Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I tarocchi nelle opere di G. G. Ricci - sec. XVII

‘Il Maritaggio delle Muse’, i ‘Diporti di Parnaso’, ‘La Poesia Maritata’

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2021

 

 

Giovan Giacomo Ricci (Riccio) (Carbognano 1595 - Roma, dopo il 1643), cieco dalla nascita, fu accademico umorista appartenente alla corrente poetica dei marinisti. Trascorse la sua esistenza al servizio prima di Giulio Cesare Colonna, duca di Bassanello e in seguito di Francesco Colonna, principe di Carbognano. Compose numerosi scritti, fra cui, solo per citarne alcuni, ricordiamo Thalia overo Gradi d’Amore, divisi in Scherzi, Desiderij, Prieghi, Pianti, Sdegni e Fan­tasie (1619); Arno e Tebro festanti (1629), scritto per le nozze Barberini-Colonna; La poesia maritata (1632), contenente rime e poesie in diversi sti­li; i Diporti di Parnaso. Rime e Prose Divise con sette libri (1635)e Il Maritaggio delle Muse (1)

 

Quest’ultima opera, dedicata a Giulio Cesare Colonna, reca sul frontespizio la seguente dicitura: “Poema drammatico dove in capriccioso intrecciamento sono Interlocutori con le Nove Muse i migliori Poeti Toscani, e Latini, Heroici, Lirici, Pastorali Faceti, nel metro, e nello stile più da loro usato”.

 

Nel Maritaggio, la cui scena si finge in Parnaso, l’autore immagina che numerosi poeti antichi e del suo tempo, ambendo di sposare le nove Muse, si prodigassero in corteggiamenti e versi poetici al fine di ottenere il risultato sperato, non esenti da rimproveri e consigli rivolti a loro da Apollo. Al termine, stabiliti le coppie ideali quali Dante e Urania, Ariosto e Calliope, ecc., i poeti potranno infine coronare il loro sogno. 

 

Fra questi poeti risultano, quali interlocutori, assieme alle Muse, i grandi della nostra letteratura, fra cui:

 

Dante Aldigieri, Amante d’Urania

Francesco Petrarca, Amante di Thalia e Tersicore

Francesco Berni, suo servo

Pietro Bembo, Amante di Tersicore

Ludovico Ariosto capitano, Amante di Calliope

Torquato tasso, Amante di Calliope

Pietro Aretino, maldicente commune

Giovanni Boccaccio, mezzano

Virgilio, Cameriero d’Apollo

Ovidio, Avvocato de Poeti amorosi

Catulla, de mordaci

Giovenale, de satirici

ecc, ecc.

 

Fondamentale, per comprendere al meglio i versi del poema, risulta la metrica adottata che è quella dei protagonisti citati nel poema. In pratica, l’autore “fa esprimere i diversi poeti secondo la consuetudine metrica e linguistica più congeniale alle opere da loro stessi prodotte” (2), così che Dante si esprime in terzine e l’Ariosto e il Tasso in ottave. L’autopresentazione di ciascun poeta avviene poi secondo i loro modi letterari, cosicché Dante è così presentato dall’autore:

 

“Nel mezzo sempre del cāmin più dritto

S’attraversa sentier scosceso, e torto

E con Amor si ficca odio, e despitto;” (3)

 

Con questi versi l’Ariosto

 

Cantò l’ira d’Achille il cieco Omero,

Cantò d’Enea Maron l’alta pietade,

La bella Helena alzò quegli oltra il velo

Questi Lavinia, e Dido in sua beltade

Suonar fece altri l’universo intero

D’altr’armi d’altri amori in altra etade,

Vinsi io sol tutti, e suono ne miei carmi

Le donne, i cavalier, gli amori, e l’armi (4).

 

Nella seguente ottava, l’autore fa augurare dal Tasso all’Ariosto ogni sorta di sfortune letterarie affinché non fosse più tenuto in considerazione dalle Muse. Un augurio i cui troviamo, fra gli altri, versi che si rifanno al gioco delle carte e degli scacchi: “E ‘n giuoco havrai di carta, e di tarocco / Un flusso dietro (5), appresso un matto scacco”.

 

Tasso

 

Porterai sempre la bandiera in sacco,

E come toccherai tu sarai tocco,

E ‘n giuoco havrai di carta, e di tarocco

Un flusso dietro, appresso un matto scacco;

Apollo non chiamar, perch’a te Bacco

La vena die da verseggiar di brocco,

Ma al dolce Roscignol, Cucco, & Alocco,

Roscignol pari a l’Asino vigliacco (6).

 

Nei Diporti di Parnaso (7) pubblicati nel 1635, i protagonisti, sempre poeti sia antichi che moderni, sono immaginati comporre e recitare prose, sonetti, madrigali, canzonette e altre tipologie di componimenti metrici su sette tematiche anticipate dall’autore nel frontespizio del volume: “Caccie diverse, Caccie Heroiche, Uccellagioni, Pescaggioni, Combattimenti, Giuochi, e Vegghie”. A ciascuna di esse viene dedicato un proprio Libro. Nel Quinto, riguardante i Combattimenti, fra gli interventipoetici dei diversi letterati troviamo “Dante contra l’Archibugio, e la Bombarda”, lo “Scherzo del Petrarca sopra il nome di Archibugio”, “L’Ariosto in biasimo dell’Inventore dell’Archibugio, e dell’Artiglieria” e il “Parallelo del Tasso frà l’Armi antiche, e nuove” ecc. Di nostro interesse risultano i versi di Cesare Caporali, di cui abbiamo scritto in un nostro saggio (8), al quale il Ricci fa esprimere il desiderio di lasciare il Parnaso, poiché non avrebbe mai pensato di trovarvi armi, soldati e guerre (fra poeti). Insomma, un così grande fracasso da desiderare il ritorno alla natia casa dove starsene con la sua mula e in pianelle. Avrebbe dovuto pensarci bene prima di andare in Parnaso, che sarebbe stata una cosa inutile avventurarsi in quel luogo, considerata la pazzia che lo governava dato che “i pazzi son di numero infiniti”. Cosa poteva legarlo al Parnaso dato che quanto udiva erano solo bagatelle (9), cioè discorsi insignificanti?  

 

Libro Quinto - Combattimento.

 

Il Caporale in detestatione dell'Armi, e della Guerra.

 

REndetemi la Mula, e le Pianelle,

     Ch’io vò partirmi di Parnaso hor, hora,

     Per non sentir più tante bagatelle,

Io mi credeva esser del Mondo fora,

     Entro e Parnaso, e ’n mezo à i Letterati

     Vivere in pace, e starmene in buon hora;

Ma non sent’altro quì, ch’armi, e Soldati,

     E lamenti di Guerra, e di Gradassi,

     Che muoian sani, ò campino ammalati.

Quando finiran mai questi fracassi?

     Che rotto ci hanno il capo, e si storditi,

     Che son gli spirti, e quasi ì membri lassi.

Chi non sà, ch'armi, e guerre, e risse, e liti

     Produsse il senno human con la pazzia,

     E i pazzi son di numero infiniti…  (10)                         

 

L’attrattiva del poeta verso il gioco delle carte, tarocchi compresi, sul quale versificare, si esprime nelle sue più importanti opere, ricche di riferimenti in tal senso. Se consideriamo la popolarità di quel gioco che garantiva divertimento a basso prezzo, il trattarlo in versi assicurava a qualsiasi scrittore l’attenzione del popolo alfabeta. In ciò l’autore coglieva un sentimento comune a tutti i poeti del tempo, il cui atteggiamento verso quel passatempo, tanto amato quanto odiato, trovava nell’Invettiva del Lollio e nella Risposta dell’Imperiali gli esempi letterari più rispondenti (11).

 

Nel Libro Sesto dei Diporti, dedicato ai Giuochi, Apollo, dopo aver chiamato in adunanza tutti i poeti e gli abitanti di Parnaso, comunicò che era giunto il tempo dello svago, chiedendo a ciascuno di dichiarare a quale gioco avrebbe preferito intrattenersi. Si diviserò così i giochi in cinque ‘sorti’: i giochi d’ingegno, come gli scacchi; quelli di sola fortuna, come i dadi; i giochi dove la destrezza si univa alla fortuna, come il gioco della palla; quelli dove l’ingegno, la destrezza e la forza concorrevano insieme, come la lotta e i giochi olimpici e infine quelli dove parimenti la fortuna e l’ingegno avevano pari luogo, come il gioco delle carte e altri simili. Prima di dar inizio al divertimento, tutti furono invitati a recarsi al Tempio della Dea Fortuna e in quello della Virtù per invocare il loro favore.

 

Quanto successe in seguito, suscitò l’ira di Apollo, in quanto molti dediti al gioco delle carte e dei dadi con fraudolenti modi avevano vinto imbrogliando, talché i perdenti, vista la propria scarsella vuota di denari, andavano lacrimando e alzando al cielo le mani per richiamare l’aiuto divino. Apollo, sdegnato dell’abuso che si era fatto di quei giochi, nel condannarli con le proprie mani, gettò a terra i mal usati dadi e, preso le carte, le stracciò, affermando che non erano quelle le carte con cui si doveva giocare in Parnaso, ma le carte scritte, cioè le poesie e quant’altro. Così ordinò ai poeti Satirici che componessero una “corona d’opprobrij, & una ghirlanda di scherni in vitupero di sì vituperevol giuoco”. Prontamente accettarono l’impresa Francesco Berni e il Caporali, aggiungendosi poi l’Ariosto, Annibal Caro e Gian Battista Marini, i quali “sapevano molto opportunatamente dar fiato al Corno dell’infamia, e destro volo all’ali della sinistra fama” (11).

 

Francesco Berni fu il primo a comporre:

 

Bernia contra il Giuoco delle Carte.

 

             Rime Decime Seste.


UN giocar nè da spasso, nè per gioco,

    Un pigliar in prestanza, e ad interesso,
    Un rubar à suo Padre, ed à se stesso,

    Un cercar sempre, e mai non trovar loco,

Un perder molto, per rihaver poco,

    Un maledir le carte, e studiar spesso,
    Un volersi appiccar senza processo,

    Un novo agonizzare, e star su ’l foco.

Un vincer con sua frode, & altrui danno,

    Un trattar con gli amici da nemico,

    Un tendere à compagni iniquo inganno.
Un errare ingannato da l'amico,

    Un goder breve, un sentir lungo affanno,
    Un intricarsi, ò non uscir d' intrico.

                            Questi, e più ch'io non dico,
Sono i frutti, e i contenti, che comparte
    Il brutto studio delle belle carte.

                            Ma studia con tant'arte
L'Huom, che ne pare, ancor che stia discosto,

    Esser inamorato, & esser cotto.
Cap. Esser inamorato, & esser cotto

    Di dura Donna, che ti guardi appena,
    Passar’ un fosso, quando è maggior piena,
    Cavalcar per la posta, e gir di trotto,

Imbarcarsi per Mar senza biscotto,
    Andar a letto senz’ haver da cena;
    Giunger d’Inverno a l’Ostaria serena,
    O non ci haver denari, & esser ghiotto.

Piatir co i ricchi, ir per altrui prigione,

    Viver mendico in nobiltà stracciosa,

    Star’in Corte in disgratia del Padrone,
Haver moglie superba, e sospettosa,

    Sentirla irata, e non haver bastone,
    E nel letto gridar, quand’altri posa,

                              E certo mala cosa,
Questa con quelle, che si son già dette
E molt’altre, che son più maledette,

                              Ma s'à par vi si mette
Chi gioca à dadi, e à carte hà maggiur smania.
    Che non è gioco tal, se non insania.

                              Chi ha ‘l piè su questa pania

S'invesca tutto, e prova in se mal’arte,

    Vitio, e non gioco, e ‘l gioco delle carte.
Ar. Vitio, e non gioco; e’l gioco de le carte,

    Ne studio è quel, nè cosa buona impari:
    Domanda i suoi maestri, ò i suoi scolari,

    Che bel profitto fanno in sì bell'arte.
Contempla il bel volume à parte, à parte.

    Vi vedrai coppe, e troverai danari:
    Correte al vin, correte à l'oro avari,

    Che fra spade, e baston vi si comparte.
Vagheggiate voi Donne, e quadri, e fiori,

    Ma guardate, ch’al fin vostra sciagura

    In fra le picche non v'infilzi i cori.
Bel non v'alletti di bella figura,

    Di Reine, di Re, o d’Imperadori;
    Non si scherza frà l'or senza paura.

                            O vana inutil cura
O ignoranza de l’humane menti,

    Queste son carte, c’han gli studi spenti.

                            Forse à voi sciocche genti

Parran carte, ò parrà studio più bello,

    Perdere il tempo, e perdere il Cervello.

Car. Perdere il tempo, e perdere il Cervello

    Patir fame, e inghiottir bocconi amari,
    Stringer le spese, nè avanzar denari,

    Gir fallito, e sedersi in un scabello.
Partir’ il suo, con chi non è fratello,

    Non conoscere amici, nè compari,
    Provar’ a un fiato sol venti contrari,

    Metter la gioia, e poi depor l'anello.
Giocar la dote, e batterci la moglie,

    Con altri haverla, e far nel suo vendetta,

    E un dì gettar ciò, che gran tempo accoglie,

Aspettar la ventura, & haver fretta,

    Rinascere, e morir fra mille voglie,
    Dir; e disdire; haver detta, e disdetta.

                          Questo, e peggio t’aspetta:
    Perche compendio è ben d'ogni mal’arte

    L'empio gioco de dadi, e de le carte.
Mar. L'empio gioco de dadi, e de le carte

    Hà impoverito, & intristito il Mondo,
    Però c’huomo non è sì goffo, e tondo,

    Cbe scelerato al fin non sia con arte.

Giocava il Padre, e à i figli si comparte

    L'heredità; che fatto sì fecondo
    E’ ‘l secol nostro di tai vitij in mondo,

    Che senza testamento ogniun v’ ha parte.

Qui van Primiere, Bazziche, e Picchetti,

    Armi di sono, e son cavalli, e fanti,
    Gilè, Trenta, e Quaranta, e Trionfetti,

Pare in somma la lingua de’ Bianti,

    E in van la Crusca, il Calepin vi metti;
    Hor vedete, s'è gioco da forfanti:

                              Linguaggi stravaganti.
Vada, e passo, e si passa, e va in pericoli.
     Toppo, e tengo udirai, paroli, e dicoli.

                          Sarian nomi ridicoli,

Se pianger non facessero coloro,

    Che vanno in gioco à por l'Argento, e l’Oro.

                      Dal nostro sacro foro,

Anzi dal Mondo sia sbandito affatto

    Il gioco, e ‘l vitio, ond’anco il Savio è matto:

                      Perche incurabil fatto,

Trahendo à lo spedal le genti offese,

    Entra ne l’ossa, come il mal francese (12)                                .

 

La Poesia Maritata, pubblicata nel 1632 (13), si presenta come un ulteriore poema drammatico, e similmente alle precedenti opere, si finge negli ambienti della poesia antica, in particolar modo quella latina.

 

In un dialogo fra Trafone ‘soldato glorioso’ e Gnatone ‘parasito’, Trafone, da buon militare, nel sostenere gli scacchi come il solo gioco d’armi e di guerra, dichiara di sdegnare le carte contro il convincimento di Gnatone che, nel constatare essere dipinte in quelle, figure di Regine, di Re, di spade e bastoni, asseriva che anch’esse dimostrassero azioni di battaglia. A lui Trafone rispose affermando che in realtà non si trattava di armi vere e proprie, dato che nessuna carta dimostrava un pur minimo gesto d’azione guerresca, trattandosi solo ed esclusivamente di un “uffitio d’armi”.

 

Atto Primo - Scena Terza

 

Trafone, e Gnatone

 

Tr.

    Non ti ricordi tu quando l’altr hieri
    Il nostro Imperador mandò a chiamarmi,

    Perch’io giuocassi al giuoco degli scacchi?
Gn. Mi ricordo benissimo, che voi

    Andaste per giuocar, e feste il giuoco,

    E con voi si giocò, ma più di voi.
Tr. Parla chiaro che dici hora fra denti?
Gn. Dico che mi ricordo, che giocando,
    Voi con l’Imperador faceste un gioco,
    Dove nessun giocò meglio di voi.
Tr. E chi meglio di me giocar voleva,

    Al gioco de gli scacchi, al gioco mio?
    Io sdegno ogn'altro gioco, ove non sia
    Un ombra almen di guerra, e di battaglia,
    Ma questo gioco è ‘l mio più favorito
    Dove sono Elefanti, e fanti, e Rocche,

    E cavalli, e pedon, reine, e regi.
Gn. Dunque le carte ancor son giochi d'arme,

    Et han figure di reine, e regi,
    E quel ch' importa a me coppe, e denari,

    E quel che fa per voi spade, e bastoni.

Tr. Ne le carte non hanno altro che ‘l nome

    D’armi quell’armi, ma d'uffitio d’armi
    Non vi si vede pur minimo gesto,
    E per questo non piacciono a me troppo.
Gn. Perche voi le temete anco dipinte.

Tr. Che dici? dillo a bocca aperta. Gn. lo dissi,

    Perche voi le vedete armi dipinte.
Tr. Quando si tratta d’armi, e di battaglie,

    Non accade farci altro, io vado in cimbali; (14)   
    …

 

Note

 

1 - Il Maritaggio delle Muse. “suono ne’ miei Carmi / le donne, i cavalier, gli amori e l’armi Poema Drammatico di Gio. Giacomo Riccio. Dove in capriccioso intrecciamento sono Interlocutori con le Nove Muse i migliori Poeti Toscani, e Latini, Heroici, Lirici, Pastorali Faceti, nel metro, e nello stile più da loro usato, In Orvieto, Per Michel’Angelo Fei, & Rinaldo Ruúli. M.DC.XXV. [1625].

2 - Giuseppe Alonzo, Amante di tutte, marito di nessuna: Marino nel “Maritaggio delle Muse” di Giovan Giacomo Ricci, online, p. 3.

3 - Atto Terzo - Scena Prima, p. 75.

4 - Atto primo – Scena Nona, p. 22.

5 - Si definisce ‘flusso’ l’insieme di quattro carte dello stesso colore che procurano vincita.

6 - Il Maritaggio delle Muse, op. cit., p. 148.

7 - Diporti di Parnaso. Rime e Prose di Gio. Giacomo Ricci Divise con sette libri in Caccie diverse, Caccie Heroiche, Uccellagioni, Pescaggioni, Combattimenti, Giuochi, e Vegghie. Co l'introduttione de piu Celebri Poeti Toscani, e Latini, nel piu proprio loro stile, In Roma, Gio. Batta Robletti, M.DC.XXXV [1635].

8 - Si legga il saggio Vita’ e ‘Testamento’ di Mecenate - 1604 e 1612

9 - Sul significato del termine Bagatella si leggano il saggio iconologico Il Bagatto e il saggio storico El Bagatella ossia il simbolo del peccato.

10 - Diporti di Parnaso, op. cit., p. 605.

11 - Parliamo dell’Invettiva contra il giuoco del tarocco (c.1550) e della Risposta dell’Imperiali. Si legga al riguardo il saggio I Tarocchi in Letteratura I.

12 - Ibidem, p. 697.

13 - Ibidem, pp. 698-701.

14 - La Poesia Maritata. Comedia Allegorica di Gio. Giacomo Ricci. Aggiuntovi I Poeti Rivali Drama Piacevole in diversi stili, del medesimo Autore, In Roma, Appresso Francesco cavalli, M.DC.XXXII [1632].

15 - Ibidem, pp. 35-36.

 

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