Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I Tarocchi Siciliani nelle opere di Giovanni Meli

Con una introduzione sulla storia del tarocco in Sicilia

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2020

 

 

Giovanni Meli (Palermo 1740-1815) poeta e compositore, considerato una delle quattro coroncine assieme al Porta, al Goldoni e al Belli da accostare alle tre corone, ovvero Dante, il Petrarca e il Boccaccio, all’età di quindici anni presentò alcune sue poesie presso cerchie di letterati palermitani, suscitando in loro una stima che non venne mai a mancare con gli anni, tanto da farlo accettare come membro di diverse Accademie.

 

Con La Fata Galanti del 1762 ottenne uno straordinario consenso. Si tratta di un poemetto in cui l’autore immagina di incontrare una Fata, allegoria della Fantasia, la quale propone al poeta tematiche filosofiche-sociali sotto forma di fiabe mitologiche. In pratica una descrizione del proprio pensiero filosofico in forma poetica.

 

Studiò in seguito medicina, divenendo medico condotto nel paese di Cinisi, vicino a Palermo, divenendo per tutti l’Abate Meli, per il semplice fatto che si vestiva sempre come un prete, anche se prete non era.

 

Suscettibile al fascino femminile, frequentò i migliori salotti palermitani, conteso da molte dame ed ebbe diversi amori che cantò in forma arcadica tramite le sue Odi e Canzonette, imitate in seguito da poeti come Goethe, Leopardi e Foscolo. Con le Bucoliche cantò “li campagni, l’armenti e li pasturi”, dialoghi pastorali distribuiti nelle quattro stagioni, componendo inoltre il poemetto Don Chisciotti e Sanciu Panza, trasferendone la vicenda in Sicilia. La raccolta di tutte le sue poesie vide la luce nel 1787 in cinque volumi dal titolo Poesie Siciliane.

 

Divenne in seguito professore di chimica presso l’Università, ma a causa di perdite finanziarie dovute a furti e a una serie di sfortunate vicende, si ridusse talmente in povertà da dover chiedere aiuto ai suoi amici più cari, come il Parini. Tutti i suoi moltissimi componimenti vennero scritti nel dialetto siciliano del tempo.

 

Prima di riportare i versi in cui il Meli cita i tarocchi, occorre procedere a una disamina storica di quel gioco in Sicilia, lì introdotti nel 1663 dal viceré Francesco Gaetani, così come descritto nel volume Giuochi Volgari dal Marchese di Villafranca: “Il giuoco dei tarocchi fu portato in Sicilia dal fu Viceré Francesco Gaetani duca di Sermoneta, che fiorì nel 1662 e da lui insieme a noi fu dato il giuoco or fatto raro dei Gallerini” (1).

 

Poiché Sermoneta si trova vicino a Roma, si suppone che quel viceré abbia introdotto sia i Gallerini derivate in parte dalle Minchiate toscane che i Tarocchi veri e propri.

 

Possiamo senz’altro affermare che i primi tarocchi siciliani furono composti da 78 carte quando si giocava in quattro persone, e di 63 carte, quindi con un mazzo ridotto secondo la pratica dei Tarocchini bolognesi, quando i giocatori erano tre. L’informazione proviene dallo stesso Villafranca: “Questo giuoco di Tarocchi perlo più si suole giocare in quattro […]. Giuocandosi indi in tre si chiama Giuoco di tarocchini riformato di tarocchi, perché vi si lasciano alcune carte degli ultimi punti”. (2). Non conosciamo con precisione l’iconografia dei primi Trionfi dei tarocchi quando nel 1663 i mazzi erano composti da 78 carte e questo perché i primi esempi di mazzi sopravvissuti risalgono solo alla fine del sec. XVIII, tutti composti da 63 carte. Immaginiamo comunque che venisse utilizzato il modello standard. Nella manifattura delle carte numerali e di corte è evidente un'influenza dei semi porthoghesi.

 

Il più antico riferimento a questo gioco si trova in un bando del 1736 emesso da Don Pietro de Castro, allora presidente del Regno. Un libretto senza data composto da D.G.P. [tuttavia fine XVIII secolo] dal titolo Giuoco dei Tarocchi moralizzato lo descrive come molto frequentato nella città di Palermo, ma propone per i Trionfi soggetti diversi “ad effetto che, anche giuocando, potesse ognuno […] fare acquisto della Virtù, giacché anche il divertimento non dee esser vacuo di profitto” (3). Questa nota risulta estremamente interessante in quanto si pone in linea con l’aspetto educativo del gioco, come più volte sottolineato in diversi nostri saggi (4). Fra i più antichi produttori siciliani ricordiamo le fabbriche Tuzzzolino, Felice Cimino e il Camello, tutte operanti verso la fine del sec. XVIII dove i Trionfi sono connotati da numeri romani. Alcuni Trionfi erano stati modificati dal punto di vista iconografico rispetto ai precedenti con l’introduzione di nuove immagini fra cui il Vascello, chiaramente derivato dalle toscane Minchiate, e della Torre (precedentmente assente) e la carta denominata il Fuggitivo, nell'uso ludico oggi identificato con la carta del Matto anche se alcuni storici dubitano di tale attribuzione, nonostante la sua versione iconografica lo ricordi. In realtà, sempre nell'uso ludico, il suo valore  è alquanto differente da quello del Matto tradizionale. Anche se la carta del Diavolo è assente, poteva essere presente nei primi mazzi seicenteschi, cosa tuttavia che non ci è data sapere. Ovviamente, considerata la presenza di due carte senza numero e di altre particolarità legate al valore di presa attribuito a ogni singolo Trionfo, il gioco dei tarocchi in Sicilia si discostava e si discosta da ogni altro svolto in Italia.

 

Ordine dei Tarocchi Siciliani

 

XX              Giove

XVIIII        Atlante o Palla

XVIII          Il Sole

XVII           La Luna

XVI             La Stella

XV              La Torre

XIIII           Il Vascello

XIII             La Morte

XII               L’Eremita

XI                L’Impiccato

X                 La Ruota

VIIII           Il Carro

VIII             L’Amore

VII              La Giustizia

VI                La Fortezza

V                 La Temperanza

IIII              La Costanza

III               L’Imperatore

II                 L’Imperatrice

I                  Il Bagatto (I Picciotti)

s.n.             La Povertà (Trionfo con potere di presa più basso nell'uso ludico)

s.n.             Il Fuggitivo (Il Matto?)

 

Un nuovo modello standard venne introdotto verso le metà del sec. XIX, dove i Trionfi furono contrassegnati con i numeri arabi. Fra i mazzi più rinomati ricordiamo ‘La Fortuna’ dove la Povertà è divenuta la Miseria. Fabbricanti successivi furono la Ditta Murari di Bari (fino al 1929) e la Concetta Campione.

 

Venendo ora ai componimenti del Meli, da buon frequentatore dei salotti e delle dame a cui piaceva molto giocare a tarocchi, il nostro non poteva esimersi dal citare quel gioco, sapendo che tutti avrebbero compreso i passi in cui essi venivano citati.

 

 

Meli

 

 

I primi versi da noi presi in considerazione riguardano il poema Don Chisciotti, e Sanciu Panza, dove la trama del Cervantes viene trasferita in dialetto siciliano nella sua terra natale, mentre i secondi riguardano il poemetto La Fata Galanti. La traduzione in italiano presa come nostro punto di riferimento si deve a Giovanni Gazzino, traduzione sulla quale rare volte siamo intervenuti sia nel testo che nell’aggiunta di note per meglio far comprendere i significati oltre a correggere un errore di interpretazione.

 

Don Chisciotti, e Sanciu Panza - Parti Secunna (Seconda Parte)

 

Cantu Duodecimu (Canto Dodicesimo)

 

Ottava 84

 

Fama non chiù, non chiù la Grecia vanti

      Erculi cu lu Globu tra la spadda;

      Né chiù lu grossu Mauritano Atlanti

      ‘Ntra li tarocchi ostenti la sua badda;

      Chi a sti superbi e gloriusi vanti

      L’eroi pri certu nun ci cedi gadda;

      Tra tutti trì la differenza è pocu,

      Poicchì nun è, chi di lu sulu locu (5).

 

Traduzione Ottava 84

 

Fama non più, non più la Grecia vanto

Ercole suo col globo in sulla spalla;

Nè più il tarchiato Mauritano Atlante

Ostenti ne' tarocchi la gran balla, (1)

Chè a sì stupende gesta e ad altrettante

L'Eroe non cede, il qual più in alto galla;

Fra tutti e tre poco divario v'ha,

Perchè nel loco, e non in altro sta (6).

 

(1) la gran balla = L’autore fa qui riferimento alla carta XVIIII dei tarocchi siciliani raffigurante Atlante inginocchiato nell’atto di sorreggere sulle spalle un globo coperto di stelle.

 

Cantu Settimu (Canto Settimo)                               

 

L’Ottava che segue appare straordinaria dal punto di vista dell’invenzione in quanto la situazione di pericolo in cui Sancio Panza si imbatterà, così come raccontata dal Meli nei versi successivi alla strofa da noi riportata, viene paragonata al momento in cui un garzone, dopo aver quasi completato il suo castello di carte, per un leggero tremolio del respiro o tentennamento, nell’atto di porre l’ultima carta dei tarocchi, fa cadere tutta la costruzione frutto di grande fatica.

 

Ottava 28

 

Cusi succedi, quannu un Picciutteddu

      Fabbrica cu li carti, o li tarocchi

      Un sparmatu, e magnificu casteddu

      Cu l’archi laterali, e cu li rocchi,

      Ch’in mittìrici l’ultimo capeddu,

      O ci trema la manu, o chi lu tocchi,

      Lu sulu sciatu, cadi in un momentu

      L’opra chi ci custau sì lungu stentu (7).

 

Traduzione Ottava 28

 

Siccome avviene allor che un garzoncello

Colle carte da bisca o co' tarocchi

Intento a fabbricar forte castello

Tien fisi agli archi, a’ merli, e mani ed occhi;

Nel porre all'opra l’ultimo suggello,

O che gli tremi il polso o un dito il tocchi,

O un respiro gli fugga, in un momento

Cade quanto gli diè sì lungo stento (8).

 

Dal poemetto La Fata Galanti, riportiamo due ottave.

 

Cantu Ottavu (Canto Ottavo)

 

Ottava 18

 

Li sbirri cu auti voci, e cu rumuri

      La portunu davanti la prisenza

      Di la prim’Aria, o sia Trunfu maggiuri.

      Chi cc’è ‘ntra li tarocchi; iddu accumenza

      A diri: si eseguisca cu riguri

      Contra st’infida la giusta sintenza;

      Mora, e nni vogghio la peddi, e lu coriu

      Giacchì à turbatu lu regnu amatoriu (9).

 

Traduzione Ottava 18

 

I quali [sbirri] con bestemmie alte e sonore,

Della prim'Aria fannola venire (1)

Innanzi, o [ovvero] del Trionfo che maggiore

È ne’ tarocchi; ed ei comincia a dire:

Di mia giustizia omai tutto il rigore

Facciasi a questa perfida sentire;

Poichè d'Amor turbava il regno, muoia!

Chè averne in sull'istante io vo’ le cuoia (10).

 

(1)  Giove, primo Trionfo ossia primo Arcano Maggiore nei Tarocchi Siciliani, chiamati anche Arie, termine desunto dalle Minchiate Fiorentine. In pratica l’autore dice che conducono la condannata di fronte al Giudice.

 

Cantu Sestu  (Canto Sesto)                           

 

Ottava 21

 

A sti vuci scapparu nautri setti

      Cu li mustazzi, e tutti ‘nfaccialati;

      E appuntannumi ‘mpettu li scupetti,

      Dissiru: o fermi, o scippi vastunati;

      Cussì mi scutularu li sacchetti,

      Senz’aviri riguardu né pìetadi;

      E ristannu senz’abiti, e bajocchi.

      La miseria paria di li tarocchi (11).

 

Traduzione Ottava 21                       

 

A tal voce sbucar ben altri sette
Con facce irte di peli e camuffate:
Ferma, diceano, o ti faremo in fette,
E fermeremti a furia di legnate.
A spogliarmi ciascun quindi si dette,
E scosso mi lasciàr senza pietate.
Senz'abiti così, senza bajocchi,
L'aria avea del Bagatto de’ tarocchi. (1) (12)

 

(1) L'aria avea del Bagatto de’ tarocchi = Qui il traduttore compie un errore nell’accostare la Miseria al Bagatto, in quanto il Meli cita la Miseria,  Trionfo diverso dal Bagatto.

 

Per ultima, riportiamo del Meli una famosa poesia tratta dalla raccolta delle sue Canzuni, ovvero la Ricetta pri lu Friddu (Ricetta per il freddo),in cui il poeta esprime situazioni di saggezza universale, quasi, oseremmo dire, di bachiana memoria.

 

Canzuni

 

XXXI

 

Ricetta pri lu Friddu

 

Recipe un cammarinu addammusatu,
'na buffitedda 'mmenzu, e li tarocchi,
'na braciera di bocu, e amici a latu,
chi fumanu, e pipianu locchi locchi;
cileccu, turca e cappucciu calatu,
petrafennula dura comu rocchi,
rosoli, cuddureddi, e poi muscatu,
poi lettu, e 'na mugghieri cu li fiocchi (13).

Ricetta contro il Freddo

Prescrivo un camerino con la volta,
un tavolino a centro, e i tarocchi,
un braciere di fuoco, e amici a lato,
che fumano la pipa trasognati;
panciotto, turca, e cappuccio calato,
torrone duro come rocce,
rosoli, ciambelline, e poi moscato,
poi letto, e una moglie con i fiocchi (14).

 

Note

 

1 - Gallerini (o Ganellini) fu il primo termine con cui i Tarocchi vennero chiamati in Sicilia, la cui iconografia dei Trionfi non rispecchiava l’ordine standard oggi conosciuto. Per Gallerino si deve intendere la carta del Bagatto, così come evidenziato nel nostro saggio Trattato del Giuoco delle Minchiate. In tal modo, come la parola Tarocco significava Matto nel Rinascimento, quindi termine che diede il nome al quel gioco, non apparirà certamente strano che il nome del gioco in Sicilia sia stato fatto derivare da un’altra carta presente nei Trionfi dei tarocchi. Per una maggiore informazione della parola ‘tarocco’ come ‘matto’ si legga il nostro saggio Tarocco sta per Matto con i relativi rimandi in note ai nostri saggi di provenienza.  

2 - Michael Dummett, Il Mondo e L’Angelo. I Tarocchi e la loro storia, Napoli, Bibliopolis, 1993, p. 277.

3 - Idem, pp. 293-294.

4 - Si leggano al riguardo i saggi La Scala Mistica; La Scala Mistica nel Sermo de Ludo e il paragrafo ‘L’Armonia Celeste’ al saggio La storia dei Tarocchi.

5 - Poesie Siciliane dell’Abate Giovanni Meli, Edizione riveduta dall’Autore ed arricchita di Note per gl’Italiani, Tomo IV, In Palermo, Presso Solli, MDCCLXXXVII [1787], p. 246.

6 - Poesie di Giovanni Meli, Versione dal dialetto siciliano di Giuseppe Gazzino, Volume Secondo, Don Chisciotte, L’Origine del Mondo, Poesie varie, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1858, p. 268.

7 - Poesie Siciliane dell’Abate Giovanni Meli, op. cit., p. 17.

8 - Poesie di Giovanni Meli, Versione dal dialetto siciliano di Giuseppe Gazzino, op. cit.,p. 151.

9 - La Fata Galanti, Puema Bernescu di D. Giuvanni Meli, Dedicatu alli Eruditi Signuri di la Galanti Cunvirsazioni, In Palermu, Pri li stampi di Titta Giurdanu, 1807, p. 169.

10 - Poesie di Giovanni Meli, Versione dal dialetto siciliano di Giuseppe Gazzino, Volume Primo, Bucoliche, Fata Galante, Favole, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1858, p. 241.

11 - La Fata Galanti,  op. cit., p. 128.

12 - Poesie di Giovanni Meli, Versione dal dialetto siciliano di Giuseppe Gazzino, Volume Primo,op. cit.,p.210.

13 - Opere di Giovanni Mele, Palermo, Roberti Editore, 1838, p. 218.

14 - Online al link http://ventosiracusano.blogspot.com/2017/01/ricetta-pri-lu-friddu-giuvanni-meli.html

 

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