Saggi Storici di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Le Bravure del Capitano Spavento - 1607

Giocando a Primiera con il Tempo, la Fortuna e la Morte

 

Copyright Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati - 1 dicembre 2018

 

Francesco Andreini (1548-1624) è ricordato per avere inventato e interpretato la figura di Capitan Spavento da Vall’Inferna, una fra le più celebri maschere del Carnevale  genovese. Dopo aver combattuto per il Granduca di Toscana cadde prigioniero nelle mani dei Turchi soffrendo la prigionia per venti anni. Tornato in patria, si dedicò come attore al teatro comico impersonando soprattutto il ruolo dell’innamorato. Nel 1577-78 entrò a far parte della celebre Compagnia dei Gelosi, convolando poi a nozze con la famosa attrice e letterata Isabella Canali. I numerosi appuntamenti lo videro recitare con quella Compagnia in molte città italiane e in Francia dove si esibì di fronte a Enrico IV, a Parigi e a Fontainebleau. Morta la di lui moglie, la Compagnia si sciolse e l’Andreini si trasferì a Mantova dedicandosi alla pubblicazione dei suoi scritti fra i quali ricordiamo in particolare, fra gli altri, L'Alterezza di Narciso e L'Ingannata Proserpina (favole boscherecce, Venezia 1611) e i Ragionamenti fantastici posti in forma di dialoghi rappresentativi (Venezia. 1612).

 

La sua fama, comunque, resta legata alla creazione del personaggio citato, parodia di un soldato ambizioso, superbo e vantatore, come egli stesso amò definirlo con le parole indirizzate ai Lettori nella sua opera Le Bravure del Capitano Spavento (1): “Gentilissimi Lettorí, mentre ch'io vissi nella famosa compagnia de i Comici Gelosi (il cui grido non vedrà mai l'ultima notte) mi compiacqui dì rappresentar nelle Comedie la parte del Milite superbo, ambitioso, e vantatore, facendomi chiamare il Capitan Spavento da Vall’Inferna. E talmente mi compiacqui in essa, ch’io lasciai di recitare la parte mia principale, la quale era quella dell’innamorato. E perch’io bramava di preservarmi, di non dicadere da quel grido che acquistato m’havea in quei tempi famosi, mi diedi con molto studio allo studio di quella parte del sopranominato Capitano solo per renderla, più che per me si poteva, ricca, & adorna”.

 

 

Capitano Spavento

 

 

In realtà il Capitano appare molto diverso, dotato di buona cultura e di modi raffinati ed eleganti, educato nell’esprimersi e nell’abito, composto da strisce colorate con un cappello adornato di piume e con una lunga spada al fianco. Per rendere l’idea di un personaggio ridicolo l’Andreini lo connotò di lunghi baffi e di un grande naso, elementi che non possono non ricordare il più tardo Cirano, nonostante l’incommensurabile distanza che li separa. Siamo all’opposto dell’altro celebre Capitano Matamoros, maschera dell’Arte bolognese, sbruffone e millantatore di imprese mai compiute, divenuto zimbello della vanagloria attribuita dal popolo ai soldati spagnoli in seguito alla loro conquista dell’Italia.  

 

Assecondando un atteggiamento tipico della Commedia dell’Arte, le stravaganze del Capitano si confrontano in forma dialogica con il buon senso e l’ironia del servo Trappola. I critici hanno sottolineato come la formazione plautina dell’autore risulti dominata dall’esagerazione secentesca, da una fantasia sbrigliata che dà nel fiabesco. Si tratta di una valutazione che ci vede contrari, data l’intenzione dell’autore che, con molta probabilità, non era tanto quella di creare un’opera letteraria atta a mettere in evidenza criticamente il carattere dei personaggi, quanto quella di divertire un pubblico che nella fattispecie era quello che trovava piacere in occasione delle sue recite dal vivo. Nel cadere il servo, inteso come la voce della verità-moralità, nello stesso immaginario fiabesco, consiste invero la critica dell’autore, intesa a evidenziare l’immutabilità dei personaggi nonostante il buon senso a loro insegnato.   

 

Di nostro interesse risulta il Ragionamento Venticinquesimo, dove il dialogo fra il Capitano Spaventa e il servo Trappola ha come oggetto una partita a carte, e nello specifico a Primiera, fra il Capitano stesso e tre fatidici personaggi, ovvero il Tempo, La Fortuna e la Morte, soggetti che ritroviamo nell’ordine dei Trionfi dei tarocchi.

 

Nel racconto, che si snoda attorno a un tavolo da gioco, vengono messe in evidenza quelle che potrebbero essere state le reali mosse e le azioni dei giocatori che, in possesso di buone carte per la vittoria, non esitavano a puntare il massimo per impossessarsi dei denari degli avversari. La Morte spadroneggiava, tanto che, dopo una sua prima vittoria, voleva abbandonare il gioco per la paura di perdere quanto fino a quel punto aveva vinto. Cosa inudita per il Capitano e gli altri giocatori, azione vile fra le più vili, che non poteva essere accettata. Sebbene la Morte fosse stata costretta a risedersi al tavolo, continuava a vincere. Il Capitano, stanco di perdere contro di essa nonostante le buone carte che egli aveva in mano, decise fosse necessario stroncarla definitivamente recidendola in due parti con la sua spada. Fu così che si vennero a creare due tipi di morte: Morte naturale e Morte violenta, sebbene la Morte stessa non fosse morta definitivamente, ma solo momentaneamente messa fuori uso.

 

Le parole del servo indirizzate al suo padrone non si discostano dalle usuali osservazioni morali che ritroviamo in bocca ai predicatori e cioè che il giocare alle carte procura avarizia, bestemmia, furto, crudeltà, spergiuro, idolatria, scandalo, ingiuria, villania, inganno, frode, ira, perdita, ostinazione, perpetuo cruccio, e spesse volte omicidio, come nello specifico in questo caso.

 

Il racconto termina con l'offerta alla Morte da parte del Capitano di un paraguantes ovvero di una manciata di pochi soldi perché si facesse rimettere in piedi in un sol pezzo e lo stesso agli altri convenuti: al Tempo offrì tutto il guadagno passato, alla Fortuna tutto il guadagno futuro e per sé tenne tutto il guadagno presente.

 

Poiché il testo è di facile lettura, non pare necessario una sua traduzione da parte nostra in italiano corrente.

 

Ragionamento Ventesimoquinto

 

Capitano, e Trappola

 

Cap. Giuocand’io un giorno alla Primiera col Tempo, con la Fortuna, e con la Morte, toccò per sorte alla Fortuna il dar delle Carte; cosi dandole in giro, e venendomi buon’ in mano, feci il primo invito, dicendo vada un’esercito (1), il Tempo disse vadano duo eserciti, la Fortuna disse vadano quattro, e la Morte per ultima disse vadano tutti gli eserciti del Mondo.

 

Trap. Cosi si fà per non perder il tempo; & i denari; se bene il giuoco delle Carte, & de i Dadi viene da i più Savi ripreso, e biasimato, dicendo il giuoco delle Carte esser biasimevole, e quello de i Dadi infame: nel quale il miglior punto è la Venere, & il peggior'è il Cane, volendo dire, che coloro, che giuocano a i Dadi, perdono, arrabbiano, come il Cane, e quelli, che guadagnano, consumano tutto quello, che vincono nelle Taverne, nelle lascivie, e ne i piaceri di Venere.

 

Cap. Fatto il primo invito con l'invito di tutti, la Fortuna tornò di nuovo à dar le carte in giro, cosi scartando, e riscartando, si venne all'atto delle Carte: Io fui il primo, che guardando accusai trentanove di punto, in due carte il Tempo fece Primiera, la Fortuna fece cinquantacinque, e la Morte fece Flusso maggiore (3), ę cosi tirò a se tutti gli eserciti del Mondo.

 

Trap. La Morte quella volta tirò un grandissimo resto; e poscia dovete darvi un bel piantone.

 

Cap. Quando la Morte si vidde arricchita di tanto Tesoro, e di tante persone, piantò subito il giuoco dicendo non voler più giuocare, allhora il Tempo, la Fortuna, & io, cominciammo a lamentarci della Morte, la quale poco curando il nostro dire, attendeva à riporre nella sua borsa Fatale tutto quello, che guadagnato haveva.

 

Trap. Ella in quel punto si governò da savia, e da prudente, perche dice il Proverbio, che chi non pianta non raccoglie.

 

Cap. Mentre, che la Morte attendeva ad imborsare il guadagno, che fatto haveva, poco prezzando il nostro dire; io allhora sollicitato dall’ira, e stimolato dallo sdegno, pigliai la morte per la gola con la sinistra mano, e con la destra poi ponendo mano al pugnale, minacciai d’ucciderla sella non ci manteneva il giuoco.

 

Trap. Et ecco a quello, che si viene per giuocare a i Dadi, alle Carte, cioè al donno, alla fraudę, alla nemicitia, alla cupidigia, alla perdita manifesta, alla perdita dell'honore, & al pericolo della vita.

 

Cap. La morte tutta impaurita temendo moto terribile, & il tremendo aspetto, promise mantenere il giuoco.

 

Trap. O quanti giuocatori si trovano sù per i Ridutti (4), che havendo perduto, ò guadagnato per gli affronti fatti loro, da questi, e da quelli tornano à riperdere quanto guadagnato havevano? le migliaia se ne ritrovano; in somma dal giuoco nasce l'Avaritia, la Bestemmia, il furto, la Crudeltà, lo Spergiuro, l'Idolatria, lo Scandolo, l'Ingiuria, la Villania, l’Inganno, la Fraude, l'Ira, la Perdita, l'Ostinatione, il Perpetuo Crucio, e spesse volte l'Homicidio ancora.

 

Cap. Promesso, c'hebbe la morte di mantenere il giuoco, di nuovo si cominciò à giuocare, e mentre, che le Carte andavano attorno, capitandomi buonissimo punto alle mani, invitando di nuovo, dissi, vadan tutte l’Armate, allhora tutti tennero il marittimo (5) invito: e guardando le Carte, e ritrovandosi ogn’uno gagliardissimo punto in mano per scartar di nuovo, la Morte inaspettatamente sfodrò (6) fuora una Primieraccia di quattro Cartaccie, e con quella Primiera furfantesca tirò a se tutte l’Armate.

 

Trap. Oh questi si chiamano resti, cosi rimangono ingannati la maggior parte de i giuocatori.

 

Cap. Dapoi, che la Morte hebbe tirato à se tutto il nostro resto, ch’era rimaso, cominciammo a guardarci in viso l'un l'altro, che parevamo tanti Alocchi, e tanti Barbagianni: Ma non molto durò l’empio Letargo, perche risvegliatomi, e risentitomi del danno, e della vergogna posi mano alla Spada, e con un fendente divisi la Morte in duo pezzi, cioè in morte naturale, & in morte violenta, & à viva forza gli levai tutto quello, che quadagnato n’haveva.

 

Trap. Non vi diss’io Padrone, che dal giuoco nasceva il Furto, l'Homicidio, e l’Assassinamento ancora.

 

Сар. Spogliata ch'io hebbi la Morte di tutto il guadagno, e rimanendo ella, benche divisa in duo pezzi, ancora più viva, che mai, le diedi paraguantes, acciò ch'ella andasse à farsi medicare della grandissima ferita, ch'io le haveva fatta; donando parimente paraguantes al Tempo, & alla Fortuna ancora: Al Tempo diedi tutto il guadagno passato, alla Fortuna tutto il guadagno futuro, ritenendo per me tutto il guadagno presente.

 

Trap. Tanto, che in tutto vi rimase ogni cosa, e cosi fù finito il giuoco col furto, e quasi con l'Homicidio insieme, spetie di grandissimo assassinamento: Padrone mio, per levar questi scandali, da qui innanzi giuocate al giuoco de gli scacchi, alla palla, alla lotta, à correre, à tirare il palo di fero, à lanciar l’asta, à saltare, al giuocare d’armi, al cavalcare, alla caccia, & al pescare, poiche questi sono esercitij da persone Nobili, e conceduti da coloro, che formano il governo de i Regni, e delle Republiche, altrimenti facendo, io vi vedo far, come loro, mala fine.

 

Cap. Tu hai ragione, e saggiamente ragioni; Quando mi nasce occasione di giuocare à qual si voglia giuoco, io non rifiuto il partito; […] (2).

 

(1) vada un esercito = puntare un esercito di soldi cioè moltissimi denari.

(2) primo invito= prima giocata in cui si invitano gli altri a giocare.

(3) Flusso maggiore = carte di presa superiore a qualsiasi altre.

(4) Ridutti = I Ridotti dei teatri adibiti usualmente al gioco.

(5) marittimo = invito a giocare dato la marea dei soldi che si potevano vincere.

(6) Sfodrò = sfoderò

 

Note

 

1 - Francesco Andreini da Pistoia Comico Geloso, Le Bravure del Capitano Spavento, Divise in molti Ragionamenti in forma di Dialogo, In Venetia, Appresso Giacomo Antonio Somasco,M.DC.VII [1607].

2 - Nostra edizione di riferimento: In Venetia, Appresso Vicenzo Somasco, M.DC.XXIIII. [1624], pp. 48r-v, 49.