Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Un bel asso de tarocchi - 1613

A significare una persona stupida, facile da ingannare

 

Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2019

 

Fra il 1670 e il 1674 venne pubblicata sotto il nome di Alcorannio Tomasini, soprannome di Marco Antonio Salini, la commedia L’Ostaria di Velletri ovvero la Zitella Malenconica, Comedia nova, e ridiculosa (1). Più che un plagio diremmo un appropriamento indebito, poiché, a parte qualche cambiamento lessicale, la commedia rimase pressoché invariata. L’autore in realtà era Giovanni Briccio, compositore assai famoso del tempo.  Il fatto venne notiziato da Basilio, figlio del Briccio a Carlo Cartari, prefetto degli archivi di Castel Sant’Angelo, che aiutava il Mandosio nella compilazione della Bibliotheca Romana: “At haec ablata fuit Briccio et sub alieno nomine impressa deformata tamen cum titulo L’ostaria di Velletri overo la Zitella Malenconica” (Ma questa fu sottratta al Briccio e sotto altrui nome tuttavia stampata con il titolo L’ostaria di Velletri overo la Zitella Malenconica).

 

Si tratta di una composizione, il cui titolo originario era Gli Otto Forastierei, comedia, giudicata superiore a qualsiasi altro lavoro del Briccio, il quale la scrisse non prima del 19 dicembre del 1613.

 

Giovanni Briccio, ricordato come commediografo, compositore di musica, musicista, nonché pittore, nacque il 25 marzo 1579 a Roma da un umile rigattiere.  Fortuna volle che il padre avesse aperto una bottega preso Palazzo Teofili poiché Sertorio Teofili volle che venisse istruito assieme al proprio figlio Bernardino. Datosi inizialmente alla pittura, dipinse insegne per botteghe e stemmi nobiliari, per poi dipingere, così come ci informa Carlo Cartari (2), quadri d’altare. Ben presto imparò anche a comporre musica e a suonare, rivelando un’intelligenza fuori dal comune, tanto da pubblicare nel 1632 un volume di Canoni enigmatici musicali a due, tre e quattro voci, con un discorso sopra i canoni, composti “solo per destare l'acutezza dell'ingegno, che quanto all'utilità, sperava di mandar in luce li abusi trascorsi nella Musica, come anco nella Pittura, Poesia Comica et Arte araldica", i quali "diletteranno assai più di questa [i Canoni], che alfine non è che un scherzo musicale". Non sappiamo se gli Abusi vennero pubblicati, ma conosciamo che pubblicò altre musiche divenendo in seguito maestro di cappella di San Girolamo degli Schiavoni.

 

Fin dai quindici anni aveva inoltre iniziato a comporre opere letterarie, mettendo in scena in casa Teofili delle rappresentazioni spirituali e commedie interpretate da lui stesso e da amici appartenenti alla cerchia del Cavalier d’Arpino, celebre pittore del tempo. Il Cartari dichiarò di aver visto presso l’abitazione del figlio un’innumerevole mole di scritti del padre comprendenti trattati di aritmetica, di geometria, di pittura, di arte araldica, di musica, e di poesia comica, oltre a dodici opere teatrali inedite. Teodoro Ameyden, dopo aver assistito a tre delle sue commedie scrisse che "se studiato havesse un Aristotele divenuto sarebbe, come so per prattica ch'o seco havuto” (3).

 

Sposato con una donna napoletana ebbe otto figli, di cui solo tre raggiunsero la maggiore età. Morì l’8 giugno del 1645, devastato da un morbo alle arterie che il Cartari definì il suo “purgatorio in questo mondo”.

 

Come il lettore avrà avuto modo di comprendere, ci troviamo di fronte a un gigante, anche se la sua educazione non fu all’altezza delle sue capacità. Oggi è essenzialmente ricordato per le sue commedie, davvero tante, di cui ne ricorderemo alcune fra le sue più famose: I difettosi (1605); La dispettosa moglie (1606); La zingara ladra (1610); La Tartarea (1614) rappresentata sino al 1677, le cui le scenografie infernali ben si adattavano a una vicenda vivace ricca di bizzarrie; la citata Gli Otto Forastieri, e tante altre, tutte tendenzialmente in cinque atti, dove le maschere e gli zanni, assieme alla mescolanza dei dialetti, le resero pressoché appartenere alle migliori commedie dell’arte, da cui l’autore trasse spunti per i personaggi e i diversi espedienti.

 

Come detto, il Salini, nell’appropriarsi della nostra commedia, apportò minimi cambiamenti lessicali, segnalati da Claudio Giovanardi nel suo trattato Sulla lingua delle commedie ‘ridicolose’ romane del Seicento (4), il quale sottolinea che accanto a qualche omissione e “alcune oscillazioni (mettitelo / mettilo, la padrone / le padrone, le curteliere / le tu curteliere, per la mia nipote / per mia nipote), troviamo esempi di diversa segmentazione delle parole (vogl’io contro voglio, davira contro da vira), di diversa resa grafica che però in taluni casi può avere valore fonetico (apprhandute contro aprandute, obbediente contro obediente); interessante, per l’individuazione di una forma “italiana” del vocalismo tonico, l’oscillazione cuore / core”.

 

I personaggi sono i tipici della commedia dell’arte:

 

Monsù Sciabone, Oste di Velletri

Dianora, sua moglie

Monello, Romanesco garzone dell’oste

Pasquarello, cognato dell’oste

Olimpia, figlia Pasquarello innamorata d’Orazio

Oratio, amante di Olimpia

Zanni, servo di Oratio

Pantalone, padre di Oratio, voce di dentro.

 

Fra le diverse scene, che ovviamente si svolgono in Velletri, di nostro interesse è la XII del Primo Atto, dove in un dialogo fra Pasquarello e Monello troviamo un’ulteriore testimonianza del significato di tarocco = matto (5). La frase che lo testimonia è “L’è pure in bel asso de tarocchi”, espressione che nell'uso ludico significa un personaggio di poco conto dato che l'asso ha un potere limitato di presa. Ma c'è di più, in quanto se asso è anche termine che significa persona eccellente, in realtà quì ci troviamo  di fronte a un asso di tarocchi, cioè a uno che eccelle in idiozia. La similitudine di ‘asso’ a significare eccellente, insuperabile (6) con un asso dei tarocchi mette pertanto in ridicolo il personaggio, reso oggetto di un inganno perpetrato ai suoi danni, incapace di ragionare per rendersene conto. L’aggettivo ‘bel’ fra l’altro amplifica il concetto, dato che nella nostra lingua ricorriamo a questa parola per sottolineare maggiormente una condizione, come ad esempio nelle espressioni dispregiative tipo “è un bel cretino, è un bell’idiota”.

 

Il lettore perdonerà se riporteremo l’intera scena, ma è talmente accattivante che certamente la sua lettura non svierà l’attenzione. In ogni modo, riassumendo, questo è quanto accade: Pasquarello, andando a una giostra di bufali (vufara= bufalo), quasi per miracolo si salva da un attacco di uno di questi il cui proprietario aveva allentato il laccio. L’ardire di questo proprietario non poteva rimanere impunito. Cosicché Pasquarello chiede a Monello di uccidere lo scellerato che aveva osato minacciarlo. Monello, non vedendo l’ora di portar via a Pasquarello un po’ di denari, fingendo di accettare, ordisce un inganno ai suoi danni, beffa che verrà raccontata nel seguito della commedia.

 

Rendiamo noto che fra le parole che Monello indirizza al suo interlocutore, alcune esprimono il suo pensiero teso a ingannare il cognato dell’oste. Per una maggiore comprensione da parte del lettore le riporteremo in corsivo.

 

Atto Primo - Scena XII

 

Monello, e Pasquarello

 

Mo. Che fate signor Pasquarello, io ho tolto licenza dal vostro cugnato, e da tutta la casa, per fare il debito mio, piglio ancora grata licenza da V. S: pregandolo a volermi usare per il bon servitio qualche cortesia di mancia se li piace.

Pa. Te la voglio dare morto amorevolmente, ma voglio che tu perzì (1) me faccia

no favore. Dimme no poco te basta l'anemo a te essere co mico a fare na vennetta (2).

Mo. Lassame un poco vedere, dove costui vuol battere, Sig.si che mi basta l'animo, non sarà la prima volta, che mi ritrovo in questi balli (3), Tanto stimo a sbugiàr (4) la panza a uno, come a sputar in terra. Al mio paese se diceva per proverbio, guardate (5) dal foco di Mongibello (6), e dalla collera di Monello.Ma che cosa vi è intravenuto.

Pa. Ero iuto alla giostra della vufara su alla chiazza (6), e uno de chilli cornuti senza no respietto allo munno (7), allenta la vufara aduosso, ca no c'è mancato no tantillo ca no me haggia stropeiato.

Mo. Vedemo un poco se il gonzo volesse cascare nella rafa (8). Conoscete voi costù.

Pa. Era uno de chilli, ca teneva la corda en mano.

Mo. Io lo conosco, e so chi è, che fui presente al tutto; certo che havete ragione di farli qualche affronto, perche il suo fu un brutto procedere: e non dubita che tutti quelli gentilomini Velletrani, dicevano che si era portato male, e che se voi non ne facete vendetta, non vi tenevano per galanthuomo, & io pigliandola per voi li risposi, che di sicuro colui si potesa tener morto, havendola, fatta a un par vostro.

Pa. Buona pè (9) vita mia: o Monello caro, commo farimmo nui a trovar sso (10) cornuto.

Mo. Lassate la cura a me de retrovarlo, che io non voglio altro da voi, se non dui cose; la prima qualche buon pezzo di arme per menar le mani, e l'altra una buona mancia da poter sfrattar via, e poi lassate far a me, che ve l'ammazzo, senza, che voi meniate un colpo; mi basta solo, che stiate a vedere.

Pa. So contiento a fare chillo che vuoi tu, fermate, e aspettame loco, ca mo vao

nell'ostaria, e busco no bello pezzo di arme.

Mo. Andate che vi aspetto. Hoggi è proprio una giornata da far burle, e tirar denari. Costui come si crede ch'io voglia questioneggiare per lui; l'è pure il bel asso de tarocchi; la questione, che son per fare sarà di levarli di mano un poco di lugagni (11), e l'arme che mi darà, o glie la voglio far bella.

Pa. Sara bona chesta spata, overo (12) so pistolese (13)?

Mo. Dateme l'uno, e l'altro, questo lo terrò alla cintura, e la spada sotto il braccio: e cosi quando me incontrarò in lui, metterò mano a quell'arme, che giudicarò megliore; andiamo, che sò io dove ho da trovarlo; ma dove è la mancia.

Pa. No te dubetare de chesso (14) tu, iamo (15) via. (7)

 

(1)  perzì = per ottenerla

(2)  vennetta = vendetta

(3)  balli = situazioni

(4)  sbugiar = lacerare

(5)  guardate = guardatevi da, state attento

(6)  Mongibello = l’Etna

(7)  munno = mondo

(8)  rafa = setola, quì con il significato di rete

(9)   = per

(10)  sso = questo

(11)   lugagni = denari (nel gergo dei commedianti)

(12)   overo = oppure

(13)   pistolese = pistola

(14)   chesso = questo

(15)   iamo = andiamo

 

 Note

 

1 - Alcorannio Tomasini, L’Ostaria di Velletri ovvero la Zitella Malenconica, Comedia nova, e ridiculosa,In Ronciglione, Si vende in Piazza Madama da Francesco Leoni Libraro, s.d. [ma 1670-1674].

2 - Tutte le informazioni qui citate del Cartari provengono dall’Archivio di Stato di Roma Cartari-Febei, vol. 115, ff. 231-243; vol. 125, ff. 130-133.

3 - Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 14201; Ottob. lat. 1682: T. Ameyden, Censura de' Poeti toscani (circa 1611).

4 - Claudio Giovanardi, Sulla lingua delle commedie ‘ridicolose’ romane del Seicento, La situazione editoriale, in “La Lingua Italiana. Storia, Strutture, Testi”, Rivista Internazionale, VI, 2010, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, MMX [2010], pp. 104-105.

5 - Voce asso, Vocabolario Treccani: “In senso figurato essere un asso, [dicesi] di persona che ha qualità eccezionali, unica nel suo genere: è stato sempre un asso nella matematica; è l’asso dei furfanti; anche, essere l’asso di briscola, eccellere sugli altri, essere la persona più importante o autorevole in un gruppo.

6 - Alcorannio Tomasini, op. cit., pp. 28-30.

7 -  Per altri saggi riguardanti il significato della parola Tarocco = Matto si leggano Il significato della parola Tarocco e Tarocco sta per Matto (Nelle loro note il rimando ai rispettivi saggi di provenienza). Per l'etimo di Tarocco si veda al saggio Dell’Etimo Tarocco

 

 

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