Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Settimo Comandamento: non rubare - 1496

Il gioco dei Trionfi in un’opera di Iacobus Philippus Bergomensis

 

Saggio di Andrea Vitali, agosto 2021

 

 

Giacomo Filippo Foresti [Iacobus Philippus Bergomensis] nacque a Solto in quel di Bergamo nel 1434 da una famiglia aristocratica di conti. Trascorse la maggior parte della sua esistenza nel convento di Bergamo dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino dopo essere entrato nell’ordine nel 1451. Dotato di una grande capacità organizzativa, gli venne affidato l’incarico dell’ampliamento del convento e soprattutto dell’arricchimento della biblioteca da lui ampliata con l’acquisto di numerosi codici. I suoi rari viaggi lo videro a Ferrara presso gli Este e a Imola e Forlì dove visse per due anni assumendo la carica di priore. Morì verosimilmente nel 1520.

 

La sua opera Supplementum Chronicarum, edita per la prima volta nel 1483, fu assai famosa tanto da essere ristampata a più riprese sia in Italia che in Francia. Si tratta di una sorta di storia universale in cui l’autore raccolse i momenti più interessanti da tramandare. Le sue fonti di ispirazione, ma anche di plagio a detta di alcuni, furono i Genalogia Deorum Gentilium del Boccaccio, le Vitae Pontificum del Platina, bibliotecario vaticano, il Chronicon di Sant’Antonino, la Monarchia di Dante e le Enneadi di M. Sabellico.

 

L’autore divenne in ogni modo famoso soprattutto per il De plurimis claris selectisque mulieribus, resoconto della vita delle donne più famose della storia stampato a Ferrara nel 1497 (1). Il volume vide anche un’edizione francese, pubblicata all’interno di una raccolta di opere sulle donne illustri. Anche in questo caso risulta un plagio soprattutto nei riguardi del De mulieribus claris del Boccaccio, a cui si era ispirato anche Sabadino degli Arienti, contemporaneo del Nostro, con l’opera Gynevera de le clare donne, tanto da rendere incerto chi dei due autori avesse copiato l’altro. Sta di fatto che il De plurimis ebbe, a differenza della Gynevera, un successo straordinario tanto da essere imitata in Francia da Antoine Dufour nell’opera Les vies des femmes célèbres (1504), per divenire una delle principali fonti per La rose des nymphes illustres di Jean Dagoneau (tra il 1580 e il 1590).

 

La sua terza opera, il Confessionale seu Interrogatorium pubblicata verso la fine del Quattrocento (2), risulta di nostro interesse. Come dal titolo del volume, lo scritto consiste in un elenco di azioni dannose per l’anima che ogni buon cristiano doveva tenere a mente per comunicarle al padre confessore nell’eventualità avesse trasgredito uno o più Comandamenti.

 

“Qui incomencia el bello modo di confessarsi a ciascuno fidel christiano. Et prima quando sei per confessarti prima repensati bene con contrizione gli tuoi gran peccati. Et poi diligentemente letta & examinata la infrascripta generale confessione & conosciuti li peccati che pertochano alla tua conditione vatene con fede & devotione avanti allo altare, o vero in altro loco congruo, & dirai prima lo infrascripto psalmo con la oratione che seguita. Et poi con ogni humilitade andarai a gli piedi del tuo padre spirituale eletto a confessarti con lo modo infrascritto” (3). Di seguito l’autore riporta un salmo di Davide dicendus ante confessionem, (da recitarsi prima della confessione) e ben tre Oratio, ovvero orazioni.

 

Inizialmente l'autore, al fine di far comprendere al meglio ai fedeli come denunciare i propri peccati, descrive ogni sorta di mancanze commesse in relazione al Primo Comandamento come se fossero state compiute da lui stesso. 

 

“Incomincia qui la dignissima & generalissima confessione del Reverendo padre in Christo frate Iacobo philippo da Bergomo del ordine deli frati Eremitani di observantia di santo Augustino per quelli che vogliano fare una bona confessione generale compilata a laude del padre e del fiolo & spiritus sancti”.

 

Di seguito, ogni peccato viene espresso per ciascuno dei Dieci Comandamenti in prima persona con le parole iniziali Dico, Item, Io ho, Anchora. Questi, ad esempio, i peccati riferibili al Primo e al Secondo Comandamento:

 

Primo comandamēto de la lege.

 

“Dico molto mia colpa padre che non ho observati gli comandamenti del mio creatore. In prima che non lho amato reverito e servito con tutto el mio core, con le operatione mie e tutte le mie forze”.

 

“Item [inoltre, così pure] non ho havuta quella vera fede verso esso mio creatore che doveria. Et nō ho creduto cosi integramente li dodeci articuli de la fede quanto doveria”.

 

ecc.

 

Secondo comandamento de la lege.

 

“Dico mia colpa padre che nel secondo comandamento spesso ho errato, & in festa e in altri giorni ho nominato el nome del mio signore vanamēte, cioe in cancione fabule e truffe & parole amatorie, e cosi el nome de nostra Donna e di santi vituperosamente”.

 

“Item per pocha cosa ho giurato in bugia al corpo de Dio, e la mia fede, & alla fede de Dio, & questo e stato infinitamente”.

 

“Io ho giurato molte volte per una mala mia usanza nel vendere & nel comprare per Dio el me costa tanto io lho venduto tanto”.

 

“Anchora ho giurato molte volte de far tale cosa, o de parlare per alchuno, in dare tal cosa, o nelli denari, o veniro da te, aut te scrivero, & non lo facea”.

 

ecc.

 

Le azioni peccaminose elencate per ciascun Comandamento sono moltissime superando a volte il numero di trecento e più, come ad esempio nel Settimo Comandamento dove troviamo riferimenti al rubare in occasione del giocare a Trionfi. Si tratta dei un peccato di avarizia, strettamente collegato alla ruberia, come abbiamo evidenziato altrove (4).

 

L’avarizia, cioè l’avidità, fu infatti una delle colpe che la Chiesa riconobbe ai giocatori, alle prostitute e massimamente agli usurai, i cui interessi elevati si manifestavano come vere e proprie ladrerie. Le seguenti nefaste azioni messe in bocca a un giocatore di carte appartengono al mondo dei bari che ne studiavano di ogni per vincere (5). Tale gioco era condannato dalla Chiesa per vari motivi, fra i quali il fatto che i giocatori, quando perdevano, bestemmiavano Dio, la Vergine e i santi. Per questo, la Chiesa stessa giunse a dichiarare che il gioco delle carte era stato ideato dal demonio per dannare le anime (6). Per di più, le bugie, il giurare falso e le truffe ampliavano il repertorio dei peccati.

 

Settimo comandamento de la lege.

 

“Dico anchora mia colpa che per avaritia io ho giocato a dadi e a carte a triumphi & molte volte ho adoperato deli falsi per ingannare el compagno & in questi ho fatto de infiniti peccati, cioè biastemare Dio e li santi e fatto de molti spergiuri & busie”.

 

Anche se il gioco dei Trionfi nel Quattrocento non era condannato dalla Chiesa non essendo un gioco di sola fortuna in quanto occorreva una buona memoria e soprattutto ingegno, come attestato dai numerosi statuti del tempo (7), qui la colpa non derivava dall’aver giocato a Trionfi, ma dall’aver bestemmiato e frodato in tali occasioni.

 

“Item mi sono convenuto con li contrarii de alcuna parte del guadagno & mi ho lassato vincere per tradire li miei compagni”.

 

Anche in questo caso, il tradire i propri compagni di gioco tramite l’accordarsi con gli avversari per farli vincere al fine di ottenere da questi una parte del denari vinti, si poneva come una vera e propria ladreria nei confronti degli ignari compagni di gioco.

 

“Item ho giocato con preti & religiosi, & altri fioli de famiglia, & holi fatto robare la casa sua per giocare”.

 

Giocare con religiosi era grave peccato, considerato che tutti sapevano che a questi il gioco delle carte era vietato (8). Se la Chiesa condannava le carte, uno dei motivi derivava dalla perdita dei propri beni, casa compresa. In questo caso il peccato si manifestava di enorme gravità perché la perdita avveniva tramite una truffa operata dal giocatore a cui l’ignaro proprietario, per di più un familiare, aveva dato ascolto.

 

“Item molte volte ho fatto giocare per forza le persone che non volevano giocare per ingannarli”.

 

“Item ho giocato contra el comandamento e prohibitione di mei officiali e statuti de la terra mia”.

 

Contravvenire alle regole imposte dagli Statuti era considerato una grave colpa dalla Chiesa. Al riguardo, gli Statuti di Bergamo di fine Quattrocento vietavano diversi giochi di carte ammettendo tuttavia i Tarocchi, i Trionfetti (9) e qualche altro, e le multe erano salate, come si evince dalla seguente  Prohibitione in materia de Giuochi

 

Prohibitione delle Pompe et de’ Giuochi Con nuova forma di Giuditio. Alli habitanti Bergamo, et suo Territorio,

 

“Siano prohibiti in questa Città, et Territorio tutti li giuochi, ove in giocando non interviene d’usar altro che loro, eccettuato tuttavia quello, che noi chiamiamo di farina. Et anco tutti i giuochi di carte, salvo quelli de terochi, trionfetti, bacega, gilè, et trapola, et con questi concessi, et con ogni altro di qualunque sorte non prohibito, non si possa giuocar più che lire sette per huomo in una giornata, sotto pena a’ contrafacienti cosi vincitori, come perdenti de scuti 25. di giorno, et 50. di notte per ciascuna volta, et per ciascuna trasgressione, et di altre pene corporali all’arbitrio, et non essendo corso il denaro, non habbia il vincitor ragion alcuna di conseguirlo, et corso sia in oltre esso vincitor in obligo di pagarlo per mità alla Communità, et per l’altra all’accusatore, si come nelle altre pene” (10).

 

“Item ho concesso ali giocatori la mia casa a giocare per avaritia, & cosi li ho imprestato de li denari con parte del guadagno, & gli ho prestato carthe e dadi, e servito de lume da vedere de notte”. Invitare amici o conoscenti nelle proprie case a giocare di notte venne vietato da molti statuti, tanto che, se si trattava di giochi proibiti, la pena prevista veniva raddoppiata (11).

 

Anche in questo caso i Comandamenti andavano a braccetto con gli Statuti nel vietare la propria casa a parenti o estranei per giocare a carte.  Così si esprimevano gli Statuti di Bergamo  al riguardo:

 

Pena contra di coloro, nelle case ò luoghi de’ quali saranno usati giuochi prohibiti.

 

“Colui, in casa ò in altro luogo del quale sarà giocato con alcuno di detti giuochi prohibiti, cada alla pena di scuti venticinque di giorno, et cinquanta di notte, et in altre pene corporali ad arbitrio, ammettendo ancora per prova contra di lui la publica voce, et fama, conforme alla disposition in ciò dello statuto” (12).

 

Quest'opera del Foresti, essendo di scarso spessore letterario rispetto alle sue due precedenti, non deve essere valutata sotto tale aspetto. Secondo quanto scrisse l'autore, essa si poneva come punto di riferimento per una buona confessione, avendo raccolto il Foresti quanto fino a quel momento divulgato in vari e sparsi libelli. Per i contenuti di nostro interesse riguardanti la storia dei trionfi e del gioco delle carte in generale, tale opera si manifesta come un prezioso sguardo sui mondo dei giocatori e sui loro modi di vivere quel gioco in epoca quattrocentesca.

 

Note

 

1 - Da questo volume abbiamo riportato la raffigurazione della Papessa Giovanna nel nostro saggio iconologico La Papessa. Tale immagine divenne uno dei punti di riferimento iconografico per la realizzazione della carta omonima nei tarocchi a iniziare dal secolo XVI.

2 - Confessionale seu interrogatorium reverendi patris fratris Jacobiphilippi [sic] noviter editum, Venetijs, Bernardinum Benalium, 1496-1498. La data della prima edizione, non sopravvissuta, è incerta.

3 - Nostra edizione di riferimento: Confessione o vero Interrogatorio composto per il Reverendo frate Iacobo Philippo Bergomense, In Vinegia, apresso santo Moyse nelle case nuove Iustiniane Per Francesco di Alessandro Bindoni & Mapheo Pasini compagni. Nel anno, 1542, Del mese di Marzo, s.n.p.

4 - Si legga al riguardo il saggio Maladetta sie tu, antica lupa.

5 - Si veda al saggio L’abile illecito dei bari.

6 - Si legga il saggio Il gioco delle carte e l’azzardo.

7 - Così si esprimevano al riguardo gli Statuti di Crema nel 1483: “Nullus ludat ad bisclaciam taxillos vel ad cartas in nundinis et si qui contrafecerit quod poena duplicetur. Ed intelligatur bislacia ominis ludus taxillorum et cartarum: et exceptis ludis triumphorum et schachorum" e sempre dagli Statuti del 1534  della stessa città veniamo a conoscenza che il gioco dei trionfi e quello dei tarocchi oltre agli scacchi erano ancora permessi: "Quilibet possit ludere ad tabulas et schacos et triumphos et tarochum de die et de nocte". (Dal saggio Il gioco delle carte e l’azzardo).

8 - Ampia disamina sull’argomento al saggio Il gioco delle carte e l’azzardo.

9 - Per informazioni su questo gioco si legga il saggio Trionfi, Trionfini, Trionfetti.

10Prohibitioni in materia de giuochi, & pene de’ Giuocatori, In Bergamo, Per Comin Ventura, MDXCIIII [1594], p. 11.

11Confessione o vero Interrogatorio, op. cit., s.n.p.

12Prohibitioni in materia de giuochi, op. cit., p. 11

 

 

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