Saggi di Andrea Vitali

L'abile illecito dei bari

Il mondo dei bari fra storie di vita vissuta e trucchi del mestiere

 

Che in ambito religioso il gioco delle carte fosse ritenuto essere stato inventato dal demonio fu convinzione da noi illustrata in altro articolo (1). Luque Fajardo, autore di Fiel desengaño contra la ociosidad y los juegos del 1603, imputa l’invenzione delle carte al demonio Theut, citato da Platone nel Fedro e nel Filebo non accorgendosi che in quei testi si parla in realtà di Thot, una divinità egizia ritenuta aver inventato le lettere e la scrittura. Sempre Luque Fajardo dà notizia che, tra la fine del sec. XV e l’inizio del sec. XVII, circolavano molte versioni della vita peccaminosa di un certo Vilhán, giocatore e baro, incarnazione del demonio, la cui esistenza terminò tragicamente (2).

 

Il demone del gioco induce alla pazzia, anzi è già insita nel gioco stesso. Il rapporto gioco d’azzardo=pazzia venne ben illustrato (in particolar modo in Spagna), in diverse opere teatrali e in trattati moralistico-didattici come nella summenzionata opera di  Luque Fajardo, e, fra i tanti, in La casa del juego di Francisco Navarrete y Ribera, notaio apostolico.

 

Per Erasmo da Rotterdam il giocatore è colui che si lascia trasportare dalle benefiche illusioni elargite dalla Stultitia, che libera l’animo da tutte le ansie e gli affanni della vita quotidiana. Ma è un genere di follia rischiosa perché può facilmente degenerare ed entrare nella giurisdizione degli Inferi e delle Furie vendicatrici: “È sempre uno spettacolo assolutamente folle e comico quello che offrono alcuni, schiavi del gioco al punto di sentirsi il cuore trasalire e palpitare non appena odono il tintinnio dei dadi. Poi quando, sedotti dalla costante speranza della vincita, fan naufragio con tutti i loro beni, emergendo pressoché nudi dalla nave fracassata sullo scoglio dell’alea, assai più temibile di Malea (3), imbrogliano chi si sia ma non il vincitore, per non avere fama di persone poco serie. E divenuti vecchi e guerci, non giocano ancora, con i vetri posti innanzi agli occhi? Da ultimo, con le articolazioni oramai devastate dalla meritata artrite, non assoldano un sostituto che getti per loro i dadi nel bussolotto? Soave occupazione certamente, non fosse che il gioco di solito diventa rabbia, e allora non compete più a me, ma alle Furie” (4).


Una Furia e un furore che Luque Fajardo vede riverberare con sinistri bagliori nella radice etimologica della parola baraja (barajar=altercar [rimescolare]) e naipes (dalla parola ebrea “napás”=”deshacer”[disfare]) (5).

 

Dunque già nell’encomio di Erasmo si menzionava il lato oscuro e terribile della follia del gioco d’azzardo, una pazzia che viene descritta dal Fajardo mettendo in bocca a Florino, uno dei personaggi del suo libro, il groviglio inesplicabile del “furore” che prende i giocatori e che, secoli dopo, Roger Caillois nel libro Les Jeux et les hommes: le masque et le vertige (I giochi e gli uomini: la maschera e la vertigine) definirà come un’ebrezza emotiva, considerandola una specie di trance, ipnosi, possessione, che priva il giocatore della propria volontà decisionale: “Nei giochi d’azzardo è infatti noto che una particolare ebbrezza coglie sia il giocatore favorito dalla sorte, sia quello perseguitato dalla sfortuna. Essi non sentono più la stanchezza e sono a malapena consci di ciò che si svolge intorno a loro. Sono come stregati dalla pallina che sta per fermarsi su un numero o dalla carta che devono voltare. Perdono ogni controllo e a volte rischiano più di quanto posseggano… ma ciò che importa è che l’ilinx [la ricerca della vertigine e della perdita di sé], che distruggeva l’agon [l'impulso alla competizione regolata], non rende affatto impossibilel’alea [l'impulso ad abbandonarsi al verdetto del caso]. Paralizza il giocatore, l’affascina, gli fa perdere la testa, ma non lo porta minimamente a violare le regole del gioco. Si può perfino affermare che lo assoggetta maggiormente alle decisioni della sorte e lo induce ad abbandonarvisi ancor più passivamente. L’alea presuppone un’abdicazione della volontà, ed è comprensibile che questo fatto provochi o sviluppi uno stato di trance,  di possessione o di ipnosi. È in questo che si manifesta un’autentica fusione delle due tendenze” (6). 

 

Oltre che menzogneri, ricattatori, assassini, irosi, avari, bestemmiatori, e molto altro ancora, i giocatori d’azzardo vennero tacciati, come nella Spagna del Seicento, di sodomia per il fatto che gli omosessuali erano soliti ritrovarsi nella case da gioco, frequentando quindi gli stessi luoghi dei tahúres, cioè dei giocatori d’azzardo.

 

Ma non solo: i giocatori erano soprattutto ladri. Scrive al riguardo Giulio Paulis: “Poiché all’anagramma si attribuiva il potere di fornire indicazioni sulle inclinazione di una categoria di individui o sul carattere di una persona, nella Spagna post rinascimentale nel momento stesso in cui si diceva tahúr ‘giocatore d’azzardo, baro’sipensava a ladrón,‘ladro’, perché invertendo le sillabe che compongono tahúr, si ottiene hurta ‘ruba’, anagramma che svela quale sarebbe stata la vera natura del giocatore d’azzardo” (7).“Le carte sono quaranta ladroni: trentasei a piedi e quattro a cavallo” recita un proverbio italiano (8).

 

Poiché l’etimologia di Baro è incerta, proponiamo di seguito le diverse interpretazioni offerte dalla critica filologica storica.

 

Così la Crusca: BARO e talvolta anche BARRO Sostantivo maschile Truffatore, Giuntatore, e specialmente al giuoco. Forse dal latino varus, storto, e quindi figuratam. pravo. Secondo altri è dal celtico bar. – Burchiello, Sonetti. 63: Barattier baro in abito arcivesco. Aretino, Satire I , 188: Aver nota e macchia Di barro e traditor. Varchi, Storie 2, 215: Avendolo per baro e giuntatore, arse i libri delle sue prediche. Lippi, Malmantile 2, 5: Fintosi un baro, a dargli andò l'assalto, Un po'di ben chiedendo per sant'Alto. § Lingua bara, è detto per Lingua furbesca o furfantina, di cui usano tra loro i bari e altri simili furfanti. - Pananti. Poetica. Teatrale 19: Quest'è gergo furbesco, lingua bara (9).

 

Ottorino Pianigiani, per il quale Bàroè voce di ardua interpretazione, riporta le seguenti possibili derivazioni: dal provenzale Baran = inganno; dallo spagnolo Baruca = raggiro, intrigo, o Barullo = miscuglio; da Baraja (in provenzale e portoghese baralha e in francese barele) = confusione, scompiglio; dal latino Vàrus storto e fig. pravo; dall’inglese Bare = spogliare (germanico Baar = nudo), quasi a significare spogliatore, concludendo che è più verosimile che “tragga da Bàro (accusativo Barònem), ond anche la voce Baróne nel senso di birbone, col quale nome vennero già in antico chiamati i servi de’ soldati, i bagaglioni (probabilmente dall’α.α. ted. Bëro, portatore) e che in seguito, prendendo ragione dai mali costumi di cotal genia, può essere stato applicato a significare truffatore. – Giuntatore, truffatore,  specialmente al giuoco. Derivati: Baràre, onde Baratóre-tríce; Baròcco; Barúllo (?) (10). 

 

Così invece il Muratori nelle sue Dissertazioni sopra le Antichità Italiane:“Baro, Qui fraudat. Diciamo Barare per Ingannare, spezialmente nel Giuoco, e ne' Contratti. Qualche cosa di uniforme ha la Lingua Arabica, cioè Bara, che lignifica Perdidit, exitio dedit, Periit, Perditus, & Corruptus fuit, siccome ancora a fide descivit. Da Barare discendono Baratto e Baratteria, significanti Frode; e Barattiere, Fraudator e Deceptor: nomi adoperati anche dai Franzesi, Spagnuoli, ed Inglesi, siccome me nati dalla Mercatura, e però dilatati fra le varie Nazioni. Non so se con ragione alcuni credono venuto dal medesimo fonte Baratto, Permutatio, e Barattare, Permutare, con figurarsi anche essere quella la parola primitiva. Ma resta tuttavia nel buio l'origine di quelli nomi. Barone per denotare Nebulonem è figlio di Baro (11).

 

Nelle note a Il Malmantile Racquistato di Lorenzo Lippi (pubblicata postuma nel 1676), Puccio Lamoni, ovvero Paolo Minucci, in riferimento alla Stanza 5 del Canto II, interpreta nei seguenti termini la voce Baro: “Biante, Accattone Falso, Vien forse dal greco βɑpùs ɛós che suona Molestus, Importuno, Sfrontato, come appunto sono questi tali: e sebbene questa Parola ha del furbesco; pure s’usa comunemente: e l’usò il Varchi, Storia Fiorentina, libro XI Ed in segno, che lo rifiutava, e non gli credeva più, avendolo per baro e giuntatore, arse i suoi libri. Baro, Barone, Barattiere, sono tutti della medesima origine (12). 

 

La storia riguardante i tavoli da gioco è ricchissima di bari, uomini ai quali, come abbiamo visto, difettava la volontà decisionale, schiavi di una passione che degenerava in tormento, come ben espresse l’Abate Bettinelli (13) in un suo poemetto:

 

Con occhio incerto, e con sembianza oscura

Qual nottola odiando il sol diurno

Se al fianco suo non ha l’amica impura

Vedilo andar solingo, e taciturno,

Fuor che Venere, e Bacco altro non cura

Fuor che la bisca e il tavoglier notturno;

Al ceffo, agli atti, alle scomposte membra

Deforme cosa, e squallida rassembra….

Di trufferie Dottori, e di baratto

Arti di sottomano, e di zimbello

Di tutti i colpi, e i giri accorti, e destri

Apriron scuola, e furono maestri.

 

Uno dei bari più famosi a Firenze al tempo di Dante fu un certo Passera detto “della gherminella” che prese a viaggiare anche all’estero per praticare la sua arte in altre città. Male gliene colse in quanto venne scoperto mentre barava. Costretto a ritornare precipitosamente a Firenze, aveva sperimentato che in nessun posto si potevano trovare tanti merli quanto in patria (14).

 

Dal Viaggio in Alemagna di Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica Fiorentina presso Massimiliano I e celebre per l’epistolario che intrattenne con il Macchiavelli,  apprendiamo notizie di un altro famoso baro, un  “milanese chiamato Franceschino…. tristo al possibile, dispettoso, e baro, ed aveva fatto in modo con suoi giuochi, e barerie che aveva ragunato Scudi 1200….”, una cifra importante per l’epoca (15).

 

“Essere degno di stare in compagnia di bari” è, in italiano moderno, l’espressione usata dal Savonarola per evidenziare il carattere di Piero de’ Medici. Così scrisse infatti in una sua lettera che Pasquale Villari riportò trattando la vita del frate piagnone. Dopo aver enunciato di voler parlare dei costumi e del sentire del Medici, il Savonarola si abbandona ad una vivace descrizione di alcuni  momenti di vita quotidiana di Piero, terminando con la conclusione sopra accennata.

 

“Al presente voglio scrivere la vita et modi et costumi e pensieri  di Piero de Medici….Hora vegnamo al principio della vita, modi e costumi et pensieri suoi. Prima: l’usanza sua si è levarsi del letto a punto a l’hora di mangiare, et come è levato, fa intendere che provvedimento v’è da mangiare; se e’ v’è bene provvisto, mangia quivi, ma poche volte; perché quasi sempre se ne va a mangiare in casa Sanseverino, dove si fa con magno piatto. Et non crediate che la sua sia bocca disutile, perché a pasto, non lo serve un cappone con qualche altra cosa; del bere pochi huomini gnene passano, et a questa cosa della gola mette diligenza. Dipoi il giorno si serra per qualche camera di quegli di San Severino, dove sia qualche bella cortigiana, et anche ben volentieri se v’è qualche bello ragazzo, et quivi si sta tutto el giorno a fare buon tempo; e se vi si giuoca, vi sta più volentieri, maxime quando ha danari: all’hora della cena pure mangia quivi, perché per quel conto v’è buona stanza. Come ha cenato, ha sempre seco qualche huomo di poco cervello come lui, et vanno fuori parecchie ore della notte a casa le cortigiane, a menarle a spasso la notte et anche sempre qualche bello garzone con loro; e tutta la notte si riducono quando in un luogo, quando in un altro a mangiare, bere, giucare, et fare altre cose disoneste, pazze et triste; et fate conto di questo, che sempre un’ hora o dua il più, innanzi giorno, torna a casa a stare coll’Alfonsina; ella poveretta mai non si rallegra che sta fresca. Con lui non è bene ne conditione altre qualità di persone, che qualche buffone pazzo, o qualche baro giuocatore, o qualche ruffiano” (16).

 

Sulla vita dei bari e del gioco d’azzardo a Venezia siamo informati dal poderoso studio compiuto da Giovanni Dolcetti apparso nel volume Le bische e il giucco d’azzardo a Venizia, 1172-1807, pubblicato nel 1903, dal quale riporteremo alcuni documenti di notevole interesse per quanto concerne il nostro argomento (17).

 

A Venezia, molti bari avevano comprato il silenzio e l’assenso della polizia: “Erano noti i brogli dei fratelli Fiorentini; di quel Tadie, parrucchiere in Frezzeria, che si mise a far biscazia con protecion di Biancafior – Capitano degli Esecutori contro la Bestemmiadandogli un tanto al giorno. Erano note le gesta dei due biscazzieri Gaetano Guado e Giovanni Martini; quest’ultimo – forte dell’appoggio del N. U. Lorenzo Semitecolo, del notaio Agazzi e del Capitanio, che sono d’accordo è mangna….– diceva altezzosamente d’aver il magistrato Eccellentissimo alla biastema [bestemmia] in scarsela [in tasca, cioè che lo governava], che ha protezioni talli in questo paese che non ha paura e che farà Veder miracoli che al intrar del Consiglio di X…aveva due gentiluomini suoi padroni, che li farà fare quello che vorrà. Inoltre i clienti dei due biscazzieri giuocavano fiduciosi di non essere arrestati, poiché sapevano che i birri quando ànno ordine di essecutione vanno prima ad avvisarli”. Gli stessi poliziotti frequentavano le bische: si ricorda, ad esempio, un certo Domenico Vasan che si trovò implicato in una seria baruffa originata da una partita a Trionfo (18).

 

La città lagunare ospitava un numero di case da gioco e di bische straordinario e tutti straordinariamente giocavano, compreso uomini di Chiesa. Molti di questi vennero tacciati di barare incorrendo nelle poco amorevoli braccia dei Provveditori sopra Monasteri.

 

“1747, 24 maggio. Il padre Saverio Costantini, dell’ordine dei Minori Conventuali di San Valentino di Padova, da 7 anni conviveva con una donna fuori dal monastero, ma non celebrava messa. Armato di Pistolese e Stillo praticava giorno e notte nelle Ostarie giocando, e Bestemiando, e con….altri più scandalosi sistemi. (Provveditori sopra Monasteri, B. 278) 

 

1760, 5 maggio. Francesco Manasse, fa chierico della Du­cal Chiesa di S. Marco, nel termine di giorni otto, deve costituirsi in carcere per rispondere dall'accusa di baro (B. 27).

 

1763, 9 marzo. Pre Antonio Barbaro, famoso e franco baro, manteneva donne, e tirava la giente a giocar in compagnia di molti vagabondi suoi amici. (Id. R. 30).

 

1765, 2 marzo. Pre Vettor Frasoni baro da Carte delli più famosi. Fu ammonito (Id. B. 30).

 

1770. Don Carlo Rovari Sacerdote . . che celebra ... ora all’Ascension ora à S. Cassan… tien gioco in casa sua di Bassetta e di Faraon con un tal Zanettí Religioso di Chiesa di S. Marco. (Id. B. 31) A S. Cassan in calle dei Botteri sopra le scale dell' osteria della Seta abita ... D. Carlo Rovari; scac­ciato mesi sono dal Quartier di Monsignor Nuncio Apostolico perchè ivi convivesse scandalosamente con pubblica meretrice e unitamente faceva camera locante e teneva gioco di carte dando ricetto anzi in­troduceva in propria casa dei Bari di Carte acciò baratassero la gente e suoi amici bari di carte. Anche oggi nella ... sua abitazione tiene gioco del faraone e praticando il sudetto Carlo al Caffè in Calle dei Botteri invita persone perchè vadino da lui a giocare. (Inquisitori di Stato B. 1088, F. 469)” (19).

 

Ma quali trucchi e accorgimenti usavano i bari per spolpare le loro vittime? Li apprenderemo  da due preziosi documenti, datati il primo al 1643 e il secondo al secolo succesivo.

 

Il primo è opera di Antonio Maria Cospi, uomo politico e giurista che divenne segretario di Ferdinando di Toscana, e che nel Il giudice criminalista scrisse sulle diverse situazioni in cui poteva incorrere un giudice del suo tempo. Fra i diversi argomenti, solo per citarne alcuni, troviamo: “De’ ladri vagabondi; De’ ladri vagabondi d’invenzioni; De’ medici falsi; Degli zingani; De’ gioiellieri falsi; Ladri della dormia; Diverse truffe fatte da finti alchimisti; De’ finti negromanti e ritrovatori di tesori; e, per quanto concerne la nostra indagine, De’ falsatori di carte (20).

 

DE' FALSATORI DI CARTE (CAP. XLIX)

 

Sommario

 

Come si possano falsare i dadi n.1

Come si falsino le carte n.2

Che vantaggio abbi chi giuoca con dette carte n.3

Sottil modo di conoscere le carte al tasto n.4

Strattagemma di quelli che anno compagni n.5

Pazzo finto n.6

 

"Vanno per il mondo furbacci che con l'arti loro gabbano ancora quelli che molto presumono di se stessi con invenzioni diaboliche, le quali sebbene saranno giudicate debolezze, tutta­via, scrivendosi questi avvertimenti per persone poco esperte, le legga chi n'ha bisogno, essendo necessario che le sappia chi vuol bene esercitare il criminale.

 

N. 1 Si falsano dadi col mettere argento vivo, piombo o oro ne' buchi di detti dadi da una sola banda; altri lassano una faccia più larga dell'altre o limano alcuni corni, e questo lo fanno perché la parte più grave più spesso si ferma di sotto, scoprendo la parte opposta. Questo medesimo fa la faccia più larga, che con più facilità resta di sotto mentre piglia più spa­zio della tavola, e secondo che la faccia opposta alla larga o al peso sarà di più punti o di meno: si dicono dadi del più, o dadi del meno, aiutandosi molti ancora ne' dadi non alterati mirabil­mente con l'artifizio della mano, e così a tempo massando fanno la massa de' denari nelle lor tasche.

 

N. 2 Si falsano in molti modi le carte, particolarmente quelle che dicono carte nere, le quali dando certi lavori bianchi a guisa di giglietti fanno i mariuoli con la penna a tutte le carte, presupponghiamo di spade, una linea nella prima parte della più stretta del giglietto così da un canto come dall'altro della carta, acciò voltandosi il mazzo per qual parte si voglia, quel segno sempre gli verrà dalla banda dritta della parte di fuora del mazzo: acciò più prontamente nel cavar la carta gli si offerisca agli occhi. Se giocheranno nel secondo luogo i bastoni, nel terzo le coppe e lasseranno di segnare i dena­ri; e così nel giocare veggono le carte che vanno al compagno, di che seme si serva, e se va a primiera o al punto, e se le carte che gli vanno gli servano, o se esso ha avute carte che gli facciano pri­miera o frussi, e se ha far partito o no, se ha da tenere o fuggir l'invito; oltre che, se vedrà una carta che gli possa servire, mescola le carte per fargliene andare una che non faccia per lui; ovve­ro tirando a dreto col dito di mezzo della mano, menar con l'u­gna del dito di mezzo della mano dritta caverà la seconda, e que­sto maggiormente lo farà se prima gli accomodasse il suo giuoco e se la carta di sopra facesse per loro; mentre il compagno si volta le carte al viso con destrezza si pigliano la detta carta, e vinca chi può. Alcuni fanno un punto solo in uno di detti giglietti, o in altro luogo del bianco di dette carte, differentemente secondo i semi delle carte, che difficil cosa sarà l'osservarlo. Altri estremano con l'inchiostro un certo cornetto del giglio, che viene appunto nell'angolo, che serve per conoscere un seme, e gli altri [si] dice gli fanno un altro segno o di taglio o di punto lassando il quarto seme senza segnare, perché il segno di quel seme è che non è segnato. Ho veduto di quelli che hanno tinto con inchiostro l'orlo della carta negli angoli, che vergano a man dritta un seme verso la parte più stretta, l'altro seme nel medesi­mo angolo, ma dalla banda più lunga; ma questa è cosa più appa­rente di quelli che incerano tutte le carte eccetto un seme, che nell'alzare sempre viene alzato il seme non incerato.

 

N. 3 Usano anco­ra questi marioli di comperare molti mazzi di carte, e perché sempre vi sono de' mazzi più limati degli altri, e così un mazzo è più lungo, un altro più largo, pigliano un seme delle più larghe e un seme delle più lunghe, e le mettono in un altro mazzo un poco più limato e cavandone dal mazzo più limato i detti due semi: e così sempre che voglian alzare per il largo viene un seme, e se alzano per lo lungo vien sempre quell'altro seme delle carte più lunghe. Possono avere molt'altre osservazioni, che tutte non possono prevedersi né immaginare; ma con queste si potrà sve­gliare l'ingegno del giudice, quando gli verranno in mano carte sospette, a osservare e scoprire se vi sieno altri segni. E questo è quello che mi par di poter dire quanto a quello che appartiene agli occhi.

 

N. 4 Sono ancora di quelli che conoscon le carte al tasto e questi fanno con un ago un piccolo buco di rilievo dalla banda di sotto delle carte, e secondo il luogo dove sentano quel poco rilievo: così sanno che carta è quella che va al compagno o che pigliano per loro. Altri mettono in giuoco carte grosse con colo­ri così grossi che fanno un certo rilievo, ed essi tengono il dito di mezzo della mano dritta nella sommità ben raso, tanto che vi hanno una pelle sottilissima, e per questo in quella parte hanno un sensattissimo e nel tastare con quel dito la carta sente quei colori, e conosce che carta è sotto; e particolarmente le coppe e le figure, dove è stato dato il colore più sodo; e perciò mostran­do d'aver sospetto che le carte usate non sieno segnate sempre domandano carte nuove che hanno il colore più vivo e così suc­cessivamente più palpabile.

 

N. 5 Sono di quelli che fanno fare delle dozzine delle carte apposta, e fanno fare a un seme le rivolte più larghe da una banda che dall'altra, a un altro seme le rivolte più sottili da una banda che dall'altra, a un altro seme le rivolte delle teste una più larga dell'altra, al terzo seme così da un canto come dall'altro disuguale, e a un altro seme fanno fare le rivolte pari da tutti i lati. Dànno poi queste carte a un bottegaio che le venda ne' luoghi dove essi vogliono giuocare. Tengono ancora certe carte da giuocare al banco fallito, che hanno da un canto le carte dei quattro re più larghe dell'altre, e per lungo i quattro cavalli più larghi.

 

N. 6 Ma bisogna avvertire che fra di loro nelle compagnie de' mariuoli vi è sempre uno che fa il matto, e questo fa sempre mostra di danari più degli altri, e fra loro fingono sempre di non si conoscere, e il matto sempre mestar le carte e invitar a giuo­care, e de' suoi compagni quando uno quando l'altro, giuoca col matto, e quando giuoca con li compagni il matto sempre perde, perché sempre fa mostra delle carte, invita e tiene del cattivo, fin­ché invoglia gli altri che sono nell'osteria a giocar seco. Come vede che altri fuora della compagnia vuol giuocare, comincia a dire [che] a quei giuochi lo gabbano, che vuol fare all'erbette, che è un giuoco che al mio paese chiamano il banco fallito. Il matto mette fuori molti danari ed esso tiene il banco, e nel far le carte lascierà sotto un cavallo o un re, e fingendo pareggiar le carte, lassa vedere a chi giuoca seco un cavallo o un re, e allora quel che vede una carta quasi sicura vi mette sopra una buona posta. Ma allo scoprire delle carte [vince] sempre il matto, che ha il punto superiore o l'ha pari, perché del punto pari vince chi tiene il banco: e così allo spiccar delle tende il matto ha sempre rastrellato tutti i danari. Se alcuno s'accorge alla fine dell'inganno e ce vuol far risen­timento col matto, tutti gli altri gli sono addosso bravando e minacciando, tanto chi ha perduto suo danno. Se un altro voles­se giocare con altre carte, non per questo i mariuoli ricusano; ma mentre si giuoca, sempre uno di loro sta dreto a quello che giuoca con loro e con cenni fa sempre sapere a' compagni che carte ha in mano quello che giuoca. Quando questi mariuoli perverranno in mano della Corte, si faccia presto [a] levar loro tutte le robe, e si piglino carte, dadi e ogni altro instrumento che abbiano da giocare, che alcuni molti ne portano, e si facciano tutti riconoscere da periti: e si faccia vedere in che cosa consista la fraude. Ma se il giudice con questi avvisi non scopre l'alterazione e non mostra esso a' periti detti o altri segni, da' periti non saranno facilmente osservati; sì come è occorso a me molte volte. Si debbono anco far riconoscere alli stessi rei, o per indurli a confessare, o per verificazioni delle loro confessioni.

 

Il medesimo si debbe fare di tutti i giuocatori da vantaggio, che vanno in volta con libri segnati di più numeri, con sacchetti di pallottoline segnate di numeri, con tavole con più caselle numerate, che chiamano il tiribilli con piripì; con imbuto da tirar­vi dentro una pallottola che casca sopra una tavola con cassette dentrovi diverse monete, e con infiniti altri modi che ha saputo ritrovare l'astuzia di questi furbi".

 

Il secondo documento, settecentesco, si deve al pittore Pietro Lanterna che, sotto un velo anonimo, compose la Descrizione ed avvertimenti nel quale si dà notizia di tutte le frodi, ed inganni delli Barri da carte per gabbar li poveri Giocatori.

 

Il Lanterna aveva più volte conosciuto il carcere. La sera del 26 agosto 1746, era stato arrestato in una bottega ‘da acquavita’, a Santa Maria Maggior, mentre guardava giocare alla Zecchinetta. Appena seppe che la polizia lo accusava di frequentare le bische e di usare un linguaggio sboccato, di fare bullarie con quei bottegai che non volevano fargli credito, di portare spada, oppure il palosso, coltello e zacco, rimase meravigliato e di fronte ai giudici fino all'ossessione andò ripetendo "Non è vero ch'io sia una canaglia". Il costituito processo ebbe termine il 10 aprile 1747 con la completa assoluzione del nostro, che non doveva comunque essere uno stinco di santo, se dobbiamo dar adito alla sua fedina criminale che recitava: "Cativo costume; Barufante; Baro puntando con cambiar li punti; Solito portar lame cioè spada et alle volte cortelli e volte tolle (?) di ferro; Bestemmia, non vedersi mai in chiesa. Insolente con Botteghieri volendo la robba per forza” (Esecutori contro la Bestemmia, B. 24).

 

Sta di fatto che, probabilmente pentito per aver condotto fino ad allora una vita debosciata e per riscattare la propria anima, compose quell'opuscolo, compiendo in tal modo un' onesta e civile azione. Nella sua opera il Lanterna cita e illustra diversi sistemi per barare alle carte: 

 

“Comunemente a Bazzega ‘moscavano’ le carte, sull'orlo o sopra l' Oro, con le unghie o con qualche sottilis­sima punta; però, tenendo il mazzo in Scalembro, si poteva scorgere l'inganno (21).

Per altri giuochi, usavano le Carte fiorate, le quali venivano, sul rovescio, raschiate con segni corrispondenti al valore della carta.

Alle Erbette torcevano le carte figurate.

Alla Zecchinetta adoperavano le Carte da Siena le quali sono quattro e si prestavano meglio per barare.

A Faraone usavano carte sudicie, poiché solo toccan­dole durante la partita le segnavano..

Alla Bassetta i bari spiegavano tutta l' arte loro; di­scorrendo, mescolavano, torcevano destramente le carte, e si facevano venire quella che desideravano.

Infine per ogni giuoco avevano trovato un sistema proprio di barare” (22).

 

Gli altri bari, dopo aver letto l’opuscolo appena pubblicato dalla tipografia di Zujer Giovanni col permesso delle autorità, allo scopo di vendicarsi denunciarono il Lanterna per essere un individuo spregevole e di vivere barando al gioco. Sic transit mundus: il Lanterna, tradotto dinanzi al Tribunale contro la Bestemmia, dovette difendersi e lo fece dicendo: “È verità notoria esser io allievo del celebre pittore G. B. Piazzetta essendo le mie fatture a Carbon e Lapis vendute respettivamente ogn’una tre, quattro, sei e otto Filippi ed anche più…, col quale guadagno mantengo la mia famiglia”. Il tribunale gli credette e il 1 gennaio 1753 la sua innocenza venne riconosciuta (23). 

 

Note

 

1 - Si legga l’articolo Il Gioco delle Carte e l’Azzardo.  

2 -  F. DeLuque Fajardo, Fiel desengaño contra la ociosidad y los juegos. Utilísimo a los confesores y penitentes, justicias,, y los demás a cuyo cargo está limpiar de vagabundos, tahúres y fullerosla república cristiana. En Diálogo, Madrid, Miguel Serrano de Vargas, 1603. Citato da Antonella Gallo, Follia e gioco d’azzardo nel Seicento spagnolo, in Maria Grazia Profeti (a cura di) “Follia, Follie”, Firenze, Alinea Ed, 2006, pag. 102.

3 - Malea = Promontorio del Peloponneso, ritenuto dai naviganti molto pericoloso a causa delle sue tempeste.

4 - Erasmo da Rotterdam, Elogio della Follia, a cura di C. Carena, Torino, Einaudi, 1997, pag. 119.

5 - Cfr: Luque Fjardo, Fiel desengaño, op. cit., Vol. I, pag. 104 e vol. II pag. 148.

6 - Roger Caillois, Il gioco e gli uomini: la maschera e la vertigine, note dell’ed. italiana di G. Dossena,Milano, Tascabili Bompiani, 1981, pag. 91. (Prima edizione: Parigi, Gallimard, 1967). Si veda, in particolare, il capitolo L’Importanza del gioco d’azzardo, pagg. 169-187. Oltre all'ilinx, all'agon e all'alea il Caillois  contempla, fra gli impulsi fondamentali al gioco, anche il mimicry, cioè l'impulso alla simulazione e al travestimento.

7 - Giulio Paulis, L’espressione dilogica della trasgressione sessuale in un Canzoniere ispano-sardo del Seicento e in Calderon de la Barca (albur, tahúr e dintorni tra semantica, etimologia e testualità, in Giulio Paulis e Immacolata Pinto (a cura di) “Etimologia fra testi e culture”, Milano, Franco Angeli, 2003,pag. 140.

8 - Temistocle Franceschi, Atlante paremiologico italiano. Questionario: Ventimila detti proverbiali raccolti in ogni regione d’Italia, Alessandria,Edizioni dell’Orso, 2000, pag. 312.

9 - Vocabolario degli Accademici della Crusca, Quinta Impressione, Volume II, Firenze, Tipografia Galileana di M. Cellini e C., 1866, pag. 77.

10 - Ottorino Pianigiani, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Voce Baro, online al link http://www.etimo.it/?term=baro

11 - Dissertazioni sopra le Antichità Italiane, Già composte e pubblicate in Latino dal Proposto Lodovico Antonio Muratori, e da esso poscia compendiate e trasportate nell’Italiana Favella. Opera postuma data in luce dal Proposto Gian-Francesco Soli Muratori Suo Nipote, Tomo Secondo, Milano, A spese di Giambatista Pasquali, 1751, pag. 178.

12 - Il Malmantile Racquistato di Perlone Zipoli colle note di Puccio Lamoni e d’altri, Tomo I,  Firenze, Francesco Moücke,1750, pagg. 139-140. Questa l’ottava:

 

Il Malmantile Racquistato  (Canto II - Stanza  5) 

 

Avvenne, che già inteso un Negromante,

Che un uom, com’era quei, sì giusto, e magno,

Faceva novità sì stravagante,

Un atto volle far da buon compagno:

E per ridurlo all’opre buone, e sante,

Non per speranza di verun guadagno;

Fintosi un baro, a dargli andò l’assalto,

Un po di ben chiedendo per Sant’Alto.

 

Nota di Puccio Lamoni: “Stando le cose ne' suddetti termini, un tal Mago, inteso, che un uom dabbene, com’era Perione, s’era cangiato in così cattivo, [il Duca] volle fare un atto da uomo dabbene, cercando di rimettere Perione nella buona strada: e però fintosi accattone, andò a chiedergli la limosina per amor di Dio”.

13 -  Saverio Bettinelli, Il giuoco delle carte,Cremona, L. Manini, 1775.

14 - Roberto Davidsohn, Firenze ai tempi di Dante, Firenze, R. Bemporad & figlio, 1929, pag. 559.

15 - Viaggio in Alemagna di Francesco Vettori, Ambasciatore della Repubblica Fiorentina a Massimiliano I, Libro Quarto, Firenze, Libreria Molini, 1837, pag. 163. Il volume riporta la seguente nota: “Il Codice autografo del Viaggio di Francesco Vettori esiste nella doviziosa biblioteca del nobile e dotto Signor Conte Gaetano Melzi di Milano, una delle più nobili private d’Italia”.

16 - Pasquale Villari, La storia di Girolamo Savonarola e de’ suoi tempi, narrata con l’aiuto di nuovi documenti, Volume Secondo, Documenti, Firenze, Felice Le Monnier, 1861, pagg. 152-154.

17 - Govanni Dolcetti, Le bische e il giucco d’azzardo a Venizia, 1172-1807,  Venezia, Libreria Aldo Manuzio Ed., 1903.

18 - Ibidem, pagg. 132-133-134. 

19 - Ibidem, pagg. 116-117.

20 - Anton Maria Cospi, Il giudice criminalista (opera del sig. Antonio Maria Cospi segretario del sereniss. gran duca di Toscana). Distinta in tre volumi. Dove con dottrina teologica, canonica, civile, filosofica, medica, storica, e poetica si discorre di tutte quelle cose, che al giudice delle cause criminali possono avvenire, Firenze, Zanobi Pignoni, 1643, pagg. 559-562. L’opera venne successivamente ristampata a Venezia nel 1681. Entrambe le edizioni, scorrettissime, furono curate in modo mal­destro dal nipote Ottaviano Antonio Cospi. Anton Maria Cospi fu conosciuto anche in Francia per la traduzione di un'altra sua opera: Interprétation des chiffres, Parigi, 1641.

21 - Zuani magni giocando a Bazzica nella bottega del caffettiere (spacciatore di carte da giuoco con segni convenzionali) vicino al Monte di Pietà truffò al Conte G. B. Chieregato varj Cecchini ... il quale trovò sui fatto le carte segnate; queste erano più curte, o sia un poco cimate dalle altre ...; le carte segnate erano li 7: che sono li Comodini, e gl' Assi, essendo queste carte più longhe dell' altre ... e chi pratica di tali segni per certo guadagna al gioco di Baz­zica nel quale esse carte sono le principali per vincere. (Inquisitori di Stato B. 1136, F. 883, anno 1783). 

22 - Giovanni Dolcetti, op. cit., pag. 129.

23 - Ibidem, pag. 130

 

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