Saggi di Andrea Vitali

Follia e ‘Melancholia’

Sensata e insensata follia nel corteo dei Trionfi

 

"Homo sanctus in sapientia manet sicut sol, nam stultus sicut luna mutatur"  (Ecclesiaste 27, 12)

 
Dopo aver descritto la figura del Folle (1), con questo articolo ci prefiggiamo di evidenziare il motivo della sua presenza nella processione dei Trionfi così come abbiamo svolto in riferimento al Bagatto (2). Se quest’ultimo rappresentava l’uomo peccatore che necessitava di emendare la propria anima attraverso il ricorso ai valori etici espressi dalle successive allegorie, il Folle venne a rappresentare non solo il punto di partenza, ma anche di convergenza di ogni altro Trionfo.

 

Come abbiamo descritto nel saggio iconologico relativo a questo personaggio, il pensiero della Scolastica, che mirava ad avvalorare le verità di fede attraverso l’uso della ragione, accumunò nella categoria dei folli tutti coloro che non credevano in Dio. Nel Vangelo l'uomo che non crede è considerato folle e spesso figure di folli appaiono nelle Bibbie del XV e XVI secolo ad illustrare il Salmo 52 "Lo stolto dice nel suo cuore: non esiste Dio!".

 

Ma chi è questo folle che determinò con la sua presenza uno dei più pregnanti significati dell’intero corteo dei Trionfi? Poiché esso si manifesta con disparate sfaccettature, occorrerà evidenziarne le differenziazioni che lo caratterizzano nei mazzi miniati del XV secolo.

 

Una sostanziale diversità distingue la figura del Misero dei cosiddetti Tarocchi del Mantegna e del Folle visconteo dal Matto dei tarocchi estensi di Ercole I e da quelli di probabile origine bolognese detti di 'Carlo VI'.  Se i primi esprimono emarginazione, l’iconografia dei secondi rimanda alla vita di corte per la presenza di un matto-giullare. 

 

Il Misero si presenta come un uomo adombrato con una mano sul petto e l’altra su un bastone a sostenere il proprio mento. Scalzo e coperto da un mantello, appare noncurante di un cane che gli morde il polpaccio e di un altro che gli abbaia. Lo circonda un paesaggio che per l’aspetto desolante - alberi rinsecchiti e muro diroccato - riassume le caratteristiche umorali (senso di vuoto) dello stesso personaggio. Si tratta di un emarginato, di una persona che vive fuori dalle regole sociali, espressione di quell’atteggiamento ‘melanconico’ che ritroveremo anche nella figura dell’Eremita. Il suo sentire è un “male di vivere” che la Chiesa del tempo intese come vuoto dell’anima, cioè come vizio, in quanto la mentalità medievale mancava ancora di categorie psichiche per pensare all’uomo in termini di soggettività. Egli appartiene a quella schiera dei diversi che la Chiesa connotò in negativo, come, e lo vedremo in seguito, lo Stolto e il Giullare (3).

 

L’Eremita prenderà nei tarocchi classici il posto che Saturno occupava in quelli del Mantegna. Un Dio, quest’ultimo, ma anche un pianeta che l’immaginazione astrologica e i testi medici del tempo posero sempre in relazione con l’umore melanconico. Affine all’Eremita è il viandante: se il primo sceglie di allontanarsi dalla società per espiare i propri peccati, atteggiamento religioso per il quale la comunità sarà disposta ad ascoltarlo e fornirgli sostentamento, il secondo vive il proprio allontanamento non per scelta personale, ma per la volontà di un destino capriccioso e sfortunato. Si sostiene con le elemosine confidando nel suo stato di vicarius Christi, poiché, in quanto povero, diviene specchio di Cristo in terra.

 

Il Viandante incarna i più disparati destini: dal pellegrino in marcia penitenziale verso il luoghi santi al criminale in fuga dalla giustizia, dal matto di cui nessuno gradisce la presenza al semplice vagabondo senza dimora. Ne è un esempio il Figliol Prodigo di Hieronymus Bosch, alquanto simile al Misero, dove la presenza di maiali, come troviamo nei cicli raffigurativi dei quattro temperamenti, evidenzia il suo stato melanconico (4).

 

L’iconografia del Matto visconteo richiama quella del Figliol Prodigo per la presenza di un bastone, per gli abiti stracciati e per l’atteggiamento melanconico, mentre le piume che adornano la sua testa lo pongono in relazione con la Stultitia dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, dove queste ultime sono adornate da quei campanelli che  ritroveremo nell'iconografia  standardizzata del Folle.


Come espresso, il giullare vive presso le corti divenendone una indispensabile attrazione. Attraverso la simulazione di vizi e azioni illecite, cosa in cui eccelle per bravura e simpatia, egli giunge addirittura ad assumere  una collocazione di  ruolo positiva. La sua originaria e disordinata carica trasgressiva si tramuta in una denuncia morale che, benché ritualizzata, è tesa ad infrangere schemi secolari, mentre la sua pretesa follia si converte in saggezza.

 

In ambito religioso, con Francesco d’Assisi “il folle-buffone-stolido verrà emblematicamente assunto a modello di identificazione della nuova spiritualità e lo stesso Francesco non esiterà a proporsi come idiotus, nel senso di “semplice” e joculator Dei (buffone di Dio)…. Né Jacopone da Todi sarà da meno….Sullo slancio della spiritualità proposta dagli ordini mendicanti, troveremo infine movimenti che si daranno l’appellativo di Stolti in Cristo, Pazzi di Dio, Giullari di Dio, per arrivare ai Diggers del XVII secolo e ai primi quaccheri” (5).

 

Nel Rinascimento il giullare verrà inteso come figura di confine tra follia e saggezza, i due aspetti determinanti su cui è strutturato l’intero corteo dei Trionfi.

 

Per comprendere ciò occorrerà iniziare dal concetto di melanconia, una passione dell’animo che ritroviamo nel volto del Misero dei Tarocchi del Mantegna e del Folle  visconteo, oltre che nell’atteggiamento dell’Eremita. Nel trattato De Melancholia libri duo Costantino Africano scrive in proposito: “Si osserva che i sintomi dell’anima, da qui [dalla melanconia] derivati, sono il timore e la tristezza…La definizione della tristezza è infatti una perdita di qualcosa di molto caro. Mentre quella  del timore è un sospetto di qualcosa che potrà esserci dannoso… Pertanto melanconia è il credere nel sopraggiungere di un qualsivoglia male. Dal timore e dall’angoscia infatti si sospetta che stiano per avvenire cose che non avverranno” (6).

 

La psicoterapeuta Antonella Mancini sottolinea che “Tristezza e sospetto connotano dunque lo stato d’animo del melanconico. Ma come? La tristezza è legata alla separazione e perdita di un oggetto che può essere reale o immaginario - e qui siamo pienamente nell’interno della problematica depressiva moderna - mentre il sospetto irrealistico ci immette nei contenuti persecutori e nelle idee fisse che caratterizzano alcune delle sindromi psicotiche più note, a causa delle quali il paziente intrattiene un rapporto disturbato col mondo che lo circonda e con se stesso” (7).

 

Riguardo il risvolto della tristezza, Costantino in altre sue considerazioni «sembrerebbe adombrare la differenza fra sentimento depressivo del lutto come perdita di un bene reale e sentimento patologico legato alla perdita di un bene immaginario o, per dirla in gergo attuale, di un “oggetto-sé interno”: “se rimanessero soli, parrebbe loro di avvicinarsi alla morte”. La frase può indicare infatti una precisazione della più generale definizione di tristezza come “perdita di qualcosa di molto caro”» (8).

 

Il Misero e il Folle dei tarocchi viscontei rispecchiano il sentimento malinconico legato alla tristezza. Un sentimento che nasce da una condizione umana che non può essere ribaltata anche se i nostri personaggi venissero accettati dalla comunità e conducessero un’esistenza agiata. La loro incoscienza li separa dal sentire di tutti gli altri uomini che vivono la propria vita ignorando che in realtà anche essi sono folli.

 

Recita l’Ecclesiaste (1-15): “Infinito è il numero degli stolti” a significare che tutti gli uomini lo sono. Geremia mentre afferma che “Ogni uomo è reso stolto dalla sua sapienza” (Capitolo X,15) attribuisce la Sapienza solo a Dio e lascia la stoltezza agli uomini (X 7 e 12). Tornando all’Ecclesiaste (27,12) quando si dice “Lo stolto muta come la Luna; il Sapiente come il Sole non muta” significa che tutti i mortali sono stolti e che il titolo di Sapiente spetta solo a Dio. La Luna viene identificata dagli interpreti con la natura umana, il Sole, fonte di ogni luce, con Dio.


Significativo al riguardo e dell’epoca in cui i tarocchi trionfavano in tutta Europa è questo Canto della Pazzia (9) attribuito a Giovambattista dell’Ottonajo (1482-1527), araldo della città di Firenze dove ogni categoria di uomini viene dichiarata pazza. Tutti i mortali, senza nessuna esclusione, appartengono all’Albero genealogico della Pazzia:


CANTO DELLA PAZZI’A

Quel, che la nostra superba pazzía
    Punisce nel profondo
    Vuol, ch’ oggi noi mostriamo a tutto’l Mondo,
    Che ciascuno ha un ramo di Pazzía.
Pazzi tutti son ben gl' innamorati,
    Perchè son sempre il giuoco della gente;

    Pazzi tutt’i i Soldati,

    Ch’a morir vanno quasi per niente;

    Pazzo è ciascun vivente,

    Ma più chi vuol coprir la sua pazzía.

Pazzi son tutt’i Principi, e Signori,

    Potendo stare ‘n pace, e voler guerra:

    Gli Storici, e’ Dottori,

    Che tengon pazzo spesso chi manco erra:

    Pazzo chi crede in terra

    Non aver questo ramo di pazzía.

Pazzi li Religiosi tutti quanti

    Per la pazza ambizion, che regna in loro:

    Pazzi tutti i Mercanti,

    Perché sempre il lor fin pongon nell’oro.

    Pazzo chi col tesoro

    Pensa di ricoprir la sua pazzía.

Pazza la Plebe, e tutti gli Artigiani,

    Che speran da’ più ricchi ajuti, e doni;

    Pazzi i Servi, e’ Villani,

    Che stentan, perchè godano i Padroni;

    Pazzo ch’in festa, e’n suoni

    Vive, e chi troppo piagne sua pazzía.

Pazzo chi troppo s’affatica, e spende

    Per dare a ingrati, e ’nvidiosi piacere:

    Pazzo chiunque riprende,

    Senza far prima l’opre sue vedere:

    Pazzo chi vuol sapere

    Più i casi d’altri, che la sua pazzía.

Pazzo chi troppo crede, e chi tropp’ ama,

    E pazzo chi non ha fede, nè amore;

    Pazzo chi sé diffama,

    Per far’ad altri ed utile, ed onore:

    Pazzo chi ‘l suo errore

    Si crede ricoprir colla pazzía.

Pazzo chi mai a’ casi suoi non pensa,

    E chi troppo in pensar stilla il cervello;

    Pazzo chi ‘l suo dispensa,

    Senza misura, e resta poi l’uccello;

    Ma peggior pazzo è quello

    Ch’unisce la malizia a la pazzía

Pazze tutte le Donne, che la morte

    Son di chi l’ama, e volte ad ogni vento;

    Pazzo chi vive in Corte,

    Per morir n’una fossa poi di stento:

    Pazzo chi quà contento

    Spera di stare in mezzo alla pazzía.

Ma benché la pazzía sia dolce cosa,

    E chi più n’ha, men si conosca infetto:

    Quel, che ‘n Ciel regna e si posa,

    Vuol, che da noi, che ‘l proviam  vi sia detto;

    Ch’ogni vostro difetto

    Non fia da lui scusato per pazzía.

Stende i suoi rami sopra i mortal tutti

    L’Alber della Pazzía, e di quel coglie

    Giovani, belli, e brutti,

    E Vecchi, e Donne; e ciascun poi ne toglie

    Chi ramucci, e chi foglie,

    Chi l’abbraccia, e ch’ in cima ha la Pazzía.

 

Erasmo nel suo Elogio della Follia dirà: ”Se è stolto chiunque non è sapiente, e se chi è buono, stando agli Stoici, è anche sapiente, la stoltezza di necessità, è retaggio di tutti gli uomini” (10).

 

Da dove deriva la melanconia che accomuna tutti gli uomini in questa condizione di follia? Dalla mancanza e dal vuoto di uno stato primigenio di felicità, quello che la Chiesa identifica con l’Eden, il Paradiso perduto. L’umanità, allontanata da questo, si trova a vivere responsabilizzata delle proprie azioni, coercizzata all’interno di una realtà dove vivere implica pianto, sopportazione e infine morte, senza alcuna certezza del domani, poiché pesantemente la Ruota colpisce chiunque.

 

Difficile e pressoché impossibile, data la natura umana, ribellarsi a un tale destino poiché l’uomo, essendo pazzo, s’infuria per un nonnulla: “Un moscolino basta per infuriato render un buve, ed una bagatella per mettere fuori di cadenza uno stolto” (11). La ragione sta altrove, cioè solo in Dio e nella Chiesa che la rappresenta in questa terra. “Stolto è chi non vuol la Chiesa per Maestra” (12) diverrà uno dei principi dimostrabili della fede cristiana, benché i ministri della stessa Chiesa siano anch’essi folli. Il re Salomone non si vergognò di questa qualifica quando nel XXX capitolo [Proverbi 30, 2] disse “Sono il più folle degli uomini”. E san Paolo, il grande dottore delle genti, scrivendo ai Corinzi, [11,23], non disdegnò la denominazione di stolto: “Parlo, dice, da dissennato: sono io il più dissennato”. Come se, essere superato in fatto di follia, fosse sconveniente, scrive Erasmo nel suo Elogio (13).


La Nave dei Folli (Der Narrenschiff ) di Sebastian Brant, intollerante cattolico, trasporta folli che in realtà sono già morti. Per Brant non esiste la possibilità dell’auto-rigenerazione attraverso la follia: quest’ultima è cieca di fronte alla morte, sia quella fisica che dell’anima. La disamina di Brant è rivolta a coloro che non possono e non vogliono essere salvati, facendosi promotore di un’azione di comunicazione sulla necessità di evitare, per la salvezza della propria anima, l' insensata follia.


Se è vero che ogni uomo è un folle è d’altronde vero che esistono due tipologie di follia: la follia sensata e quella insensata. La follia insensata conduce l’uomo alla perdizione, la sensata a mitigare il suo senso di solitudine accettando Dio e lavorando per uniformarsi alla Sua santa volontà.

 

“Lo stolto si muta come la luna, che oggi cresce e domani manca: oggi si vede ridere, domani piangere, oggi allegro e tutto mansueto, domani afflitto e furibondo; in somma si muta, come si mutano le cose prospere o avverse che gli accadono. Ma il giusto è come il sole, sempre uguale ed uniforme nella sua tranquillità, in ogni cosa che avviene; perché la sua pace sta nell’uniformarsi alla divina volontà: Et in terra pax hominibus bonae voluntatis (Luca 2,14)” (14).

 

L’uomo medievale e del rinascimento vivrà questa realtà: essendo un mortale tutto ciò in cui egli si affatica è vana cosa, e stoltezza il perseguirla, ma poiché tutti gli uomini cercano in qualche modo il proprio benessere, tutti sono folli poiché solo in Dio è la vera felicità. L’unico rimedio è il perseguimento della sensata follia, poiché tutto è Vanità, compreso la Sapienza del mondo: “La quarta Vanità, che appartiene all'Ambizione o Superbia della Vita, è la Sapienza Mondana; della quale dice l’Apostolo: La sapienza dì questo mondo, è Stoltezza appresso di Dio. E se è stoltezza; dunque è una gran vanità il dilettarsi, e vantarsi tanto della medesima, come fanno i Mondani, specialmente contra la Sapienza dell’istesso Iddio e dei suoi Santi. E' cosa strana e maravigliosa il vedere quanto sono contrarj i Giudizj di Dio a quelli del Mondo. Chi non crederebbe che i Mondani fossero i più atti a render Servizio a Gesù Cristo nella sua Chiesa? Eppure dice l'Apostolo: Non multi sapientes secundum carnem: Iddio non ha eletto molti Sapienti secondo la Carne. Chi non crederebbe che un Sapiente Mondano fosse per fare un Sapiente Cristiano? Eppure S. Paolo dice di no, se prima non diventa stolto: Stultus fiat ut sit sapiens: Se tra di voi qualcheduno è sapiente, diventi stolto, a fine che sia sapiente. Vana dunque e di niun conto è la Sapienza di questo Mondo, se non è soggetta alla Sapienza di Dio. E chiunque per rispetti mondani, per quanto gli sembrino importanti, condanna colla Sapienza del Mondo quelle persone che condannano il Mondo, e si risolvono di servire Iddio; assolutamente per questo capo è un mero insensato, e così confesserà un giorno, quando esclamerà nell'eterne pene con quelli della sua condizione: Nos insensati vitam illorum aestimabamus infaniam: Noi insensati stimavamo la vita dei Santi una pazzia: ora vediamo che essi eran prudenti, e noi altri pazzi. E questo s'intende, allorché la Sapienza carnale contraddice alla spirituale, e non altrimenti” (15).

 

L’unica soluzione per l’uomo consiste quindi nella negazione del suo stato di stultus, cioè di folle terreno, dell’insensata follia, per divenire folle di Dio come San Francesco. Solo l’immedesimarsi in Dio rappresenta l’unica vera risposta al sentimento di abbandono e di solitudine, in quanto ritornare a Lui è ritornare al Padre perduto. Un traguardo arduo e ricco di insidie che solo pochi eletti sono in grado di raggiungere. D'altronde la volontà divina, come i suoi giudizi, risultano talmente imperscrutabili che anche lo stesso Cristo, sofferente sulla Croce, ebbe ad esitare quando a Lui si rivolse chiedendo il motivo del Suo abbandono, per poi uniformarsi alla Sua volontà, con le parole “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”.

 

Tutto ciò che si contrapponeva alla volontà divina risultava quindi un’azione peccaminosa. Il gioco d’azzardo rientrava in quella categoria, poiché istigato dal demonio allo scopo di far perdere l’anima attraverso la bestemmia, l’ira e quant’altro. Come sarebbe stato possibile pensare che nessuno avrebbe perso i propri denari quando l’evidenza pretendeva vincitori e vinti? Solo la pazzia poteva spingere al gioco e i pazzi insensati a giocare.

 

La Guerra al Gioco de le Carte è pari:

     Dove si perde, e vincesi tal volta,

     Dove assistono Rè, Fanti, e Danari.

Ma più la Guerra delle Carte è stolta,

     Che da Spada dipinta a Spada vera,

Da Punto a Punta è differenza molta. (16)

 

E, come la Bibbia insegna, la mano di Dio non andava troppo per il sottile nel colpire i peccatori:

 

Giocando & bestemmiando due giuocatori furono scannati da coltello invisibile

 

“Ma più tremendo, & orrendo caso avvenne ad un altro pessimo Giuocatore, di cui narra lo stesso Auttore, dicendo, che essendo stato costui tutto immerso in questo iniquo  vitio del giuoco, un giorno gli accadette, che havendo giuocato alle carte per lungo spatio, e vedendo che sempre perdeva, venne in tanta ira, e rabbia; che cominciò à bestemmiare così empiamente, e scelleratamente, che pose tutti gli altri suoi compagni in grande spavento, e terrore. E finalmente havendo perduto tutto ciò che haveva, ecco che sopraggiunse un altro scelerato giocatore: il quale disse à quello, che havea perduto ogni cosa. Levati, levati, misero da poco, che tu non sai giuocare, ma io per te giuocarò, & insegnerotti anco à bestemmiare. E ciò detto si pose à giuocare in luogo di quel meschino. E vedendo, ch’egli ancora perdeva, allora tutto infiammato di diabolico furore cominciò parimente à bestemmiare tutti i Santissimi, e sacratissimi membri interni, & esterni di Giesù Christo benedetto, e della sua dolcissima Madre. Et ecco che subito fu da una visibil mano, in compagnia di quell’altro scannato, & orribilmente ucciso, lasciando à tutti grande terrore, e spavento” (17).

 

Anche nell’Inferno si discuteva del gioco e dei suoi effetti sugli uomini, come apprendiamo da questo dialogo di Eustache Le Noble (1643-1711) fra un Diavolo Guercio e un Diavolo Zoppo (18):


Il Guercio
. Quegli è Licida il giuocatore, il quale dopo aver perduto a tre dadi tutto ciò, che suo Padre un buono, e ricco mercante gli aveva lasciato di sostanze, ed aver giuocati Contratti, Casa, Carrozza, Lacchè, e fino i suoi proprj vestiti, n' è divenuto talmente pazzo, che i suoi proprj parenti sono stati obbligati a farlo rinchiudere.


Il Zoppo
. Bisogna confessare, che la passione del giuoco, quando anche l'Uomo fosse il più savio del mondo, s’avvicina terribilmente alla pazzia. Imperocchè finalmente entrate in una Camera, e rimirate intorno ad una tavola di bassetta, di Faraone, o di Lansquenet com'è possibile, che la fortuna non ne maltratti alcuni; Voi vi sentite vomitare tutto ciò, che possono contra il Padrone della sorte, e cercare, i termini più squisiti per spiegarvi la loro furia. Non sono tutti da quel momento degni dello Spedale, in cui è stato messo questo per servir d' esempj agli altri .


Il Guercio
. la passìone del giuoco è più forte, e più perniziosa di quella dell'amore; poich’ella lo soffoga nel cuore di quello, che l’avarizia precipita ne’ naufragi delle carte. Subito, che il giuoco domina sopra un'anima, l’amore vi trionfa di rado; e ciò, che fu inventato per essere un vincolo della Società, non manca mai di romperla; poichè una quantità infinita di contese rabbiose nascono nel giuoco, le quali dopo aver divisi i più intimi amici li hanno esposti a rotture, delle quali col tempo si pentono.


Difficile porre resistenza alla follia, dato che il suo seme è insito in ciascun uomo. Anche i buoni possono cadere nella trappola del diavolo:

 

“Quel povero giouvinetto è un Angelo di Paradiso, non conosce le carte, non sa giocare, non mormora, non bestemmia, stà ritirato, è un santo: Che fa il diavolo, lo pone un giorno in una conversazione di gioco, e poi se ne và via. Che fai, ò tentatore, non vedi che costui non sà giocare, non hà denari sopra, non suole mai bestemmiare? tu non harai l’intento; apunto, dice il demonio, sarà pensiero suo superar le difficoltà, far molli i sassi. Vede quelli giocare al trenta, & al quaranta, che è gioco facile, che facilmente s’impara, li viene desiderio, cerca danari imprestito, perde ogni posta, si rabbia, si stizza, bestemmia, hà l’intento suo il diavolo: chi fù, chi fù, egli medesimo superò le difficoltà, fè molli i sassi (1)” (19).

 

(1)  chi fù, chi fù, egli medesimo superò le difficoltà, fè molli i sassi = chi fu a compiere tale misfatto se non lui stesso [il diavolo], che vinse la santa disciplina del giovane rendendolo disponibile a giocare.  

 

Dal primo ordine conosciuto, risalente ai primi del Cinquecento (20), risulta  evidente che il gioco dei Trionfi era strutturato su valori  di carattere etico. Il Giocoliere (Bagatto) raffigura l’uomo peccatore a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l’Imperatore e guide spirituali, il Papa e la Papessa (la Fede). Gli istinti umani devono essere mitigati dalle virtù: l’Amore dalla Temperanza e il desiderio di potere, ossia il Carro, dalla Forza (la cristiana virtù  “Fortitudo”). La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare e la necessità per ciascun uomo di meditare sul valore reale dell’esistenza, mentre l’Appeso (il Traditore) denuncia il pericolo di cadere nella tentazione di tradire il proprio Creatore e quindi nel peccato prima che la Morte sopraggiunga.


Anche l’Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l’Inferno e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, la sfera terrestre è circondata dal cerchio dei “fuochi celesti”, raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l’Empireo, sede degli Angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè “El Dio Padre”.

 

Per l’impotenza che genera lo stato di malinconia e per reazione contro l’insensata follia, nel gioco dei tarocchi ogni allegoria non può che sottendere alla follia stessa, che di ciascuna ne determina ruolo e funzioni.

 

Il Folle, colui che non crede in Dio: emblema della follia che governa il mondo.

 

Il Bagatto, la follia che tende a sminuire la peccaminosità delle proprie azioni.

 

L’Imperatrice e l’Imperatore, eredi del potere divino: follia il pensare di usarlo per i propri interessi.

 

La Papessa, la Fede: il rimedio contro l’ineluttabilità della follia.

 

Il Papa, il primo e ultimo rappresentante (21) della sensata follia.

 

La Temperanza, virtù cardinale in grado di mitigare la follia delle passioni umane.

 

L’Amore, l’istinto umano che follemente persegue il proprio piacere.

 

Il Carro, la ricerca della gloria: follia il non pensare all’effimerità di ogni trionfo terreno.

 

La Forza, virtù cardinale in grado di insegnare al folle come conformarsi alla retta ragione.

 

La Ruota, la follia del cercare di permanere in uno stato di benessere, traguardo inutile per la salvezza dell’anima.

 

L’Eremita,  pensare da folle per giungere alla vera  sapienza nonostante il Signore non cessi mai di confondere (22)

L’Appeso
, il traditore di Dio: la disconoscenza folle del proprio Creatore.

 

La Morte, la follia di non pensare alla propria fine terrena.

 

Il Diavolo, l’Inferno: il ricettacolo dei folli peccatori.

 

La Torre, la punizione divina all’insensata follia.

 

La Stella, la follia del credere ciecamente alle influenze dei pianeti.

 

Il Sole, l’immutabilità della follia che si riconosce nella luce divina.

 

La Luna, l’instabilità della follia, sempre mutevole.

 

Il Giudizio, la follia del ritenersi esenti dal giudizio divino.

 

La Giustizia, valutazione divina della follia.

 

Il Mondo, Dio Padre, che è vera Sapienza, scevro da ogni forma di follia.

 

Nel corteo dei Trionfi, che si pone come dottrina a salvezza dell’anima, la Ruota di Fortuna risulta il fulcro di questo ‘memento mori’. Concludiamo (23) riportando il passo con cui Sebastian Brantnella sua Nave dei Folli evidenziò la follia di chi  "troppo in alto vuol salire" (24):

 

Dell’Instabilità della Fortuna

 

Chi sulla ruota di Fortuna siede,

Attento stia che non gli manchi il piede

E non abbia dei matti la mercede.

Matto è chi troppo in alto vuol salire,

Pel mondo intero spregio ad esibire,

E vuol montare ad ulteriore quota

Senza pensar di Fortuna alla ruota.

Chi troppo in alto sal cade sovente

Precipitevolissimevolmente.

Etc…….


Note

 

1 - Si legga il saggio iconologico Il Matto

2 - Si legga il saggio El Bagatella ovvero il simbolo del peccato.

3 - Si cfr: Antonella Mancini, Un dì si venne a me malinconia…, Milano, Franco Angeli, 1998, pag. 106 e sgg.
4 - Ibidem, pag. 113.
5 - Ibidem, pag.115-116.
6 - Costantinus Africanus, De Melancholia libri duo, in “Costantini Opera”, Basilea, 1536, pag. 280.
7 - Antonella Mancini, op. cit., pagg. 59-60.
8 - Ibidem, nota 5, pagg. 59-60.
9 - Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti Carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559, Firenze, Ex Museo Fiorentino, 1750, Parte Prima, pagg. 159-162. Questo canto, venne eseguito a più voci a Firenze per il Carnevale del 1546, allorquando si allestì un carro dei pazzi  su cui presero posto diverse categorie di persone, soprattutto storpi e deformi. Fra questi Jeronìmo Amelonghi, detto il Gobbo di Pisa, che venne burlato da Alfonso de' Pazzi con i seguenti versi:

 

A Jeronìmo Amelonghi

 

O Gobbo Ladro, spirito bizzarro, 

   Che dì tu or di me? hai tu veduto,

   Che i Pazzi come te vanno sul Carro,

   Ed io, che Pazzo son sempre vissuto,

   E morrò Pazzo, al trionfo de' Pazzi

   Non son per Pazzo stato conosciuto?

 

(Riportato in Sonetti d’Alfonso de’ Pazzi contro Benedetto Varchi, con diversi Madrigali, e Strambotti del medesimo, in “Il Terzo Libro dell‘Opere Burlesche”, In Usecht al Reno, Jacopo Brofdelet, 771, pag. 348).

 

La descrizione del carro dei pazzi si trova in Rime di Antonfrancesco Grazzini detto Il Lasca, Parte Seconda, Annotazioni,Firenze, Francesco Moücke, 1742, pagg. 330-331: “Di tal festa ne fece ricordo Antonio d'Orazio d Antonio da San Gallo, nel suo Diario ms. delle cose occorse nella nostra Città dal 1536 al 1555 in tal maniera “Adì 10. di Marzo 1546. Sua Eccellenza fece una bellissima Mascherata e Canto, che fu intitolato Le Cento Arti: e le parole del Canto concludevano, che ognuno di questo mondo nella sua spezie è pazzo: e la detta Mascherata era nel modo, che intenderete. In primo era un Cavallaro vestito di raso giallo: e dopo lui una Matrona a cavallo, vestita di varj colori, che aveva uno stendardo giallo in mano, dentrovi una figura, da amendue le mani della quale pendeva un giacchio, nel quale a guisa di pesci in quello rimasti erano savj e pazzi. Dipoi seguiva la Mascherata, secondo il genere delle Arti, ciascuna al suo luogo, che furono 50. coppie; non dico i particolari, per non esser tedioso. Basta, ch' ella fu cosa bella ed onorata. La musica cominciò a 4. voci, poi a 8. poi a 12. poi a 15. Seguiva dipoi un Carro a guisa d' una torre, dentrovi quanti pazzi, quanti gobbi e malfatti erano in Firenze, che  facevano diversi giuochi. Stette fuori questa Mascherata fino a ore 3 di notte: e le torce, che l'accompagnavano furono più di 300. che fu un bel vedere. Fra' gobbi e malfatti, che intervennero nel Carro suddetto, vi fu ancora Girolamo Amelonghi, detto il Gobbo da Pisa. Da ciò prese motivo Alfonso de' Pazzi di beffarlo con diverse composizioni”.

 
10 - Eugenio Garin (a cura di), Erasmo da Rotterdam: Elogio della Follia, Milano, Mondadori, pag. 116.
11 - Pensieri, Riflessioni e Massime del Conte Oxenstirn, Tomo Primo, Basilea, Giov. Rod. Turneisen, 1747, pag. 309.
12 - Trattato De’ Principj Dimostrabili della Fede Cristiana, Tradotto dal Franzese...... dal Canonico Giuseppe Guerreri, Tomo III, In Piacenza, A spese del traduttore,  1752, pp. 118-119. (Autore e titolo originale dell'opera: Jacques-Joseph Duguet, Traité de principes de la Foi chrétienne, 1736)
13 - Eugenio Garin, op. cit., pag. 117.
14 -  Oreste Gregorio (a cura di), S. Alfonso M. De Liguori, Opere Ascetiche, IX, Apparecchio alla Morte e opuscoli affini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1965, pagg. 373-374.
15 -  Roberto Personio, Guida degli Uomini alla loro Eterna Salute, Cap. IV: Contra l’amore del Mondo, Roma, Komarek, 1737, pag. 413. L’autore fu un Gesuita.
16 - Antonio Abati, Delle Frascherie, Fasci III, Francoforte, Heredi Sardani, 1673, pag. 76.
17 - Giuseppe Ballardini, Prato Fiorito di Varii Essempi, Diviso in Cinque libri, Nei quali si tratta, e ragiona delle virtù Christiane, e Religiose perfettioni, e d’altre diverse, & utilissime materie; & si descrivono notabili Essempij di santi e felici avvenimenti, e d’altri casi accaduti à molti, Venezia, Fioravante Prati, 1608.Libro Primo. Capitolo Undecimo  - Del Giuoco, quanto sia pericoloso alla salute, e come cagiona molti danni,  e rovine all’anima, & al corpo, pag. 74.
18 - Dialoghi fra il Diavolo Zoppo e il Diavolo Guercio, Trattenimenti curiosi del Signor Le Noble, Tradotti dal Francese nella Lingua Italiana,  Francesco Storti, Venezia, 1734, pag. 150. Oltre a Joseph Hall con il suo Mundus Alter et Idem (si veda nostro saggio), anche Eustache Le Noble scrisse un viaggio immaginario, caratterizzato da un’utopia negativa, dal titolo La carta topografica dell'Isola del Maritaggio, in polemica contro l'istituzione del matrimonio.
19 - D. Marc’Antonio Sanseverino, Quaresimale, Parte Prima, Napoli, Luc’Antonio di Fusco, 1664. Domenica Prima di Quaresima, pagg. 54-55.
20 - Il Ms. Sermo perutilis de ludo. Si veda al saggio L’Ordine dei Trionfi.
21- Così in ErasmoL’ Ecclesiaste ha scritto - e sapete che questo è l’ordine ecclesiastico - che chi è per primo per dignità deve occupare l’ultimo posto, il che è conforme al dettato evangelico”, in Eugenio Garin, op. cit., pag. 116.
22 - Così nella Prima lettera ai Corinzi (1,27): Dio non cessa mai di “confondere i sapienti mediante ciò che nel mondo è stolto”.  
23 -  Desideriamo esprimere un doveroso ringraziamento alla nostra vice-presidente Diana Romagnoli per i preziosi consigli e per  aver pazientemente più volte controllato la prima stesura di questo nostro articolo, evidenziandone necessarie correzioni.
24 - Francesco Saba Sardi (a cura di), Sebastian Brandt: La Nave dei Folli, Milano, Spirali, 1984, pagg. 92-93.

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Andrea Vitali