Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Meglio i tarocchi del Breviario

La concupiscenza dei preti per i tarocchi nell’Ottocento

 

Copyright Andrea Vitali - © Tutti i diritti riservati 21 dicembre 2018

 

Il quotidiano piemontese La Gazzetta del Popolo vide la luce nel 1848 e fu fra i giornali più longevi dato che venne pubblicato fino al 1983. Di orientamento liberale, monarchico e anticlericale, appoggiò la politica di Cavour, sostenendo la campagna per l’unità dell’Italia. Una volta ottenuta, sorresse la Sinistra Storica di Crispi contro la politica di Giolitti. Nella seconda metà dell’Ottocento era il secondo quotidiano più diffuso a livello nazionale dopo Il Secolo di Milano.

 

Da questo giornale abbiamo tratto un articolo, pubblicato il 24 novembre del 1863 a firma di A. Borella, dal titolo Se così fossero! in cui, assecondando lo spirito anticlericale del giornale e prendendo come punto di riferimento alcune Regole indirizzate ai sacerdoti, l'autore compie una satira pungente contro i preti e le loro abitudini.

 

Nello specifico il vivere con donne, come la perpetua (la storia antica), ma spesse volte anche con giovani fanciulle (la storia moderna) oltre che occuparsi eccessivamente degli affari dando adito di verità al proverbio comune fra i negozianti di bestiame “che sia più difficile farla a un prete che al diavolo”. Inoltre l’amore per il gioco dei tarocchi, tanto da suscitare sorpresa l’affermazione di un religioso che, alla domanda intesa a conoscere se avrebbe rinunciato più volentieri ai tarocchi o al Breviario, quest’ultimo venne  decisamente surclassato a favore di quelle carte, anche se il prete lo ammise con un riso particolare che faceva comunque intendere che dicesse la verità.

 

In questo discorrere, l’autore dell’articolo prende di mira un certo Monsignor Crispini, chiedendosi come mai egli, nello stilare la Regola che imponeva ai religiosi di non giocare in pubblico alle carte, ai dadi e ad altri giochi illeciti oltre che indecenti, non avesse menzionato i tarocchi. Omissione volontaria o dimenticanza? Offre la risposta lo stesso giornalista scrivendo: “Io la credo volontaria, perchè gli è impossibile che egli ignorasse la concupiscenza che hanno i preti per il Bagatto, la quale eguaglia per lo meno quella che ha il Papa per l'Imperatore d'Austria”.

 

Occorre chiedersi se il divieto di non giocare “in pubblico” avrebbe assicurato la possibilità di giocare in privato, cosa che tutti i religiosi d’altronde facevano. Sarebbe stata in effetti di una Regola inutile, dato che nessuno l'avrebbe osservata. Siamo ben lontani dai Canoni di un tempo che imponevano come divieto assoluto ai religiosi di giocare a carte, tarocchi compresi, come abbiamo evidenziato in altri nostri scritti (1).

 

Sull’argomento tarocchi, il giornalista conclude in tal modo: “Io non voglio però essere così rigorista da vietare ai preti quella partita di tarocchi, ma vorrei che almeno impiegassero tanto tempo a leggere e studiare il Vangelo, quanto ne impiegano a far commenti sui tarocchi”.

 

Di seguito l’intero articolo (2):

 

SE COSI' FOSSERO!

 

«XVII. Fuggire i negozi secolari.

 

«XVIII. Amare il ritiramento.

 

«XIX. Fuggire le conversazioni viziose, e dannose.

 

Tali sono quelle di persone oziose, femine, e secolari; quando però la carità, o la giustizia non lo ricerchi.»

 

«XX. Fuggire le osterie, e luoghi pubblici.»  

 

Chi ha pratica dei nostri Comuni, specialmente rurali, di fiere e mercati, di ferrovie, d'alberghi, e di caffè di provincia può fare larga testimonianza del numero stragrande e ordinario di preti che si vede in tutte le predette località.

 

Io so di mercati dove i preti sono i più intelligenti nell'esaminare le bestie in tutte le parti del loro corpo, nell'indovinarne le qualità, e nel fare contratti. E' proverbio comune fra i negozianti di bestiame che sia più difficile farla a un prete che al diavolo.

 

Sui mercati dei commestibili poi la loro sapienza è notissima; i migliori pezzi spettano ad essi per finezza di vista e di odorato.

 

Io ho veduto con i miei propri occhi il parroco d'un Comune rurale della provincia di Cuneo recarsi al mercato conducendo una carrettella, e avendo alla destra una Perpetua collocata a riposo, per età, e alla sinistra un’altra giovine, in attività di servizio – la storia antica, e la moderna – la vecchia fiamma, come direbbe Virgilio, e la nuova.

 

Il di lui volto era quello di un buon fattore; il di lui abito pareva l'Arcipelago Jonio, tante erano le isolette di untume, di tabacco, e di vino che vi si osservavano. Del Calendario egli conosceva più le fiere ed i mercati, che gli Uffizi dei Santi doppi o semplici.

 

Come lui ce n'erano, e ce ne sono molti altri, sui quali i Vescovi chiudono gli occhi, purchè difendano il Temporale, e sottoscrivano al Danaro di S. Pietro.  

 

La Teologia è così elastica che può benissimo combinare la condotta di costoro con la regola XXIII.

 

«XXIII. Sostenere la dignità dell'ordine, massimamente sacerdotale: ricordandosi, che la virtuosa vita del sacerdote, lo rende stimabile, altrimente sarà dia sprezzabile.»

 

La regola XXVIII prescrive poi così: «XXVIII. Astenersi dal giuocare alle carte, a dadi e ad altri giuochi illeciti, ed indecenti. Nè alla palla, pallone, palla maglio, e altri simili per lecita ricreazione, giuocare in luoghi pubblici.

 

«XXIX. Astenersi dalle caccie clamorose.»

 

Monsignor Crispini ha fatto qui un'omissione importante, quella dei Tarocchi: è dessa volontaria, o no? Io la credo volontaria, perchè gli è impossibile che egli ignorasse la concupiscenza che hanno i preti per Bagatto, la quale eguaglia per lo meno quella che ha il Papa per l'Imperatore d'Austria.

 

Un prete mi diceva un giorno ridendo che posto nell'alternativa di rinunziare ai tarocchi, o al Breviario, avrebbe rinunziato piuttosto a questo. Credo però che il reverendo la pensasse sul serio così.

 

Io non voglio però essere così rigorista da vietare ai preti quella partita di tarocchi, ma vorrei che almeno impiegassero tanto tempo a leggere e studiare il Vangelo, quanto ne impiegano a far commenti sui tarocchi.

 

Vi è pure un'altra lacuna nella regola XXVIII, ed è quella del giuoco del lotto; ma se ne capisce facilmente il perché; monsignor Crispini era vescovo dello Stato ex-pontificio, dove il giuoco del lotto dava e dà una buona entrata alla finanza papale.

 

Se monsignor Crispini avesse proibito il lotto ai suoi subalterni, il papa lo avrebbe scomunicato ea informata conscientia lì su due piedi. Quando si tratta di far danari i papi hanno tutti il sangue caldo, anche a settant'anni e più.

 

La regola XXX e seguenti, che sono le più lepide, prescrivono così:

 

«XXX. Non abitare con donne: ricordandosi che S. Carlo non permettea che i suoi Chierici abitassero, senza sua licenza, con donne ancorchè non sospette, - eccetto, che con la madre, e con le sorelle.

 

«XXXI. Non trovarsi mai solo con sola, nè anche in Chiesa, se non alle ore di concorso, e con le porte aperte.

 

«XXXII. Ne viaggi non sedere a mensa, dove sieno donne.»

 

Il numero dei Canoni di Concilii e di Sinodi pubblicati e ripubblicati contro i preti che coabitano con donne, le quali non sono nè loro madri, nè loro sorelle, è incalcolabile, ma è pure incalcolabile il numero dei preti che dal secolo XI in qua si infischiano di Canoni, di Concilii e di Sinodi, e si tengono donne a loro servizio. Cosicchè l'ufficio privato di Perpetua è comunissimo, e passato in proverbio per diversi motivi.

 

Non si comprende perciò l'ingenuità di quei vescovi, come monsignor Crispini, i quali dopo sette secoli di prova inefficace, continuano a pubblicare la proibizione d'abitare con donne. Credono essi che i preti del secolo XVIII siano diversi per natura fisica dai tanti loro antecessori dei secoli passati? o pensano essi di darla ad intendere a noi e di farci credere che quelle regole sono osservate?

 

Non può essere nè l'una cosa nè l'altra.

 

Dunque si pregano i vescovi ad impiegar meglio il loro tempo, che del ripetere inutilmente coteste regole di vita clericale, le quali tutti sanno che non sono osservate.

 

Se i preti fossero così, come prescrivono coteste regole, il pubblico resterebbe edificato degli uni e delle altre; ma siccome esso vede che i preti e coteste regole sono l'acqua e il fuoco, il nero e il bianco, cose insomma inconciliabili, così seguita a scandalezzarsi dei primi, e a ridere delle seconde.

 

Non c'è bisogno di Congresso per dichiarare che coteste regole hanno cessato di avere effetto.

 

                                                                                                                           A. Borella

 

Il problema dei religiosi che giocavano a tarocchi era più serio di quanto si possa immaginare. Il teologo Felice Cuniberti, scrive al riguardo che ai giovani seminaristi doveva essere vietato tale gioco per il fatto che questo li portava a consumare, oltre all’energia dell'animo, anche il tempo che avrebbero invece dovuto dedicare allo studio e talora anche al loro ministero.

 

D’altronde di preti ce n’erano anche troppi, come tutti sapevano, per cui occorreva sfoltirne il numero. Molti sfaccendati abbracciavano la carriera religiosa per non trovarsi occupati in lavori di un certo peso, persone che dopo aver detto messa consumavano il tempo in visite, in letture frivole o presso un tavolo da gioco.

 

Il Cuniberti scrive tutto ciò in un opuscolo dal titolo Del modo più conveniente per diminuire il numero dei preti (3),il cui incipit così recita: “I preti sono troppi. È questo un fatto che salta ora mai agli occhi di tutti. Ne sono una prova incontrastabile le difficoltà, che molti incontrano nel trovare un impiego qualunque nel ministero, e la quantità grandissima, che tuttavia rimane, dei benefizi sine cura, onde si alimentano altrettanti sfaccendati, i quali (parlo in generale) detta che hanno la messa, e recitato il breviario, quando non facciano peggio, consumano il tempo in visite, in letture frivole, ad un tavoliere di giuoco” (4).

 

Nel proseguo, l’autore, parlando della vita nei seminari, scrive: “D'altronde la sobrietà e la modestia non sono al certo le minime fra le virtù. E quando lo fossero, dee il sacerdote anche nelle minime cose esser d'esempio al popolo fra cui vive; epperciò contrarne l'abitudine in gioventù. Per questa stessa ragione io vorrei proibita assolutamente nei seminari ogni sorta di giuoco che non servisse ad un moderato esercizio del corpo, e da questi ancora vorrei esclusa ogni speranza di guadagno, la quale altera sempre la serenità dell'animo necessaria ad uno studioso, e vi eccita le più cattive passioni. Il permettere che ora vi si fa il giuoco dei tarocchi è cagione, che molti preti consumino in questo stupefaciente l'energia dell'animo ed il tempo che dovrebbero dare allo studio e talora anche al loro ministero” (5).

 

Vivente al tempo della dominazione austriaca, Carlo Porta (1775-1821) è considerato il più celebre fra i letterati che scrissero in dialetto milanese. Il suo atteggiamento contro la classe nobiliare che inaspettatamente era ritornata a comandare con la complicità degli austriaci, trova espressione nel ridicolizzare una nobildonna immaginaria a cui affibbia il nome di ‘Marchesa Travasa’, che presenta in un modo da renderla immediatamente risibile a tutta la Lombardia: “Entra in iscena con un capitombolo cadendo dalla carrozza, mentre scende per prendere la perdonanza; i ragazzi scoppiano dalle risa vedendola in uno stato singolarissimo; essa si rialza, penetra nella chiesa, e, inginocchiandosi, raccomanda all'ira di Dio i biricchini di Milano. Il buon Gesù l'ha fatta nascere nel centro della più cospicua nobiltà, e la dama gli promette di essere insolente per far rispettare il divino suo rango” (6).

 

In una poesia dal titolo La nomina del Cappellan del 1819, il Porta racconta che questa Marchesa Travasa, dovendo scegliersi un proprio cappellano, aveva indetto una riunione di preti per poter scegliere quello ritenuto da lei il migliore.  Fra gli obblighi che ciascuno dei concorrenti doveva manifestare c’era quello, previsto per la mattina, di dire una messa corta, e per la sera di giocare ai tarocchi. Un pretino arrivista, conoscendo l’amore sviscerato che la Marchesa provava per il suo cagnolino, giunse dotato di un buon salame che diede all’animale, facilitando in tal modo la sua scelta da parte della nobildonna: “In un'altra istorietta la nostra marchesa deve nominare il proprio cappellano: al giorno fissato la sua anticamera si riempie di preti, che giungono in scarpe ferrate e fanno un chiasso da taverna. Sono burbanzosamente ammoniti da un cameriere di star zitti, ed è il cameriere che loro espone gli obblighi della carica. E sono: di dire una messa corta alla mattina, di giuocare a tarocchi alla sera” (7).

 

Di seguito riportiamo tre sestine al riguardo della necessità di dire una messa breve e di giocare a tarocchi la sera: 

 

Pont prim, in quant a l'obblegh de la messa,

O festa o nò, gh'è mai ôr fiss de dilla;

Chi è via a servì n'occor che l'abbia pressa,

I ôr hin quij che lee la vœur sentilla,

Se je fass stà paraa dò, trè, quattr'or,

Amen, pazienza, offrighel al Signor.

 

La messa pœu, s'intend, puttost curtina,

On quardoretta, vint minutt al pù,

Dò vœult la settimana la dottrina

Per i donzell e per la servitù,

La sira semper la soa terz part,

Via che a tarocch no ghe mancass el quart.

 

Chi mò sentend che on pont inscì essenzial

L'eva quel de savè giugà a tarocch,

Ghe n'è staa cinq o ses ch'han ciappa i scal,

E tra i olter (peccaa!) on certo don Rocch,

Gran primerista fina de bagaj

Che el giuga i esequi on mes prima de faj. (8).

 

A conclusione dell’articolo, riporteremo, ma solo per sottolineare ancor più come l’amore per i tarocchi da parte dei religiosi fosse così sentito nell’Ottocento, un resoconto di un’operazione agli occhi, contenuta in un testo medico del 1839 (9).

 

Il medico-chirurgo P. Gerson procedendo a descrivere un Quadro Storico delle Operazioni Eseguite nel 1830 in merito a interventi di cateratte agli occhi, fra le trenta operazioni eseguite, nella nona fa riferimento a un intervento attuato su un prete di cui per motivi personali non riporta il nome. L’operazione ebbe esito felice, ma nonostante ciò il prete continuava a dire che non vedeva, che era cieco, quando in realtà si occupava egregiamente delle faccende domestiche e la sera giocava con conoscenti a tarocchi.

 

Così il resoconto del medico:

 

9A Operazione.

 

"Il Sacerdote D. n F.o Ca (1) dell'età di circa 75 anni, venne operato da altro oculista in ambidue gli occhi con esito infelice. Sopraggiunta infatti l'infiammazione in ambo gli occhi, si era generata una cateratta secondaria. Tale cateratta veniva nell' occhio destro costituita da effusione linfatica, con gravi aderenze dell'iride e non lasciava luogo ad ulteriori tentativi. Nell'occhio sinistro non trovavasi totalmente lacerata la capsula, ed oltre alla presenza di questa, la effusione linfatica, sequela del sofferto processo flogistico, aveva fatto sì ch'ella aderisse in vari punti. Eravi però perfetta la percezione della luce, e l'occhio poteva sottoporsi a nuova operazione con probabilità di felice successo. Credetti pertanto di accingermi al tentativo, e mediante la scleronissi, coll'ago retto tagliai la capsula residua, lacerai le aderenze, e la pupilla in pochi giorni fu libera dal corpo opaco, in modo che il reverendo Sacerdote riacquistò la vista. Non so però per quali motivi il Religioso non volesse confessarmi di aver ricuperata la vista. Esso fingevasi ceco quando io mi presentavo a fargli visita, ed i vicini ed alcuno degli amici di casa mi assicurarono, che esso si occupava nelle sue domestiche faccende, ed alla sera divertivasi seco loro al tarocco" (10).

 

(1) Ognuno potrà calcolare sulla mia delicatezza se taccio il nome ed il domicilio del suddetto Sacerdote, poichè, essendo manifesta la sua somma ingratitudine verso di me, non potrebbe che venire biasimato.

 

Note

 

1 - Si leggano i saggi Il gioco delle carte e l’azzardo e San Bernardino e le carte da gioco.

2 - Gazzetta del Popolo, martedì 24 novembre 1863 pp. 3-4.

3 - [Felice Cuniberti], Del modo più conveniente per diminuire il numero dei preti, s.l., s.d., [1848]

4 - Ibidem, p. 3.

5 - Ibidem, p. 53.

6 - Giuseppe Ferrari, Opere Filosofiche e Politiche, Tomo III, Capolago, Tipografia Elvetica, 1854, p. 479

7 - Ibidem, p. 480.

8 - Poesie Milanesi di Carlo Porta e Tomaso Grossi con alcune inedite,  Milano, Amalia Bettoni Editrice, 1869, p. 51. Altre citazioni della parola Tarocch per tarocchi nel testo:

Ojbò! Coss che ghe creden press’a pocch / Come la cred lee el papa di tarocch”, p. 41.

“A fà on salud al tredes de tarocch” p. 141.

“Quatter gatt che no spetta i settant’ann / Tutt professor d’ombretta e de tarocch”, p. 174.

“Ah! sul Lella! Ona porca de tarocch / Comè lu, non la gh’è propi davera” p. 257.  

9 - Annali Universali di Medicina, compilati da Annibale Amodei, Dottore in Filosofia, Medicina e Chirurgia, gia' Medico Consulente presso il cessato Ministero della Guerra, socio corrispondente dell’Accademia Reale delle Scienze di Torino, dell'Accademia medico-chirurgica di Napoli, della Societa' di Medicina pratica di Montpellier, della Societa' medico-chirurgica di Berlino, dell'Accademia Reale di Medicina di Parigi, ecc., ecc., Volume LXXXIX, Gennaio - Febbraio - Marzo, Milano, Presso la Societa’ degli Editori degli AnnaliUniversali delle Scienze e dell’Industria. Nella Galleria Decristoforis, Anno 1839.

 10 - Ibidem, pp. 44-45.