Saggi di Andrea Vitali

Trionfi, Trionfini e Trionfetti

Fra Gioco e Letteratura

 

Premessa 
 
Prima di entrare nel vivo dell’argomento, onde evitare equivoci, si ritiene opportuno un chiarimento sul gioco dei Trionfi.

 
Nel Quattrocento con la parola Triumphi (Trionfi) venne designato il gioco composto dalle 22 carte allegoriche (1) in abbinamento alle 56 fra carte di corte e numerali, per un totale di 78 carte.


Questo gioco, ad iniziare dalla fine del Quattrocento e nei secoli seguenti, non venne più chiamato Ludus Triumphorum, ma Ludus Tarochorum, cioè gioco dei tarocchi, mentre  per definire le sole  carte trionfali i letterati adottarono espressioni come Triumphi de’ Tarrochi (Giulio Cesare Croce) oppure il solo termine Trionfi (Notturno Napolitano) o Triumphi, mentre per i giocatori erano le carte che trionfavano - e che chiamavano quindi Trionfi - in quanto possedevano un potere di presa superiore alle carte numerali e di corte.


Nel contempo, sempre dalla fine del sec. XV, con il termine di Ludus Triumphorum o di Ludus ad Triumphos come pure gioco dei Trionfini o Trionfetti (questi ultimi due caratterizzati da regole forse diverse dal Ludus ad Triumphos), venne definito quel gioco in cui si utilizzavano esclusivamente le carte numerali e le carte di corte. In questo gioco, con il termine Trionfi - nome prestato ovviamente dalle 22 carte allegoriche dei tarocchi con potere superiore di presa - venivano designate le carte appartenenti al seme di briscola. Tale seme era determinato dallo scoprimento, prima dell’inizio di ciascuna partita, di una carta presa dal mazzo. Questa la descrizione che ne dà Pietro Sella nel suo Nomi Latini di Giuochi negli Statuti Italiani (sec. XIII-XVI) alla voce Ludus ad Triumphos, Triumphorum: “Giuoco di carte secondoil colore della carte, detta trionfo,scoperta al principio della partita” (2). Dallo stesso autore siamo informati inoltre che altri giochi venivano chiamati con il termine di Trionfi, come il Ludus ad Trapollinus:“Chartas ad ludendum …sive triumphos aut trapollinos. Reggio, 1501, III, 173. Giuoco di carte detto del trapolino”.


In pratica, con il nome di Trionfo venne ad essere designato, dalla fine del sec. XV in poi, il seme di briscola. Nel volume VII del Dizionario della Lingua Italiana del 1830 (3) alla voce Trionfo è scritto: “Trionfo, nel giuoco dell'Ombre, si dice il seme nominato dal giocatore”, mentre  nel secondo volume del Dizionario Piemontese Italiano, Latino, Francese della stessa epoca del precedente (4)troviamo: “Trionf, sorte di giuoco di carte, trionfetti, trionfini, chartularum lusus, jeu de la triomphe” e anche “Trionf, a certi giuochi di carte si è il colore délla carta che rimane dopo che se riè distribuito ai giuocatori il dovuto numero od anche il seme délle carte che deve prevalere agli altri”. Nell'opera Thesaurus Proverbiorum Italico-Bergamascorum rarissimorum et garbatissimorum di Bartolommeo Bolla, apparso a Francoforte nel 1605, fra i tanti proverbi e modi di dire, troviamo anche l'espressione Ludere triumpho bastonadarum tradotto dall'autore con "Gioccar a triomphi di bastoni".


La distinzione fra il gioco dei Tarocchi e quello dei Trionfi è ben evidenziato anche nel Capitolo del Gioco della Primiera di Francesco Berni laddove scrive “…viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco degno di star fra fornari et calzolai et plebei a giocarsi in tutto di un Carlino in quanto a tarocchi, o a trionfi, o a Smischiate che si sia...". Girolamo Cardano nel suo Liber de Ludo Aleae (Cap. XXV -  De ludis chartarum) scritto nel 1526, riporta, assieme a tanti altri, il gioco dei Trionfi,  quello dei Tarocchi e quello dei Triumfeti (Triumphi, Triumfeti, Sequentiae, sequentinum Tarochi, etc), da cui si può dedurre che quest'ultimo potesse essere un gioco a se stante con regole ancora diverse dal gioco dei Trionfi oggetto della presente disamina.

Sembra che le regole di questo gioco di Trionfi, chiamato Triumpho Hispanico à Trionfetto (5), come esprime il nome, fossero state importate dalla Spagna. Sul Trionfo Spagnolo il celebre umanista Juan Maldonado scrisse in latino nel 1541 e con revisione nel 1549, una dissertazione dal titolo Ludus Chartarum Triumphus (6), composta sotto l'influsso di un testo educativo sulle carte da gioco di Jean Luis Vives (amico di Erasmo) dedicato al giovane principe Carlos, dal titolo Ludus Chartarum seu Foliorum (1538 ?) (7). Maldonado descrive il gioco e le sue regole attraverso un dialogo fra diversi giocatori di nome Maldonatus, Ferranus, Rosarius, Padronus, Asturianus.

Il gioco dei Tarocchi e quello dei Trionfi, per il loro carattere ingegnoso, non vennero inseriti nel sec. XVI nell’elenco dei giochi reputati d’azzardo. Gli Statuti di Crema del 1534 (n.89) dichiarano infatti che “Quilibet possit ludere ad tabula set schacos et triumphos et tarochum de die et de nocte". Con il trascorrere del tempo tuttavia entrambi finirono coll'essere condannati, dato i delitti che ovunque si perpetravano attorno ai tavoli da gioco. L’attrazione degli accaniti giocatori verso il gioco dei Trionfini era tale da non potervi assolutamente rinunciare, a volte anche con terribili conseguenze. Diverse sono le testimonianze al riguardo. In tre diversi documenti d’archivio veneziani del 1732, 1753 e 1768 troviamo:

“L’Amarezza di rimanere soccombente aveva fatto smarrire la logica anche a Gerolamo Berta detto Marsion, pescivendolo; il quale, nel giorno 19 dicembre 1732, avendo perduto a Trionfetti ed alla Zecchinetta, nel Magazen a S. Moisè, 4 Lire - come il Fassetta [cognome di un personaggio coinvolto in una situazione simile che l’autore riporta sempre nella sua opera] – improvvisamente si alza da tavola, urta con disprezzo i soldi che vi erano sopra, dà un pugno al suo avversario Chiodo; e, nell’atto che costui si abbassa silenzioso per raccogliere le monete cadute, lo uccide con due coltellate. Ma al giocatore non bastava – per qualche moneta lordarsi le mani di sangue. Il desiderio di tentare di nuovo la sorte era così vivo, che, non curante della sua libertà, tornava poco dopo nella bisca” (8).


“Nel 22 dicembre 1753 il Panuti perde, nel Magazen a S.Gioacchino, una sfida a trionfetti; non avendo di che pagare chiede ad Anzolo Grinta 30 soldi, e perché questi si rifiuta lo accoltella e ferisce un giocatore che era seduto vicino al Grinta. Panuti fu bandito per 7 anni (9).


"Anche i poliziotti frequentavano le bische; e, tra i molti, si ha ricordo di un Domenico Vasan, o sia Gazan d. Padoan e d. Becca, che si trovò implicato in una seria baruffa originata da una partita a Trionfo" (10).


La Letteratura

Juan Maldonado - Pietro Aretino - Giovanni Huarte - M. A. Buonarroti il Giovane - Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca - Giovanmaria Cecchi - Thomaso Garzoni da Bagnacavallo - Traiano Boccalini - Giovan Battista Lalli - Gregorio Leti - Lorenzo Bellini - Giambattista Basile - Niccolò Forteguerri - Miguel de Cervantes - D. Sebastián de Covarrùbias Orozco - Don Antonio de Guevara - Cristóval Suárez de Figueroa - Ernst Adalbert von Harrach 

Il gioco dei Trionfini o Trionfetti (Trionphetti) viene menzionato in diversi testi letterari ad iniziare quindi dal XVI secolo (11).


Lo troviamo in Pietro Aretino (12) nella Scena XVI della commedia Talanta: “Talanta: Ben si sa ch'io non tengo l’amicizia de' vecchi per trastullarmi nel giocare con essi a' trionphetti, né per crepar di ridere de' miracoli che mi fanno le parole intorno, e del sudore che li bagna la fronte, quando lor chieggio un servigio; ma per accrescermi il credito con la lor riputazione, che ad una pari mia è un bel che, quando si dice: messer tale e messer cotale la corteggiano”. (Italiano corrente. Talanta: Tutti sanno che io non stringo amicizia con i vecchi per divertirmi a giocare con essi a trionfetti, né per crepar dal ridere per i miracoli di cui essi parlano e per il sudore che bagna la loro fronte quando chiedo loro un servizio, ma per accrescere la mia immagine con ciò che loro pensano di me, dato che per una donna del mio pari è un bene quando si sente dire che quel tale messer o quell’altro messer la corteggiano).

 

Nella scena XIII che descrive l’incontro di Talanta con il parassita Branca e il capitano Tinca, fra gli attributi che quest’ultimo, innamorato perdutamente di Talanta, le rivolge, accanto a “elmetto del mio capo, corazza del mio dosso, gambale dei miei stinchi, barde del mio corsiero, pendaglio delle mie insegne” troviamo anche “carro del mio trionfo”, in quanto egli considerava Talanta l’oggetto che lo motivava, o meglio lo ‘conduceva’, a cercare situazioni da conquistare. Anche se questa espressione non fa riferimento al gioco dei Trionfi rinascimentali, ma al ludus tarochorum, dato il periodo in cui l’Aretino compose questa commedia (1542), l’espressione appare di una certa importanza se si considera che il significato della carta del Carro sarebbe in effetti quello di carrus triumphalis, cioè della ricerca del trionfo e della vittoria personale, di cui il carro diviene allegorico strumento non solo di ‘movimento verso’, ma anche di "spinta motivazionale".


Michael S. Howard ci informa che nell’opera dell’Aretino Le Carte Parlanti (1534) di cui abbiamo trattato ai saggi Semi Simbolici e Il Theatro de’ Cervelli, il gioco dei Trionfetti è citato in due distinti passi.


Discorrendo sulle perdite di denaro che il gioco delle carte comporta, le stesse carte, discutendo con il cartaio Padovano - loro interlocutore – così si esprimono: “Carte: L’Ostinazione fù sempre il conflitto degli animi ostinati. Pur noi alle fiate, per un certo non sappiamo che, non solo permettiamo, che un perda una gran somma di pecunia, dilettandoci nella buffoneria, con la quale ci ricrea, il vederlo poi giocare a i trionfetti, quel tanto di vincita, che gli da colui, ché gli beccò sù gli scudi; ma consentiamo, che una così sciagurata quantità di piccioli, ritorni in una voga, che gli fa rivincere i contanti à doppio” (13).


Il secondo passo racconta una storia accaduta ad un giovinastro alquanto superficiale che, in viaggio per Loreto per assolvere ad un suo voto, venne avvicinato da un baro (Baratto) che gli vinse tutti i denari a Trionfetti e alla Condannata (14).


Questo il passo: “
Carte:....La conclusione fu, che da i trionfetti da beffe, si venne alla condennata da senno, e dalle, e percuote, il dì lungo gli parve un attimo: ….." (15). La satira dell’Aretino è qui implacabile: invertendo le qualità dei due giochi, l’autore definisce “da beffe” un gioco che in realtà necessitava di qualche ragionamento, ma che nella storia raccontata diveniva beffardo in quanto il baro governava il gioco, mentre quello della Condannata (16), che abbisognava di sola fortuna, essendo uno dei più terribili giochi d’azzardo, viene chiamato ironicamente “da senno”, cioè che implicava ragionamento. Un ragionamento che il giovane avrebbe dovuto attuare, negandosi di giocarlo, tant’è che con quel gioco venne condannato definitivamente alla sconfitta. 


Che il gioco dei Trionfetti necessitasse di un certa capacità intellettiva e immaginativa, prerogative per le quali  inizialmente non venne inserito fra quelli considerati d’azzardo, è testimoniato da diversi autori, fra cui il medico e filosofo spagnolo Giovanni Huarte (1530?-1591?) che in una sua opera sull’ingegno degli uomini così si espresse su quel gioco e sulla Primiera: “Il saper giuocare a primiera, & fare inviti falsi, & veri: & il tenerla, & non tenerla, quando è tempo: & per congetture conoscere il punto del suo contrario, & il sapere scartare: sono tutte opere della imaginativa. Il medesimo diciamo del giuoco del cento, & de i trionfetti: benche non tanto, quanto la primiera di Alemagna: & non solamente fa prova, & dimostratione della differenza dell'ingegno: ma scopre anchora tutte le virtù, & vitij dell’huomo. Perche ad ogni momento s'offeriscono in questo giuoco occasioni, nelle quali l'huomo scopre quel, ch'egli farebbe anchora in altre cose di maggiore importanza, quando vi si trovasse” (17).

 
M. A. Buonarroti il Giovane (18)menziona il gioco dei Trionfini nella commedia Le Mascherate, laddove un coppiere racconta quanto avvenuto fra dame e cavalieri intorno ad un tavolo da gioco. A questo monologo segue un “Coro dei Circostanti” sulla Fortuna.

 
Atto Secondo  Scena Sesta


Coro di Dame e di Cavalieri: più Staffieri, e Coppiere e più Servitori

 

Coppiere. Avvenne ch' in giucando a' trionfini
A rubar, la signora
Sofronia (par a me) della Sannella,
Con la signora Vinciguerra Ardinghi,
E con due cavalier, nel dar le carte
Nacque confusïone, onde amendue,
L'Ardinghi e la Sannella,
Preteser ch' una carta (io credo un asso,
Credo quel de' bastoni)
Fussi dovuto a sè, donde le grida
E le rampogne, e'l berghinelleggiare (1)
Nacque in poche parole; e d' altra parto
Facendo a'goffi il signor Agatone,
Che queste dame usan chiamar Gattone,
Col signor Diodor, nacque contesa
In materia di segni più o meno,
Perchè quel primo si fusse avanzato .
Segnando al debitor più un fagiuolo.
Ci si fece si fatta fagiolata,  (2 )
Che la Regina v'ebbe a impor silenzio,
E comandò fermarsi tutti i giuochi
Fino a nuovo suo ordine, e commise
Esser immantinente ivi portato
Da bere e colizione.


(1)
- garrire con molte vane chiacchere
(2) - discorso lungo e scipito


(Avvenne che mentre la signora Sofronia della Sannella  - che secondo me barava nel dare le carte - giocava a trionfini  con la signora Vinciguerra Ardinghi e con due cavalieri, nacque confusione, per cui entrambe, l'Ardinghi e la Sannella, pretesero che una carta - credo un asso, quello di bastoni - spettasse a loro e da qui, in poche parole, sorsero grida, risentimenti e molte vane chiacchiere; dall’altra parte le osservava il signor Agatone, che queste dame usavano chiamare Gattone, il quale iniziò a discutere col Signor Diodor sui segni e sul perché fosse avanzato quell’asso che avrebbe aumentato il debito. Si fece un discorso lungo e scipito fino a che la Regina impose silenzio e comandò che si fermassero tutti i giochi fino a suo nuovo ordine e ordinò che fosse immediatamente portato da bere e da mangiare).

 
Coro dei Circostanti al Giulè gia fornito


Un ampissimo il mondo è tavolino,
     Evvi ognun giucatore,
     E fra speme e timore
     La fortuna a ognun fa capolino:
     Ch'ell'è dentro, ch'ell'è fuore,
     Ch'or t' alletta or ti s'invola
     La Fortuna mariòla.


Gioco, amor, mercatura, onori e corte,
     Entrici anche la guerra,
     Il mar dirò, la terra,
     Scherzo son vicendevol della sorte: 
     Ch' or t'innalza, or ti sotterra,
     Ch’ or t'alletta, or ti s'invola
     La Fortuna mariòla.


Non la stimi o l'apprezzi uom che l'apprezza,
     Uom che in altri la stima
     Stia lesto in su la scrima
     A' suoi calci, e le dia poca cavezza
     E la domi ben prima;
     Poi lasci ir, se gli s'invola,
     La Fortuna mariòla.

 

Brindis, signore, brindis, bere, bere,
     Tutt' altro è vanità.
     La mia fortuna sta
     Il fondo discoprir d'un gran bicchiere:
     E se fresco ei giù ne va,
     Vo'sommergermivi'n gola
     La Fortuna Mariòla.


(Coro dei Circostanti sul gioco di carte già fornito. Il mondo è un grandissimo tavolino, ciascun giocatore vi vive attorno e, fra speranza e timore,  la fortuna si affaccia ad ognuno. Essa è ora vicina, ora lontana, a volte essa alletta, a volta scompare, la Fortuna dispettosa. Gioco, amore, affari, onori, la corte e aggiungi anche la guerra, il mare e la terra, sono tutti vicendevole scherzo della sorte: che ora ti innalza, ora ti sotterra, ora alletta, ora scompare, la Fortuna dispettosa. Non la stimi o l’apprezzi l’uomo fortunato; l’uomo che la vede in altri stia veloce a combattere i suoi calci e le dia poca corda e la addomestichi quanto prima; poi la lasci andare, se essa scompare, la Fortuna dispettosa. Beviamo, signore, beviamo, bere, bere, ogni altra cosa è vana; la mia fortuna consiste nello scoprire il fondo di un grande bicchiere: e se fresco il suo contenuto va giù, me ne riempio la gola, la Fortuna dispettosa).

 

A proposito della Fortuna, va ricordato che il termine Bazza,che significa appunto “buona fortuna”, deriva dal gioco dei Trionfini e da quello dei Tarocchi. Ne siamo informati dall’opera Le Origini della Lingua Italiana compilata dal Signor Egidio Menagio Gentiluomo Francese, Colla Giunta de’ Modi di dire Italiani, raccolti e dichiarati dal medesimo, stampata a Ginevra nel 1685 (19)alla Voce. Ba, Bazza: Buona fortuna. Metafora tolta dal giuoco de’ trionfini e de’ tarocchi, quando si piglia la carta data senza trionfo. E quando non è presa, né con trionfo né senza, è di bazza. Lat. De lucro est.

Hazer bàza
è invece espressione del gioco del Triumpho Hispanico. Viene ricordata nell’opera Dialogos Apazibles, compuestos en Castellano, y traduzidos en Toscano - Dialoghi Piacevoli, composti in Castellano e tradotti in Toscano,scritta da  Lorenzo Franciosini, professore a Siena di lingua Toscana e Castigliana, parte integrante della sua Gramatica Spagnuola ed Italiana pubblicata a Venezia nel 1742. Nel  Dialogo  Quarto svolto “Entro dos amigos, llamádos, el uno Mora, el otro Aguilár, un Moço de Mulas, y una Ventera - Trà due amici, chiamati l’uno Mora, l’altro Aghilure, un Vetturino e un’Ostessa” troviamo la seguente spiegazione:
“P. Es verdàd, que mucca vezes le quíse desàr por ésto, y se lo dezía, che no quería mas caminàr con el, porquè era tocádo de mí propria enfermedad; y no me dexáva  hazer bàza.
P. Così è, che molte volte lo volsi lasciar per questo, e glielo dicevo, che non volev’andar più con lui, perché pativa del mio stesso male, e non mi lasciava far una mano.
Hazer bàza:  si dice qui metaforicamente per vincer nel giuoco da noi chiamato i trionfini: ed inferisce, che colui parlava tanto, che questo Vetturino, non potev’anch’esso dir la sua”.

 

Antonfrancesco Grazzini detto il Lasca (1503-1584) fu poeta e commediografo. Allergico alla lingua latina e greca, scrisse in stile boccacesco e bernesco, quale continuatore della tradizione fiorentina popolaresca che nel giocoso trovava la sua massima espressione. Dopo aver fondato nel 1540 l’Accademia degli Umidi, allo scopo di salvaguardare la purezza della lingua italiana assieme a Leonardo Salviati fondò nel 1582 l’Accademia della Crusca. Fra la sua raccolta di Rime spicca di nostro interesse il componimento In lode della Rovescina (fra il 1540 e il 1546), gioco di carte (20) di cui l’autore compie un’agiografica esaltazione a scapito di altri giochi, fra cui quello dei Trionfini, considerato dozzinale e adatto ai plebei mentre il gioco dei tarocchi e delle minchiate viene definito “da omaccioni” oltreché noioso per il dover tener in mano un considerevole numero di carte (21).


XIV -  In lode della Rovescina

 

Se colui, che cantò la Gelatina (1) 
    Fusse ancor vivo, ben farebbe degno
     Soggetto a lui lodar la Rovescina;
Perch' egli avea e 'l sapere e l'ingegno 
     Accompagnato da un naturale,
     Che dava sempremai nel mezzo al segno;
Come l'Anguille, i Ghiozzi e l' Orinale
     Ne fanno fede; talché si può dire
     Lui sol maestro, ogni altro manovale.
Dunqu’ io come potrò senz’ arrossìre
     Lodar la Rovescina? che per certo
     Non ebbe mai Fetonte tant' ardire.
Ma voi, gentile e generoso Alberto,
     Mi scuserete, incolpando lo Scala,
     Che mi vuol nella fin veder diserto:
Ed alla sua cagion, per pompa e gala,
     Facendo versi or a quello, or a questo ,
     Io sono in forno sempre, o sulla pala .
Ma lasciam’ ir ormai, vengasi al testo .
     La Rovescina è giuoco veramente, 
     Che lo può fare ognun, che n' è richiesto.
Gli antichi non ne sepper mai niente,
     Ancorchè avesser molta cognizione,
     Ma l' ha trovato quella età presente;
Non per far contro alla religione,
     Né per dispregio, nè per avarizia;
     Ma per tenere allegre le persone.
Non ha ‘n sè 'ngegno, non ha 'n se malizia;
     Ma tutto quanto quello giuoco è bello,
     E pien d' amor, di gaudio e di letizia.
Non v' affatica le gambe o 'l cervello,
     Come molt' altri giuochi traditori,
     Che son tosto per ir tutti al bordello.
La Ronfa è da fornari e da tintori;
     Ma per rovescio poi la Rovescina,
     E' da Principi giuoco, e da Signori.
Cricca e Primiera non sè l' avvicina,
     Trionfini, Noviera, e Tre du' asso,
     Che son giuochi plebei e da dozzina.
Cogli altri delle carte io me la passo:
     Pur Germini e Tarocchi agli omaccioni
     Danno qualche piacere e qualche spasso;
Ma a chi 'l fa volentieri, il ciel perdoni;
     Che tante carte in man vengono a noja:
     E fansi capi poi come cestoni.
La Rovescina sol, contento e gioja
     Vi porta d' ogni tempo, e 'n ogni loco,
     Nè mai v' infastidisce, e mai v' annoja;
Perocchè ell' è così un certo giuoco,
     Che non è lungo lungo, o corto corto,
     Nè dura troppo troppo, o poco poco;
Né star convien vigilante ed accorto,
     Com' agli Scacchi e al Tavoliere ancora,
     Che mi fanno a vederli sudar morto
La Rovescina, al primo v' innamora;
     Perchè s' intende, e sa quasi ognun fare;
     E chi non sa, l’ impara in poco d' ora.
Oh che dolcezza è quando nel giucare,
     Si vede addosso a qualche compagnone,
     E gli assi e le figure scaricare!
Quivi è forzato senza discrezione
     Rider ognuno: e della Rovescina
     Pigliar quanto mai può consolazione.
Per questo Roma è piucchè mai regina;
     Poiché in botteghe, case, in ponte, in Banchi,
     Non si dice altro da sera e mattina.
Giovani e vecchi insieme vanno a branchi,
     La Rovescina lodando per tutto,
     E non fon mai di celebrarla stanchi.
Ma quando poss'on giucar, soprattutto
    Per esser lor felici affatto affatto,
    Tenendo ogni altro spasso vile e brutto.
In quarto vuol questo giuoco esser fatto : 
     E sempremai pel pentolin (2) s' intende:
     E chi giuoca altrimenti, é goffo o matto.
Tanto piacere il Guadagni ne sente,
     E l’Altoviti ancor, che per giucare,
     Lascian andar tutte l' altre faccende.
Non si può quasi paragon trovare
     A Tommaso de' Bardi: e voi tenuto
     Siete, Stradin, giucator ringoiare.
Ma tra gli altri Zanobi Montauto
     Ha per la Rovescina sì gran fama,
     Ch' egli è da tutto il mondo conosciuto:
E tanto di giucar desia e brama,
     Che molti nostri amici han quaggiù detto, 
     Ch' ei tien la Rovescina per sua dama.
Ma lo Scali ne piglia tal diletto,
     Che piuttosto a veder giucar staria, 
     Che starsi, come il Berni stava, a letto:
E va gridando, che mai fu, nè fia
      Spasso alla Rovescina sìmigliante:
      E che vorrebbe giucar tuttavia.
Ridesi dopo del volgo ignorante
     Quaggiù, che poco prezza e poco cura
     Un giuoco così bello e sì galante;
Dicendo: Roma ha or maggior ventura,
     Che non avea anticamente, quando
     I Consoli tenevan di lei cura.
Cos'i in favor tra noi va ragionando
     Dell' alma Rovescina: e per suo amore
     Credo s' ammazzerebbe con Orlando .
Or io finisco: e voi, Stradin, di cuore
     Conforto, e gli altri, siccom' è dovere,
     Usar la Rovescina a tutte l'ore;
Perch’aver non si può maggior piacere.


 (1) Francesco Berni, autore del Capitolo in lode della Primiera (1526) e di altri componimenti di carattere burlesco sulla gelatina, le anguille, i ghiozzi e l'orinale, come ricordati dai vv. 1 e 7.
(2) Per pentolin = giocare con moderazione, solo per vincere i denari necessari per procurarsi una frugale cena, da cucinarsi appunto in una piccola pentola.

Ne Li Sbarbati, commedia di Giovanmaria Cecchi (22)troviamo un riferimento al gioco dei trionfini laddove l’autore mette in bocca ad uno dei personaggi la frase “Doveva aver giocato a’ trionfini, ed era trionfato per lui coppe, e per voi bastoni, e voi lo vorreste in danari”.

 
Thomaso Garzoni da Bagnacavallo (23)nel “Capitolo De’ Giocatori in Universale, et in particolare”, Discorso LXIX della sua La Piazza Universale di tutte le professioni del Mondo, stampata a Venezia nel 1583, ci offre un’ampia panoramica di giochi di carte del Rinascimento e fra questi il gioco dei Trionfetti: “Alcuni altri sono giuochi da taverne, come la mora, le piastrelle, le chiavi, le carte, ò communi, ò Tarocchi, di nuova invenzione, secondo il Volterrano; ove si vedono danari, coppe, spade, bastoni, dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, l’Asso, il Rè, la Reina, il Cavallo, il Fante, il Mondo, la Giustitia, l’Angelo, il Sole, la Luna, la Stella, il fuoco, il Diavolo, la Morte, l’impicato, il Vecchio, la Ruota, la Fortezza, l’Amore, il Carro, la Temperanza, il Papa, la Papessa, l’Imperatore, l’Imperatrice, il Bagatella, il Matto: è con le carte fine i cuori, i fiori, è le picche; dove che si giuoca a tarocchi, a primiera, a gilè col bresciano bruscando una da quaranta almeno per volta, a trionfetti, à trappola, a flusso, a flussata, alla bassetta, a cricca, al trenta, al quaranta, a minoretto, al trenta un per forza, ò per amore, a Raus alla carta del mercante, all’andare a pissare, a cedebonis, all’herbette, a sequentia, a chiamare, a tre, a due, asso, a dare cartaccia, ad bancho fallito, & altri simili”.


Traiano Boccalini (1556-1613) è rimasto celebre per aver composto l’opera De’ Ragguagli di Parnaso, opera di carattere satirico sulla vita politica italiana del tempo. Le tre Centurie in cui è suddivisa l’opera videro la luce la prima nel 1612, la seconda l’anno successivo, mentre la terza apparve postuma nel 1615 con il titolo Pietra di paragone politico. I “Ragguagli” sono da intendersi quali resoconti che descrivono avvenimenti, discussioni e anche processi che avvengono nel monte Parnaso, dove oltre ad Apollo e le Muse in veste di governanti, vive una nutrita schiera di uomini politici del tempo assai conosciuti. Disputando di idee e di uomini sia del passato che del presente, l’autore si permette una critica che lo vede tuttavia rassegnato sull’ineluttabilità di qualsiasi forma di sostanziale cambiamento, una rassegnazione che lo induce a scegliere, per le varie occasioni, il male minore. Risulta importante ricordare che l’Avviso 77 dei Ragguagli,nella sua traduzione latina, divenne parte integrante del Manifesto della Società dei Rosacroce (Fama Fraternitatis). La nostra attenzione, in merito all’argomento qui trattato, è rivolta al Ragguaglio II della Prima Centuria, laddove viene descritto come un poetucolo e giocatore di carte, dapprima imprigionato per aver composto versi senza arte, viene in seguito non solo liberato, ma addirittura nominato insegnante del gioco del Trionfetto. Come scolari, il poetaccio avrà veri letterati e filosofi, tutti impegnati ad apprendere, in uno speciale Ginnasio costruito per l’occasione, le regole di quel gioco che lo stesso Apollo finisce col considerare scienza eccelsa, più importante della filosofia, della poetica, dell’astrologia e della matematica. Obbligando i suoi eruditi a pensare la medesima cosa, ne risulta una satira non indifferente nei riguardi della vita di corte, laddove il vero interesse viene forzatamente sostituito dall‘effimera e insignificante necessità di apprendere uno dei più grandi segreti, cioè  “che ogni cartaccia di Trionfo piglia tutte le più belle figure”.


Centuria Prima - Ragguaglio II


L'ordinaria Guardia del Territorio di Parnaso, havendo fatto cattura d'un Poëtaccio capitalmente sbandito da Parnaso
, gli truova nelle calze un mazzo di carte da giuocare, le quali vedute da Apollo, ordina, ch' egli nelle pubbliche Scuole legga il giuoco del Trionfetto.


Affine che gl' ignoranti con la lordura de gli animi loro sopramodo sporchi non profanino i virtuosi luoghi di Parnaso, sono già molti anni che Apollo fece venir di Sicilia due compagnie di Poëti frottolanti, e barcellanti, huomini arrischiati nella Rima, e valenti co i concetti in mano; officio de' quali è perpetuamente scorrer il paëse, e tener netta la campagna. Questi, otto giorni sono, fecero prigione un Poëtaccio capitalmente sbandito da Parnaso, al quale con tutto che fosse stato interdetto l'uso de i libri, e l'esercitio della penna, egli nondimeno al dispetto di Apollo, & in dispregio delle Serenissime Muse, tutto il giorno si vedeva sporcar le carte di versi, e fino pretender il sovrano nome di Poëta. Aggravò il demerito di quell'huomo miserabile un mazzo di carte da giuocare, che gli Sbirri mentre lo cercavano, gli trovarono nelle calze, le quali, per esser mero vitio, portano con esso loro la pena capitale, onde subito essendo state portate ad Apollo, egli sommamente rimase maravigliato della brutta inventione, che hanno saputa ritrovar i vitiosi, per gettar’ il tempo, consumar la riputatione, e le facoltadi. Mà molto maggiore si fece lo stupore di sua Maëstà, quando intese, che tant'oltre era passata la sciocchézza de gli huomini, che chiamavano giuocoquella cosa, nella quale tanto crudelmente si fa da dovero, e che dilettatione, trastullo, e passatempo stimavano il metter in compromesso quel danaro che s’acquista con tanti sudori, e che serve à tante cose che senza lui il moderno mondo riputarebbe Aristotile un’ignorante, Alessandro Magno un plebeo. Acostui chiese Apollo qual giuoco delle carte sopra tutti gli altri più gli era familiare, e perche ei gli rispose esser il Trionfetto, Apollo gli commandò che lo giuocasse, & havendo egli ubbidito; non cosi tosto penetrò sua Maëstà i cupi magisterii di simil giuoco, che esclamò, il Giuoco del Trionfetto esser la. vera Filosofia de' Cortigiani, la necessariissima scienza, che doveano apprender gli huomini tutti, che non voleano viver alla balorda e mostrando, che molto gli dispiacesse l'affronto, che era stato fatto à quell' huomo, prima l'honorò col nome di virtuoso, & appresso, havendolo fatto sciorre, comandò a’ Bidelli, che la mattina seguente aprissero un particolar Ginnasio, dove col salario di cinquecento scudi l'anno quel huomo singolare, per pubblico beneficio dovesse leggere il prestantissimo giuoco del Trionfetto, e sotto gravissime pene impose a’ Platonici, a’Peripatetici, à tutti i Filosofi Morali, & ad ogn’altro virtuoso di Parnaso, che dovessero apprendere scienza tanto necessaria, laquale, acciò non cadesse loro dalla memoria, gli obligò ad esercitarsi in quel giuoco un hora del giorno; ancorché a’ Letterati cosà molto strana paresse, che da un giuoco vilissimo da Sbirri fosse stato possibile cavar documento alcuno utile alla vita de gli huomini, sapendo nondimeno tutti, che sua Maëstà giammai non comandò cosa, che a' suoi virtuosi non apportasse frutto grandissimo, così volontieri ubbidirono, che la scuola di quel giuoco fu frequentatissima. Mà come prima i letterati scoprirono i magisterii cupi, i segreti reconditi e gli artificii ammirandi dell'eccellentissimo giuoco del Trionfetto, fino all'ottavo Cielo commendarono l'alto giudicio di sua Maëstà, celebrando e magnificando per tutto, che nè la Filosofia, nè la Poëtica, nè le Matematiche, nè l'Astrologia e l’altre più pregiate scienze, ma che solo il mirabilissimo giuoco del Trionfetto, à quelli particolarmente che negotiavano nelle Corti, insegnava l'importantissimo segreto, che ogni cartaccia di Trionfo piglia tutte le più belle figure.


Le opere di Giovan Battista Lalli (1572- 1637) interessarono molto il Leopardi adolescente, forse per un identico destino di salute. Il Lalli, che era infatti costantemente afflitto da infermità, si dedicò al poetare bernesco e gioioso per trovare sollievo dai suoi mali (delectando monet). Il suo capolavoro rimane la Moscheide data alle stampe a Milano nel 1630 (24)dove si narra una guerra che le mosche intrapresero contro l'imperatore Domiziano, che secondo gli storici, fu un accanito cacciatore di insetti. Accanto alla Franceide (25) - in cui viene indagato il morbo gallico e trova spazio una esilarante rievocazione della famosa disfida di Barletta - alla Gerusalemme Desolata e ad un nutrito numero di epistole, rime e sonetti, l’altro suo celebre lavoro resta L’Eneide Travestita,che vide la luce a Roma nel 1633, opera di carattere dissacrante dell’epica e della grandezza del poema virgiliano.


Dalle versione dell’Eneide stampata a Firenze nel 1822, riportiamo quanto scritto sulla vita e le opere del Lalli.


Notizie di Gio. Battista Lalli 


Nacque in Norcia nel  1572. Coltivò i più gravi studj, e quello della Giurisprudenza principalmente, e perciò fu adoperato in diversi Governi dalla Corte di Parma, e da quella di Roma. In essi il Lalli ottenne non solo la stima di tutti pel suo sapere, ma ancor l'amor per le sue dolci maniere, e per l' amabile tratto. Rìtirossi poscia in patria, ove venne a morte nel 1637. Le poesie serie da lui composte, fra le quali abbiamo un Poema sulla distruzione di Gerusalemme, gli han dato luogo tra i buoni poeti di quel secolo. Ma più felice disposizione avea egli sortita dalla natura alla scherzevole poesia, e le sue Epistole giocose, i suoi burleschi poemi intitolati la Moscheide e la Franceide son tra i migliori di questo genere. Ridusse in stile bernesco alcune rime del Petrarca. Ma per mia opinione egli si fabbricò l'immortalità coll' Eneide Travestita. A lui non mancò nè quella scherzevole fantasia, nè quella facilità di verseggiare, che a ciò principalmente richiedesi. La sua locuzione per altro non è sempre coltissima. E' bene che sia riprodotto un libro omai fatto rarissimo. Parlano del Lalli e il Crescimbeni e il Quadrio e l’Eritreo e il Tiraboschi


Nelle Ottave 52, 53 e 54 dell’Eneide Travestita,trattando del destino dell’Italia l’autore fa un riferimento al gioco delle carte, fra cui la Bazzica e Trionfetto.


Libro Primo 

Ottava 52

 
Ma per mostrare a te la ronfa intiera
Di quanto i fati nostri han stabilito;
Enea sarà in Italia; e grande e fiera
Avrà una guerra, e sosterralla ardito.
Gli converrà domar gente guerriera:
Vi fonderà città, stato infinito
E potrà, posti i Rutoli in fracasso,
Tre anni, a guanti in man, starsene a spasso.

 
Ottava 53

 

Sarà suo successore il giovinetto
Ascanio suo, che Iulo oggi è nomato:
E che primieramente Ilo fu detto,
Finchè Ilio cadde, e fu perduto il piato.
Giuocherà sempre in Alba a trionfetto,
Finchè il trentesimo anno fia spirato;
Ove farò d' Ettorre i figli illustri
Sguazzar, signoreggiar sessanta lustri.

 

Ottava 54

 
Ilia poi ne verrà, la cui bellezza
Piacerà in sommo al furibondo Marte;
A bazzica faranno, e male avvezza,
Ella andrà sotto al giuoco delle carte.
Di lui sia pregna in somma, e con salvezza
Verrà di partorire a imparar l' arte;
E produrrà, se ben non senza duolo,
Due garbati bambocci a un parto solo.


(Ma per mostrarti per intero la vicenda degli eventi che i nostri destini  hanno stabilito, dirò che Enea sarà in Italia e combatterà una grande e fiera guerra che sosterrà arditamente. Gli converrà domare gente guerriera: vi fonderà delle città, uno stato infinito e potrà, sconfitti i Rutoli, con i guanti in mano starsene a spasso per tre anni. Gli succederà suo figlio Ascanio, che oggi è chiamato Iulo e che precedentemente era chiamato Ilo fino a che Ilio cadde e la contesa fu perduta. Egli giocherà sempre in Alba a trionfetto fino al compimento del trentesimo anno: tempo nel quale farò sguazzare e signoreggiare per sessanta lustri gli illustri figli di Ettore. Verrà poi Ilia, la cui bellezza piacerà sommamente al furibondo Marte; giocheranno a bazzica e lei, che non sarà esperta, perderà al gioco delle carte.  Sarà sommamente ingravidata da Marte e imparerà l’arte di partorire e produrrà, sebbene non senza dolore, in un solo parto due bei bambini).


Nell’opera pasquinesca del letterato Gregorio Leti (1630-1701), dal titolo L’Europa Gelosa, Overo La Gelosia De’ Prencipati Dell’Europa (26), all’argomento “Conferenza dell’Arciduca Carlo Iseppe d’Austra col Cardinal Sacchetti seguita in Parnasso li 10 aprile 1664 nella Presenza d’Apollo”, l’autore si ispira al gioco dei Trionfetti per evidenziare la necessità di possedere buone carte nell’affrontare situazioni politiche, ricorrendo all’espressione “avere Trionfetto franco”, cioè vincente. Di seguito riportiamo il passo in cui il Cardinale Sacchetti, rivolgendosi a Carlo Giuseppe, espone la necessità di possedere tale prerogativa in riferimento dell’atteggiamento che aveva assunto il Duca di Savoia, incline ad instaurare un rapporto amicale con l’Austria più che con il Re di Francia:   


Card. Guardi bene, che il disprezzo non lo metta in necessità di qualche pericolo poscia che egli non può non esser Francese, senza arrischiare tutti li suoi stati à prima, e secondo,quando non vaglia mutar il gioco, & habbia Trionfetto cosi Franco, che non tema la Mutatione della Corte”.


Lorenzo Bellini nacque a Firenze il 3 settembre 1643. Laureatosi in medicina all'Università di Pisa, all'età di diciannove anni pubblicò un’opera opera scientifica sulla diuresi, la Exercitatio anatomica de structura et usu renum dedicata per poi dare alle stampe il De gustus organo novissime deprehenso. Fu amico del Malpighi e dei più grandi scienziati del tempo. Alternò l'attività di medico e fisiologo - sino a diventare Protomedico del Granduca Cosimo III - ad una produzione letteraria - era membro dell’Arcadia - ritenuta dai contemporanei di grande qualità tanto che il 5 novembre 1683 il Redi in una sua lettera di ringraziamento per avergli dedicato il Bellini otto sonetti affermò che essi erano "una cosa miracolosa" rivelando "uno de' maggiori poeti, e de' più robusti dell'Italia". Morì sua città natale l'8 gennaio 1704. Il Bellini cita il gioco dei Trionfini nella Bucchereide (27) componimento che si pone come scherzosa risposta ad un'opera sui "buccheri" di Lorenzo Magalotti. Bellini aveva già composto una cicalata sull’argomento che era stata letta presso l’Accademia della Crusca “per lo stravizzo (28) del dì  15 settembre dell’anno 1699”. In una serie di strofe della Parte Terza del Proemio Secondo, l’autore, discorrendo di etica, giunge ad affermare che l’uomo avrebbe dovuto tenere in considerazione ogni buon principio e ogni buona cosa, persino “il saper giocare a Trionfini”, valutando superiore la verità a qualsiasi compromesso:


L'avere un zelo della verità
Da sostener cento colpi d'accetta,
II voler riuscire in ciò che un fa
Più che sublime, o pur non vi si metta,
Il pospor fin la vita, e ciò che un ha,
A ciò, che il giusto, e la decenza detta,
L'aver grand'avi, gran sostanze, ed oro,
Ma il galantuom stimarlo più di loro


La venerazione a' letterati,
La grazia, il garbo, la galanteria
Nelle conversazion, ne’ ritrovati,
Parlando, oprando, in casa, e per la via,
Il conforto, e 'l soccorso a'tribolati,
Ed ogni cosa, che buona si sia,
Fino il saper giocare a' trionfini,
E l’esser colto del dottor Bellini.


(Possedere zelo per la verità
da sostenere cento colpi di accetta; voler riuscire in ciò che si fa in maniera sublime o altrimenti non far nulla; mettere in secondo piano la vita e i propri beni rispetto a ciò che la giustizia e l’etica dettano; avere un grande passato, grandi sostanze e oro, ma stimare l’uomo onesto più di queste. La venerazione per i letterati, la grazia, il garbo, la galanteria nelle conversazioni e nei ritrovi, parlando, operando, in casa e per la via, il conforto e il soccorso a coloro che soffrono ed ogni cosa che si sia buona fino a saper giocare a trionfini e saper ciò che dice il dottor Bellini".

 

Giambattista Basile (1566-1632), letterato e scrittore, il primo ad utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare, cita il gioco dei Trionfi in una Egloga composta in lingua napoletana (29): 


Cienzo
    'Nce schiaffo 'sto triunfo, e torno afforza!
Mase       Tu l'hai pigliata ma troppo alta a cuollo
                 co tanta afforze!
Cienzo     Avisse da pigliare
                 chisto asso de denare?
Mase       Non serve 'sto dellieggio,
                 vi' ca 'nce pe tutte,
                 e se la rota vota
                 'nce rieste pe lo piede.

Cienzo     Ci metto questo trionfo e torno con forza!
Mase       Tu l'hai presa ma troppo alta di collo
                 con tutti questi 'con forza' !
Cienzo     Hai modo di prendere 
                 questo asso di denaro?
Mase       Non serve tutto questo dileggiare,
                 quì non ce n'è per tutti,
                 e se la ruota gira               
                 non gli metti neppure un piede (1) 

(1)
 cioè "non fai neanche un passo", a significare che l'altro avrebbe perso. 

Lo stesso autore ne Il Pentamerone, Overo Lo Cunto de li Cunti (Il Racconto dei Racconti), pubblicato postumo nel 1634-36 per interessamento della sorella Adriana, celebre cantante del tempo, dedica molta attenzione al mondo dei giochi di cui elenca quegli onesti (fra i quali la "Bazzica" e "alle venti figure") e i disonesti (come il "trenta e quaranta"), utilizzando in diverse occasioni espressioni tratte dal gergo popolare  come nel "Trattenemiento decemo de la jornata primma" dal titolo La vecchia scorticata, dove utilizza l'espressione "ioquare a trionfello", per dire rubare: "Dove chesta ioquava a trionfello de ciance e de cassesie tutte l’autre averriano ioquato a banco falluto" (30). 
 

Sempre nella medesima opera, al racconto La Mortela (Trattenemiento  Secunno de la Jornata Primma), il Basile utilizza il termine Trionfetto, nella sua accezione di vittoria (da Trionfo) presa a prestito dal gioco, per evidenziare la vittoria operata sul suo cuore dalla straordinaria luce degli occhi dell’amata, in grado per il loro fulgore di far impallidire le stelle (considerazione espressa attraverso il ricorso al gioco di carte  Banco fallito). Un passo di grande bellezza:

 
“O bene mio, ca si vedenno senza cannele sto Tempio d’Ammore era quase spantecato, che sarà della vita mia, mò che c’haje allommato doje lampe? ò bell’huocchie, che co no trionfello de luce facite joquare a banco falluto le stelle, vuje sulo, vuje havite spertosato sto core, vuje sulo potite comm’ova fresche farele na stoppata” (31).


Italiano corrente
: “O bene mio, se io, guardando senza candela questo Tempio d’Amore, stavo quasi per morire, che sarà della vita mia ora che vi hai acceso due lampade? O begli occhi che con un trionfetto di luce fate giocare a banco fallito le stelle, voi sola avete trafitto questo cuore, voi sola, con le uova fresche  potete fargli una stoppata” (32).

 
L’espressione “trionfo di coppe” che il Basile utilizza nella stessa novella, sta ad indicare un “cattivo punto nel gioco delle carte”, secondo la nota riportata da Benedetto Croce alla sua traduzione in italiano del testo napoletano:


“O amaro me, o scuro me, o tristo me! E chi mi ha fatto questa barba di stoppa? E chi mi ha fatto questo trionfo di coppe? O rovinato, sconquassato, sprofondato principe!” (33).

 

Il monaco olivetano Bonaventura Tondi da Gubbio, dottore in sacra teologia e cronista regio della città di Napoli dove visse nel sec. XVII, menziona il gioco dei Trionfini ne La Virtù vilipesa overo Il Trionfo dell’Ignoranza (34). Nell’opera, come si evince dal titolo, l’autore, intendendo lodare la virtù e biasimare l’ignoranza, reca numerosi esempi di persone e vite virtuose in contrapposizione a quelle ritenute indegne.

Nel passo in cui cita i Trionfini, il Tondi esprime fortemente il suo rammarico nel vedere come la sorte si accanisca negativamente contro gli uomini di valore in una società che eleva i mediocri avvilendo gli uomini d’ingegno. Tutto va al contrario di quanto dovrebbe essere, persino nel gioco del Trionfino, dove anche le carte [numerali] possono vincere sulle figure: “Virtuosi, frema pur la fortuna, à danni vostri, non vi sgomentate; quante penne avete in mano, tanti chiodi avete, per inchiodare la vostra felicità; serve la persecuzione al savio, come il piombo alla Colomba d’Archita, per fare, che spicchi più alto il volo, verso il Cielo della gloria; come la nuvola all’Iride,  che contraponendosele, le aggiugne bellezze, e splendori; si vedono esaltate le inezzie; nè è più solo al mondo quegli, che cercò di formarsi, un Dio alla moda: non è più sola la Città di Atene, che fece la legge dell’ostracismo, non per i più tristi, mà per i migliori del Senato; s’è da per tutto, introdotto il gioco del Trionfino, dove ogni cartaccia, guadagna, la figura; e perché l’infingardo concorre, co’l prode, al conseguimento degli onori, senz’aver sudato, in faticoso arringo, ogni desio di gloria si spegne nell’animo del valoroso”. 


Niccolò Forteguerri
(1674 -1735), ricordato soprattutto per il Ricciardetto (35), composto fra il 1716 e il 1725, menziona diversi giochi di carte, fra cui quello i Trionfini,  all’Ottava 46 del Canto XII:

 
Ottava 46


Gli uomini stanno in casa; e se talora
Per alcuna bisogna son forzati
Ad uscir, vanno con la fante fuora;
E quando in casa si son ritirati,
Ora da questa, or da quella Signora
Cortesemente sono visitati,
E trattenuti a l'ombre, a' tarocchini,
A primiera, a tresette, a' trionfini.

 

A conclusione di questa prima breve disamina, citiamo il Don Quijote di Miguel de Cervantes, pubblicato in due libri nel 1605 e 1615, dove in occasione di un’invettiva lanciata contro Chisciotte da una donzella, troviamo fra i tanti anatemi anche l’augurio di non poter mai disporre di carte di presa al gioco della Primiera, del Picchetto e dei Trionfini.

 
Capitolo LVII

 
Se tratta del modo, che tenne D. Chisciotte per pigliar commiato dal Duca, e di quello che li successe, con la discreta, e scaltrita Altisidora, donzella della Duchessa.

 

Le tue più fine venture
     In disgrazie sì convertin
     In sogni tuo' passatempi,
     In scordanza, i tuoi sostegni.
     Crudel Bireno, fugitivo Enea.
     Il Diavolo t' accompagni e così sia.
E si è tenuto per falso
     Sin da Siviglia a Marcena
     Da Granata fino a Losci
     E da Londra a Inghilterra
E se giuochi a trionfini
     A picchetto, ò a primieria
     Ogni Rè da te si fugga
     Assi, ne sette non veggi,
E se tu ti tagli i calli
     Gettin sangue le ferite.
     E ti restin le radici
     Se ti cavi mascellari.
     Crudel Bireno, fuggitivo Enea
     Il Diavol te ne porti, e così sia.

(Le tue più grandi avventure si convertino in disgrazie, i tuoi passatempi in chimere, i tuoi averi nella dimenticanza. Crudele Bireno, fuggitivo Enea.  Ti porti via il Diavolo e così sia. Che tu sia considerato falso da Siviglia fino a Marcena, da Granata fino a Losci e da Londra a tutta l’Inghilterra. E se giochi a trionfini, a picchetto o a primiera, che ogni carta di Re da te si fugga e che tu  non veda né assi né sette. E se ti tagli i calli, che le tue ferite versino sangue e se ti cavi i molari che ti rimangano le radici. Crudel Bireno, fuggitivo Enea. Ti porti via il Diavolo e così sia).

Sempre nel Don Quijote il gioco dei Trionfi è citato nel Capitolo XXXIV (Seconda Parte), ove si narra “come fu conosciuto il mezzo da usarsi per disincantare la senza pari Dulcinea del Toboso: che è una delle più celebrate avventure di questo libro”. Proposto a Sancio Panza di diventare Govenatore, incarico che gli avrebbe permesso di andare a caccia quando più gli avrebbe fatto piacere, questi rispose: “Codesto poi no - rispose Sancio «buon governatore, gamba rotta e in casa a tutte l’ore». Sarebbe bella che la gente venisse per suoi affari a cercare ansiosamente di lui e lui stesse a divertirsi nel bosco! Il governo se n’ andrebbe così alla malora. In parola mia, la caccia e gli spassi sono più per gli sfaccendati che per i governatori. Quello a cui intendo divertirmi è giuocare nei giorni di Pasqua al «trionfo a quattro zampe» e alle bocce la domenica e le feste: che cacce e non cacce! Non si addicono alla mia carica Né si confanno alla mia coscienza”. “Dio voglia, Sancio, che sia così; perché «dal detto al fatto c’è un gran tratto»” (Mia fé, señor, la caza y los pasatiempos mas han de ser para los holgazanes que para los Gobernadores: en lo que yo pienso entretenerme es en jugar al triunfo envidado las páscuas, y á los bolos los domingos y fiestas, que esas cazas ni cazos no dicen con mi condicion ni hacen con mi conciéncia. Plega á Dios, Sancho, que así sea, porque del dicho al hecho hai gran trecho).  

 

Al riguardo di una predica svolta in chiesa da un calvinista sul gioco del Trionfo (invece che sui sacri misteri) si legga il saggio Una predica buffonesca (1529) 

 


                                                                             ADDENDA SUL GIOCO


Il triunfo, come sopra riportato a proposito del trattato di Juan Maldonado,  era un gioco di carte molto in uso al tempo del Cervantes. D. Sebastián de Covarrùbias Orozco scrive che si diceva envidado, poiché il giocatore metteva per posta quanto sul tavolo gli rimaneva della somma di denaro (envidar el resto). Lo stesso autore nel suoTesoro de la lengua castellana o española (1611) lo descrive in questi termini (Voce: Triunfo): “Ay un juego de naipes, que llaman triunfo” (Si tratta di un gioco di carte, che chiamano Triunfo).

Altre menzioni di questo gioco si trovano nell’opera Menosprecio de la Cortey alabanza de la Aldea (1539) di Don Antonio de Guevara che nel Capitolo V “Que la vida de la Aldea es mas quieta, y mas privilegiada, que la vida de la Corte” così scrive: “Es privilegio de Aldea, que para todas las cosas haya en ella tiempo, quando el tiempo es bien repartido; y parece esto ser verdad, en que hay tiempo para leer en un libro, para rezar en unas horas, para oír Misa en la Iglesia, para ir á visitar los enfermos, para irse á caza á los campos, para holgarse con los amigos, para pasearse por las eras, para ir á ver el ganado, para comer, si quisieren temprano, para jugar un rato ál trunfo, para dormir la siesta, y aun para jugar á la ballesta”. Nel Capitolo VII, il cui argomento viene in questo modo descritto “Que en el Aldea son los ombres mas virtuosos, y menos vizioso que en las Cortes de los Principes”, il gioco dei Trionfi è elencato fra i graditi passatempi degli abitanti del villaggio: “En la Corte la señal de que hay fiesta es, afeytarse las mugeres, levantarse tarde los hombres, ponerse zapatillas coloradas las mozas, almorzar antes de Misa los mozos, poner manteles limpios á la mesa, jugar al triunfo despues de comer, visitar á las paridas, murmurar en la Iglesia de las vecinas, y merendar las comadres”. 

Ponendo incertezza sulla data del sopra accennato Ludus Chartarum seu Foliorum (1538 ?) composto dal Vives,  la dissertazione Menosprecio de la Cortedi Antonio de Guevara, in quanto apparsa due anni prima di quella del Maldonado, appare come il primo documento fino ad oggi conosciuto in cui viene citato il gioco dei Trionfi nella Spagna del Cinquecento. Lo scritto di Maldonado  Ludus Chartarum Triumphus resta tuttavia il documento più importante in quanto il gioco non viene solo menzionato, ma descritto in forma alquanto esaustiva.

Un’ulteriore segnalazione del gioco in Spagna si trova nella Plaza Universal (1615) di Cristóval Suárez de Figueroa, opera strutturata sulla Piazza Universale del Garzoni, laddove trattando dei giocatori (Discurso 66) l'autore cita il gioco del Triunfo come uno dei giochi di carte più conosciuto del suo tempo. Infine Don Diego Clemencin, nelle sue note al Don Chisciotte stampato a Madrid nel 1836 scrive che il gioco del Trionfo al suo tempo veniva chiamato burro (= asino) e lo connota come gioco di scarso divertimento “juego insipidisimo, á que la calidad del eneite puede dar algo qué des interés” (36).


Passando al mondo italo-tedesco, troviamo un riferimento ai Trionfi in un resoconto di un momento conviviale riportato nel suo diario dal cardinale Ernst Adalbert von Harrach (1598-1667) arcivescovo di Praga e principe-vescovo di Trento: “Et io disnai la mattina dal signor [Wolfgang] di Stubenberg, e la sera dal Carl Breiner [Breuner], dove con quelle dame giocassimo la beste alla moda della Stiria, cioè senz'obligo di pigliare col triunfo quando non s' habbi il colore, senza che il fantino vaglia, con obbligo che giuochi quello ogni volta, il cui colore sarà trionfo sino a che il denaro sul tondo passi 2 silberducati, et i colori si distribuiscono da principio, secondo che il caso delle carte li porti, e subito che si butta la carta bisogna che quello vuole dire contra, lo dica” (37). Il termine tedesco beste è qui utilizzato con il suo significato di “migliore” ad indicare il miglior modo di giocare alla moda, che era quello di non dover per forza prendere con una carta di Trionfo quando non si possedeva una carta del seme giocato. Si tratta di una variante utilizzata in alcuni giochi di carte del mondo tedesco, come lo Skat, il Doppelkopf e anche il Bridge. Lothar Teikemeier ci informa di una similitudine con il gioco degli scacchi descritta dal re spagnolo Alfonso X il Saggio, laddove era invece obbligatorio catturare un pezzo se un giocatore era messo in condizione di farlo, mossa non contemplata nel gioco moderno. Alfonso definisce “forzata” questa versione e la chiama “Gioco delle damigelle” in quanto inventata da alcune signore d’oltremare.


Restando sempre nella Napoli del Seicento, il gioco dei Trionfi è elencato fra quelli permessi negli editti promulgati dal Governo Spagnolo. Ne siamo informati dal primo volume dell’opera In Pragmaticae, Edicta, Decreta, Interdicta, Regiaeque Sanctiones Regni Neapolitani (38) curata da Domenico Alfeno Vario, che raccoglie documenti emessi fino al 1772 e che si configura pertanto come la più esaustiva raccolta per conoscere lo stato del gioco nella Napoli Barocca, data la presenza di un apposito capitolo al riguardo, il De Aleatoribus, et Lusoribus (Titulus Sextus) con venti Prammatiche che datano dal 1568 al 1766.


Si riporta di seguito il passo della Prammatica XIV (39) in cui sono elencati i giochi permessi e quelli proibiti nell’anno 1638, così come attestato dal governatore della città, il Duca di Medina:

 

PRAMMATICA XIV


“….., ordiniamo, ed espressamente comandiamo al Reggente e a’ Giudici della Gran Corte della Vicaria, a’ Capitani di guardia di questa predetta e Fedelissima città, loro Caporali, e Soldati, ed agli altri Ministri di guardia, & signanter agli Affittatori delle pene de’giuochi proibiti, e Baratterie, e loro Officiali, e persone quali si vogliono, necnon a’Governatori, ed Uditori Provinciali, Capitani, ed Assessori, cosj Regi, come de’ Baroni del detto presente Regno, ed altri quali si vogliono Ufficiali, persone e ministri d’esso, e ciascuno di loro in solidum, presenti, e futuri, che non debbano in modo alcuno impedire, molestare, nè perturbare le persone, e conversazioni di gente, che giuocheranno, e facessero giuocare agl’infrascritti giuochi di carte permessi, e contenuti ne’ Decreti, e Bandi predetti, videlices. Picchetto, Tarocchi,Gilè, Sbracare, Ventifigure, Schiavichello, Malcontento, alla Gabella, Trapolare, Trunfo, due per due (40), nove Carte, Primiera ordinaria, Primiera scoverta, seu scommessa del quindici, punto, e pareglia, Runfo a sei, Ombre, Carrettufo, etiam a mano a mano con dodici o quindici carte, a Primiera buona, a quanto inviti, Primiera vada, vada tutti, detta alla Romana, tre sette con undici, tre sette scoverto a quattro montoni, permettendovi, e facendovi permettere, che a’ sopra dichiarati giuochi i possa liberamente, e senza impedimento, né contraddizione alcuna, giuocare in ogni luogo, e parte, così nelle case, come nelle Piazze di questa di questa predetta Fedelissima Città di Napoli, suoi Borghi, e Casali distretti, e di tutte l’altre Città, Terre, Casali, e luoghi del presente Regno, ed in più Tavole, e partite, non ostante qualsiasi Prammatica, e Bandi per noi, e nostri Predecessori emanati in contrario; acciocchè detto Arredamento non si venga a dismettere in danno del Real Patrimonio, essendo questi giuochi di piacere, e ricreazione di genti, con che in essi non si esiga cotto, etiam sotto colore di prezzo di carte, sotto le pene nelle Regie dette Prammatiche contenute, e non si faccia il contrario”. Dat. Neap. die. 26. Aug.1638. El Duque de Medina de las Torres, Principe di Stigliano, y Duque de Sabieneta. Vidit Carolus de Tapia Reg. Vidit Brancia Reg. Vidit Casanate Reg. Barillis. Secret. (41).


Fra i giochi proibiti vengono citati: “Cartetta, Quaranta, ogni altro di parata, primiera di qualsivoglia sorta, goffo, o sbracare, dadi, sub poena duc. 100. & alia ad arbitrum S. E. etiam quoad domicos domorum, & lusus ludorum non prohibitorum permittitur in una mensa tantum”.


A conclusione di questo nostro ulteriore intervento, citiamo i cosiddetti giochi d'Ombra sempre di aerea napoletana. Nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano  dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime, degli Accademici Filopatridi. Opera postuma supplita ed accresciuta notabilmente (42),  i giochi d'Ombra vengono citati in riferimento al termine Fagliare che significa Tagliar col trionfo, cioè fare la mossa vincente, la quale a sua volta avrebbe potuto essere scavalcata. In questo caso, definito Coprir con trionfo maggiore, si parla di Rifagliare

Note

 

1 - Sul numero dei Trionfi in origine si veda al link Collaborazioni
2 - Alla voce Ludus ad  Triumphos, Triumphorum, il Sella stilò il seguente elenco: "Sabbioneta, 1484, I, 220 -  Bergamo, sec. XVI, IX, 171 -  Crema, sec XVI, p. 89 -  Arezzo, 1580, III, 25 - «ad triumphos cum cartis» Brescello, sec. XVI, III, 79 - Reggio, 1501, III, 103 - Medulla, 1501, III, 33 - «ludus triumphorum carte et cartarum» Salò, sec XVI, Stat. criminalia, 247 -  Ancona, 1566, III, 27 -  Calderola, 1586, IV, 44 - «ludo qui dicitur la diritta et triumphi» Pistola, sec. XVI V, 60. L'unico dubbio  riguarda l'identità del gioco indicato dagli Statuti di Sabbioneta. L'anno 1484 potrebbe far pensare al gioco dei Trionfi composto da 78 carte.
3 - AA.VV. Dizionario della lingua Italiana, Minerva, Padova, 1830.
4 - Casimiro Zalli, Carmagnola, 1830.
5 - Agostino Maria del Monte, Latium Restitutum seu Latina Lingua in veterem restituta splendorem, Roma, 1720. Dissertazione sulla voce “Ludo”, Parte Seconda, Libro Quinto, pag. 554.
6 - Testo originale con traduzione in Inglese al link:
http://books.google.it/books?
http://books.google.it/books?id=eZtJKRjBUgMC&pg=PA22&dq=Ludus+Chartarum+Triumphus&hl=it&ei=OvpNTa3iPISgOvXD-Ds&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CCwQ6AEwAA#v=onepage&q=Ludus%20Chartarum%20Triumphus&f=false
7 - Questo il passaggio in cui Vives cita il gioco dei Trionfi: "Quo luso ludemus? Triumpho Ispanico, et distributor retinebit sibi indicem chartam, si sit monas, aut imago umana". 
8
 - Avogaria di Comun. R. 102, 173, 14 luglio. Il documento venne riportato da Giovanni Dolcetti in Le Bische e il giucco d’azzardo a Venezia, 1172-1807, Venezia, 1903, pagg. 85-86. L'autore ci informa inoltre che "Nel Casino degli Indifferenti alla Madonna dell'Orto (Inq. di St. B. 1195; anno 1794) si giuocava a Rocolo d'un soldo, a Tresette 15 soldi, a Trionfetti Lire 4 ed a Bassega d'un talero per ogni partita".
9 -  Avogaria di Comun. R.104. Giovanni Dolcetti, op.cit., pag. 197. 
10 - Avogaria di Comun. 105, 1768, 25 agosto. Giovanni Dolcetti, op. cit., pag. 132.
11 -  Oltre agli autori di seguito descritti, il gioco dei Trionfi venne citato anche da Luigi Tansillo nel suo Capriccio in laude del gioco del Malcontento
12 - Della produzione letteraria di Pietro Aretinoin riferimento alle carte abbiamo trattato nei saggi I Tarocchi in Letteratura I, Semi Simbolici e Il Theatro de’ Cervelli.
13 - Pietro Aretino, Le Carte Parlanti, Venezia, per Marco Ginanni, 1650, pag. 40
14 - Questo racconto, assieme ad altri estrapolati da Le Carte Parlanti, venne riportato in una raccolta di scritti dal titolo Alcune Novelle di Messer Pietro Aretino, pubblicata a Lucca nel 1856, ad uso e consumo dei raccoglitori di novelle italiane.
15 - Pietro Aretino, Le Carte Parlanti, op. cit, pag. 172.
16 - Il Ludus ad Condemnatam, descritto da Gaspare Ungarelli fra i giochi di carte d’azzardo nell’opera Il Giuoco in Bologna, in “Atti della reale deputazione di storia patria per le province di Romagna”, Serie III, vol. XI, 1894, pag. 368, consisteva nel far scegliere una carta ad un giocatore, dopo di che il suo avversario distribuiva ad entrambi le carte e vinceva chi riceveva la carta scelta. Trattandosi ovviamente di un mero gioco d’azzardo, venne condannato (da cui il suo nome) a più riprese sia dalle autorità politiche che religiose. Ne è esempio un provvedimento del 1464 con cui si ordinava che “niuno giocasse a carte il detestabile gioco della condannata”, in Archivio per l’antropologia e la etnologia, Voll. 76-81, Società italiana di antropologia e etnologia, Firenze, 1946, pag.51.
17 - Essame de’ Gl’Ingegni de Gl’Huomini per apprender le Scienze: nel quale scoprendosi la varietà delle nature, si mostra, a che professione sia atto ciascuno, & quanto profitto habbia fatto in essa, di Gio. Haurte, Tradotto dalla Lingua Spagnola da M. Camillo Camilli, In Venetia, Presso Aldo [Manuzio], 1590, pag. 122.
18 - Informazioni sull’autore in I Tarocchi in Letteratura I.
19 -  L’opera venne dedicata agli Accademici della Crusca.
20 - GirolamoZorli, uno dei massimi conoscitori delle regole dei giochi storici di carte, ci comunica che quelle della Rovescina sono andate disperse. La sua ipotesi è che si trattasse di un gioco di carte “a non prendere”, dove vinceva chi otteneva il minor punteggio. Probabilmente era imparentato con il gioco che oggi chiamiamo Rovescino, ma connotato con ogni probabilità da regole “speciali”.
21 - Per la comprensione di alcuni passi del componimento, in particolare sui diversi giochi di carte citati, si veda l’intervento di Girolamo Zorli sullo stesso argomento al link  http://www.tretre.it/menu/accademia-del-tre/biblioteca-del-tre/af-grazzini-detto-il-lasca-trionfo-della-rovescina.html
22 - Di questo personaggio si è trattato nel saggio I Tarocchi in Letteratura I.
23 - Su Thomaso Garzoni si veda il saggio L’Hospidale de’ Pazzi Incurabili.
24 -Una commedia riportante lo stesso titolo, seppur di argomento diverso, fu scritta dal Folengo.
25 - Venezia, 1629.
26 - Colonia, per Scipione Cottar, 1672, pag. 461.
27 -  L’opera fu pubblicata postuma a Firenze nel 1729.
28 - Gli Accademici della Crusca chiamavano stravizzo il convito che annualmente organizzavano in occasione della presa di possesso del nuovo "maestrato".  
29 - Cfr: Olga Silvana Casale, Le opere napoletane, Vol. I, Roma, 1989, pag. 16.
30 - Banco falluto = Banco fallito, gioco di carte in voga nella Napoli del tempo, considerato d'azzardo.
31 - Edizione di riferimento: Il Pentamerone del Cavalier Giovan Battista Basile, Overo Lo Cunto de li Cunte, Trattenemiento de li Piccerille, A Napole, A spese de Jennaro Muzio, 1728, pag. 29.
32 - La stoppata era stoppa intrisa di uova, olio rosato e trementina, che si poneva sulle ferite.
33 - Per l'intera traduzione del Croce si veda al link http://zerkalo.forumfree.it/?t=52016008
34 - Napoli, per Ludovico Cavallo, 1681, pag.138.
35
 - Su Niccolò Forteguerri e il Ricciardetto  si  veda al saggio I Tarocchi in Letteratura I. 
36 - 
Pag. 203. 
37  Katrin Keller - Alessandro Catalano. Die Diarien und Tagzettel des Kardinals Ernst Adalbert von Harrach (Diari e i foglietti del Cardinale Ernst Adalbert von Harrach), Wien-Köln-Weimar (Böhlau), 2010, pag. 216. Edizione in 7 volumi. Le 54 annate dei diari furono scritti in lingua italiana e i foglietti in lingua tedesca.
38 -  Sumptibus Antonii Cervonii, Napoli, 1772.
39 - Pag. 116.
40 - Nella Prammatica XIII del 1631, questo gioco è indicato come una variante dei Trionfi: "Trionfo due per due". 
41 -  Oltre alla Prammatica XIV, altri elenchi di giochi permessi che ricalcano in parte quanto descritto dalla XIV, sono le VI e la XIII.

42- Napoli, 1784.


Copyright Andrea Vitali