Saggi di Andrea Vitali

Taroch: nulla latina ratione

Con barbaro rito, senza alcuna relazione con il Latino, ora lo chiamano taroch

 

Questo saggio riprende la tematica indagata negli articoli Dell'Etimo Tarocco , Tharocus Bacchus Est, Taroch: latino volgarizzato e Rochi e Tarochi, a cui si rimanda per completezza di informazione.


Francesco Mantovano, comunemente identificato con Francesco Vigilio (1446-1534), fu commediografo e scrittore, il più autorevole dei maestri che dopo Vittorino tennero scuola in Mantova. Grazie ai favori di Isabella, moglie di Francesco II Gonzaga, divenne pubblico precettore di grammatica, dando inizio con i suoi scolari a diverse recite di commedie, fra cui il Formigone "cavata da Apuleio" che ebbe come spettatori la stessa Isabella e il piccolo Federico di cui il Vigilio divenne precettore. Una recita coronata da straordinario successo.


Fra gli altri componimenti scrisse il Lautrec, incentrato su vicende storiche a lui contemporanee e in particolare ai fatti di Milano intorno al 1521, il cui governatore era appunto il capitano francese Lautrec, e un Dialogo de Italia rappresentato a Mantova nell’agosto del 1512, alla presenza di Mattia Lang, arcivescovo Gurgense (1), incentrato sulle miserie dell’Italia, così come risulta da una lettera che Vigilio inviò a Federico Gonzaga il 18 novembre del 1512 “Essendo qui lo Episcopo Gurgense li fece representare uno dialogo de la Italia in modo di actione comica, in lingua latina".


La personificazione dell'Italia in opera drammatica non è cosa eccezionale nel Rinascimento (2), ma senza dubbio il Dialogo si configura come il più interessante, tanto da essere divenuto oggetto di varie interpolazioni. Il Sanudo ci tramanda la Comoedia Veronae habita coram reverendissimo Gurzensi Cesareo oratore et gubernatore messa in scena nel settembre del 1512 (3), appena un mese dopo la rappresentazione mantovana e che si configura, attraverso pochi tagli e integrazioni, come un adattamento del Dialogo di Vigilio per una rappresentazione veronese. Nella Comoedia un vecchio (Senex) dialoga con l'Italia sullo stato miserevole della sua condizione e accanto a questi, appaiono due fanciulle, personificazioni di essenziali attributi del nostro paese, Areta e la felix Ubertas.


Un componimento simile, riportato semplicemente come Dialogue sur les malheurs de l'Italie, si trova alla Biblioteca Nazionale di Parigi negli inventari Delisle (4). In questo componimento, accanto a Italia e Areta, troviamo ad interpretare il ruolo del Senex un Oeconumus (5), mentre Ubertas è sostituita con Eucarpia. Da un raffronto fra i due testi risulta che entrambi discendono da un’unica fonte, anche se quello del Sanudo debba ritenersi più vicino all'originale del testo parigino. Il Dionisotti giunge pertanto alle seguenti conclusioni: " I - Il testo del Sanudo dipende direttamente dall'originale perduto, opera di Vigilio. II - Il testo del ms. parigino rappresenta un'elaborazione dell'opera stessa del Vigilio, che probabilmente aveva già subito nel frattempo adattamenti e integrazioni per altre feste mantovane" (6). Si ipotizza pertanto che il modello comune debba farsi risalire ad un lavoro perduto dello stesso Vigilio da datarsi a diversi anni prima della sua rappresentazione mantovana del 1512.

Fra il 1532 e il 1534 sempre sul medesimo soggetto venne rappresentato al teatro di Mantova un nuovo dialogo composto dallo stesso Vigilio o dal figlio Gerolamo o da altri, dal probabile titolo Italia e Mantua, un dialogo che si presenta innanzitutto come un notevole documento di letteratura cortigiana gonzaghesca, date le numerose informazioni sulla educazione di Federico, Ercole e Ferrante Gonzaga che vi si ritrovano.


L'esordio è affidato a Italia che compie un lamento sulle sciagure che l'affliggono, mentre Oeconumus tenta di confortarla. Nell'istante che questa rivela la propria identità, l'uomo prorompe in un enfatico elogio della sua grandezza: "Vix hoc crediderim nisi et orazionis lepidatis et oris maiestas eam te esse mihi persuaderet. O salve tot regum, tot imperato rum, tot pontificum, tot quoque sapientum et parens et altrix et, quo ingenue fatear, ut supra humanum captum efferaris, verae et ortodoxae religionis columen". In queste parole si delinea quello che sarà il motivo conduttore del dialogo, cioè "il mito della romanità imperiale e cattolica fondato su un accordo solenne delle due potestà, come un patto insindacabile e perfetto dell'universa vita politica e sociale", secondo quanto afferma il Dionisotti (7).


L'Italia è ridotta in miseria e questo a causa dei barbari che l'hanno crudelmente spogliata. Ma chi sono questi barbari? I Tedeschi, i Francesi e gli Spagnoli: "Nunc vero e tota Germania Gallia et Hispania barbari hostes in nostrum imperium ita conspirarunt ut nos nostraque omnia in predam verterent, virorum multa caede, mulierum ac virginum assiduis stupris, agrorum squalore, armentis ac gregibus partim caesim partim abactis...". Si prosegue poi con il lamento per il saccheggio della capitale dell'Impero (1527) ad opera dei Barbari lanzichenecchi: "Sacrilegi hostes ausi etiam urbem, imperii caput, Romam irrumpere, omnia diripere: caesi multi, mulieres stupratae, plerique etiam sacri et summis honoribus perfugentes partim caesi, partim captivi sese grandi pecunia redemerunt, et, quod cor mihi confodit, Paranymphus meus, Clemens summus pontifex, in manus turpissimorum hominum traditus, in Mollem Adriani carcerem detrusus; Roma dirrepta, Roma desolata, Roma non amplius Roma, sed quae fuerit carnificum officina, latronum spelunca". Scrive il Guicciardini in riferimento a questo evento: "Tutte le cose sacre, i sacramenti e le reliquie de' santi, delle quali erano piene tutte le chiese, spogliate de' loro ornamenti, erano gittate per terra; aggiugnendovi la barbarie tedesca infiniti vilipendi. E quello che avanzò alla preda de' soldati (che furno le cose più vili) tolseno poi i villani de' Colonnesi, che venneno dentro. Pure il cardinale Colonna, che arrivò (credo) il dí seguente, salvò molte donne fuggite in casa sua. Ed era fama che, tra denari, oro, argento e gioie, fusse asceso il sacco a più di uno milione di ducati, ma che di taglie avessino cavata ancora quantità molto maggiore" (8).  

Col progredire del testo ci avviciniamo al nostro motivo di interesse che inizia allorché viene messa in evidenza la corruzione dei costumi causata dalle influenze barbariche. Nel costume e nel linguaggio è sovrana l'anarchia, che ha sopraffatto l'ordine antico sostituendovi usi adulterati e barbarici. Basti considerare gli indumenti introdotti dalla moda recentissima, come il tabarro o le pantofole. Alla stranezza delle fogge si accoppia quella dei nomi: gli stivaletti ad esempio ora si chiamano borzacchini "borozachinos, quod nomen non sine dentium stridore perfertur"; il corsetto "boric orrendo sono dicitur". Gli uomini sono divenuti effeminati e son soliti indossare "bracatas illas caligas, variis fascis circumdatas, tot laciniis, picturis, tot emblematis perforatas", mentre le donne ostentano a tal punto le loro grazie da giungere addirittura a surrogare quelle bellezze che non possiedono con seducenti orpelli "quin et maiore et dedecore et impensa sese placere student, clitellis suffercinatae, ut scilicet latera obesa et polposa mentiantur".


Persino nei giochi è prevalso l'uso dei nomi barbarici: "Quid illud, quod in ludis quoque barbaris verbis utuntur?". Il Petrarca aveva designato col nome di gioco dei Trionfi le carte dipinte, senza dubbio una scelta ottima, dato che quel termine si riferiva alla vittoria guerresca: "Franciscus enim ille meus Petrarcha picturatarum cartarum ludo Triumphorum nomen induxerat (9), optime quidem, quod in eo veluti bellica victoria spectatur". Ma ora con barbaro rito, senza alcuna relazione con il latino, lo chiamano taroch: "Barbaro ritu, taroch nunc dicunt nulla latina ratione". Ma allora perché quel gioco non viene chiamato non meno impropriamente bachiach? "Sed cur non minus improprie bachiach?" (10).


Mentre per il Dionisotti, bachiach sta per bachioch, cioè bachiocco, babbeo, il Cherubini suggerisce anche il milanese baciaccol segnando tarocch per tarlucch, termine che nel dialetto milanese significa sciatteria, malmodo, giustificando in tal modo la scherzosa proposta di cambiare nome al gioco, bachiach in sostituzione di taroch (11). A nostro avviso il termine bachiach potrebbe derivare da Bacco, il Dio della follia, così come da noi evidenziato nel saggio Tharocus Bacchus Est. In tal senso il termine Taroch, con il significato di follia, dovrebbe essere messo in relazione con la carta del Folle, da cui deriverebbe il nome di questo gioco di carte.   

Anche il latino degli antichi si è imbarbarito, afferma Areta, la quale appare tuttavia speranzosa in una sua rinascita poiché ha visto alcuni uomini i quali "et ex graecis in latinum trasferendo et suo ipsorum ingenio nova componendo, leporem illum pristinum, ut Victorinum Feltrensis, Guerrinus Veronensis, Leonardus Aretinus et alii quam plurimi, excitaverunt, et qui postea eorum emulatione in hoc laborarunt, ut parum nostra aetate desit a Ciceronis" (Riassumendo: grazie ad alcuni letterati, come Vittorino da Feltre, Guerrino Veronese e Leonardo Bruni, detto Leonardo Aretino dalla sua città natale, e loro emulatori, trasferendo in lingua latina i testi greci giungono a comporre testi di grande pregio).


In mezzo a tanti lutti e rovine è stato consentito a Italia di trovare un solo rifugio sicuro: Mantova, di cui Oeconumus celebra un elogio estendendolo anche al suo Principe. Di seguito interviene Areta che racconta come abbia avviato Federico al governo della cosa pubblica, Ferrante all'uso delle armi, Ercole alla conoscenza delle lettere e della filosofia e di tutte quelle discipline "quibus sacerdotes maxime indigent". Italia elegge pertanto Ercole quale proprio "suffragatorem et praecipuum patronum" augurandosi di vederlo assurgere al soglio pontifico.


A questo punto, soffermandoci sul termine Taroch qui considerato di origine barbarica (12), esso appare menzionato con il significato di "sciocco" già verso la metà dell'ultimo decennio del Quattrocento in una Frotula di Giorgio Alione (13), poeta trovatore astigiano, mentre in versione Tarochus, con significato di "idiota, imbecille, uomo di poco conto" in una maccheronea di Bassano Mantovano, all'incirca dello stesso periodo, così come individuato da Ross. S. Caldwell. Se si considera che il significato del termine minchiata, il tarocco toscano, viene descritto come "cosa per sciocchi" in un componimento datato indicativamente al 1510, la Farsa Satyra Morale di Venturino Venturini da Pesaro, appare a questo punto inequivocabile che il significato del termine Tarocco sia da ricondurre agli attributi qui espressi, anche in considerazione del fatto che le date dei documenti citati a sostegno di questa attribuzione appartengono a quel periodo in cui la parola tarocco, nelle sue forme antiche di taroch e tarochus, andò a sostituire il termine Trionfi nella definizione di quel particolare gioco di carte.


Ritengo che questa sostituzione debba essere imputata all'azione della Chiesa, che per dissuadere i giocatori dall'avvicinarsi ai tavoli da gioco, volle chiamare tarocco quel gioco, denunciando in tal modo la stupidità, la sciocchezza e il poco valore di quegli uomini che ad esso si fossero asserviti.


Note


1
- La messa in scena avvenne in occasione del lungo soggiorno in quella città del Gurgense che era giunto a Mantova per partecipare a una Dieta.
2 - Già nel 1501 il marchese Francesco aveva chiesto a Niccolò da Correggio un "capitulo de qualche inventione sì che il se possi recitare... nel quale fosse introduca Italia Mantua et noi in qualche comparazione o disputazione insieme". Cfr: T. Basile, V. Pera, S. Villari (a cura di), Carlo Dionisotti. Scritti di Storia della Letteratura Italiana, I, 1935-1962, Roma, 2008, pag. 11.
3 - A Verona la rappresentazione avvenne fra il 18 e il 22 settembre 1512, periodo in cui il Gurgense dimorò nella città. Della recita veronese del Dialogo il testo ci è stato tramandato da Marin Sanudo, Vita dei Dogi, in "RR. II. SS", XXII, Città di Castello, 1902, I, XV, pagg.146-151. 
4 - Ms. latino 16578. (Bibl. de l'Ècole des Chartes; XXXI, 1870, pag. 151). Al componimento, in un momento successivo, fu attribuito il titolo De calamitatibus Italiae.
5 - Oeconomus, cioè rei familiaris administrator et custos, qui custode di un palazzo al quale Italia e le sue compagne si presentano.
6 - Carlo Dionisotti, Italia e Mantova, in "Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino - Parte Morale", v. 72, Torino, 1937, pag. 11. 
7 - Carlo Dionisotti, op.cit., pag. 244.
8 - Francesco Guicciardini, Storia d'Italia, 18, 8.
9 - L'autore qui suppone che il nome di Ludus Triumphorum, cioè gioco dei Trionfi, fosse stato attribuito a quel tipo di carte dal Petrarca in quanto artefice dei famosi Trionfi.
10 - Che la parola Tarocco fosse di origine barbara fu stimato per lungo tempo: il Parini nel componimento Il Mattino, il Mezzogiorno e la Sera (Poemetti III), scrive "Al Tavolier sedete, e non stupite / Se il barbaro stranier nome del gioco / Troppo duro risuona ai vostri orecchi". Edizione di riferimento: Venezia, Presso Pietro Savioni, 1774. La Sera, pag. 101. 
11 - T. Basile, V. Pera, S. Villari (a cura di), op. cit., pag. 14.
12 - Da parte nostra abbiamo trovato un Taroco Briscinius (di cui Taroco è prenome) menzionato in una stele funeraria romana rinvenuta ad Aidussina (Slovenia) e databile alla prima metà del I secolo dopo Cristo. L’indicatore principale della buona riuscita della mediazione culturale fra gli indigeni di quelle terre con i nuovi proprietari romani, trova conferma nell’abitudine di lasciare un monumento funerario iscritto nelle forme usuali dell’epigrafia aquileiese, seppur con una forte connotazione epicoria, cioè indigena. La stele venne fatta erigere a proprie spese dallo stesso Taroco per sé e per la nuora Quarta Freia Marci filia (figlia di Marco). La falx vinitoria, raffigurata a rilievo al di sotto dell’iscrizione, qualifica il nostro Taroco come un vignaiuolo. Cfr: Claudio Zaccaria, Forme e luoghi della “mediazione” nell’Italia nordorientale romana, pag. 98 in Franco Crevatin (a cura di) “I Luoghi delle Mediazioni. Confini, scambi, saperi”, Fonti e studi per la storia della Venezia Giulia, Serie Seconda: Studi, Vol. XVIII, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Trieste, 2009. La stele si conserva nei Musei Provinciali di Gorizia: Ettore Pais, Suppl. It., 60; Inscriz. It., X, 4,342; Cfr: Zaccaria, Tergeste et ager Tergesti adtributus, in “Supplementa Italica, n. s., 10, Roma, Quasar, 1992, pag. 236, ad n.342: sulla formula onomastica vedi Fulvia Mainardis, Tracce di onomastica celtica nell’epigrafe preromana e romana delle regioni nord-orientali, in “I Celti nell’alto Adriatico”, Trieste, Editreg, 2001 (Antichità Altoadriatiche, 48), pag. 64. Taroco è considerato prenome epicorio da Olli Salomies, Die römischen Vornamen. Studien zur römischen Namengebung, Helsinki, Societas Scientiarum Fennica, 1987, (Commentationes Humanarum Litterarum, 82), pag. 129.
13 - Su la Frotula di Alione si veda al saggio Taroch - 1494. 

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