Saggi di Andrea Vitali

Giulio Cesare Croce e i Tarocchi

Mai mi vien il bagatella, non il mondo, manco il matto

 

Questo articolo si configura come la prima parte di uno studio sulle opere Giulio Cesare Croce in riferimento ai Tarocchi e alle carte da gioco in generale. La seconda parte riguarda il componimento Lotto festevole fatto in villa, Fra una nobil schiera di Cavalieri & di Dame, / con i Trionfi de’ Tarrochi, esplicati in / lode delle dette Dame, a cura di Giordano Berti, visibile nella sezione Saggi Ospiti sotto il titolo I Trionfi de' Tarrochi di G. C. Croce. 

Conosciamo la vita di Giulio Cesare Croce, cantastorie d’eccezione e commediografo, attraverso la sua autobiografia dal titolo Descrittione della vita del Croce (1). Accompagnandosi con il violino, si esibiva in piazze e case patrizie, in occasioni di fiere, mercati e particolari solennità. Nato nel 1550 a San Giovanni in Persiceto, un paese vicino a Bologna, si spense in povertà nella città felsinea nel 1609, dopo essersi sposato due volte e messo al mondo 14 figli. Raccontò la vita quotidiana bolognese nelle sue più svariate sfaccettature: i poveri e i diseredati, i signori e i loro divertimenti, le feste religiose e profane, il piacere procurato dal cibo e come cucinare, la vita all’interno delle case, il carnevale - tanto da essere considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura carnevalesca -, raccontando meglio di chiunque la vita della città alla fine del Rinascimento. Oltre al suo famosissimo Le sottilissime astutie di Bertoldo (2), ha lasciato più di 600 fra opere a stampa e manoscritti, componendo sia in lingua italiana che in dialetto. Fu tra l’altro un prolifico scrittore di enigmi. Nonostante amasse giocare a carte, tarocchi compresi, in un sua opera morale descrisse le qualità negative dei giocatori e la fine miserevole riservata a coloro che eccedevano in quel vizio.

 
In un opuscolo sui giochi, descritti come una sorta di vademecum per il divertimento delle famiglie, dal titolo Barzelletta sopra del Giuoco (3) della cui attribuzione al Croce occorre tuttavia porre riserve (4), accanto a quelli di sala, l'autore  contempla anche i giochi d’azzardo:

 
Dadi: se voglio asso mi vien sei.
Carte: dico a trenta o a la bassetta,
chiamo re mi vien lunetta
Tarocco: mai mi vien il bagatella,
non il mondo, manco il matto.
Palletta: mi spallai la spalla dretta
per la palla ribeccare. 
Ronfa: rare volte mi vien asso.
Trappola: le lunette m'hanno casso.

Per poi proseguire con un elenco di giochi fra cui troviamo anche quello dei Trionfetti (5): "Trionfet, trentuno, primiera, crichetta (crica grande e la mezzana), sequenza soprana, scacchi (scacco matto) tavoliero, toccadiglio, pallone, zoni, sbaraglino". 

Nel Canto XVIII  del Cacasenno (6) un'ottava illustra quanto avveniva intorno ad un tavolo dove si giocava a tarocchi:


Canto XVIII - Ottava XXV

Poco lungi a' tarocchi si giucava 
   In partita da quattro Bolognesi, 
   Cui altri sopra per veder si stava, 
   Ed eran sì accaniti, e cosi accesi, 
   Che ad ogni lor parola si bravava, 
   Come gli Ebrei sovra gli usati arnesi. 
   Un disse: oh carte, che direi del bretta! (1)
   Si può dar della mia maggior disdetta?


(1)  bretta =
con questo termine un tempo a Bologna veniva chiamato il boia. Il senso della frase è che il dispiacere nel perdere alle carte era pressoché paragonabile a quello provato dall’essere finito dal boia.


Il termine bagatelle, a significare "cose di poco conto, quisquiglie" (7), è citato nel Bertoldino unitamente al verbo taroccare, il cui significato di sbraitare per ira o arrabbiatura è stato più volte evidenziato in diversi nostri saggi (8).   

Canto VIII - Ottava VI

E poi, per tante vantaggiose e belle 
   Doti, e quasi direi, virtù morali, 
   Trasfuse nel garzon, che tenerelle, 
   E in erba ancora non rassembran tali, 
   Perchè occupate in varie bagatelle, 
   Confacenti all' età; che se poi l'ali 
   Giunga a impennar questo pulcin, qual guardo 
   Non fia, i voli a seguirne, infermo e tardo?

Canto XII - Ottava XLII


Sputa, sputa, si netta, eh bagattelle; 
   A smorbarsi non basta una lisciva: 
   Le pegole, le colle garavelle 
   Non son di razza sì tegnente e schiva . 
   Ei vernicata n' ha d' aver la pelle 
   Del mostaccio, a far poco, insin che viva;
   E a distrigar la barba atto fia solo 
   Lo scardasso, od il pettin del garzuolo.


Canto VIII - Ottava XLIII


E tigna e flusso, fistol, cancro, peste, 
    E de' malanni tutta la genia 
    Augura a chi l'ha concio per le feste, 
    E taroccando pur se ne va via. 
    Nè avvien, che mai dal replicar s'arreste; 
    Maledetto quel matto becco, e via. 
    La nuova per la corte tosto è sparsa: 
    Se, v'era allor Molier, che bella farsa!

Un riferimento al Berni e al Lasca, il primo autore del Capitolo del Gioco della Primiera  (9) e il secondo del Trionfo della Rovescina (10), si trovano nel primo canto laddove entrambi vengono citati come maestri dello stile burlesco: 


Canto I - Ottava V


O Berni, o vate dabbene, e gentile,
   Che detto sei infra i toscan’ migliori 
   Maestro, e padre del burlesco stile, 
   Onde ogni cuor rallegri, ed innamori, 
   Comunque ei siasi grossolano e vile; 
   E or fra gli eterni verdeggianti allori 
   Cinto, con messer Bino siedi, e ‘l Lasca.

   E l'altra Schiera, d' ederosa frasca;

 
Un richiamo ai giocatori perditempo e ad ogni tipologia di sfaccendati, che il Croce rivolse anche ai lavoratori seri, fra cui i produttori di carte da gioco, si trova nell’Invito generale che fa la campana grossa del Torrazzo a tutti gli artefici che debbino levarsi a buon’hora la mattina per andar a bottega se non voglion giostrare con l’appetito e combattere con la fame del 1610 (11). Di seguito il passo diretto ai giocatori:


La campana del torrazzo,
La mattina quando suona,
Proprio par che 'l cielo intuona,
E che dica in suo parlare:
“Su, su, tutti a lavorare.”


Su, su, voi che fate carte,
Da tarocchi e da primiera,
Non stancate la lettiera,
Se volete da mangiare,
Su, su, tutti a lavorare.

 

In altro suo componimento dal titolo Il trionfo de’ poltroni, opera piacevole con due mattinate bellissime e alcune canzoni napolitane nuove, belle e sentenziose (12) aveva richiamato i giocatori a non poltrire in taverna: 

 

Chi si diletta a giocar due per parte,
Al pallon grosso, e chi giuoca alle carte,
A dadi, a sbaraglino, tal che così si comparte
Il giorno tutto quanto, senza ragionar mai d'arte.

 
La vita in osteria dà lo spunto al Croce per raccontare, attraverso le parole di un incallito avventore di nome Basalorcio - il cui nome è tutto un programma -, il legame vino-carte nell’ "opera nova in dialogo” Lamento de’ bevanti per la gran carestia del vino e delle castellate di questo anno (13).

 
Basalorcio

 
Basta a me che la bettola vi sia,
E ch'io vi possa andar mattina e sera,
E star sovente in festa e in allegria.
E posso dir' a l'hoste a buona ciera,
Se non mi piace un vin: ”Vammene, tira
D'un altro”, ch'ei mi serve, e volontiera.


Ed hora una viola, hora una lira
Sentir sonare, hor far venir le carte,
C'ha giocar qui non è chi si ritira.
Hor a far' a la morra a due per parte,
Un boccale a le cinque, una foietta,
Che questa de' bevanti è la ver'arte.


In somma, a la taverna mi diletta
Per le cause suddette, e perché siamo
Ad essa giunti, entriamo dentro in fretta,
Che l'hora è già passata.

 

Come abbiamo riferito, il Croce fu un’abile e prolifico ideatore di enigmi, che apparvero in due opere a stampa: il componimento De gli enimmi del Croce parte seconda ne i quali si contengono altri cento quesiti piacevoli et ingegnosi, trattenimento nobile per ogni spirto gentile e virtuoso (14) e il Gioco della sposa, opera nova e piacevole dove s’introduce una compagnia di Cavalieri e Dame in un ridutto a far de’ giochi ne’ quali si sentono molte argutie, motti, linguaggi, enimmi e altre cose piacevoli, di Giulio Cesare dalla Croce (15).

 

Il libro De gli enimmi contiene cento enigmi descritti ciascuno in ottava; le soluzioni-risposte sono riportate al termine nella Tavola della Dichiarazione degli Enimmi overo indovinelli del Croce, abbinate ciascuna agli enigmi da un numero di riferimento.  


L’Enimma 56 verte su un personaggio dei Trionfi dei tarocchi:

 

Fra gli pianeti albergo, ed ho sollazzo
Mescolarmi col sole e con la luna,
E ben, che ciaschedun mi tenghi pazzo,
Ceder non voglio ad essi in parte alcuna.
Non son’ucciso, ed altri non ammazzo,
E me non può sforzar sorte o fortuna,
Anzi, con essa son spesso a le strette,
Né stimo morte, diavol, né saette.

 
Tavola della Dichiarazione degli Enimmi

56 - Il matto de’ tarocchi

 
Sulla condizione dei carcerati, Croce scrisse Dui Capitoli uno in lode e l'altro in biasmo della prigione. In quello delle lodi troviamo un ulteriore citazione dei tarocchi:

Lodi della Prigione

 

A tarocco, talora a schiera, a scacchi
si gioca per piacer, et abbracciarsi
l’un l’altro vedi e ami mostrarsi stracco.
Nissun qui dentro senti provocarsi,
ne dirsi villanie, ne far tristizie
ma insieme d’union accarezzarsi.
Dove si fa le più strette amicizie,
quanto ne la prigion? Chi più si gode
insieme, senza fraude ne malizie?

…………………………………................

O prigion degna di perpetua lode!
Ben gran torto ha colui, il qual si lagna
d’esser rinchiuso fra tue mura sode!
In ti si canta, suona, beve e magna,
si dorme e gioca, e qui non si lavora
come, né più né men, si fa in cuccagna.
......................................................


Per concludere, si riporta il componimento Alfabeto de Giuocatori in Ottava Rima, Opera Morale di Giulio Cesare Croce (16), in cui l’autore, come sopra accennato, compie un ampia disamina sulle qualità umane dei viziosi del gioco di carte. Dal punto di vista  della costruzione letteraria, il componimento risulta straordinario per la progressione dalla lettera A alla V (l'ultima strofa contempla sia la U che la V) con la quale il Croce inizia ogni verso delle singole ottave. 

Avaro è il Giuocatore e sempre aspira
Al guadagno, per dritta o torta strada,
Avido a la moneta, e quando tira
Allegro canta, ma poi par che cada
A terra morto, quando più non mira
Argento, e che del tutto ha fatto vada
Arrabbia di dolor, s’affligge, e strugge,
Anzi come un Leon fremendo rugge.

 

Bestemmia quando perde, e fortemente
Buffa, soffia, si sbatte, e con ogn’uno
Brava, e l’amico insieme col parente
Bandisce dal suo cuori, né prezza alcuno;
Biascica i guanti di stizza, e parimente,
Brutta ciera dimostra a ciascheduno,
Batte la moglie e i figli, e fiamma e foco,
Brama vedere pel mondo in ogni loco.

 

Compra, vende, baratta, intrica e imbroglia,
Consuma, impegna, toglie e dà a partito,
Con tutti si travaglia, e più la voglia
Cresce in lui, quando è più leso e finito,
Contratta a tutti i patti, e si dispoglia,
Curando il gioco più, che andar vestito,
Corre, grida, cammina, e mai non quieta,
Così trapassa la sua vita inquieta.

 

Dove si giuoca vedesi bandita
De l’alma Carità l’immenso ardore,
Dico a quei giuochi per farla chiarita
Da zarra, ove non regna alcuno amore,
Da i quai chi più ingannare altrui s’aita,
Dato gli vien fra tutti il primo honore,
Dichiarandol per saggio e per prudente,
Dotto, ingegnoso, accorto e diligente.

 

Erge la mente in alto e gira e pensa,
E sempre cerca via da far danari,
Erra di qua, di là, spende e dispensa
Empiamente i suoi giorni, e sotto vari
Effetti vive, e con tal nube densa
Ecco s’invecchia, onde in dolori amari
Entra poi, che s’accorge d’haver tale
Error commesso, ‘v’il rimediar non vale.

 

Freme quando non può trovar moneta,
Ficca hora questo, hor quello e bene e spesso
Fura o commette altr’opera indiscreta,
Facendo simil’arte, il qual concesso
Forsi a tutti non è, perché vieta
Finalmente a colui, ch’in tal eccesso
Fondato ha il suo pensier, ch’a seguitarlo
Forza è robar, o haver il modo a farlo.

 

Giuocan molti per lor trattenimento,
Godendo una gentil recreatione,
Giuocando a giuochi di poco momento,
Giuocondi, e lieti, al tempo, o a la stagione,
Gridar fra lor non s’ode, ma un intento
Giusto, gli appaga tutti di ragione,
Gustando gran piacere, e spasso, senza
Guerra, né alcuna forte differenza.

 

Horrendo è il giuoco, e in odio ogn’un devrìa
Haverlo, come causa d’ogni male,
Havendo tai difetti in compagnia
Havuti sempre, e quei che seguon tale
Humor son pazzi, e qual più gran pazzia
Haver si può, poi che si getta a male
Honor, reputation, e quanto al mondo,
Huomo ha di bello, e buon manda in profondo.

 

Il giuocator da zarra va sovente
Ingegnandosi, e ogn’hor ha qualche nuova
Inventione, e usa similmente
Industria grande, con la qual ritrova
Il contanto, qual poi allegramente
In compagnia di travagliar le giova
Intento a cumularlo, e bene, e spesso
Involto resta nel suo laccio stesso.

 

Leva alla moglie spesso i vestimenti,
Lassandola in affanno e angonia,
La qual, se ben di ciò fa gran lamenti,
Le lagrime, e i sospir son tratti via,
La sua mente sola è, che i suoi talenti,
Le carte, ovvero i dadi portin via,
Li quali poi com’ha mandato a male,
Ladro diventa, o muore a l’Hospitale.

 

Mette ogni cura, ogni pensier da parte
Manda ogni suo negocio in nulla, e solo
Mira il meschino a maneggiar le carte,
Malamente vivendo, e spesso il duolo
Moltiplica in se stesso, che tal arte
Molte volte fallisce, e simil stuolo,
Matto si può chiamar, che d’hora in hora
Muta pensiero, e si consuma ogn’hora.

 

Nuota in un mar di latte quando tiene
Ne le mani il danar ch’era d’altrui
Né trova loco, e quando buon gli viene
Non vuol far patto, pur che tocchi a lui,
Nega il punto tal’hora, onde n’avviene
Nuova rissa, e discordia, e spesso a cui
Nulla colpa non v’ha, toccan le frutte,
Nascon dal giuoco queste cose tutte.

 

Ordine in sè non ha, non ha misura,
Opra sol sempre do gabbar ogn’uno
O che vita infelice, o che natura
Ove mai non soggiorna bene alcuno,
Onde chi in simil vicio star procura,
Ocioso vive, e di ben far digiuno,
Odiando chi’l riprende, e in tal furore
Offende spesso, chi gli porta amore.

 

Parco nel far limosina, e larghissimo
Poi nel spender in gola, e in puttane,
Privo d’amore, e in lui spasso grandissimo
Piove, quando è fra i giuochi, e le baccane
Prende piacer, e tiensi felicissimo
Praticando fra genti inermi, e vane,
Perch’essendo in tal vicio al fin sommerso,
Procaccia seguitarlo in ogni verso.

 

Quanto ei sia perso in questo, le sue molte
Qualità a tutti il fan palese, e chiaro,
Quali in questo mio foglio havendo accolte,
Quasi come un compendio le dichiaro,
Quindi mostrando quanto siano stolte
Quelle genti a cui piace il giuoco ignaro,
Quale porge oltre il perder la pecunia
Qualche querela ogn’hor, qualche calunia.

 

Rare volte si vede allegro, e poco
Ride, se a sorte non ha gran bonaccia,
Ricco sol venire cerca, e per il giuoco
Renega, grida, mormora e minaccia,
Rapisce ciò che puote mai loco
Ritrova, ma d’ogn’hor cerca e procaccia
Ridutti ove si giuochi, perchè il vero
Ristor de giuocatori è questo in vero.

 

Sollicito a la crapola, e a dormire
Son queste due sue gratie singolari,
Sol veglia tanto quanto può patire,
Se 'l giuoco dura, o manchino i danari,
Sodo, e constante a negare, e mentire,
Sordo a la riprension de suoi più cari,
Splendido in far del resto, e in far altrui
Servicio scarso, e sempre tira a lui.

 

Trista è tal arte, e tristo quel che spende
Tutto il suo tempo in opra così vile,
Tralassando da parte le faccende,
Tirando ogni negocio in questi ostile,
Travagliando la vita, e senza emende,
Trar via la robba, e ‘l tempo con simile
Trattenimento, che l’huom guida al fine,
Tristo e dolente, a l’infernal ruine.

 

Vltimamente dico a quei, ch’a tale
Vicio enorme son dati, e che sovente
Van dietro esercitandolo per male,
Vivendo in barrerie continuamente,
Vengono a offender Dio benigno, il quale
Verso lor sendo stato patiente,
Vn tempo, mosso al fin da giusto sdegno,
Viene a privarli del suo santo Regno.

 

Note


1 - 
Descrittione| Della Vita | Del Croce; | Con vna esortatione fatta ad esso, da va- | rij Animali ne’ loro linguaggi, à do- | uer lasciare da parte la Poesia. | E dui Indici, l’uno delle opere fatte stampare | da lui fin’ad hora; l’altro di quelle che | vi sono da stampare. | Opere curiose, e belle. | In Bologna, M. DC. VIII. | Appresso Bortolomeo Cocchi, al Pozzo Rosso. | Con licenza de’ Superiori. 
2 - Le sottilissime astutie di Bertoldo, dove si scorge un villano accorto e sagace, il quale dopo varii e rari accidenti a lui intervenuti, alla fine per il suo ingegno raro e acuto vien fatto uomo di corte e regio consigliere, opera nova e di grandissimo gusto, Milano, Pandolfo Malatesta, 1608, in die octobris. 
3
Pubblicata dapprima a Verona, venne ristampata a Bologna per V. Benacci (s.d). 
4 - Il componimento venne evidenziato da Alberto Trauzzi, Bologna nelle opere di G. C. Croce, in "Atti e memorie. Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna", Bologna, Presso la Deputazione di storia patria,1905. Alcuni dubitano che sia opera del Croce.
5 - Si veda al riguardo l'articolo Trionfi, Trionfini e Trionfetti. 
6 - Il Cacasenno, composto da Adriano Banchieri, venne pubblicato unitamente al Bertoldo e al Bertoldino del Croce nel 1620 in occasione della prima stampa di questi racconti con il titolo Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
7 - Si legga al riguardo il saggio iconologico Il Bagatto.
8 - Si vedano i saggi Dell'Etimo TaroccoI Tarocchi in Letteratura II e Scrivendo e Taroccando.
9 -
Si veda il paragrafo "Primiera contro Tarocchi" in I Tarocchi in Letteratura I 
10 - Su Anton Francesco Grazzini detto il Lasca, si veda ai saggi Trionfi, Trionfini e Trionfetti  e I Tarocchi in Letteratura III.
11 - Bologna, Bartolomeo Cocchi, 1610.
12 - Firenze, Alle Scale di Badia, 1608. 
13 - Lamento de’ bevanti per la gran carestia del vino e delle castellate di questo anno, opera nova in dialogo di Giulio Cesare dalla Croce. Interlocutori: Sponga, Trippa e Bacialorcio, Bologna, Heredi di Gio. Rossi. MDXCVIII. 
14 - Bologna, Heredi di Gio. Rossi, 1601.
15 - Ferrara, Vittorio Baldini, 1601.
16 - Bologna, Bartolomeo Cochi, 1610. 

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