Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi dei Soci e Saggi Ospiti

Il Principe Fibbia inventore del Ludus Triumphorum

Nella Bologna dei primi del Quattrocento

 

 Andrea Vitali maggio 2003

 

Un famoso dipinto, fino a pochi anni fa conservato in Palazzo Felicini a Bologna e ora misteriosamente scomparso, ritrae in abiti seicenteschi il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, discendente dal celebre condottiero Castruccio Castracani (figura 1).  Opera di un artista sconosciuto, il dipinto, da collocarsi verso gli anni '30 del sec. XVII 1, ritrae il Principe in piedi vicino a un tavolo con in mano alcune carte di tarocchino bolognese a figura intera (la prima, visibile, è la carta dell'Imperatore). Altre carte sono a terra (la Regina di Bastoni, la Regina di Denari e un'ulteriore irriconoscibile) mentre una è raffigurata cadere dal tavolo (l'Otto di Denari).

 

Sotto il dipinto, sono riportate le seguenti parole: 


FRANCESCO ANTELMINELLI CASTRACANI FIBBIA, PRINCIPE DI PISA, MONTEGIORI, E PIETRA SANTA, E SIGNORE DI FUSECCHIO, FILIO DI GIOVANNI, NATO DA CASTRUCCIO DUCA DI LUCCA, PISTOIA, PISA & FUGITO IN BOLOGNA DATOSI A' BENTIVOGLJ, FU FATTO GENERALISSIMO DELLE ARME BOLOGNESE, ET IL PRIMO DI QUESTA FAMIGLIA CHE FU DETTO IN BOLOGNA DALLE FIBBIE, EBBE PER MOGLIE FRANCESCA, FILIA DI GIOVANNI BENTIVOGLJ.

INVENTORE DEL GIOCO DEL TAROCCHINO DI BOLOGNA: DALLI XVI RIFORMATORI DELLA CITTÀ EBBE PER PRIVILEGIO DI PORRE L'ARMA FIBBIA NELLA REGINA DI BASTONI E QUELLA DELLA DI LUI MOGLIE NELLA REGINA DI DENARI. NATO L'ANNO 1360 MORTO L'ANNO 1419.

 

L’affermazione che fu quel Principe a inventare il gioco dei tarocchini, apparsi  circa 130 anni dopo la sua morte 2 unitamente al fatto che non sposò mai Francesca Bentivoglio, indusse gli storici dei tarocchi a sommariamente  affermare, senza tuttavia compiere debita indagine storica presso gli archivi, che quel Principe non era mai esistito e che l’attribuirgli quella qualifica di inventore non fu altro che un’operazione per mettere in luce la famiglia degli Antelminelli Fibbia, dato che le carte dei tarocchini all’epoca del dipinto erano alquanto amate dalla società bolognese.

 

Ma a ben saper leggere, una volta appurata l’esistenza di quel Principe attraverso i documenti, e attentamente valutate alcune apparenti incongruenze storiche, l’affermazione di inventore dei tarocchini deve leggersi come inventore dei tarocchi, o meglio del Ludus Triumphorum ovvero gioco dei Trionfi, come venne chiamato quel gioco dalla sua origine e per tutto il Quattrocento. 

 

Innanzitutto, la storia, attestata dai documenti che fino a oggi siamo stati in grado di reperire, ci dice che Francesco Antelminelli Castracani esistette realmente e che non fu parto della fantasia di colui che commissionò il dipinto. L’unico errore, ma ininfluente ai fini dell’assegnazione di inventore del Ludus Triumphorum, concerne l’attribuzione della paternità di Francesco a Giovanni, un figlio di Castruccio Castracani. Giovanni Castracani Antelminelli fu in effetti figlio del condottiero come ci informano le diverse cronache che trattarono di quella nobile famiglia toscana. Un’informazione diretta ci è offerta dal testamento che il Castracani aveva fatto redigere un anno prima della sua morte e che fu integralmente riportato da Aldo Manucci, figlio del celebre tipografo Aldo Manuzio, nell’opera Le attioni di Castruccio Castracane degli Antelminelli Signori di Lucca con la genealogia della famiglia 3, dove troviamo inoltre interessanti notizie sugli ultimi momenti di vita del condottiero e sui suoi figli. 


Vediamone alcuni passi:

 

“…avendo fatto il suo testamento l’anno adietro del MCCCXXVII alli 20. di Dicembre, in Lucca…ma sentendosi mancare, & essere sopra fatto della gravezza del male; & avendo discorso con li suoi Segretarij, & dati molti ordini; fece chiamare à se la Duchessa sua moglie, M. Nicolo Castracani Antelminelli, Principal Vegli, Duccio Sandei, & F. Lazaro, Priore di Altopascio; & lasciolli nel testamento tutori, con Enrico, Valevano, Giovanni & Verde, suoi figliuoli; a’ quali con volto intrepido diede la benedizione paterna e l’ultimo bacio4. 

 

Castruccio spirò il 23 settembre 1328 all’età “d’anni XLVII, mesi cinque, & giorni cinque5. Giovanni morì ancora giovane nel 1343 e fu sepolto a Pisa, accanto alla madre, nella chiesa di S. Francesco (figura 2 - Lastra tombale di Giovanni Castracani / figura 3 - Stemma dei Castracani nella lastra tombale):

 

Nel medesimo tempio è sepolto Giovanni, figliuolo di Castruccio, che fu cavaliere, & homo di molto conto sulla guerra: & si vede scolpito sopra, armato, e vestito con l’habito Cavalerescho, con le insegne della sua famiglia: & la iscrittione diceVirtutis exemplum. momentaneo iuventutis flore clarescens, praematurae mortis in cursu praeventus, tegor hac in petra Ioannes, natus olim Illustris Domini Castruccij, Lucani Ducis, altissimae mentis, indelendae memoriae, libertatis patriae defensoris, hostibus semper invicti. Anno MCCCXLIII. Die XIJ. Maj6. (Esempio di virtù. Mentre acquistavo fama nell’effimero fiorire della giovinezza, prevenuto nel cammino da prematura morte, giaccio coperto da questa pietra, io Giovanni, figlio del già illustre signore Castruccio, duca di Lucca, di altissimo ingegno, di memoria indistruttibile, difensore della libertà della patria, mai vinto dai nemici. Anno 1343. Il 14 di maggio).

 

Risulta evidente che in base all’informazione scritta sotto il quadro, il nostro Francesco non poté essere figlio di Giovanni, in quanto egli nacque dopo diciassette anni dalla morte di quest’ultimo.


Che Giovanni fosse, con gli altri suoi fratelli, Principe oltre che di diverse città toscane anche di Pietra Santa e Monteggiori, è testimoniata da un Privilegio dell’Imperatore Lodovico il Bavaro che “Volendo poi finger alcuna dimostratione di benevolenza e, meschiarla alla grande ingratitudine, confermò alli 10. di Aprile alla Duchessa, moglie di Castruccio, le entrate, che gli aveva lasciate il marito; e diedegli libera podestà, & dominio sopra il castello di Monteggiori, & suo distretto come Patrimonio, con tutte le ville nel Contado, & terre sopra Pietrasanta; assegnando quattromila Fiorini d’oro l’anno sopra esse Vicaria, a lei & à figliuoli, & e loro discendenti. & alli 17. di dicembre fece due Privilegi à quella Signora, à Valerano, e Giovanni predetti, confermandoli Signori di Monteggiori, & loro successori, con la istessa entrata7.

 

Di questo Privilegio il Manucci riporta il testo integrale nella sua opera, assieme al testamento di Castruccio.


Chi fu allora questo Francesco raffigurato nel quadro? Come apprendiamo sempre dal Manucci, ma anche da altri documenti e da alberi genealogici della famiglia (figura 4), egli nacque da Orlando, figlio di Errico, primogenito di Castruccio Castracani. Dal Manucci veniamo a conoscenza che Enrico, fratello di Giovanni, ebbe un figlio di nome Orlando, il quale ebbe quattro figli e cioè Castruccio, Enrico, Francesco e Rolando (Orlando) 8.


Un discendente dei Fibbia, Padre Flaminio Fibbia dell’Ordine Benedettino inviò il 12 marzo 1594 a un suo cugino una lettera con la quale informava il parente riguardo un albero genealogico presente nella casa del “Signor Bernardino l’Antelminelli Gentiluomo dè Principali della Città di Lucca" che lui stesso aveva visto e di una copia in rame del quale era stato omaggiato. Scrive di seguito che questo Signore di Lucca giudicava che la famiglia in questione discendesse da un Francesco, figlio di Rolando a sua volta nato da Enrico, figlio del Principe Castruccio e a proposito dello stemma riferisce che “Ora io non dubito punto, che la Famiglia nostra Cada da questa degli Antelminelli per mezzo di Castruccio Castracane, et me ne da grande Argomento l’Arma, la quale è l’istessa che la nostra non alterata, già la nostra sa vostra Eccellenza è il cane da mezzo in su col colare in Campo azzurro, et le Fibbie in Campo bianco, et l'Arma antica vera delli Antelminelti usata da Castruccio Castracane e il mezzo Cane bianco col Colare in Campo Azzuro, Coperto dal mezzo in giù da un Campo bianco schietto, nel quale noi v’avemo poste le Fibbie Causa della variazione del Cognome; già l’Aquila vi è aggiunta da poco in qua. Egli hà biasimato, che vi si ponghi l’Aquila, et sebbene io v’hò detto, che questo fu un dono che Carlo Quinto fece alla nostra famiglia, mi rispose, che egli ancora l’hanno da imperatori in Dono … ma che la vera [Arma], è il Cane Bianco col Colar posto in Campo azzurro, et di sotto tutto il resto dello Scudo bianco, in che noi, come o detto, abbiamo posto le Fibbie” 9

 

Di seguito il benedettino elenca i nomi presenti nell’albero genealogico, iniziando con Castruccio Castracane, Principe di Lucca, che “ebbe Enrico, et di lui Orlando, dal quale nacque Francesco, che abitò in Bologna, et da questa derivò la Famiglia ora detta – de Fibbia – o – dalle Fibbie – siccome volgarmente parla la Città di Bologna, et gli Anali di detto, aggiungendovisi però nelle Scritture, alias de Castracani, questo Francesco ebbe due figliuoli, Perazzino ed Antonello10.


A proposito della presenza dell’Aquila nello stemma, questa derivò dal fatto che l’Imperatore Carlo V con una sua lettera-patente del 27 febbraio 1533 dichiarò "Dottore laureato e cavaliere Aurato delle Milizie Pontificie" Alessando Fibbia, un discendente del Nostro, e con un’altra lettera-patente del 1ottobre 1533 gli concesse di apporre nell’Arma gentilizia un’aquila nera tenente in bocca una fibbia 11.

 

Che Francesco fosse figlio di Orlando nato da Enrico, figlio di Castruccio, è testimoniato anche nelle opere dei maggiori storiografi della città di Bologna, come ritrovo in Dolfi e Montefani, i quali si rifanno entrambi all’Alidosi 12.  Riporta questa discendenza anche un albero genealogico della famiglia come abbiamo trovato presso l’Archivio di Stato in Bologna 13.

 

Sul fatto che il ramo discendente da Enrico si trasferisse a Bologna non ci sono dubbi, come prova anche un testamento del 5 novembre 1561, redatto da un Joannis Baptista Frassetti, dove un Francesco Fibbia, figlio di Vincenzo, scrive a proposito della sua nobile famiglia che questa derivò da Francesco “descendentis a stirpe Henrici primogeniti Castruccii de Castracanis, olim Lucae Principis, qui Henricus expulsus fuit Anno 1328, & in hac civitate Bononiae Domicilium elexit, et habitavit in Domo Magna, sub Capella Sancti Prosperi, quam Vincentius praedictus postea vendidit illis de Desideriis Anno 1475 …” (discendente dalla stirpe di Enrico, primogenito di Castruccio Castracani, già principe di Lucca. Il quale Enrico fu scacciato nell’anno 1328 ed elesse la sua dimora in questa città di Bologna e abitò in una grande casa nella parrocchia di San Prospero, che il predetto Vincenzo poi vendette a quelli dei Desideri nell’anno 1475) 14.


Abbiamo pertanto potuto appurare che il Francesco Fibbia del dipinto è realmente vissuto, che fu Principe di Pietrasanta e Monteggiori grazie al Privilegio che Lodovico il Bavaro trasmise ai discendenti dei figli di Castruccio e che visse a Bologna in seguito al trasferimento in questa città della sua famiglia. Evidentemente non sposò mai Francesca, figlia di Giovanni II Bentivoglio, in quanto questa sposò nel 1482, quindi in epoca più tarda e proprio a Bologna, Galeotto Manfredi Signore di Faenza. Un matrimonio che non durò molto poiché nel 1488 il marito cadde pugnalato da sicari su mandato della stessa moglie, la quale si sposò successivamente con il Conte Guido Torelli, già protonotario apostolico. 

 

La fama di questa vicenda che negava un possibile matrimonio fra il Principe con Francesca Bentivoglio, aveva indotto precedenti storici di tarocchi a rifiutare in toto quanto scritto nel dipinto. Ma occorre conoscere gli atteggiamenti medievali riguardanti le alleanze famigliari e leggerli conseguentemente nel senso giusto. Infatti il far contrarre matrimoni in realtà mai avvenuti fra personaggi di provenienza nobiliare fu costante pratica per tutto il medioevo fino al Seicento, come ci ricorda il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’università di Bologna: “I tentativi di darsi un tono e una discendenza prestigiosa attraverso false unioni e ascendenze fantasiose furono particolarmente frequenti tra il Quattro, Cinque e Seicento, quando molti biografi si avvalevano presso famiglie potenti con le loro ricostruzioni inventate e servili. È nota la polemica che Cherubino Ghiradacci dovette affrontare quando sostenne che i Bentivoglio in origine erano beccai, mentre i loro discendenti millantavano una discendenza da Re Enzo e dal suo rapporto puramente leggendario con Lucia di Viadagola, colei che avrebbe detto a Re Enzo: ‘Ben ti voglio’” 15.

 

Non ci sono pervenute fonti che attestano la presenza di un’altra Francesca, sia che fosse stata figlia di Giovanni I o appartenente a un ramo secondario della Famiglia Bentivoglio di cui non si sappiano con certezza le vicende matrimoniali. Purtroppo, nessuna delle storie o degli alberi genealogici di Fibbia riporta il nome della moglie del Principe, quindi non sappiamo se si chiamasse o meno Francesca. Tra le figlie Bentivoglio di questo periodo si registrano altre Francesche: una è Francesca, figlia di Anton Bentivoglio (c. 1385-1437), e Francesca Gozzadino che sposò l'allora Romeo Pepoli 16; un'altra è Francesca di Guglielmo Bentivoglio, il cui marito Francesco di Pietro Isolani morì nel 1422 17. Nessuno è indicato come sposato con un Francesco, ma la storia matrimoniale della famiglia è incompleta e incerta. Tutto quello che si può dire è che un tale matrimonio tra le due famiglie non è improbabile, in quanto politicamente alleate.

 

Oltre al nostro Francesco, vediamo registrato un altro Fibbia, un certo Biagio detto Bolognino. Dolfi nel suo capitolo sulla famiglia Fibbia riporta:

 

“1420. Biagio detto [detto] Bolognino, che andò con Antonio Bentivoglio a Castello Bolognese quando ne prese possesso” 18.

Anton Galeazzo Bentivoglio fu esiliato a Castello Bolognese, un piccolo paese a sud-est di Bologna, in quell'anno 1420 19. Questo Biagio, dice Dolfi, era sposato con una Giacoma Bianchetti.

Un Biagio detto Bolognino è elencato in diversi alberi genealogici di Fibbia. In tre di loro è nipote del nostro Francesco. Uno lo ha come figlio di ‘Vincenzo’ 20. Gli altri due lo hanno come figlio di ‘Petruccio dottore’. Quest'ultimo ha l’anno 1420 a sinistra del suo nome, come descritto anche dal Dolfi, che indica la data della morte 21. Il primo ha ‘1443’, con informazioni aggiuntive:

 

Biagio detto Bolognino Antel[minelli] Castr[acani] dei Fibbia Nobili di Bolog. Cavaliere Capitano del Consiglio delle Lance, Capo della Fazione dei Bentivoglii Mastro Campo, Marito di Giocoma Bianchetti in Malvezzi e cedette la Città al Duca di Milano ucciso dai Prendiparte per i Bentivoglii 144322.

 

Un ulteriore albero genealogico a stampa e rinvenuto in varie biblioteche, presenta un Biagio detto Bolognino come fratello o forse cugino del nostro Francesco. Questa la descrizione: “Biagio detto Bolognino Principe di Monteggiori e Pietrasanta Fugito in Bologna datosi a Bentivogli fu Generale Capitano. dell’Armi in Bologna. E creato Cavagliere fu de’ Signori23.

 

Nonostante le differenze, entrambi gli alberi, così come dal Dolfi, hanno le due famiglie alleate.

 

Nell'albero genealogico appena citato, subito a sinistra di Biagio, sotto Giovanni, figlio di Castruccio, troviamo: “Francesco Antelminelli Castracani, signore di Fusechio, conte Palatino, fuggì a Bologna, e fatto nobile cittadino fu chiamato Fibbie. 139924.

 

Il linguaggio in entrambe le voci, seppur in combinazione, è simile a quello del nostro dipinto che ripetiamo per facilità di consultazione:

 

Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, principe di Pisa, Montegiori e Pietra Santa, e signore di Fusecchio, figlio di Giovanni, nato da Castruccio duca di Lucca, Pistoia, Pisa & fuggito a Bologna al servizio di Bentivoglio, fu nominato generalissimo dell'esercito bolognese e la prima di questa famiglia, che a Bologna si chiamava “dalle Fibbie25.

 

Questa coincidenza linguistica è un’ulteriore testimonianza dell'autenticità storica dell'iscrizione, anche se forse basata su un albero genealogico che confonde le generazioni.

 

Le date riportate al termine delle note biografiche su questi alberi genealogici sono le presunte date di morte. Ma non bisogna prendere seriamente l'anno 1399 sopra indicato per la morte di Francesco, per la probabile omissione di almeno una generazione. Due alberi genealogici, più coerenti con quanto trovato altrove, che affermano essere Francesco il nipote di Enrico e Biagio il nipote di Francesco, danno un anno di morte dopo il 1400. In uno, riguardo l’anno della morte, dopo l’1 e un 4 c'è uno strappo nella carta in concomitanza con la terza e la maggior parte della quarta cifra, mostrando per la quarta solo una linea verticale, quindi un 1 o un 4 26. Nell'altra la data è chiaramente 1421 27.

 

In quattro diversi alberi genealogici, tutti della stessa famiglia, ne troviamo tre leggermente diversi e una versione stampata che sembra aver omesso una generazione. Ciò dimostra solo come trecento anni dopo – considerato che gli alberi furono realizzati sec. XVIII - non fosse facile ricostruire una storia familiare precisa, soprattutto in una famiglia nota per ripetere i nomi almeno ogni altra generazione. Se quattro alberi genealogici realizzati entro trent'anni circa l'uno dall'altro non concordano in ogni dettaglio, non possiamo aspettarci che un dipinto di un secolo prima, il Seicento, sia conforme esattamente a un insieme di fatti stabiliti. Ciò che conta per noi è che tutte le fonti concordino sul fatto che questo Principe sia esistito e vissuto a Bologna intorno all'inizio del Quattrocento, che fosse un discendente del famoso Castruccio Castracani, e che la sua famiglia, prima Antelminelli, poi Castracani, e infine Fibbia, sia stata alleata dei Bentivoglio di allora. Nel dipinto la data della sua morte è 1419; in un albero non ci sono date, in un altro ancora la data è 1421 e in un altro non è chiaro, ma di sicuro 14--. Un quarto dà il 1399, ma sembra aver tralasciato una generazione (sotto questo aspetto come il nostro dipinto), quindi probabilmente il Principe morì nel periodo indicato dal dipinto.

 

Tornando all'alleanza delle famiglie Fibbia e Bentivoglio, sappiamo che i loro stemmi erano presenti sulle seicentesche Regine di Bastoni e Denari, secondo quanto affermato nel dipinto in base al privilegio concesso dai "XVI Riformatori”. Ne sono esempio il Tarocchino Alla Torre, di epoca seicentesca, dove lo stemma Fibbia appare proprio sulla Regina di Bastoni (la Regina di Denari manca dal mazzo). Questi stemmi appaiono anche nelle medesime carte di diversi mazzi del secolo XVIII come in quelli delle fabbriche con insegna Al Mondo (figura 5 - figura 6) 28Alla Colomba (figura 7) 29.

 

La facoltà di inserire stemmi di qualsiasi natura, compresi quelli nobiliari, nei mazzi antichi di carte non era soggetta a particolari autorizzazioni, cosicché qualsiasi stampatore poteva farlo. Occorre a questo punto domandarsi perché fossero stati inseriti proprio quelli della Famiglia Fibbia e dei Bentivoglio, se non in base a una tradizione che vedeva nei Fibbia e nella loro famiglia alleata l’origine di queste carte. 

 

Continuando la nostra discussione, si può ammettere che chi commissionò il dipinto non conoscesse l'anno esatto in cui furono inventati i tarocchi. Ma gli scrittori del sedicesimo e diciassettesimo secolo, se si avventuravano in qualcosa di specifico, in genere avanzarono visioni molto più selvagge, tanto che alla fine del diciottesimo secolo ai tarocchi fu addirittura attribuita un'origine egizia 30. Nel 1543, ad esempio, il famoso satirico Pietro Aretino, in un dialogo tra un cardatore e le sue carte – che includeva nello specifico i trionfi – fece dire alle carte: “Diciamoti, che Palamede nell' assedio di Troia ci trovò [trovò noi carte]”. 31. Poi intorno al 1565 nell'Italia centrale l'anonimo autore di un Discorso sui Tarocchi scriveva: "C'erano tre giochi principali che gli antichi inventavano e mettevano in uso per il loro diversivo e divertimento: gli scacchi, la palla e i tarocchi [tarocco]". Inoltre, “Tarocchi [Tarocco] è stato il primo gioco di carte ad essere inventato...” 32. Un altro esempio è del 1663. Sul tema “Chi fù il primo, che cominciò à navigare, chi prima havesse Signoria sopra il Mare, chi trovò la Bussola, e chi fù l’inventore di molt’altre cose”, un certo Fidele Onofrio incluse nel suo elenco “I Greci trovorno i Tarocchi” 33. È vero che alcuni scrittori dubitavano che i tarocchi o le carte da gioco in genere fossero così antichi – Raffaele Maffei nel 1506, Andrea Alciato nel 1544 – ma non specificarono alcun periodo di tempo 34. In tale società, risulta eccezionale che l'iscrizione sul dipinto indichi un tempo, un luogo e un inventore così specifici e nel contempo plausibili.

 

Nel quadro è scritto che Francesco Fibbia fu l’inventore dei tarocchini, quando abbiamo visto che questi rappresentano una variante cinquecentesca dei tarocchi già esistenti a Bologna fin dal sec. XV con il nome di Trionfi. Ciò significa che l’autore delle scritte, additando un personaggio vissuto a cavallo fra il Trecento e il Quattrocento quale inventore dei tarocchini, non conosceva quando questi ultimi fossero stati creati, ritenendoli la forma originaria e non una successiva variante. Il fatto che i Bolognesi avessero dimenticato il termine ‘Tarocchi’ e il suo gioco composto da 78 carte contro le 62 del gioco dei Tarocchini non deve stupire. A questo proposito scrive il Prof. Michael Dummett: "Anche se ancora esistenti nel 1588, la vecchia forma e il mazzo completo erano stati completamente dimenticati alla metà del XVII secolo, benché persistesse il nome di Tarocchino". Pertanto, egli sottolinea che "Se il principe Fibbia ha avuto qualcosa a che fare con il gioco dei tarocchi, è di gran lunga più probabile che fosse l'inventore, non della variante bolognese del gioco, ma del gioco stesso.  […]  È ben possibile che nella mente di chi compose la leggenda sul ritratto non fosse chiara la distinzione fra l'invenzione dei tarocchi e l'invenzione del tarocchino; costui potrebbe aver pensato che non esistessero altre forme del gioco e persino che esso fosse ignoto al di fuori di Bologna e dintorni. Se è così, il principe Fibbia potrebbe davvero essere il primo inventore del mazzo dei tarocchi e del gioco con esso praticato" 35.

 

Dummett, che ricordiamo aver insegnato Logica Formale presso l’Università di Oxford oltre a essere stato autore di monumentali opere storiche sui tarocchi, non portò esempi sulla sua affermazione che i Bolognesi avevano dimenticato il nome Tarocchi, probabilmente da lui data per scontata. Ne offriremo noi alcune fra le tante.

 

Nelle sue “Osservazioni al Canto Primo” riguardante la stanza XXXII dell’operetta in sei canti tutta in bolognese L’ Dsgrazi d’ Bertuldin dala Zena di Giuseppe Maria Buini (nato c. 1680) 36, pubblicata nel 1736, rifacimento in dialetto de Le Disgrazie di Bartolino dalla Zena del Conte Vizzani, l’autore a proposito del seguente verso “Dù zugavn’ di stanza a taruchin” (due persone giocavano di stanza ai tarocchini), definisce “di stanza” come una “Specie di gioco pres[s]o noi usitata, che si fa con le carte dei Tarrocchini, gioco inventato dalla studiosa mente dei Bolognesi, del quale Gregor. Tolos. Syntag. Jur. Lib.30. cap.4. num.11 disse trovarvisi dentro semi di buon fine, e di scelta erudizione” 37.

 

In pratica, il Buini, citando quanto il famoso giurista francese Pierre Gregoire detto il Tolosano (c.1540-1597) aveva scritto nella sua opera Syntagma Juris Universi 38, e cioè che quelle carte possedevano qualità educative essendo ricche di erudizione, si fa vanto d’essere stata Bologna a inventare quel gioco di carte, che il Buini intese essere quello dei tarocchini.

 

Infatti, se si indaga quanto scritto da Pierre Gregoire nel suo Sintagma Juris Universi del 1582 leggiamo che il giurista parla di tarocchi e non di tarocchini:

 

“Inventi tamen ludi sunt foliorum, in quibus dum luditur, vestigia quoque quaedam eruditionis apparent, ut in Tarotiis, & ijs cum quibus excusae sunt unà sententiae sacrae paginae & philosophorum, apud Vuechellum Lutetix typographum” 39 (Tuttavia furono inventati giochi di carte, nei quali mentre si gioca appaiono anche le tracce di una certa erudizione, come nei Tarocchi, e in quelli insieme ai quali sono state composte massime sacre e di filosofi, presso il tipografo Vuechello di Parigi).

 

Il che significa che per il bolognese Buini i Tarotiis erano i Tarocchini e non i Tarocchi, termine e mazzo oramai da lui sconosciuti.

 

Il letterato Giambatista Giusti (Lucca 1758 - Bologna 1829) autore di diverse opere che lo resero una fra le personalità di spicco della sua epoca, nei suoi Sermoni intese satireggiare la borghesia del tempo, con i suoi lussi e le sue decadenze.  Nel Sermone III, dal titolo le Conversazioni all’amico Lorenzo Callini, venendo a parlare delle usanze riguardanti il gioco delle carte egli scrive:

 

Altrove quattro giocatori assidonsi
Al Tarocco: o divin trovato! o illustre
Concittadino mio! fuggisti il nostro

Miserando paese dalle parti

Diviso: e qui t’accolse ospite albergo,
E d’ospitalità nobil compenso
Il tarocco inventasti, e premj e onori
Furono dal Senato a te largiti 40.

 

L’autore, come scrive nelle note ai suoi versi, fa qui riferimento al Principe Fibbia e a quel Privilegio, menzionato nel dipinto che lo raffigura, che venne a lui concesso dal Governo della città. Una preziosa testimonianza che evidenzia come la sua invenzione fosse ben conosciuta anche in epoche successive. I versi “Miserando paese dalle parti / Diviso” si riferiscono alla lotta fra i Guelfi e i Ghibellini che infiammarono l’Italia dal XII al XIV secolo, lotta che, come espresso, venne intesa rispecchiata nelle carte dei Trionfi. Il nostro Principe, di fede ghibellina, potrebbe aver deciso di trasferire nelle carte da lui ideate quella guerra fratricida che lo aveva indotto, nella seconda metà del Trecento, a riparare nella città felsinea fuggendo dalla Toscana dove i Guelfi avevano ottenuto la vittoria sugli avversari.  Come precedentemente visto, il Buini vide l’origine del gioco allo stesso modo.

 

Infatti, continuando a scrivere sul tarocchino, egli attesta che “...il Ginerlberti ne scrisse la Storia, ed origine facendo vedere, che i Tarrocchini non sono altro, se non se la tragica faccenda de’ Geremei Guelfi, e Lambertazzi Ghibellini, così il Voldemusi da Prusilio ne distese la varia fortuna” 41. In pratica egli afferma che il bolognese Ginerlbelti scrivendo la storia del tarocchino asserì che quel gioco raccontava, attraverso immagini, la tragica vicenda della lotta fra la famiglia guelfa dei Geremei e quella ghibellina dei Lambertazzi e che Voldemusi da Prusilio ne descrisse gli eventi.

 

Stessa origine ricordata da Ercole Mamellini, figlio del notaio Andrea, nel Liber [Diario] di quest’ultimo tramite una addenda tra le date del dicembre 1542 e del febbraio 1543, così come individuato da Ross S. Caldwell. Poiché la lotta fra le due fazioni si svolse a Bologna nel XIII secolo, il vedere impresse in quelle carte la guerra fra queste due famiglie, ci porta inevitabilmente a pensare che lo storico Ginerbelti riteneva che l'invenzione dei tarocchini risalisse a moltissimi anni prima della loro reale comparsa. Ciò attesta ancora una volta che i Bolognesi reputavano il loro gioco molto antico, la forma originale da cui sarebbero in seguito derivati i tarocchi.

 

A maggiore testimonianza del fatto che i Bolognesi pensavano che l’invenzione dei tarocchini fosse antichissima, Ross Caldwell ha fatto notare che Carlo Pisarri nel suo Istruzioni necessarie per chi volesse imparare il giuoco dilettevole delli Tarocchini di Bologna del 1754, manuale tecnico sul gioco dei tarocchini, scrive: “Questo Giuoco è antichissimo talmente, che non si ha cognizione nè dell’Inventore, nè del tempo, in cui fu ritrovato; ben è vero però, ch’egli è particolare della Città di Bologna, e fu inventato per passare l’ore nojose con qualche divertimento” 42.

 

Che il gioco dei Tarocchi fosse stato inventato a Bologna viene attestato anche nel catalogo di un Museo del 1677:

 

12 - Tutti questi Guochi di Carte furono dedotti da quello de’ Tarocchi, inventato, com’è fama, in Bologna, e, più che altrove, praticatovi, quando i Bentivogli, v’esercitavano autorità di Principe. Testimonio di che sono le qui serbate.

 

13 - CARTE di TAROCCHI, usate in Bologna CLXX. e più anni fà, come dimostra il riverso di ciascheduna, in cui è stampata l’Arma de’ Bentivogli, come l’usavano all’hora, che v’esercitavano autorità di Principe, cioè con la Sega rossa e non altro nello Scudo, e una Pantera sopra il Cimiero, col motto FIDES, ET AMOR. Sono quelle molto più grandi delle ordinarie, e similmente dipinte di varii colori. Il Giuoco loro è più d’ ingegno, che di fortuna, ma non vi fanno buona consonanza le Figure Sacre, come quella del Papa, la quale non parmi da porre tra le cose da giuoco, scandalizzandosi di tale abuso fino gli Eterodossi 43.

 

Riassumendo fin qui: da quanto abbiamo potuto sostanziare nessuna informazione errata è attribuibile all'iscrizione nel dipinto, fatta eccezione per l'irrilevante attribuzione della paternità del Principe, anche se coerente con alcuni alberi genealogici. Mentre l'anno di morte del Principe varia nelle fonti, è molto probabile che debba essere individuato entro otto o nove anni prima o due o tre anni dopo quello riportato nell'iscrizione, rendendo plausibile la sua permanenza a Bologna per l'invenzione dei Tarocchi. Non è noto se abbia sposato una Francesca della famiglia Bentivoglio, ma sembra che lui e altri membri della famiglia fossero alleati di quella famiglia e i matrimoni veri o finti tra famiglie alleate erano comuni in quel tempo.

 

Veniamo infine alla cosa più sorprendente che dà per certo essere stato quel Principe a inventare il Ludus Triumphorum. Le date riportate nel dipinto sono molto vicine a quelle che per altri motivi sono le più ragionevoli per l'invenzione del gioco, cosa che non potrebbe sorprenderci di più.

 

Poiché i documenti più antichi conosciuti riguardanti il gioco dei Trionfi risalgono al 1440 (Firenze) e 1442 (Corte Estense) 44, per congettura storica riguardante la pratica d'uso si deve far risalire la loro creazione a un periodo precedente non inferiore ai venti / venticinque anni, epoca che corrisponde alla presenza del Principe a Bologna. 

 

Tale congettura in riferimento alla pratica d’uso è comunemente avvalorata dagli storici del Medioevo 45. Un solo esempio sarà sufficiente: dalla prof. Chiara Frugoni veniamo informati che gli occhiali furono ideati intorno all’anno 1285 per il fatto che il domenicano Giordano da Pisa in una sua predica del 1305 tenuta a Firenze in Santa Maria Novella, li cita come risalenti a circa venti anni prima:

 

“Non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali, che fanno vedere bene; ch’è una de le migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che si trovò: arte novella, che mai non fu. E disse il lettore: io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli” 46

 

Quindi non solo il buon domenicano comunicò in occasione della predica che gli occhiali, ancora sconosciuti a Firenze, erano stati inventati circa venti anni prima, ma asserì anche che la loro creazione era avvenuta da pochissimo tempo. Un’affermazione che suggerisce che per gli uomini di quell’epoca venti anni dovevano essere considerati un periodo di tempo breve e che si trattava quindi di un’invenzione recente.

 

Poiché ignoravamo se il domenicano fosse stato il primo a commentare quell’invenzione, per maggiormente avvalorare l’affermazione della Prof. Frugoni, si rendeva necessaria da parte nostra un’ulteriore indagine per verificare se altrove fossero già presenti tracce credibili dell’esistenza degli occhiali nei 15-20 anni precedenti alla sua relazione. Abbiamo potuto pertanto appurare l’esistenza a Venezia di due documenti in tal senso, risalenti al 1300 e al 1301. Mentre la regolazione 1301 è la prima a parlare espressamente di lenti in vetro, quella del 1300 descrive lenti in cristallo da porre vicino agli occhi vietando la produzione di prodotti contraffatti con vetro trasparente. Poiché questo ultimo regolamento attesta di essere una copia di un regolamento corporativo risalente al 1284 47.

 

Poiché la data del 1284 concorda strettamente con la datazione del nostro domenicano, i due riferimenti insieme, grazie a specifiche testimonianze di natura puramente accidentale, costituiscono una doppia prova per la pratica d’uso di un ritardo di almeno quindici-venti anni e ancor più.

 

In effetti, occorre considerare il tempo necessario affinché questo gioco diventasse così popolare da essere oggetto di produzione artistica illuminata nelle corti (cioè l'attuale pratica d'uso). Nello stesso periodo in cui apparvero i primi trionfi miniati (1440), a Bologna furono usate dalla gente comune carte di manifattura popolare, a testimonianza di una pratica consolidata. Il fatto che queste ultime non siano sopravvissute si deve imputare alle condizioni della loro fabbricazione, poiché la carta e il cartoncino di cui erano fatte si deterioravano facilmente.

 

Come detto, mazzi di trionfo sono segnalati negli anni Quaranta del Quattrocento sia a Firenze che a Ferrara. Risulta pertanto ovvio, dato che i primi documenti sui Trionfi appartengono agli anni '40 del Quattrocento, ricercarne la loro creazione 20/25 e più anni addietro. 

 

Nella medesima epoca in cui apparvero i primi Trionfi miniati (1440), carte simili ma di fattura popolare erano d'altronde già utilizzate a Bologna dalla gente comune, testimoniando una pratica presente da tempo nella città. Il 28 luglio 1442 la corte di Ferrara pagò il bolognese Marchionne Burdochi, merzaro, cioè merciaio, per la fornitura di “uno paro de carte da trionfi; ave Iacomo guerzo famelio per uxo de Messer Erchules e Sigismondo frateli de lo Signore”48 (un mazzo di carte di trionfi; custodite dal famiglio guercio Giacomo per l'uso di Messer Ercole e Sigismondo, fratelli del Signore). I famigli (dal latino famulus) erano persone adottate che vivevano e servivano a corte. In questo caso il mazzo dei trionfi era custodito da un tale Giacomo, che era guercio, il quale all'occorrenza consegnava ai due sopra citati fratelli le carte quando questi le richiedevano. Il documento si riferisce a un mazzo relativamente a buon mercato dato che costò appena cinque soldi. L’importante è considerare che mentre la Corte Estense proprio in quell’anno ordinava al pittore Sacramoro un mazzo di tarocchi miniati 49, a Bologna un merciaio vendeva carte di trionfi di manifattura popolare. Il che significa che quelle carte dovevano essere presenti a Bologna da svariati anni.

 

Sulla data ipotetica di nascita del gioco così scrivono, fra l'altro, R. Decker, T. Depaulis e M. Dummett nel volume A wicked pack of cards. The origin of the Occult Tarot: "A lower bound for the date of the invention is harder to determine. It probably occurred around 1425; the earliest date with any claim to be plausible would be 1410" 50. In pratica essi suppongono che l'ideazione del gioco fosse avvenuta intorno al 1425, ponendo come limite massimo il 1410, epoca che vede il nostro Principe a Bologna.

 

In riferimento a questa ultima data, cioè il 1410, occorre considerare che Francesco Fibbia visse in un periodo storico che vide l’inizio della costruzione della Basilica di San Petronio (1390) e della Cappella Bolognini (1400-1420) in cui a iniziare dal 1410 Giovanni da Modena dipinse l'immagine di uomini appesi per un piede, usata anche nei primi mazzi per rappresentare la figura del Traditore. La Cappella in questione contiene inoltre le raffigurazioni dei Magi, personaggi da sempre rappresentati nella carta della Stella dei tarocchi bolognesi insieme al Diavolo gastrocefalo che svetta al centro dell’Inferno, come ritroviamo nell'iconografia dei primi tarocchi bolognesi. Sebbene tali immagini si trovino anche da altre parti, è sorprendente ritrovarle tutte insieme in quella basilica, dipinte al tempo in cui il nostro Principe si trovava a Bologna 51.

 

Se il gioco dei Trionfi fosse stato inventato nel periodo 1410-20, ci si può aspettare che sarebbe caduto sotto la censura di Bernardino e dei suoi seguaci, almeno dal 1423 in poi 52, limitando così fortemente la diffusione del gioco e ancor di più la documentazione della sua ideazione, produzione e vendita ovunque dominassero i suoi sentimenti.

 

Note

 

1. La datazione del dipinto si deve alla Dott. Elisabetta Gnignera, nostra consulente scientifica e una delle massime esperte a livello internazionale di storia del costume.
2.
 La creazione del tarocchino avvenne verso la metà del Cinquecento quando i Bolognesi, per snellire le partite, tolsero diverse carte dal mazzo composto da 78 carte restringendo il loro numero a 62.

3. In Roma, Presso gli heredi di Gio. Gigliotti, 1590.
4. Ibidem, p. 95.

5. Ibidem, p. 97.

6. Ibidem, p. 107.

7. Ibidem, p. 105.

8. Ibidem, p. 110.

9. Adolfo Cavazza, Notizie intorno alle Famiglie FibbiaFabri, D’Arco, Fava e Pallavicini, Bologna, 1901, pp. 7.
10. Ibidem, p. 8.

11. Ibidem, p. 11.

12. Scipione Pompeo Dolfi, Cronologia delle Famiglie Nobili di Bologna (Bologna: G.B. Ferroni, 1670), p. 320; Lodovico Montefani, Famiglie Bolognesi, Biblioteca Universitaria di Bologna, ms n. 34, c. 33; Gio. Nicolò Pasquali Alidosi, Delli Antiani Consoli di Bologna, e Confalonieri di Giustitia della Città di Bologna, Libro Quinto, In Bologna, Per Sebastiano Bonomi, 1621.

13. Bologna, Archivio di Stato, Fondo Archivistico Fibbia-Fabbri, Alberi di Famiglia, Busta 1.
14. Questo testamento fu stampato dal manoscritto originale dalla ex Tip. Longhi di Bologna nel 1764. Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, 17 Biografie storiche - Testamenti, Cap. I, n. 12.

15. Comunicazione personale.

16. Dolfi, Cronologia, cit. pp. 113-114.

17. Ibidem, p. 431.

18. Ibidem, pp. 320-321.

19. http://www.italiacomunale.org/resci/individui/bentivoglio-antonio/

20. Archivio Famiglia Fibbia-Fabbri, Repertorio d'Instrumenti e Scritture. b. 206 bis (ex 117 bis). Fibbia Discendenza, Lib. 21 n°. 5, Archivio di Stato, Bologna. Foglio singolo, prima linea “Francesco Fibbia Castracani”.

21. Fondo Speciale, Busta III, 34, a, Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna. Foglio singolo, prima linea “Guerniero Antelminelli primo della Linea”. Si tratta di una delle tante genealogie redatte dall'illustre studioso Baldassarre Antonio Maria Carrati fra il 1763 e il 1767.

22. Archivio Famiglia Fibbia-Fabbri, Repertorio d'Instrumenti e Scritture. b. 206 bis (ex 117 bis). Fibbia Discendenza, Lib. 21 n°. 5, Archivio di Stato, Bologna. Foglio singolo, prima linea “Teseo Antelminelli Castracani, Signor di’ Lucca”:

23. Discendenza di Guarniero I. Progenitore della Nobilissima Famiglia Antelminelli, Bologna, Longhi, 1727. Foglio singolo, cm. 56 x100.

24. Ivi.

25. La scritta che identifica il Principe come l’inventore del Tarocchino è formata da caratteri più piccoli rispetto alla frase precedente.

26. Archivio Famiglia Fibbia-Fabbri, prima linea “Francesco Fibbia Castracani” (riferimento n. 20).

27. Fondo Speciale, prima linea “Guerniero Antelminelli primo della Linea” (riferimento n. 21).

28. Collezione privata Giuliano Crippa, Milano. 

29. Biblioteca dell’Archiginnasio, Bologna. Carta da Gioco, 16. Q. V. 23.

30. Court de Gébelin, Monde primitif, analyse et comparé avec le monde moderne, Tomo VIII, Paris, par l’auteur, 1781, p. 365.

31. Dialogo di Pietro Aretino, nel quale si parla del Giuoco con moralità piacevole Venetia, Giovanni de’ Farri et f.lli, 1543.  Nostra ed. di riferimento: In Vinegia, per Bartolomeo detto l’Imperator. Ad istanzia di messer Melchior Sessa. Ne l’anno del Signore M.D.XLV. [1545], p. 4.

32. Discorso perche fosse trovato il Giuoco e particolarmente quello del Tarocco, dove si dichiara ‘a pieno il significato di tutte le Figure di esso Giuoco, c. 1570, ms. 1072, Vol. XIIF, Biblioteca Universitaria, Bologna.

33. Sommario Historico, Nel quale brevemente si discorre delle sei Età del Mondo, e delle cose notabili avvenute nel progresso di quelle…, Raccolto da Fedele Onofri, In Venetia, et in Bassano, Per Gio: Antonio Remondinj, s.d. [1713], p. 141. Si veda anche:

Fedel Honofrio, Fioretto delle Croniche Nel quale brevemente si discorre delle sei Età del Mondo, e delle cose notabili avvenute nel progresso di quelle. La dichiaratione de i termini d’Italia e della venuta e Regno de Longobardi, con diverse guerre fatte da loro. La notizia delle più notabili, e famose Città del Mondo, e massime d’Italia. L’origine delle Religioni de’ Frati e Cavallieri inventioni, et inventori di scienze, et arti, Vinetia, & di nuovo in Macerata: Heredi di Pietro Salvioni & Agostino Grisei, 1632. Su Fedel Honofrio che fu uno scrittore Bolognese, si veda Giovanni Fantuzzi, Notizie degli Scrittori Bolognesi, Tomo Sesto, Bologna, Stamperia di San Tommaso d’Aquino, 1788, p. 183. Per altre interpretazioni sull’origine dei tarocchi di scrittori cinquecenteschi si veda I Tarocchi in testi del Cinque e Seicento.

34. Raffaele Maffei Volteranno, Commentaria Urbana, Roma, 1506, l. XXIX (f. 421v). Andrea Alciato, Parergon Juris Libri VII Posteriori, Lyon: Sebastian Gryphus, 1544, libro VIII, cap. xvi, pp. 89-90.

35. Michael Dummett, Il mondo e l’angelo. I tarocchi e la loro storia, Napoli, Bibliopolis, 1993, p. 218.

36. L’Dsgrazi d’Bertuldin dalla Zena, Miss in rima da G. M. B. [Giuseppe Maria Buini] Accademic dal Tridell d' Bulogna. Accademic Con le Osservazioni, e Spiegazioni dei Vocabili, ò termini Bolognesi del Conservatore della Società de’ Signori Filopatrij di Bologna, Bologna, Per Costantino Pisarri sotto le Scuole all'insegna di S. Michele, 1736. L'opera precedente, Le Disgrazie di Bartolino dalla Zena, del Conte Pompeo Vizzani (o Visani) (c.1540-1607), venne per la prima volta pubblicata nel 1597 a Bologna “presso gli heredi di Gio. Rossi”.

37 Ibidem, p. 98. Di seguito la stanza XXXII e quanto il Buini chiarisce nelle sue Osservazioni in riferimento a detta stanza:

 

Canto Primo - XXXII

 

In quell mentr, ch’j asptavn’, ch’s’amanvass,

      Dù zugavn’ di stanza a taruchin,

      E dù altr’ a caplett’ in s’un tavlin,

      E dù a batt’ mur, e un d’lor stava a spass,

      Ch’ s’ i truvavn del lit, al sentenziava,

      E tutt’ l differenzi l’accumdava. (p. 9)

 

Osservazioni al Canto Primo - XXXII

 

v.1. Ammanvass - Che restasse ammanito, ed approntato, manibus aptatum prandium, direbbersi latinamente.

v. 2 Di stanza - Specie di gioco pres[s]o noi usitata, che si fa con le carte dei Tarrocchini, gioco inventato dalla studiosa mente dei Bolognesi, del quale Gregor. Tolos. Syntag. Jur. Lib.30. cap.4. num.11 disse trovarvisi dentro semi di buon fine, e di scelta erudizione, e il Ginerlberti ne scrisse la Storia, ed origine facendo vedere, che i Tarrocchini non sono altro, se non se la tragica faccenda de’ Geremei Guelfi, e Lambertazzi Ghibellini, così il Valdemusi da Prusilio ne distese la varia fortuna” (p. 98).

v. 3. A Caplett - Gioco vigliacco affatto, e di mera fortuna detto cosi dal chiudersi in un capello diversi quattrini di rame di nostro conio; uno de' giocatori chiama lettera, e l’altro lione, che sono le cose in quelli improntate, rovesciato poi il capello, vince chi ha indovinato l’una, o l'altra delle apparenze chiamate. Se non fosse, che i soli Birrichini [nullatenenti e questuanti], e Filatoglieri vi giocano, ragazzi di niun conto, e per i soli stessi quattrini, certo che il gioco sarebbe affatto proibito, essendo una specie di Bassetta. (p. 98)

v. 4. A batt mur - Questo è pure gioco vile, mentre per le strade usasi con battere una delle monete suddette nel muro, quale dee battersi con tale artifìcio, che caduta a terra si accosti alla moneta, che l’altro prima nella stessa maniera gittò a terra, quanto è la lunghezza d' una misura fra le parti convenuta (p. 99).

v.5. A spass - Senza impiego, ozioso, e che stava a vedere gli accidenti, che ai compagni occorrevano. (p. 99).

38. Pierre Grégoire, Tertia ac postrema Syntagmatis Juris Universi Pars, Pars III, Liber XXXIX (contrariamente al citato XXX nel Buini), Cap. 4, n.11 (Ludi foliorum qui innoxj, & ludi & lusoris mala), Lugduni, Apud Antonium Gryphium, M.D.LXXXII. [1582].

39. Ibidem, p. 818.

40. Sermoni del Cavalieri Gio. Batista Giusti, Firenze, Nella Stamperia Piatti, 1827, pp. 22-23.  Per maggiori dettagli si veda I Sermoni del Giusti.

41. Buini, cit. Si veda il verso 3 della stanza XXXII riportato in nota 37.

42. [Carlo Pisarri], Istruzioni necessarie..., cit. nel testoIn Bologna, Per Ferdinando Pisarri, all’insegna di S. Antonio, MDCCLIV [1754], Capitolo I: “Dell’Antichità di questo Giuoco, e come gli Antichi lo giocavano”, p. 5.

43. Museo Cospiano: annesso a quello del famoso Ulisse Aldrovandi e donato alla sua Patria dall’Illustre Signore Ferdinando Cospi, Patrizio di Bologna e Senatore, Libro III - Cap. XXVIII, In Bologna per Giacomo Monti, 1677, p. 307.

44. Riguardo la data 1440: Thierry Depaulis, Le Tarot Révélé, Swiss Museum of Games, La-Tour-de-Peiz, Switzerland, 2013, pp. 17-18. Riguardo la data 1442: Giulio Bertoni, Poesie leggende costumanze del medio evo, Modena, Umberto Orlandini, 1927, pp. 270-271, n. 256.

45. Occorre infatti considerare il tempo necessario affinché questo gioco acquisisse una tale popolarità da divenire oggetto di realizzazione artistica miniata presso le corti. Fra gli altri, su questo aspetto sono concordi con lo scrivente il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’Università di Bologna, il Prof. Paolo Aldo Rossi, storico dei tarocchi e docente di storia del pensiero scientifico all'Università di Genova e il Prof. Franco Cardini, uno dei nostri più illustri medievisti. Inoltre, il loro contenuto deve essere messo in relazione con i contesti culturali del tempo, un contenuto che, nello specifico, viene fatto risalire dal Prof. Cardini alla fine del Trecento o inizi Quattrocento.

46. Chiara Frugoni, Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, Roma, Laterza, 2001, Cap. I p. 3. Cfr. Giordano da Pisa, Quaresimale fiorentino 1305-1306, edizione critica a cura di C. Delcorno, Sansoni, Firenze, 1974, Predica XV (23 febbraio 1305), p. 75.

47. Vincent Ilardi, Renaissance Vision from Spectacles to Telescopes, Philadelphia, American Philosophical Society, 2007, pp. 8-9. Siamo grati a Michael S. Howard, partner della nostra Association, per questa informazione.

48. Archivio Estense, Modena. Registro di Guardaroba, 4, Conto di Debiti e Crediti, 28 luglio 1442, carta 135.  Il documento fu trovato nel 1904 da Giulio Bertoni che ne parlò, senza menzionarne la provenienza, nell'articolo Nuovi Tarocchi Versificati, in "Giornale Storico della Letteratura Italiana", 43, p. 57, n. 5 e successivamente nel 1917 in Poesie, Leggende, costumanze del Medio Evo, pp. 126-127. La notizia venne ripresa da Adriano Franceschini nel 1996 in Note d'archivio sulle carte Ferraresi in "Ludica" 2, p. 170. 

49. Il 10 febbraio del 1442 nel Registro di Guardaroba della Corte Estense vennero annotati quattro mazzi di carte da trionfi: “Maistro Iacomo depentore dito Sagramoro de avere adi 10 fiebraro per sue merzede de avere cho(lo)rido e depento.... 4 para de chartexele da trionffi, ... le quale ave lo nostro Signore per suo uxo...”. Si veda al riguardo Bologna e l'invenzione dei Trionfi

50.  Londra, Duckworth, 1996, p.27. 

51. Per un'ulteriore analisi riguardante il Principe Fibbia e la nostra ipotesi sui primi Trionfi da lui ideati, si veda l'Addenda inserita nel saggio L'Ordine dei Trionfi. In mancanza di un documento definitivo che potrebbe attestare l'invenzione dal parte del Principe, al momento possiamo solo valutare l'eventuale sua invenzione come una possibile ipotesi.

52. Si veda San Bernardino e le Carte da Gioco.

 

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