Saggi Storici di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Miscellanea Seicentesca

Marchelli - Ricci - Sarpi - Banchieri

 

Al genovese e barnabita Romolo Marchelli, divenuto assistente del Padre Generale dei Chierici Regolari di San Paolo, si devono diverse pubblicazioni di natura ovviamente religiosa quali La Principessa Chirstiana dedicata a Costanza Doria, Principessa d’Avello (1681) “Opera utile, non solo a’ Principesse, ma à Principi, à Dame, à Cavalieri, à Governanti, ed anco à Predicatori”. Si tratta in pratica di indicazioni su come una principessa avrebbe dovuto condurre la propria esistenza in senso cristiano; i Sacri Panegirici (1690) e le Prediche Quaresimali (1679)(1)da cui abbiamo tratto lo scritto di nostro interesse.

 

Nelle Prediche il Marchelli non si discosta da quello che fu il ‘modus predicandi’ del tempo contro la corruzione dei costumi insegnando nel contempo la retta via agli uomini i quali, come tante sinagoghe (2), vennero da lui intesi come ciechi mondani di contro all’esigenza di salvare la propria anima. Un suo esempio in cui racconta di tre ciechi reali ha attratto la nostra attenzione.  Il passo si trova alla ‘Predica Vigesimaquinta, Nel Martedì dopo la Quarta Dom.[enica]’ (3).

 

A tre ciechi che chiedevano l’elemosina, un passante finse con le parole di aver dato a uno di loro una moneta d’argento. I ciechi vennero pertanto alle mani, dandosi, come si suol dire ‘botte da orbi’ espressione che in questo caso non fu mai così aderente, immaginando che colui al quale era stata data la moneta volesse tenersela per sé. Il racconto della ‘pugna’, al di là di ogni umano sentire per l’infelice condizione dei coinvolti, risulta alquanto ironica attraverso espressioni quali “Manca d’arte la pugna”, “si vidde combatter Marte alla cieca”, “a’ tuoni delle ingiurie accoppiano fulmini di bastoni”, “piagati ugualmente nelle teste e nelle borse” e soprattutto per l’identità di quei ciechi con la cieca umanità come sopra espresso.  L’autore termina il suo racconto scrivendo che quella lotta fra ciechi non fu altro che un gioco di tarocchi, doloroso perché procuratore di sventura, dato che colui che negò di dare i denari (che non aveva) fu costretto a dare e ricevere bastoni.

 

Di seguito il passo originale:

 

“In fatti quante pene, quante inquietudini? David: Turbati sunt omnes insipientes corde, Sant’Agostino ad un'altra lettera: Turbati sunt omnes caci cordes. Che turbamento di ciechi è questo? Sovvengavi il caso di quei poveri ciechi, che presso alla porta del Tempio stavan chiedendo lemosina. Un passaggiero finge con le parole di dare ad uno di loro una moneta d'argento, per farne a tutti parte, ma in fatti non dá loro nemeno un quattrino; credono i poverelli all'udito, giá che non ponno creder all’occhio, ciascuno suppone, che il compagno habbia ricevuto il denaro, gli uni lo cercano dagli altri, vengono dalle lingue alle maní, e con una sanguinosa tempesta a’ tuoni delle ingiurie accoppiano fulmini di bastoni, e grandini di legnate; All’hora veramente si vidde combatter Marte alla cieca, mentre nō [non] l'occhio, ma l’udito guida a colpi ciechi le destre, e colá diluvia percosse, dove la battaglia più rumoreggia. I colpi vuoti spesso feriscono l’aria, ed impíagano le pareti, ma una sola legnata, che colpisca un capo, ne fá pagar cinquanta, rubate dal vento, con monete di sangue. Manca d' Arte la pugna, ed è più horrenda. Basti dire che tempestavano bastonate da ciechi. Divisi finalmente si trovano carichi di legnate, e scarichi di monete; piagatí egualmente nelle teste e nelle borse, e in quel giuoco di dolorosi Tarocchi chi negó dar denari, fù costretto a dare e ricever bastoni. Tanto segue trà ciechi mondani”.

 

Giovanni Giacomo Ricci (Riccio), cieco dalla nascita, fu accademico umorista appartenente alla corrente poetica dei marinisti. Trascorse la sua esistenza al servizio prima di Giulio Cesare Colonna, duca di Bassanello e in seguito di Francesco Colonna, principe di Carbognano. Compose numerosi scritti, fra cui, solo per citarne alcuni, ricordiamo Thalia overo Gradi d’Amore, divisi in Scherzi, Desiderij, Prieghi, Pianti, Sdegni e Fan­tasie (1619); Arno e Tebro festanti (1629), scritto per le nozze Barberini-Colonna; La poesia maritata (1632), contenente rime e poesie in diversi sti­li e Il Maritaggio delle Muse (4) dal quale abbiamo tratto il passo oggetto della seguente disamina.

 

Il volume, dedicato a Giulio Cesare Colonna, reca sul frontespizio la seguente dicitura: “Poema drammatico dove in capriccioso intrecciamento sono Interlocutori con le Nove Muse i migliori Poeti Toscani, e Latini, Heroici, Lirici, Pastorali Faceti, nel metro, e nello stile più da loro usato”.

 

Fra questi poeti risultano, quali interlocutori, assieme alle Muse, i grandi della nostra letteratura, fra cui:

 

Dante Aldigieri, Amante d’Urania

Francesco Petrarca, Amante di Thalia e Tersicore

Francesco Berni, suo servo

Pietro Bembo, Amante di Tersicore

Ludovico Ariosto capitano, Amante di Calliope

Torquato tasso, Amante di Calliope

Pietro Aretino, maldicente commune

Giovanni Boccaccio, mezzano

Virgilio, Cameriero d’Apollo

Ovidio, Avvocato de Poeti amorosi

Catulla, de mordaci

Giovenale, de satirici

ecc, ecc.

 

Nella favola che “si finge” in Parnaso, i diversi poeti combattono fra loro a suon di rime per dimostrare d’essere superiori agli avversari.

 

Di nostro interesse è il dialogo fra l’Ariosto e il Tasso dove ciascuno dei due cerca in vari modi, attraverso la ricerca da parte dell’autore di uno stile di linguaggio proprio dell’uno e dell’altro personaggio, di denigrare l’avversario per screditarlo agli occhi di Calliope, Musa della Poesia epica, di cui entrambi intendono essere amanti.

 

Vediamone alcune ottave:

 

Ariosto

 

Quel' Idropico stil, quel parlar tondo

Heroico chiami, onde il Villan fai degno,

E benche dietro esser non vuoi secondo

Di Calliope amante, e corri al segno;

Ma non t’avvedi, che ne ride il mondo

Mentre con tutti sei si gonfio, e pregno

E tanto a punto verseggiando stenti:

Che duol di parto in ogni verso senti.

 

Tasso

 

Calliope à te si dee, tu degno sei,

Tu nuovo Apollo, il primo Apollo avanzi

Che d'improviso à quattro i versi, e sei,

Come sputo fuor mandi à tutti inanzi,

E con tanti capricci, e tanto bei

Di tanti sogni, e sole di Romanzi,

Perche non sia d'alcun diletto privo

Hor se' grave, hor ridicolo, hor lascivo.

 

Ariosto

 

Non bastan hora le modeste ottave

Venir teco à le satire bisogna,

E' l canto, e 'l tuono usar d’un' altra chiave.

Come faccia hai, come non hai vergogna

Di venir meco in paragone, e gara,

Quasi con Cigno, ò Rosignol Cicogna,

Tu sai pur come 'l Duca di Ferrara

Il magnanimo Alfonso ti trattasse,

E sol per questo la tua fama, e chiara.

Ben osservò quel Prencipe le tasse

Da premiar simil poemi eletti,

Emuli degl'Omeri à impir le casse (5).

 

In altra ottava l’autore mette in bocca al Tasso, nella sua opera di demolizione, un’ espressione presa in prestito da un modo di perdere ai Tarocchi (“di Tarocchi un flusso dietro”) e una rovina per scacco matto, al fine di assicurare all’Ariosto sfortune letterarie:

 

Tasso

 

Porterai sempre la bandiera in sacco,

E come toccherai tu sarai tocco,

E’ n giuoco havrai di carta, e di tarocco

Un flusso dietro, appresso un matto scacco;

Apollo non chiamar, perch’a te Bacco

La vena die da verseggiar di brocco,

Ma al dolce Roscignol, Cucco, & Alocco,

Roscignol pari a l’Asino vigliacco (6).

 

Paolo Sarpi (1552-1623), uno dei maggiori letterati del suo tempo, nonché teologo, storico e scienziato, fu l’autore della celebre Istoria del Concilio tridentino, messa all’indice al suo apparire in quanto la sua critica non risparmiò la Chiesa cattolica in considerazione del suo atteggiamento di ferma opposizione al suo centralismo.

 

Poiché occorrerebbe moltissimo scritto per  parlare della sua vita e delle sue opere, diremo solo che scrisse almeno sette libri e che insegnò filosofia a Venezia, che venne nominato Procuratore Generale dell’Ordine dei Serviti a Bologna nel 1585 e che subì attentati da parte dei sicari inviati probabilmente dalla Curia romana, che negò tuttavia ogni responsabilità, e da cui si salvò grazie all’imperizia degli stessi. Curia che comunque lo condannò per eresia senza poter tuttavia dimostrare le sue accuse.  

 

In una sua opera dal titolo Dominio del Mar’ Adriatico e sue Raggioni per il IUS BELLI della Serenissima Repubblica di Venetia pubblicata nel 1685 (7) ma riferita a eventi svoltisi negli anni 1606-1607 troviamo un suo utilizzo dei tarocchi in chiave satirica.

 

In quegli anni Venezia si trovava a dover affrontare, dal punto di vista commerciale, le aspirazioni della Spagna, dell’Austria, di Napoli e della stessa Roma che intendevano affermare il principio di libertà di navigazione nel Mar Adriatico contro la tesi del dominium gulfi avanzata da tempo dai Veneziani, in particolare contro la dottrina del Grozio sul Mare liberum. Fra l’altro a Venezia si stava facendo strada uno spirito innovatore promosso dai cosiddetti “Giovani” di contro al conservatorismo dei vecchi patrizi, decisi a rilanciare il commercio sull’Adriatico, da tempo compromesso dal controllo dei porti esercitato dallo stato pontificio.

 

Inoltre per non sottostare alle invadenze del clero, il Governo veneziano aveva proclamato editti contro l’alienazione di beni immobili ai religiosi da parte dei laici, a ordinare che i reati di una certa gravità compiuti da ecclesiasti dovessero essere deferiti ai tribunali civili e non a quelli religiosi oltre a tanti altri provvedimenti che minavano il potere della Curia romana in quella città. Conseguenza di ciò fu un interdetto che Papa Paolo V emise contro il Senato veneto, nonostante che quest’ultimo avesse affidato al Sarpi, nominato consultore d’Ordine Pubblico della città, la difesa su basi teologiche. In parole povere, la Curia non intendeva cedere alcun suo privilegio e, Sarpi o non Sarpi, a nulla sarebbero valse le contromisure dottrinali adottate da quel governo.

 

Il Sarpi nel menzionato libro, nell’ironizzare sul ‘modus agendi’ della giustizia del tempo, condanna i ‘novatori’ cioè quei giovani che volevano far cambiare rotta al commercio veneziano volendo far giungere nel suo porto chicchessia, atteggiamento contrario alle antiche ragioni che avevano determinato quanto fino ad allora era stato in uso, un diavolo quindi, per non far godere della pace i Principi. Inoltre le clausole come gli atteggiamenti venivano mischiate come se fossero stati carte di tarocchi che si davano a caso ai giocatori, senza alcun ordine specifico, valutate dal Sarpi come pazzie, e bagatelle, ovvero cose di insignificante valore, ma solo giochi furbeschi di mano. 

 

“Torna molto à proposito nelle Cause forensi [come insegnano li Dottori) tralasciar le dispute sopra le cagioni dell’Avversario quando son tanto forti, e gagliarde che non si possono distruggere, però si suole parlar fuori di proposito tirando la Causa fuor del suo Alveo per tirar il Giudice fuor di buon stato, che non attenda le buone ragioni, e faccia sentenza ingiusta; Questo artificio vien usato da alcuni Dottori messi su non da altro che da diabolico spirito à far novità, per turbation della Publica quiete, con far venir Vascelli forestieri in questo Golfo, in futura pernicie del Commun Commercio, e della sicurtà delle Città maritime contro l'antiche, e legali ragioni che ne hà questa Serenissima Republica inveterate, approvate, & acconsentire da tutt’il mondo, da Grandi, e da piccoli, da Prencipi e da tutti gl’Ordini fin' agl' ultimi Plebei con prescrittion di secoli che vi haveva posto silentio: operation per certo diabolica per metter alle mano i Prencipi che non habbino à goder la pace, la quale il Signor nostro in ministerio, e Tutella hà lor lasciata. Segno di questo ê, che nella prima cominciano à scriver contro l’autorità del Papa, ch'è il primo assalto comune delli novatori, quali ii Diavolo mette in bataglia per rovinar il Mondo, ô come a questa disputa si tirano, fingono che i Signori Venetiani fondino le loro ragioni sopra Privìleggio di Papa Alessandro, & Imperatore, e per distruggerlo fuori di proposito mutano contrò l’autorità loro, e gli mischiano come fossero quello delle Parti de Tarocchi, che al fin son pazzie, e bagatelle, e giochi di Mano […]” (8).

 

Di Adriano Banchieri (1568-1634) abbiamo scritto diffusamente in un nostro precedente saggio (9) a cui rinviamo per le informazioni sulla vita e le opere. Egli, sotto lo pseudonimo di Camillo Scaligeri della Fratta, scrisse diversi componimenti fra cui il Discorso della lingua bolognese del 1630, un ‘Capriccio’, così come da lui chiamata l’opera, “utile a Signori Scolari Forastieri; dove si dilucidano, Intelligenza dell'Idioma / Academici discorsi, ecc, ecc) (10).

 

Fra i molti sonetti che arricchiscono il volume in lingua dialettale del tempo, ne troviamo uno dove sono citati i giochi più popolari del tempo, fra cui lo sbaraglino, il giulè e, appunto, i tarocchi. Come il titolo esprime, cioè “Invito d’andare fuori a prendere aria”, nel sonetto si racconta l’uscita serale di alcuni giovani, che oltre a giocare a carte, si dilettano di un bel bagno (probabilmente nel fiume), di grandi bevute in onore di Bacco e di un buon sonno ristoratore dopo le estenuanti fatiche notturne.

 

In sonetto, in rima, è composto da quattro stanze, due quartine e due terzine in dialetto bolognese del Seicento.

 

SUNETT 15

 

Invid d’andar d’fuora à piar aiara.

 

A vuoi vosc vegnir d' fuora à scrocc

     Pr quinds dì adess ch’ canta al Cucc,

     A zugaren ai zun, al maij, al trucc,

     A sbaraijn, iulè, raffa, e tarocc.

 

La sira azz spuiaren, e soura un zocc

     Mtren i nuostr pagn, e con l' zucc,

     A fuoza d' banbuozz fatt d’ stucc

     A nudarem pr l'acqua con fà i gnocc.

 

Pò turnaren à cà, e tutt stracc

     Con bon vin fresc i brinds ioverlicc (oppure iouverlicc ?)

     Faren l'un l'altr à unor d'mestr Bacc.

 

E pò con l'azzarin al tic, e ticc

     N’appizzarà alla lucerna al becc,

     E zunt al sonn, al si darà an cricc (11).

 

La traduzione, dato la lingua antica, non potrà essere che parziale, ma in ogni modo comprensibile di quanto il Banchieri ha inteso dire:

 

 SONETTO 15

 

Invito di uscire per prendere aria

 

Voglio che voi veniate fuori al battere dell’ora

per quindici giorni da questo momento in cui inizia a cantare il Cucolo,

giocheremo al ramo, a fare il verso del maiale, a prendere in giro qualcuno  

a sbaraglino, a giulè, alla riffa e ai tarocchi

 

La sera ci spoglieremo e sopra un tronco

metteremo i nostri panni a sgocciolare e con le zucche

a forma di bambocci di stucco

nuoteremo nell’acqua come fanno gli gnocchi.

 

Poi torneremo a casa e tutti stanchi

con buon vino fresco brindisi felici

farem l’un l’altro a onore di mastro Bacco

 

E poi con l’acciarino che fa tic e tic

accenderemo alla lucerna lo stoppino

e giunto il sonno ci daremo un pizzico (saluto)

 

Note

 

1 - La Sinagoga, nelle raffigurazioni cristiane, venne raffigurata sempre bendata data la sua cecità nel comprendere la figura del Cristo.

2 - Romolo Marchelli, Prediche Quaresimali, In Milano, Nella Stampa di Carlo Giuseppe Quinto, s.d. [1679].

3 - Ibidem, p. 269.

4 - Gio.[vanni] Giacomo Riccio, Il maritaggio delle muse, In Orvieto, Per Michel’Angelo Fei, & Rinaldo Ruvli, M.DC.XXV.

5 - Ibidem, p. 109-110.

6 - Ibidem, p. 113

7 - Dominio del Mar’ Adriatico e sue Raggioni per il IUS BELLI della Serenissima Repubblica di Venetia, In Venetia, Appresso Roberto Meietti, M.DC.LXXXV. [1685], p. 5. L’opera fece seguito alla precedente Dominio del Mar Adriatico della Serenissima Repubblica di Venetia, In Venetia, Appresso Roberto Meietti, M.DC.LXXXV. [1685].

- Ibidem, pp. 3-4-5.

9 - Si legga al riguardo il saggio Trastulli della villa – Trastulli della corte.

10 - Camillo Scaligeri dalla Fratta, Discorso della lingua Bolognese, Bizarro Capriccio Arricchito di molte curiosità utili a Signori Scolari Forastieri; dove si dilucidano, Intelligenza dell'Idioma / Academici discorsi ..., In Bologna, presso Clemente Ferroni, 1630.

11 - Ibidem, p. 178.

 

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