra vita, anche temporale? Quattro soldi di meno non vi guadagnerebbono tanti anni di più in questo, e tanto maggior capitale di gloria nell'altro mondo? Eppur voi intisichite, immagrite, impazzite, perchè un vostro erede abbia molto da spendere, perchè il fisco abbia forse ad ingrassare. Non la finirei mai se volessi interrogare uno per uno tutti i peccatori, e cavar loro di bocca questa veritiera confessione, che patiscono più nella via della perdizione, che nella via della salute. E diranno poi di violar la legge di Dio, perchè patiscon troppo ad osservarla? Che magra scusa! Lo confesseranno una volta, ma inutilmente, con quei sciocchi mentovati nella Sapienza; Ambulavimus vias difficiles, & lassati sumus in via iniquitatis: Guarda! abbiam fatta tanta spesa per comperarci la casa del diavolo; e con minor spesa potevamo comperar la casa di Dio, e prender luogo, o tra i confessori, o tra i penitenti. Lassati sumus, lassati sumus” (3).

 

Michele Piano

 

Il teologo Michele Piano, vissuto nel XIX secolo, Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazaro, già arciprete parroco della Cattedrale della città di Alba, divenne abate di San Gaudenzio e in seguito Arcidiacono. Nella sua vita assunse importanti incarichi quale quelli di esaminatore sinodale e di Vicario Generale e Riformatore delle Reali Scuole.

 

La sua opera Istruzioni Dogmatiche Parrocchiali e Discorsi Evangelici (4), si configura come un insieme di argomentazioni utili ai religiosi da utilizzare in occasione delle prediche. Nel passo seguente, l’autore si scaglia contro coloro che pur andando a Messa, per tutta l’intera funzione pensano agli affari loro, compresi pensieri lascivi verso donne presenti.  Come esempio delle azioni che contro costoro dovrebbero assumere i religiosi, egli riporta quanto fece Gesù allorché si presentò per la prima volta al Tempio, la casa di Dio.

 

Valutando che la casa di Dio era divenuta una spelonca di ladri, dopo aver gettato a terra banchi e denari e allontanato le bestie che al suo interno si vendevano, egli esclamò: “Via, via di qui; questo non è il vostro luogo: la casa vostra è la casa del diavolo, di cui fate sì bene l’uffizio”.

 

“A persuaderci dello sdegno di Dio contro i profanatori delle sue chiese, basta il fatto di Gesù Cristo, allorquando vide che nel sacro tempio si vendevano bovi, pecore e colombe: tuttochè foss'egli il modello della dolcezza e della mansuetudine, preso da santo zelo, unì prestamente insieme alcune corde e poi avventatosi lor contro, Ah ribaldi, gridò, ah iniqui, è questo il rispetto che portate al sacro luogo? Della casa di Dio, casa d'orazione, farne una spelonca di ladri: Domus mea, domus orationis est, vos autem fecistis illam speluncam latronum. Quindi, gettati a terra e banchi e denari, a colpi di sferzate sulle spalle agli uni ed agli altri, tutti li cacciò fuori. Che direbbe dunque, che farebbe mai Gesù Cristo, se tornasse visibilmente nelle nostre chiese e vedesse le irriverenze, le indecenze, gli scandali degli uni e delle altre? Oimè! Tutto fuoco in volto, non so se si limiterebbe a cacciarli via con sole sferzate. Ed è così che trattate la mia casa, la casa d' orazione? Farne una spelonca di ladri; ladri dell'onore, dell'adorazione a me solo dovuta; ladri della pietà, della divozione altrui; ladri della fede, della religione, delle anime, che mi costano tutto il mio sangue? Eh! via, via di qui; questo non è il vostro luogo: la casa vostra è la casa del diavolo, di cui fate sì bene l’uffizio” (5).

 

Giuseppe Bernardoni

 

Padre Giuseppe Bernardoni, ‘De’ Cherici regolari Ministro degl’Infermi’,  visse nel Settecento e di lui sono rimaste principalmente le prediche in occasione della Quaresima (6). Nella predica “Decimasesta ‘Delle Occasioni’ - Nella Terza Domenica di Quaresima”, l'autore, parlando della divina misericordia, afferma che essa segue le disposizioni della superiore Provvidenza e non certamente quanto vorrebbero gli uomini. Essa provvede a coloro che vogliono abitare nella casa di Dio, cioè a quelli che si astengono dal peccare, ma non può accogliere le richieste di coloro che vorrebbero abitare nella casa di Dio anche se commettono qualche ‘peccatuccio’. Troviamo in tal senso il concetto di 'peccato bagatella' da noi altrove espresso (7). L’uomo per sua natura non può presumere di resistere completamente alle tentazioni: dichiararsi immune da queste li dipinge come se avessero una trave nell’occhio, degli ipocriti a cui adattare le parole del Cristo quando disse “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv. 8, 7). Per cui l’uomo fa un grandissimo torto alla misericordia divina quando pretende che essa possa manifestarsi anche quando commette peccati considerati dallo stesso irrilevanti al fine della salvezza dell’anima. Chiedere a Dio di far sì che la tentazione (8) non li colpisca, mentre al contrario bramano  di abbracciarla, è somma ipocrisia. Assai significante è il seguente passo: “…ma se il Diavolo non ha Casa, dove non è peccato, onde l’Inferno stesso non sarebbe sua Casa, se non fosse nell'Inferno il peccato; questo noi bramiamo da Dio, che fra le occasioni di peccare guardandoci dal peccato, faccia, che sue Case per noi divengano quelle stesse, che del Demonio sono case per altri”. In pratica l’autore vuole sottolineare con queste sue parole che alcuni uomini pretenderebbero che divenissero case di Dio anche quelle case abitate dal Diavolo, cioè da peccatori, perché misurano arbitrariamente i loro peccati. Un desiderio, quello di abitare a tutti i costi nella casa di Dio, che non può essere accettato dalla divina misericordia, perché il solo pensiero di non voler peccare li espone a cadere nel peccato, non riconoscendo ancor più in ciò la loro ipocrisia.

 

“Nel somministrarci gli ajuti del Santo Spirito, le disposizioni ella [la misericordia divina] segue della soprannatural Provvidenza, e non le voglie delle nostre libere sfrenatezze: Ordine suo, non arbitrio nostro, virtus Spiritus Sancti ministratur, come osservò dottamente S. Cipriano. Movendo dunque la divina misericordia con molto esatta misura i suoi più benefici passi, co' quali ha stabilito Iddio, come già udiste, che fedele accompagni coloro, che nelle involontarie occasioni d' improvviso si trovano; e chi non vede, che troppo si vogliono dilatare i di lei confini, col pretendere, che a coloro eziandio ella si stenda, che in peccaminose occasioni di lor volere s'impegnano? Può ben ella accompagnarvi ognora, e lo vuole, purchè abitar vogliate nella Casa di Dio, ma le fate troppo il gran torto, pretendendo d' obbligarla a seguirvi, ancor, quando d'entrar cercate nella Casa del Diavolo: Et misericordia tua subsequetur me, belle parole del Santo David! Et misericordia tua subsequetur me, omnibus diebus vitae mee, ut inhabitem in Domo Domini (Ps.22,6). Intendete? ut inhabitem in Domo Domini, ma non ut intrem in Domum Diaboli. Tutto è vero, sento replicare certuni, ma se il Diavolo non ha Casa, dove non è peccato, onde l’Inferno stesso non sarebbe sua Casa, se non fosse nell'Inferno il peccato; questo noi bramiamo da Dio, che fra le occasioni di peccare guardandoci dal peccato, faccia, che sue Case per noi divengano quelle stesse, che del Demonio sono case per altri. E questo pure è un tentar Iddio, un tentare la di lui santità colla vostra ipocrisia, onde meritereste, che vi dicesse: Quid me tentati: hypocritæ? Imperocchè vi dimando: Non è forse una fradicia ipocrisia il dimandare a Dio una cosa, desiandone un'altra, il mostrare speranza di quello, che più si teme, il contraddire coll'opere alle parole? Si certamente. Adunque se a Dio chiedete, che dalla tentazione, quasi da precipizio, tengavi ben lontani, mentre bramate al sommo d' avvicinarvici, quasi a delizioso soggiorno; Se mentre con Davidde gli dite Viam iniquitatis amove a me (Ps.18,30), cercate di poter correre a freno sciolto per la strada medesima al genio vostro più confacevole, quando è di lezzo maggiormente ripiena; Se dicendo in fine di voler non peccare, a evidente risico v'esponete di cadere in peccato, come potete senz'aver negli occhi una trave, l'ipocrisia vostra non riconoscere, e non confessare?” (9).

 

Note

 

1 - Si legga il saggio iconologico La Torre

2 - Innocenzo di S. Giuseppe, Della Storia, della Vita, Virtù, e Fatti del Venerabile P. Giuseppe della Madre di Dio, Libri Cinque, Libro Terzo, Capo XI, In Roma, Nella Stamperia di S. Michele a Ripa Grande, MDCCXXXIV [1734], p. 176.

3 - Opere Del Padre Carl’Ambrogio Cattaneo Della Compagnia di Gesù. Tomo Primo, Nel quale si contengono Le Lezioni Sacre, In Venezia, Presso Niccolò Pezzana, MDCCLI [1751], pp. 268-269 (Per la prima volta pubblicate a Milano nel 1713).

4 - Michele Piano, Istruzioni Dogmatiche Parrocchiali e Discorsi Evangelici, Tomo III, Coi Torchi di Omobono Manini, M.DCCC.XXXIX [1839].

5 - Ibidem, pp. 308-309.

6 - P. Giuseppe Bernardoni, Quaresimale, In Firenze, Nella nuova Stamperia di Pietro Gaetano Viviani, all’Insegna di S. Tommaso d’Aquino, da S. Maria in Campo, MDCCXXXVI [1736].

7 - Si legga al riguardo il nostro saggio El Bagatella ossia il simbolo del peccato

8 - Il concetto della tentazione è stato da noi ampiamente esposto in riferimento all’argomento nel saggio iconologico La Torre.

9P. Giuseppe Bernardoni, op. cit., pp. 176-177

 

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