Saggi di Andrea Vitali

Gli Amanti

 
Nei Tarocchi Visconti Sforza l’Amore è raffigurato da due giovani durante la cerimonia della “dextrarum iunctio” cioè l’unione della mano destra quale rito di indissolubile legame fra i due (figura 1). Li sovrasta, in piedi sopra una fontana, Cupido bendato munito di frecce.
Una stessa situazione si svolge sotto una tenda nei Tarocchi della medesima famiglia nella serie di Yale (figura 2) in cui la presenza di un cagnolino bianco si configura quale simbolo di pudicizia e fedeltà.
Il rito della “dextrarum iunctio” caratterizzò ampiamente i cerimoniali nuziali dell’alta classe romana, in particolar modo quella senatoria. Nel bassorilievo del Sarcofago degli Sposi di un alto funzionario romano (ca. 160-170 d.C.) presente presso il Palazzo Ducale di Mantova (figura 3), il contratto nuziale che lo sposo tiene in una mano viene celebrato alla presenza di Iuno Pronuba o Concordia, personificazione del matrimonio, dallo stesso dio del matrimonio Imeneo, che porta la torcia nuziale, e da Peithô, personificazione dell’armonia della vita coniugale e dei buoni propositi della coppia. Dietro lo sposo figura il testimone dell’unione.
L’immagine di Cupido, dio dell’amore, figlio di Afrodite e di Ares o secondo altri di Ermes, ebbe una grandissima diffusione iconografica nell’arte ellenistica e il rinascimento la ereditò in egual misura. I testi di iconologia del tempo interpretano la sua fanciullezza in rapporto all’eterna giovinezza del vero amore, oltre all’incoscienza che è tipica dei fanciulli. Infatti il Dio, giocando con gli uomini, li caccia, li ferisce e li infiamma senza rendersi conto del male che può causare.
La sua nudità esprime la privazione di ogni bene che gli uomini poco accorti raccolgono dall’amore: abiti, possedimenti, buon senso, saggezza, mentre la cecità - spesso infatti viene raffigurato bendato - rivela il suo disinteresse verso chi colpisce: il ricco e il povero, il bello e il brutto, il giovane e il vecchio, tutti sono a lui sottoposti e la sua freccia colpisce ogni uomo indistintamente. Inoltre nessuno si dimostra più cieco di colui che è influenzato dall’amore.
Una bella immagine del Dio appare nella miniatura che apre il Quadriregio di Federico Frezzi (ms. 989, sec. XV, Biblioteca Universitaria, Bologna), in cui l’identità Donna = Amore = Cupido si esplica attraverso la freccia scagliata dall’amante contro l’uomo (figura 4).
Le effusioni delle tre coppie di amanti presenti nei Tarocchi di Carlo VI con due Cupidi, in questo caso non bendati (figura 5), ci riconducono al Trionfo dell’Amore del Petrarca. La passione amorosa, guidata dal puro istinto, necessita del ricorso alla Temperanza, quella virtù che precede la carta dell’Amore nel Sermones de Ludo per suggerire, consigliare e far riflettere ogni buon cristiano sui pericoli della lascivia. Scrive San Tommaso nella Summa Theologiae: "La Temperanza che implica moderazione, consiste principalmente nel regolare le passioni che tendono ai beni sensibili, e cioè la concupiscenza e i piaceri, e indirettamente a regolare le tristezze e i dolori che derivano dall'assenza di questi piaceri" (Quaestio 2, articulum 2). La persona temperante è dunque quella che si sforza di resistere all'attrattiva delle passioni e dei piaceri, in particolare quelli sensuali, quando divengono eccessivi.
Se deliziosa appare la raffigurazione di questo trionfo nelle Carte Rosenwald con un cavaliere inginocchiato ai piedi della dama (figura 6) secondo un modello iconografico usuale nell’arte medievale e rinascimentale in riferimento al concetto di sottomissione-devozione (figura 7 - Crociato in atto di devozione, salterio inglese, sec. XII, British Museum, Londra), l’iconografia di questo trionfo non subì importanti modifiche fino al Tarocco di Marsiglia dove troviamo un giovane fra due fanciulle entrambe in atteggiamento amoroso (figura 8).
Si fa qui riferimento al tema di “Ercole al bivio fra il vizio e la virtù” che troviamo espresso in numerose opere figurative del tempo, come ad esempio in una incisione di Scuola del Carracci dove un Ercole seduto e appoggiato alla sua clava appare pensieroso di fronte alle profferte di due fanciulle (figura 9). La donna alla sua destra simboleggia il Vizio. Ella, che appare alquanto discinta, indica con le mani maschere e carte poste su un basso tavolo (da interpretare quale “bassezza”), mentre più in lontananza appare una rigogliosa fontana. Attraverso l’illustrazione di questo mito occorre osservare come l’insegnamento cristiano del tempo non si limitasse esclusivamente alla scelta fra “castitas et lascivia”, ma si estendesse invero a tutto ciò che poteva, recando piacere, turbare l’animo umano conducendolo su una errata via. Fra questi piaceri erano contemplati anche quelli che derivavano dalla natura e dalle sue bellezze. Nella Rappresentatione di Anima et di Corpo posta in musica da Emilio de’ Cavalieri (c. 1550-1602) l’Anima duella con il Corpo a suon di tentazioni da parte del Piacere.
Fra gli altri versi che l’Anima esprime in un momento di riposo troviamo: “Non vo’ più ber quest’acque, che la mia sete ardente s’infiamma maggiormente”.
Ma veniamo alla descrizione che il Piacer, con due compagni illustra al Corpo: “Chi gioia vuol, chi brama gustar spassi e piacere mentre il tempo lo chiama, venga, venga a godere, getti gli affanni suoi, corra a gioir con noi. Gli augelli pargoletti cantan su gli arboscelli: i pesci semplicetti guizzano pei ruscelli, e invitano al piacere con numerose schiere. Ridono i prati erbosi, c’han colorito i manti; le selve, e i boschi ombrosi son lieti e festeggianti: ogni piaggia fiorita al’allegrezza invita”.
Il Corpo: “A questi suoni e canti, Alma muover mi sento come la foglia al vento”.
L’Anima “Come ti cangi presto? Sta’ forte e non temere, quest’è falso piacere”.
Il Piacere con i due compagni: “O canti, o risi, o graziosi amori, fresch’acque, prati molli, aure serene, grate armonie, che rallegrate i cori, conviti, pasti, e saporite cene, vesti leggiadre, e dilettosi odori, trionfi, e feste d’allegrezza piene, diletto, gusto, giubilo e piacere, beata l’alma, che vi può godere”.
La risposta dell’Anima ribadisce ancora una volta il concetto della vanità di ogni piacere umano: “Non vi cred’io no, no, li vostri inganni io so: tutte le vostre cose che paion dilettose, al fin son tutte amare: beata l’alma, che ne sa mancare”.
Il Piacere con i due compagni: “Cacciate via i pensieri torbidi, tristi, neri, aprite, aprite il petto al piacere, e al diletto, aprite, aprite il core a la gioia, e al’amore, dolce diletto, ch’allegra il petto, soave ardore, gioia del core”.
L’Anima: “Via, via false sirene, di frodi e inganni piene. Il fin del vostro canto, occupa sempre il pianto: ogni diletto è breve. Ma quel ch’affliggerà, finir non deve”.
Il Piacere con i due compagni: “Or poi che non v’aggrada la lieta compagnia, ce n’anderem per strada, dov’altri ci desia: che per aver contento, verranno a cento a cento”.
Meglio dunque scegliere la Virtù, raffigurata nella nostra incisione da una donna completamente vestita che indica all’eroe un unicorno. Sulla castità di questo animale scrive, fra gli altri, il Venerabile Beda (672-735) nell’opera In Psalmorum librum esegesi: “L’unicorno è infatti un animale castissimo. Per cui, pure, non lo si cattura, se non grazie a delle vergini, poiché viene a loro e pone in grembo a loro il capo e s’addormenta” (Ps. 77; Patrologia latina, 93, 909 B).
Il suo trasferimento all’ambito cristologico (l’assimilazione dell’unicorno o liocorno in Cristo) è testimoniato in una serie considerevole di passi biblici riportati nella versio BIs del Fisiologo latino al cap. XVI: «Cosi anche il nostro Signore Gesù Cristo, spirituale unicorno (spiritualis unicornis), discendendo nell’utero della vergine, per mezzo della carne presa da lei fu catturato dai Giudei e venne condannato a morire sulla croce, lui che fino allora era stato con il Padre invisibile a noi. Del quale dice Davide: “É diletto come l’unicorno il figlio mio” (Salmo 28, 6). Di nuovo in un altro Salmo lo stesso Davide dice di sé: “Sarà esaltato come l’unicorno il mio corno” (Salmo 91, 11). Dice Zaccaria: “Ha rizzato il corno della salvezza nella casa di Davide, suo servo” (Luca 1, 69). E nel Deuteronomio Giacobbe [si tratta invece di Mosè] benedicendo la tribù di Giuseppe: “La sua bellezza come i primogeniti del toro, le corna come le corna dell’unicorno” (Deuteronomio 33, 17). Il fatto che abbia un solo corno sulla testa significa ciò che dice il Salvatore: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Giovanni 10, 30). Dio é testa di Cristo secondo l’Apostolo (I Corinzi 11, 3). Il fatto che lo dica molto feroce (acerrimum), significa che né i principati, né le potestà, né i troni, né le dominazioni poterono capire né l’inferno riuscì a trattenerlo. Il fatto che si dica piccolo animale (pusillum animal), è per l’umiltà della sua incarnazione, poiché egli stesso dice: “Imparate da me, poiché sono mite e umile di cuore” (Matteo 11, 29). É poi molto feroce (acerrimus), perché neppure l’acutissimo diavolo poté capirlo o scoprirlo indagando, ma per la sola volontà del Padre discese nell’utero della vergine Maria per la nostra salvezza: “e il Verbo si fece carne e abitò fra noi” (Giovanni 1,14). Che l’unicorno sia simile a un capretto significa che anche il nostro Salvatore, secondo l’Apostolo, fu fatto “in forma somigliante alla carne, e con il peccato vinse il peccato nella carne” (Romani 8, 3). Bene dunque é stato detto dell’unicorno».
Nell’incisione citata l’animale si trova in cima ad un monte a sottolineare come la via per giungere alla perfezione non sia facile, ma in continua salita e quindi difficoltosa. Un concetto che abbiamo evidenziato anche in riferimento alla carta dell’Eremita. Scrive infatti Giovanni della Croce nella Salita del Monte Carmelo (1579-1585): “L’anima che vuol salire sul monte della perfezione per parlare con Dio deve rinunciare a tutte le cose e lasciarle in basso” (I, 5,6).
Ritornando alla carta dell’Amore e alle sue versioni, ritroveremo di nuovo la coppia degli amanti nel Tarocco di Etteilla dove l’esplicita scritta Mariage illustra chiaramente la situazione (figura 10).

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