Saggi di Andrea Vitali

Rimedio de' Giuocatori

Tre sorti di giochi proibiti all'inizio del Cinquecento

 

Il presente articolo riprende e amplifica a livello documentario l’argomento trattato in Il Gioco delle Carte e l’Azzardo, San Bernardino e le Carte da GiocoLaudabiles et Vituperabiles.

 

Il domenicano e teologo Pedro De Covarrubias, oratore spagnolo nato a Burgos nella seconda metà del XV secolo e morto a Bilbao nel 1530, scrisse nel 1519 un’opera che riassumeva la posizione della Chiesa nei confronti dei giochi, da quelli di pura fortuna a quelli d’industria (cioè che necessitavano dell’ingegno da parte del giocatore) e i giochi che prevedevano la presenza di ambedue le predette categorie. L’opera in questione, dal titolo Remedio de Jugadores venne tradotta in diverse lingue e conobbe in Italia vasta diffusione tanto da essere più volte ristampata con il titolo Rimedio de’ Giuocatori. Composto per il r. p. M. Pietro di Cobarubias  dell'Ordine de' Predicatori. Nel quale con l’autorita de' Sacri Dottori s’insegna a giuocare senza offesa a Dio; e si reprobano i cattivi giuochi dimostrando quanto sieno dannosi alla Republica.

 

Gli argomenti trattati comprendono ogni tipologia di giochi e divertimenti, dal ballo alle scommesse, dal gioco degli scacchi a quello delle tavole, dai dadi alle carte. L’opera si configura di una certa importanza in quanto risulta una fra le più esaustive dell’inizio del Cinquecento per quanto riguarda la posizione della Chiesa. Dalla nostra edizione di riferimento (1) riportiamo il passo dove vengono trattati tre distinti tipi di giochi considerati diabolici.

Il primo era quello che scatenava ingiurie, sberleffi e quant’altro di offensivo che un giocatore poteva rivolgere al rivale per svergognarlo deridendolo. Un’ampia trattatistica desunta dalle 'auctoritas' religiose e politiche oltre che da passi biblici descrive le motivazioni della sua condanna in quanto considerata una tipologia di gioco, come  le altre due che seguono, nefasta per l'anima. Dalla gaenna infernale si potevano salvare unicamente coloro che giocavano per trascorrere il tempo in sincera allegria o per puro e innocente divertimento, attribuendo nomignoli agli altri solo per ridere senza malizia o cattiveria. Un siffatto tipo di giochi e intrattenimenti, scrive l'autore, era quello delle rappresentazioni, non proprio di argomento onestissimo, che si svolgevano nei bagatelli, cioè in quegli spazi adibiti a intrattenimento considerati di poco conto, di scarsa attrattività come potevano essere  i teatrini improvvisati che ospitavano rappresentazioni di carattere strettamente popolare. Quì il termine "bagatelli" ha il significato di cosa di poco valore come da noi espresso nell'articolo riguardante l'iconologia della carta del Bagatto

Alla seconda specie appartenevano i giochi che prevedevano l’esclusivo intervento della fortuna, come i dadi e le carte, e in quanto tali massimamente condannati.

 

Del terzo tipo erano quei giochi in cui la fortuna andava a braccetto con la necessità d’ingegno da parte dei giocatori e fra questi troviamo le tavole (tipo backgammon), dove  serviva una certa intelligenza per l'uso della tavola e la fortuna invece per il lancio dei dadi.

Nel riportare il testo in questione ci siamo attenuti scrupolosamente alla punteggiatura originale.  

 

Rimedio de' Giuocatori

Seconda Parte nella quale si ragiona de’ giuochi prohibiti

 
Che ci sono tre sorti di questi giuochi, Cap. I

 

Hoggimai è tempo, che parliamo de’ giuochi tristi & prohibiti; i quali si possono chiamare diabolici: et di questi ci sono tre sorti o spetie. I primi giuochi sono quelli che si fanno con ingiuria, & offesa del prossimo, quando alcuno giuocando o scherzando dice i notabili difetti altrui per vergognarlo & confonderlo. Di questo dice il glorioso dottore San Thomaso, che quando questa perniciosa sorte di giuoco si fa con parole si chiama dirisione: quando si fa torchiando il naso, o con qualche altro brutto viso simile si chiama subsanatione, o beffa, o schernimento quando si fa con atti recitando gi altrui difetti, & per disprezzo, si dice illusione, inganno, duplicità. Tutti questi modi si riducono ad un modo solo poiche uno è il fine come dice la glosa sopra quel verso del Salmista. Colui che habita ne i Cieli scherniva & disprezzeva quelli. Il fine di tutti questi modi è in giuriare, et far cadere in vergogna & oltraggio il prossimo. Parlando del potentissimo nostro Dio dice ne i proverbi Salomone al terzo. Egli fa beffa & scherno de gli schernitori, & ingannatori: & percioche lo scherno  che Dio di loro fa è condannargli all’inferno. & questo supplicio non si dà se non per peccato mortale, seguita, che questo giuoco derisorio in suo genere sia peccato mortale: il che è vero secondo San Thomaso.

Quando è con un disprezzo del prossimo come di chi non è stimato nulla né della sua ingiuria si de’ fare stima, ma l’ha per giuoco & cosa superflua. Di questa maniera non solo è peccato mortale, ma ancora è più grave, che la ingiuria o vergogna che si fa con vituperose e pungenti parole: percioche in questo caso colui che ingiuria parla come da dovero del male altrui quasi volendo sbaffare, & è segno che lo stima alcuna cosa. Ma colui che schernisce & dice in giuoco con malitia i difetti di colui, allora l’ha per vile, & cosa di burla: & così fa maggior disprezzo del suo prossimo. E’ il peccato tanto più grave quanto allo schernito si deve maggior honore. Di donde ne segue che fra tutti è gravissimo peccato schernire Iddio: il che fanno spesse volte i giuocatori con la rabbia di haver perduto: & pensa che Dio favoreggia i tristi. Riprendendo questo peccato dice Isaia al capitolo trenta sette. Chi sprezzasti, chi maledisti, sopra chi esaltasti la tua voce, al santo di Israel o traditore?

Dopo Dio il secondo grado ha la derisione, & scherno de’ padri. Del quale dice Salomone al 30. Mangino i corbi gli occhi che scherniscono & se ne ridono del padre loro: mangiato sia da’ corbi, & da figliuoli dell’Aquila, chi disprezza il parto di sua madre. Poi è grave la beffa & lo scherno de’ buoni & santi huomini: percioche a questi si deve l’honore, in premio della loro virtù. Di questo vitio scrive il santo Job al Capitolo 12. Sarà schernita la semplicità del giusto. Questo è molto dannoso percioche molti vedendo che nel buono sono vituperti, si adornano ne i buoni propositi. Con la irriverenza de’ padri può entrare quello de’ prelati et baroni: per il qual peccato fu maledetto Cain. Può essere la cosa che si dice in giuoco sì poca, senza intentione d’ingiuriare, senza atto & senza segno che dinoti disprezzo: della quale niuna ragione ha colui di chi si ride di adirarsi, solamente si fa per ridere, o per passare il tempo, che non sara niun peccato, o pure sara peccato veniale. Si possono ridurre a questa sorte di giuochi le rappresentazioni di cose inhoneste come aviene ne i bagatelli o giuochi di mani essendo tali cose che provocano a vitij carnali o vi si mescolassero cose sante, quelli che il fanno, & quelli che riguardano peccato mortalmente, se fanno che tali cose si hanno da fare; ma se nol fanno finche si mostrino all’improviso, & gli dispiace non è peccato. O come dice Giuliano Imperadore nel proemio. Chi chiama giuochi quelli de’ qualli nascono peccati: in niun modo consentiamo che i tali giuochi si facciano.

La seconda differenza di giuochi diabolici è di quei giuochi che totalmente quanto alla loro proprietà si affermano nella incerta fortuna; chiamasi in Latino ludus alearum, quali sono le carte, & i dadi.

La terza differenza è de’ giuochi misti che tengono parte di fortuna & parte dell’industria; qual è il giuoco delle tavole; nelquale per cagione de’ dadi è ventura, & nel movimento delle tavole è industria, ancorache la industria va quasi rotando dietro la fortuna se si mutano le tavole come comandano i dadi. Di queste due sorti di giuochi dico che ambidue sono prohibite per le leggi come si dirà: vero è che fu maggior ragione per prohibire quelli che sono puri di fortuna che i mescolati con industria; percioche se danno più universalmente gli huomini a quelli, che a questi. La cagione, è percioche per fare quel ch’è di fortuna ogni huomo di rozo & grosso ingegno il sa: chi non sà gettare i dadi sopra una tavola: ma la industria de’ secondi non la capiscono tutti; dunque seguita che quelli sono più comuni che questi. Il male quanto è più comune è peggiore, & deve più essere ripreso; & per conseguente fu maggior ragione perché fossero prohibiti i puri giuochi di fortuna, che i temperati con industria, ancorache tutti sieno prohibiti.

 
Note

 
1 - Rimedio de’ Giuocatori, Nuovamente di lingua Spagnuola tradotto dal s. Alfonso Ulloa, Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1561, pagg. 75-78.


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Andrea Vitali