Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Un Re da Tarochi - 1584

Un Re senza senno nelle lingue volgari italiane del Cinquecento

 

Copyright Andrea Vitali  - © Tutti i diritti riservati 12 gennaio 2019

 

Il testo cinquecentesco di Leonardo Salviati Degli Avvertimenti della Lingua sopra ’l Decamerone (1) si configura come un importante documento per avvalorare quanto da noi già precedentemente scritto sul significato di tarocco come persona sciocca, di minimo valore, stolta nonché pazza.

 

L’autore, dopo aver riportato la Nona Novella del Primo Giorno del Decamerone del Boccaccio, ci presenta una traduzione della novella stessa “Volgarizzata in diversi volgari d’Italia” (2).

 

La novella, dopo la sua versione originale, viene presentata tradotta nei seguenti volgari:

 

In lingua Bergamasca.

In lingua Venetiana.

In lingua Furlana.

In lingua Istriana.

In lingua Padovana.

In lingua Genovese.

In lingua Mantovana.

In lingua Milanese.

In lingua Bolognese.

In lingua Napolitana.

In lingua Perugina.

In lingua Fiorentina di mercato vecchio.

 

La novella dal titolo Il re di Cipro e la donna di Guascogna, narra la vicenda di una donna guascona la quale, dopo aver compiuto un pellegrinaggio presso il Santo Seplocro, sulla via del ritorno, venne oltraggiata ‘vellanamente’ a Cipro da diversi scelerati. Più che affranta per la violenza subita, pensò di recarsi dal re di Cipro, Goffredo di Buglione, per reclamare vendetta. Ma da alcuni venne informata che il re conduceva una vita all’insegna dell’abbandono, una vita dismessa, senza alcun sollecito di reazione, una vita di poco conto, da Re dei Tarochi come riporta l’autore nella traduzione in volgare veneziano, tanto che coloro che andavano per comunicargli torti subiti venivano ascoltati ma nulla più, comportandosi nello stesso modo nei confronti delle offese da lui stesso ricevute. La donna, nell’udire lo stato del re, volle recarsi ugualmente presso di lui e una volta al suo cospetto, dopo avergli riferito quanto accadutole, lo pregò di insegnarle in qual modo anche lei potesse sopportare tale onta come lui stesso dimostrava nei confronti della tante viltà che gli erano state inferte. Rincarando la dose gli disse anche che se il buon Dio avesse voluto e sei lei avesse potuto, gli avrebbe volentieri donato questa sua infamia sicura che lui l’avrebbe ben volentieri sopportata. Nell’udire tali parole, il re reagì come se si fosse svegliato da un profondo sonno. Diede pertanto ordine che la donna fosse vendicata e da quel momento in poi divenne fermo persecutore di coloro che, attraverso atti malvagi, avessero infangato l’onore della sua corona.  

 

Di seguito il testo originale della novella riportato nel volume:

 

Il re di Cipri, da una donna di Guascogna trafitto (1), di cattivo valoroso diviene

 

Dico adunque che né tempi del primo re di Cipri (2), dopo il conquisto fatto della Terra Santa da Gottifrè di Buglione, avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio andò al Sepolcro: donde tornando, in Cipri arrivata, da alcuni scelerati huomini villanamente fu oltraggiata: di che ella senza alcuna consolazion dolendosi (3), pensò d’andarsene a richiamare al re, ma detto le fu per alcuno, che la fatica si perderebbe: perciocche egli era di sì rimessa vita (4), e da sì poco bene, che non che egli l’altrui onte (5) con giustizia vendicasse; anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene, sosteneva: (6); in tanto che chiunque avea cruccio alcuno (7), quello, col fargli alcuna onta, ò vergogna sfogava. La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta, ad alcuna consolazione della sua noia (8), propose di voler mordere la miseria (9) del detto re: e andatasene piagnendo davanti a lui, disse. Signor mio, io non vengo nella tua presenza per vendetta, che io attenda della ingiuria, che m’è stata fatta, ma in sodisfacimento di quella ti priego, che tu m’insegni, come tu sofferi (10) quelle, le quali io intendo, che ti son fatte, acciocchè, da te apparando (11), io possa pazientemente la mia comportare (12) la quale, sallo Iddio (13) se io far lo potessi, volentieri ti donerei, poi così buon portatore ne se (14). Il re, infino allora stato tardo, e pigro, quasi dal sonno si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa Donna, la quale agramente (15) vendicò, rigidissimo persecutore divenne di ciascuno, che contro all’onore della sua corona alcuna cosa commettesse da indi innanzi (16) (3).

 

(1)  trafitto = toccato in senso metaforico.

(2)  Cipri = Cipro

(3) senza alcuna consolazion dolendosi = dolente, senza alcuna consolazione

(4) rimessa vita = vita debole

(5)  onte = oltraggi

(6)  sosteneva = sopportava

(7)  cruccio alcuno = qualche preoccupazione

(8)  noia = sventura

(9)  mordere la miseria = punzecchiare la misera condizione morale

(10) sofferi = sopporti

(11) apparando = imparando

(12)  comportare = sopportare

(13)  sallo Iddio = lo sa Dio

(14)  se = sei

(15)  agramente = duramente

(16)  da indi innanzi = da quell momento in poi.

 

Ciò che ora ci preme di esaminare è come nelle varie lingue volgari del tempo sia stata tradotta la frase riferita allo stato primario del re che in originale recita “egli era di sì rimessa vita, e da sì poco bene”. Il senso dell’indagine consiste quindi nell’osservare con quali parole o espressioni, le lingue volgari abbiano tradotto la frase di nostro interesse riferibili a un Re che invece di adirarsi e promuovere serie condanne contro i soprusi, dimostrava un atteggiamento distaccato, quasi fosse uno stolto, un pazzo, nel non reagire nei confronti di azioni che invece avrebbero richiesto una sua ferma presa di posizione.   

 

Appare invero interessante osservare come la sagacia popolare si sia espressa in modo pressoché identico.  Le note in corsivo sono tratte dal volume di Giovanni Pananti I Parlari Italiani in Certaldo del 1875 (4).

 

 In lingua Bergamasca

 

“qul Re era un turlulù (1), e ù pastonaz da far di gnocc, da nient” (quell Re era uno sciocco, un babbeo, e buono solo per fare gli gnocchi, uno da niente).

 

(1) turlulù = Anche oggi l’usiamo in tal significato da corrispondere al bischero dei Toscani, p. 13. Bischero significa stupidotto, sciocco, balordo.

 

In lingua Venetiana

 

“quell Re giera un certo pezzo de carne con do occhi, murlon (2)"  (quell Re era solo un certo pezzo di carne con due occhi [vale a dire inanimato], uno sciocco).

 

(2) murlon, = Voce superlative antiquata fuor d’uso: semplice, sciocco, stupido, demente, p. 46.

 

Più avanti, in questo riportare il vernacolo veneziano, l’autore scrive: “Quando quella grama senti sto resolo di sto Re da tarochi, se la vite persa e desperà de trovar chi per fare le so vendette fesse el sò dretto a quei mascalzoni, che l'haveva offesa, ...” (Quando quella infelice sentì come era diventato questo Re di Tarocchi, se la vide persa e si disperò di trovare chi avrebbe potuto compiere la sua vendetta contro quei mascalzoni che l’avevano offesa…”.

 

Abbiamo quì l’attribuzione a quel Re di essere un Re di Tarocchi, cioè un Re da quattro soldi, di nessun valore, nel senso di “scarsa intelligenza”

 

In lingua Furlana [Fiuulana]

 

“parze che lui iare d’anim tant vil, e si dapoch” (pare che lui sia di animo tanto vile e così da poco).

 

In lingua Istriana

 

“lui rieva d’una vita tanto minchiona, e da poco” (lui viveva di una vita tanto minchiona e da poco).

 

In lingua Padovana

 

“li era d’una vita si sdramazza, e così da puoco ben” (egli conduceva una vita così assurda e di così poco senso).

 

In lingua Genovese

 

“L’era un homo si dezutre, e da poc” (egli era un uomo così unutile (3) e da poco).

 

 (3) dezutre = che risponde a disutile, è parola oggimai dimenticata.

 

In lingua Mantovana

 

“’l Re ira si dabben, e d’si bona vita” (il Re era così dabbene e di così buona vita). Qui, ironicamente, si dice che il Re era era buono perché non si arrabbiava mai con nessuno.

 

In lingua Milanese

 

“ol Re era tant da puoch” (Il Re era così tanto da poco).

 

In lingua Bolognese

 

“l’iera un hom fredd, e tant da poch e qusi minchion” (era un uomo freddo e tanto da poco, quasi un minchione).

 

In lingua Napolitana

 

“esso era d’ una vita così paurosa, e tanto da poco” (egli conduceva una vita piena di paure e tanto da poco).

 

In lingua Perugina

 

“la sua vita era tanto armessa, e tanto da poca” (La sua vita era tanto dimessa e tanto da poco).

 

In lingua Fiorentina di mercato vecchio.

 

“egli era si vile, e si dappoco” (egli era talmente vile e tanto da poco).

 

Ma troviamo ancora altre espressioni attribuite al Re:

 

In lingua Veneziana:

 

“Quel Pincon de quel Re” ovvero “Quello stupidotto di quel Re” [oggi si direbbe Pincion] e “Buffalo da Mestre de quell Re” (5), che identifica il sovrano come una persona di scarsa intelligenza.

 

In  lingua Padovana:

 

“El Re, che infina a quel punto iera sta tardivello, e da puoco” (il Re che fino ad allora era stato tardo di intelletto e di poco conto)

 

In lingua Milanese:

 

“Re l’era iussì minchion” (Il Re era così minchione) (6)

 

In lingua Napoletana:

 

“Lo Re, che fino ‘ntanno era stato tardo, e pegro”

 

(Il Re, che fino ad allora era stato privo (di comprensione), e pigro)

 

In lingua Mantovana:

 

“Il Re, ch’a fin al’ora ira dapoc” (Il Re, che fino ad allora era un uomo da poco)

 

In lingua Perugina:

 

“Il Re infinteli essendo suto lento, e pligro” (Il Re che fino ad allora essendo stato privo (di comprensione) e pigro

 

 In lingua Istriana:

 

“El Re, inchinta quella bota, essendo sta longo” (Il Re, colpito da quel colpo (infertogli dalla donna), essendo stato lungo (di comprensione) ovvero che non comprendeva le cose immediatamente.

 

In lingua Fiorentina di mercato vecchio:

 

“Il re, che fino era stato un’huomo di cenci, e uno scimunito”

 

Anche se riteniamo che ogni Italiano comprenda molto bene il senso delle espressioni attribuite al Re, rammentiamo cosa per noi significhi una persona “da niente”, “da poco” e “dappoco” da mettere in relazione con gli altri termini riportati nei vari dialetti e cioè minchione, turlulù, Re di Tarocchi, etc. Tutte queste attribuzioni denunciano una persona di nessun valore, uno sciocco nonchè un matto, considerato il contesto, dato il suo non agire in una situazione che, al contrario, avrebbe richiesto, una reazione ferma e decisa. Fra l’altro, troviamo ancora, fra gli altri attributi, quello di ‘scimunito’ [termine che secondo la Crusca vale per scemo o sciocco] nonché di “huomo di cenci”, espressione quest’ultima che avvicina il personaggio alla figura del Misero dei cosiddetti Tarocchi del Mantegna e alla Stultitia di Giotto come dipinta nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

 

Ciò che risulta pertanto è l’aver attribuito al nostro personaggio il valore di una persona da niente, di poco conto o di persona dappoco, un minchione per i Toscani: praticamente un Re da Tarochi, pressoché uno stolto, un pazzo.

 

Abbiamo quindi ancora una volta, attraverso l’espressione Re da Tarochi, il significato di tarocco come matto, stolto, come da noi espresso precedentemente in altri saggi (7).

 

 Note

 

1 - Lionardo Salviati, Degli Avvertimenti della Lingua sopra ’l Decamerone, Volume Primo, In Venetia, presso Domenico, & Gio. Battista Guerra, fratelli, MDLXXXIIII [1584].

2 - Ibidem, s.n.p.

3 - Ibidem, s.n.p.

4 - Giovanni Papanti, I Parlari Italiani in Certaldo. Alla Festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci, In Livorno, Coi tipi di Francesco Vigo, 1875, da p. 11 a p. 47.

5 - Fino agli anni ’30 in quei territory lagunari si allevavano i buffali, che sappiamo essere stati considerati animali ottusi, di scarsa intelligenza.

6 - Riguardo il significato di Minchione si legga il saggio Del Minchione.

7 - Per un completo apprendimento dei significati dei molteplici etimi inerenti alla pazzia si legga il saggio Il Significato del nome Tarocco e Tarocco sta per Matto.