Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

“Triunfo da Camerino”, Novella Porretana - 1483

Di Sabadino degli Arienti

 

Saggio di Andrea Vitali, novembre 2021

 

 

Già da noi anticipata in un nostro saggio (1), questa novella, la prima delle sessantadue Porretane, per il suo contenuto deve essere messa in relazione con i Trionfi dei tarocchi.

 

La novella è introdotta dalla seguente descrizione: “Triunfo da Camerino, famiglio de stalla, se conviene col patrone de volere una ora del giorno per sé; nella quale fingendose imperatore, striglia i cavagli e spaza la casa, e alfin se trova svergognato” (2).

 

Or accadde che il conte Piero degli Ubaldini di Urbino, necessitando di un servo che si occupasse dei suoi cavalli, assunse quale famiglio Triunfo da Camerino, che al conte apparve subito un giovane virtuoso tutto dedito alle sue mansioni. L’unica richiesta che Triunfo avanzò al padrone fu di avere a disposizione un’ora al giorno per sé stesso, cosa che il conte ben gli concedette in considerazione dell’ottimo lavoro che egli svolgeva. In quell’ora Triunfo si ritirava nella propria stanza e dopo averla chiusa accuratamente a chiave, tirava una cortina di tela nera sulla quale erano dipinti il papa con i cardinali come se fossero in un concistoro, poi l'imperatore, molti re, principi, signori e duchi cristiani. Dopo di che iniziava a impersonare uno alla volta i personaggi dipinti e cominciando dal Papa si esprimeva dicendo:

 

“Lo effecto de la nostra congregazione, fratelli miei e figliuoli in Cristo, si è che ve dobbiate amare l’uno l’altro insieme e avere pietosamente recomandato li nostri populi, e lassare le arme e guerre fra voi, e quelle prendere solamente in defensione de la cristiana fede, che da quelli infideli e rabidi turchi è tuttavia afflicta e cruciata. Questo mio proponimento non essendo da voi cum altro animo abrazzato, perdereti alfin la grazia de questo mondo e la gloria del cielo, e andereti a l’infernali regni, dove eternamente sarete tormentati. Si che, benedicti figliuoli, affectuosamente intendete le mie parole e sequìte el mio consiglio” (3).

 

Terminata questa invocazione, Triunfo, che precedentemente aveva indossato l’abito da Imperatore con tanto di diadema sulla testa e uno scettro in mano, rispose alle parole del Papa dicendo:

 

“Padre sancto, voi diceti molto bene, e sarebbe ben facto se facessi quello che dice Vostra Sanctità, quando altri però vel credesse, e non lo abiate a male. Ma volete voi che a le vostre persuasione se creda? Cominciate prima, come bon pastore, dare exemplo a noi. E se questo exemplo non darete, io intendo quanto per me goldere il mio reame senza paura de turchi né de inferno. Nel quale me rendo certo sia bon stare, perché questa nocte ad in somnio essendomeli cum mio grande piacere trovato, giocai ala balla cum molti signori e baroni, e poi cavalcai sopra belli e sfogiati corsieri, che Cicilia, Puglia, Calabria e la Iberia simile non ebbeno mai. E ultimamente, giocando e dandome piacere cum ie piu belle e zucherate donne del mondo, vidi Lucifero, che uno palmo aveva li denti fuori della boca, uscire de uno superbo palazzo per montare a cavallo. A cui volendo per reverenzia correre a tenere la staffa, me fu decto non li andassi, perché me devorarebbe. Pur senza paura alcuna li andai; e lui, facendome le più sbudellate feste e pecerlecche del mondo, me dixe: - Figliuol mio, tu sii adesso e per sempre el ben venuto. - E, montato poi a cavallo, andò per il suo regno, abitato da infinita gente. Poi, volendome io partire per andare a mangiare, me fu decto da un gentil scudiero: - Dove vai, imperatore cristiano? Tu pòi ben tu ancora mangiare quivi. Resposi io: - Dunque se mangia in questo luoco? - Se beve e mangia alla gagliarda - me fu risposto. Alora dissi: - Da poi che quivi se golde e squaquara, non me voglio piu partire. - Si che, per il barbuto sancto Antonio, poi che li se trionfa e dasse piacere, buon tempo e chiara vita, intendo ch ’el beneplacito, quale usate voi a la domestica, sancto Padre, più che tutti li altri, cum li vostri figlioli cardini della Chiesia, me sia licito” (4).

 

Detto ciò, emettendo un festevole grido e saltellando con comica movenza, iniziava a parlare di battaglie e di azioni guerresche e prendendo un frustino di cavallo in duro cuoio si agitava forsennato e minaccioso di fronte a quei re, principi e signori per poi rispondere, assumendo il loro ruolo, alle tante domande che una piazza piena di gente avrebbe potuto porre. Dopo di che, ponendo tutto il mondo in armi, diceva:

 

“Fratelli miei, se non sequireti il mio volere e consiglio per amore del maco e della suppa [del mago e della porzione magica], cadareti nella mia disgrazia, se ben dovesse spendere questa mia corona” (5). Nel dire ciò si toccava la carta dorata e tonda che aveva sulla testa a mo’ di corona.

 

In questo modo, avendo ‘dolcemente’ stralunato il cervello, si persuadeva in quel tempo di essere imperatore. Terminato il tutto, ritornava a strigliare i cavalli e a pulire la casa, sempre con somma diligenza.

 

Il conte, curioso di conoscere cosa facesse Triunfo nel tempo libero richiesto, accostandosi alla sua porta e guardando attraverso una piccola fessura, assistette a tutta quella drammaturgia. Ne rimase talmente sollazzato che, ridendo a crepapelle, volle rendere partecipi anche gli altri suoi domestici. Dopo un po’ di tempo, avvicinato Triunfo gli parlò in tal modo:

 

“O Triunfo mio, io me ralegro summamente, a consolazione de’ tuoi e della tua patria, che de servo de cavalli sii imperatore de cristiani divenuto: cosi te priego, fin che Fortuna te mantiene ne la felice summità de la sua rota, che di me a le volte recordare te piacia” (6).

 

A queste parole, Triunfo si smarrì alquanto e tolto subitamente la sua cortina dal muro dopo averla ben piegata, senza dire nulla se ne andò via da quella casa e da quella terra, e dove si diresse nessuno lo seppe mai.

 

La conclusione della nobile brigata che ascoltò la novella fu che “el defecto del pazzo si è ch’el crede essere savio (ove, se la sua pacia conoscesse, se occiderebbe), e concludendo che in questo mondo non è magior riposo che contentarse del stato suo, come faceva Triunfo, il quale, secondo la sua zuca vòta, se dava da intendere esser imperatore, non più oltra curandose, chè tanto a lui valeva come proprio fusse stato” (7).

 

A proposito del sentire dei matti, se appaiono senza dubbio veritiere la seguenti sentenze tratte da un ulteriore libro di novelle: “Alli matti ogni matto pare savio per la sua somiglianza. Adunque quando al matto sembrera huomo piu matto, quel cotale fia più savio, peroche ‘l sacere è contario della mattezza. Ad ogni matto li savi paiono matti. Si come a savi paiono veramente matti” (8) a ben vedere Triunfo non era pazzo, poiché se lo fosse veramente stato non si sarebbe vergognato, tanto da fuggire dai cosiddetti savi.

 

Ora è innegabile come la novella dell’Arienti tragga spunto dai Trionfi dei tarocchi, a iniziare dal nome del famiglio per continuare attraverso la figura dell’Imperatore, del Papa, per concludersi con la citazione della Ruota della Fortuna e del Matto. Volendo sottolineare l’importanza di questa novella per la storia dei tarocchi, occorre dire che i Trionfi non erano utilizzati solo per giocare, ma anche per altri scopi, a parte la tarda cartomanzia. Ricordiamo infatti come i Trionfi fossero usati per giochi di società (9), per satirici abbinamenti con persone (10) e come strumento di comunicazione segreta per avvisare su azioni che occorreva intraprendere. Il Carro, ad esempio poteva essere inteso con la necessità di muoversi rapidamente, a meno che non ci si fosse accordati precedentemente stabilendo un significato opposto nell’eventualità che la carta fosse caduta in mano nemica. L’espressione “giocare a tarocchi”, poteva infatti significare compiere una particolare azione da mantenere segreta, e anche i nomi di prese del gioco potevano essere utilizzati in queste comunicazioni, come da noi riportato altrove (11).

 

Infine i Trionfi potevano diventare oggetto di particolari drammaturgie composte da letterati come dimostra la presente novella, a volta impersonate da veri e propri attori nelle cui messe in scena i Trionfi fungevano da protagonisti, o meglio da interpreti, delle vicende narrate così come la tanta letteratura da noi riportata suggerisce.

 

Note

 

1 - Si veda al saggio I Paradossi del Lando.

2 - Sabadino degli Arienti, Novelle Porretane. A cura di Giovanni Gambaris, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1914, p. 7.

3 - Ibidem, p. 8.

4 - Ibidem, pp. 8-9.

5 - Ibidem, p. 9.

6 - Ibidem, pp. 9-10.

7 - Ibidem, p. 10.

8 - Libro di Novelle, et di bel Parlar Gentile. Nel quale si contengono Cento Novelle altravolta mandate fuori da Messer Carlo Gualteruzzi da Fano, In Fiorenza, nella Stamperia de i Giunti, MDLXXII [1572], p. 40. Il titolo della novella, la XXXVII, è D’uno huomo di corte che havea nome Saladino. Il titolo originale Le ciento novelle antike venne sostituito con quello descritto e uscì presso G. Benedetti a Bologna nel 1525.

9 - Ricordiamo a tal proposito il Dialogo de' giuochi che nelle vegghie Sane­si si usano di fare del materiale Intronato di Girolamo Bargagli (Siena, 1572). Si veda al saggio I Tarocchi in Letteratura I.

10 - Si leggano al riguardo i componimenti inerenti alla moda dei tarocchi appropriati al saggio I Tarocchi in Letteratura I.

11 - Si veda al saggio Crittografia con i Tarocchi nel Cinquecento.

 

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