Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Il sonetto ‘Tarocco’ di Giovanni Prati

Un inno alla Poesia salvatrice

 

Saggio di Andrea Vitali, novembre 2020

 

 

Giovanni Prati (Campo Lomaso 1814 - Roma 1884) oltre a essere ricordato come un grande politico eccelse nella poesia, tanto da essere considerato uno dei più importanti autori dell’Ottocento. Compose una grande mole di opere, ed ebbe contro alcuni critici a dispetto della grande popolarità di cui godette presso il ceto medio e alto. Se fu amico di illustri letterati del tempo da cui era molto stimato, ebbe anche molti nemici date le sue idee politiche. Dopo che Roma venne dichiarata Capitale d'Italia, divenne Senatore nel governo Depretis e in seguito membro del Ministero per la Pubblica Istruzione. Quando il De Sanctis nel 1878 fondò l'Istituto Superiore di Magistero ne assunse la direzione. Prati fu un fervente sostenitore della lotta per la liberazione dell’Italia e per questo venne in diversi periodi incarcerato dalle autorità austro-ungariche.

 

Il nostro interesse è rivolto ai suoi aspetti letterari che lo videro esprimersi in una diversità di forme in cui profuse un sentimento impregnato di malinconia, dovuta da un lato alla corrente romantica del tempo e dall’altro alla perdita della propria moglie e di due suoi figli. “La sua opera Edmenegarda [1841] ha segnato una data importantissima nella storia della poesia italiana dell'Ottocento. Essa è la prima testimonianza del nuovo aspetto che il Romanticismo ha assunto in Italia presso la nuova generazione, dando l'avvio a quella serie di tentativi di poesia realistica, estremo rifugio del Romanticismo, che sono caratteristici della poesia italiana della seconda metà dell'Ottocento e che trovano nell'opera posteriore dello stesso Prati alcune delle loro più notabili espressioni” (1). Egli celebrò la patria, l’amore e gli umili in poesie dove la lirica manifesta un desiderio interiore colmo di nobili affetti. In particolare, sublimò la poesia come la sola in grado di creare armonia nel mondo, una poesia che egli identificò con il mondo superiore dello spirito. Fra le sue composizioni, davvero tante, le sue ultime Psiche (1876) e i canti di Iside (1878), evidenziano, nello specifico Psiche, la rassegnazione di un uomo disilluso e non pago di sé, mentre in Iside troviamo un mondo intriso di incantesimi, di fate e di sogni, volendo con ciò tentare di giungere alla realizzazione di un discorso poetico nitido e preciso, quale reazione allo sfumato sentimentalismo, di cui nei decennî precedenti era stato il massimo rappresentante italiano.

 

Nei cinquecentocinquanta quattro sonetti che compongono Psiche (2) il Prati descrive la profondità della sua anima, del suo pensiero dopo una vita foriera di tantissimi ricordi, illusioni e disillusioni, e sospiri, così come egli scrive all’inizio del volume:

 

LETTORE BENEVOLO,

 

In queste parecchie centurie di brevi componimenti, nati secondo il giro dei tempi e delle cose, c' è, press’ a poco, la storia della mia anima e del mio pensiero. Tedii, ricordi, sospiri, sdegni, dubitazioni, conforti: ecco le fila d’un tessuto, al quale mancherebbe troppo se mancasse qualche grazia di stile. Perciò col nome di PSICHE intitolai questo libro; e te lo raccomando come si raccomanda un amico, il quale in una carta di visita ti porta l’imagine di me stesso. Possa ella parerti non soverchiamente squallida nè intristita: chè s’ella ti dovesse proprio parer così, credi in cortesia che la colpa non è di me solo (3).

 

                                                              Roma, Aprile 1875.

                                                                                                                       G. Prati 

 

Fra i tanti sonetti, uno porta il titolo Tarocco, termine con il quale identifica sia quel gioco che il suo adirarsi, ovvero il taroccare (4) in occasione di quel gioco. Per quale motivo il Poeta sentiva tale necessità? Per la fortuna, che egli chiama 'Orba' data la sua cecità, una fortuna che mai lo aveva fatto vincere ai tarocchi. Il suo giocare e il sedersi attorno a un tavolo in compagnia di persone che reputa di mediocre statura intellettuale, cosciente di stare perdendo solo quel poco di tempo prezioso che la vita concede, diviene allegoria del gioco della sua vita, contrastata da quei critici, suoi compagni di gioco, che non comprendevano la sua poesia. Era solo questione di fortuna? Perdere continuamente a tarocchi diviene nei suoi versi il fallimento della propria vita, la negazione della piena considerazione di letterato che faticosamente aveva cercato di raggiungere in tutta la sua produzione poetica.

 

Nonostante egli avesse cercato di afferrare la fortuna per i capelli, un crine pazzo in quanto agiva senza apparente ragione, quella dea bendata mai gli aveva sorriso, scaldando invece i cuori degli altri, lasciandolo al freddo e alla rugiada. Sarebbe stato inutile, continua l’autore, tentarla per ottenere da lei un cambiamento di rotta, dato che oramai tutto sembrava irricuperabile, divenendo lo stesso proverbio “Disdetta al gioco fa in Amor fortuna” una sonora beffa, dato che poi perdeva sempre.

 

TAROCCO

 

I

 

Non so perchè, ma qualche volta a un mazzo

     Di scempie carte i' m'accompagno e gioco.
     Alta non è la compagnia nè il loco;
     Pur fo di tempo e di pensier strapazzo.

 

E l'Orba che qua là scote il crin pazzo,

     Tento afferrar, se mi sorrida un poco:

     Ma ella provoca e scalda altri al suo foco,

     Me nudo lascia a la gelata e al guazzo.

 

Non però mi lamento. E vo pensando,

     Che chi in ira le fu sin da la cuna,
     Pecca per sè medesmo se la tenta.

 

E se alcun dietro me va bisbigliando:

     “Disdetta al gioco fa in Amor fortuna”, 

      Anche il proverbio reo parmi che menta.

 

Nonostante ciò, il poeta rideva di quanto regolarmente gli capitava, anche se doveva pagare per aver perso. Strano, forse che il coro delle muse, quelle della poesia, gli avrebbe fabbricato i denari necessari? Oppure uno zio d’America lasciato a lui un’eredità o il tipografo pagato i suoi lavori poetici? Si aspettava che un ciarlatano gli avesse indicato i numeri giusti del lotto o avrebbe trovato oro setacciandolo in California? Era proprio un grullo, diceva a sé stesso, a crederlo. Egli giocava, ma i suoi poveri versi andavano nella direzione opposta, facendogli perdere la giusta ispirazione (e l’olio da l’orciol si parte). Se avesse ancora preso in mano quelle carte, egli avrebbe fatto ridere tutti, presentandosi come una grottesca figura di uomo.

 

II

 

Poi rido, e pago. Oh che? paghi, e fai festa?

     Ti conia scudi delle Muse il coro?
     O qualche zio d'America la testa
     Ha messo giù, legandoti 'l tesoro?

 

O forse il pingue borsellin ti attesta

     Che 'l tipografo tuo paga il lavoro?
     O i terni il ciarlatan ti manifesta?
     Ofrusti California a pescar l'oro?

 

Bubbole, grullo! Senza garbo d'arte

     Tu giochi, e' tuoi versicoli bisbigli,
     Ed erri; e l'olio da l'orciuol si parte.

 

Ah! se ancora una volta in man le pigli,

     Farai rider di te, fra quelle carte,
     La grottesca Figura, a cui somigli.

 

Quella grottesca figura altro non era che il Matto dei tarocchi, reggente in alto sulla spalla un fiasco di vino appeso a un pezzo di legno, che andava per il mondo seguito da un cane che gli ronzava intorno. Se l’avessero palpato, non gli avrebbero trovato in tasca neppure un soldo per poter pagare un letto in una stalla. La su pancia era così leggera che solo a urtarlo sarebbe caduto a terra. Era questo che voleva, continua il poeta, assumere quel sembiante dagli occhi grinzosi e dalle guance disfatte? Allora, maneggia pure con la fortuna e che il diavolo ti porti via con sé. Avrebbe voluto invece salvarsi dal dover pagare al becchino i soldi necessari per costruirgli la bara? Se intendi salvarti da tutto ciò, consiglia a sé stesso, non cercare le carte matte, ma quelle sagge che ben si adattano alle tue capacità di poeta. Le giuste carte da gioco tramutate in fogli di carta su cui scrivere alta poesia.

 

III.

 

La grottesca Figura alto in ispalla
     Un fiascon reca appeso ad una frasca;
     Di Matto ha nome: ed ei, nasca che nasca,
     Va per lo mondo, e un can dietro gli balla.

 

Ma se lo palpi, non gli trovi 'n tasca

     Un quattrin da pagar letto di stalla.
     E 'l ventre in così lieve aere gli galla,
     Che, per poco che l'urti, a terra casca.

 

Su l'orme di costui brami tu pôrti

     Con piè lento, occhi grinzi e guance sfatte?

     Tresca con l'Orba, e il tuo dimòn ti porti.

 

O vuoi salvarti da pagar chi batte

     I quattro chiodi su la cassa ai morti?
     Cerca le savie, e non le carte matte.

 

Dedicarsi in vita esclusivamente alle carte sagge, avrebbe comportato finire ugualmente nudi sottoterra, senza la possibilità di poter acquistare neppure abiti decorosi per mancanza di denaro, dovendo pagare per di più le spese per il funerale. Per i cosiddetti saggi sarebbe stata una vera idiozia. Come era altrettanto vero che se esisteva una donna sulla terra che andava vestita di stracci e sarebbe morta in tal modo, quella era la Poesia. Ma i veri saggi mai avrebbero smesso di combattere, data la loro prerogativa di pazzi, così come si reputava esserci pazzia nel villaggio di Ascra, quel creduto paese natale di Esiodo, in Elicona, sacro alle Muse della Poesia. Ma se la Musa li avesse visti sprecare il loro vivere in opere volgari, di nessun valore, si sarebbe vergognata di essi, piangendoli comunque una volta morti. Dunque, occorreva vivere dedicandosi a opere migliori, cosicché la Musa non avrebbe imprecato contro di loro, ma si sarebbe adirata contro i tempi e la fortuna avversa quando l'indegna morte li avesse rapiti. 

 

IV

 

E ver che nudi si può gir sotterra,

     Pur delle savie carte in compagnia;
     E pagar l'uom che in quattro assi ci serra,
     Ai savii può parer corbelleria.

 

È ver che se c'è donna in su la terra

     Che muoja in cenci, è donna Poesia:
     Nè noi savii uscirem di questa guerra,
     Poscia ch'è detto in Ascra esser Pazzia.

 

Però di noi la Musa arde e vergogna
     Se in vulgar opra il corto di sì sprechi,  
     E sepolti dovria piangerne poi.

 

Dunque in opra miglior viver bisogna,

     Perch' ella ai tempi e a la fortuna imprechi

     Nostro indegno morir, ma non a noi (5).

 

Il Prati intese trasmettere con questo sonetto il valore della poesia, il cui fine non doveva essere l’ottenimento del consenso altrui, ma un comporre per sé stessi, un riconoscere attraverso l’arte la propria anima spirituale. La poesia come consolazione, la sola Musa in grado di placare le  proprie ansie esistenziali.  

 

Note

 

1 - Voce Prati, Giovanni, Treccani, Enciclopedia online.

2 - G. Prati, Psiche. Sonetti, Padova, Premiata Tipografia editrice F. Sacchetto, 1876,

3 - Ibidem, s.n.p.

4 - Si legga al riguardo del termine Tarocco = taroccare, cioè adirarsi, sbraitare, il saggio Dell’Etimo Tarocco.

5 - G. Prati, op. cit., pp. 176-179.

 

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