Saggi di Andrea Vitali

Della Toscana Eloquenza

Se si gioca a tarocchi non si meritano gli allori

 

Salvatore Corticelli (1689-1758), nato a Piacenza da genitori bolognesi, dopo una laurea in Giurisprudenza, essendo maggiormente interessato alla retorica e alla grammatica divenne collaboratore dell’abate Lazzarini, il quale, da studioso di eloquenza e fervente sostenitore della purezza bembesca, auspicava il ritorno al classicismo linguistico del Tre e Quattrocento di contro al concettismo e alle tortuosità sintattiche dell'oratoria seicentesca. Rifiutata una cattedra all'università di Padova, preferendo restare a Bologna, nel 1718 prese i voti come ‘prete professo’ nella Congregazione di S. Paolo dell’Ordine dei Barnabiti.  Nella stessa città pubblicò nel 1745 le Regole ed osservazioni della lingua toscana, opera che vantò ben quarantotto edizioni. In essa l’autore corredò le regole con esempi tratti da letterati del sec. XIV e in particolare dal Boccaccio, la cui prosa il Corticelli considerava “la migliore che abbia la nostra lingua”. Un’asserzione che gli attirò le critiche dei letterati bolognesi, ostili al fiorentinismo esasperato dei puristi, favorevoli ad una lingua nazionale che accogliesse contributi lessicali ‘moderni’ o in ogni modo proveniente anche da altre regioni.

 

In ogni modo, le Regole gli valsero l'ammissione all'Accademia della Crusca che  lo incaricò di redigere un trattato sull'eloquenza italiana, opera che vide la luce nel 1752 con il titolo Della toscana eloquenza.(1).

 

L’opera, modellata sul Decameron con un proemio, un’introduzione generale e a ogni singola giornata, dedica ogni giornata alla dissertazione di un problema retorico. I problemi affrontati risultano l'elocuzione toscana, l'amplificazione, la descrizione, la narrazione, l'invenzione, il movimento degli affetti, il costume, la disposizione del discorso, i vari generi di componimenti, la poesia lirica. La maggior parte degli ‘exempla’ a cui il Corticelli fa riferimento sono tratti dal Decamerone.

 

Il pensiero dell’autore e il suo scontro con i contemporanei avversi al purismo della lingua toscana, è descritto nel Proemio dell’opera:

 

“Se quanti delle leggiadre sue rime imitatori vanta l’incomparabil Petrarca; altrettanti vantar ne potesse il gran Boccaccio delle sue eloquentissime prose; farebbe il toscano idioma in tutti i suoi pregj per ogni dove chiaro, ed illustre; e star potrebbe sicuramente a fronte colle due spente famose lingue, latina, e greca. Ma troppo diversa fortuna hanno incontrata nel Mondo questi due chiarissimi lumi della volgare eloquenza. E certamente, se parlar vogliamo della toscana poesia, lasciando stare l’Ariosto, e ‘l Tasso, i quali nell’ Epica gareggiano co’ primi Poeti, latini, e greci; noi abbiamo avuti, ed abbiamo tuttavia moltissimi felici ingegni d’Italia, i quali ne’ loro lirici componimenti non invidiano punto le migliori produzioni dell’antichità; perchè leggendo studiosamente il Petrarca, si fono imbevuti di quella maniera sublime del pari, e graziosa, ch’è il proprio carattere di quel divino Poeta. Ma nella prosa non possiam dire altrettanto. Imperocchè, quantunque i grand'uomini della nostra Accademia abbiano sempre imitato fedelmente il Boccaccio; nelle altre italiane prose contuttociò, benchè per altro eloquenti, di rado avviene che trovar si possa il sapore, la gentilezza, la forza del Certaldese. Or perchè la nostra lingua non sia stata nelle prose, e nelle rime egualmente avventurosa, io, quale nel mio giudicio cape, ne assegnerò la ragione. Il Canzoniere del Petrarca, nulla per entro avendovi, che onesto non sia, va per le mani di tutti: e le sue poetiche bellezze, quasi colori vivi, e smaglianti, danno facilmente negli occhi a chi legge: da cui perciò, dove l’ingegno, e la vena il consentano, possono felicemente imitarsi. Ma il Decameron del Boccaccio, perchè molte cose ci ha, che offendono il buon costume, non è lecito a tutti il leggerlo qual’ egli è: senza che a tutti non basterebbe il leggerlo, e 'l gustarlo, per iscoprir le finezze di eloquenza, che in quel dir piano, e natural si nascondono: le quali, quasi tinte dilicate, e gentili, sfuggono agevolmente gli sguardi di chi non è ben pratico de’ precetti dell’arte…..Egli è il vero, che il Cavalier Leonardo Salviatí, CarIo Dati, ed altri grandi uomini della nostra Adunanza, hanno lasciato scritto, che nel Decameron del Boccaccio sono perfettissimi esempli di ogni stile, infimo, mediocre; e sublime: e che colla lettura di esso può ognuno, non solamente apprendere la purità, i modi, e le frasi di nostra lingua, ma ancora formarsi per ogni maniera di rettorico componimento: ma bench’essi, come finissimi conoscitori ch’egli erano della toscana eloquenza, meritassero di essere creduti, non è però stato il loro sentimento approvato, almeno universalmente, e da tutti gli Studiosi d’ Italia. E quì non intendo parlar di coloro, i quali danno biasimo, e mala voce alla lingua toscana, perchè il contrastare con questi niente monterebbe: ed essendo la nostra lingua in pregio presso il più bel fiore de’ Letterati d’Europa, noi possiamo di essa dire oggimai ciò, che della regolatrice intelligenza disse Dante: Ma ella s’è beata, e ciò non ode. Altri vi sono, e ben molti, appresso de’ quali è in qualche pregio la lingua toscana, e ancora il Decamerone del Boccaccio; ma non ne hanno una stima interamente giusta, mentre giudicano, che in questa lingua, e sull’imitazione del Boccaccio, altri non possa trattar degnamente di cose grandi, e sublimi. A costoro convien pur dar orecchio, perchè son molti, e perchè sono dotti, e giudiciosi. Questi adunque adoperano ne loro componimenti la lingua toscana; se non con tutta la proprietà, almeno con qualche non dispregevol colore; ma e’ la stimano atta solamente alla poesia, e a’ discorsi accademici, non già a’ suggetti grandiosi, e magnifici. In somma, nello stil semplice, e nel mezzano essi concedono all’idioma toscano qualche eccellenza; ma allo stil sublime essi credono che il genio di nostra lingua giugner non possa; e che ciò alla greca, e alla latina sia riserbato. Il Boccaccio poi essi l’hanno in conto di un puro, e pretto Novellatore; e dicono al più, ch’e’ narra bene, e ch’egli è grazioso nelle facezie, e ne’ motti; ma che nel suo Decamerone sieno esempli, su’ quali formar si possa un sagro oratore, o chiunque voglia comporre orazioni con sublime eloquenza, ciò è molto lungi dal loro parere” (2).

 

Venendo all’argomento ‘Tarocchi’, appare quanto meno esilarante il Ragguaglio VI, dove tre personaggi vengono introdotti alla presenza di Apollo per chiedere di essere ammessi in Parnaso. Di nostro interesse è il primo di essi che si presenta come un personaggio amico dei letterati, da essi tutti riconosciuto e stimato. Oh sì, molto ha fatto per loro: li ha sempre ristorati quando per eventualità transitavano dalle sue parti e informati su ogni novità del mondo. Per questo motivo ha frequentato il bel mondo, i migliori Caffè e le più importanti feste, non mancando di giocare a tarocchi o altri giochi di carte. Infatti, come si sa, al tavolo da gioco il chiacchierare è d’obbligo. Non esiste migliore situazione per apprendere le ultime vicende accadute in città.

 

Ma alla domanda di Apollo se avesse scritto qualcosa sulle Lettere, il nostro a malincuore dovette ammettere di no. Altro che un libro: ne avrebbe dovuto scrivere tantissimi, dato che in quel secolo sarebbe occorso troppo tempo per farsi porre sul capo l’alloro della fama.

 

La sentenza di Apollo non fu benigna nei suoi confronti, dato che, per lo Statuto di Delfi,  in Parnaso sarebbero potuti entrare solo coloro che avessero dimostrato di essersi adoperati, attraverso grandi fatiche, nell' esprimere in opere il proprio pensiero. Al poveretto non rimase altro che farsi dire del fannullone del Regno di Bengodi  (Voi appartenete dirittamente al Regno de' Fanulla in Bengodi).

 

L’attribuzione successiva riservata al Regno di Bengodi di ‘buono’ e ‘ felice’ risulta come una critica pressoché benevola rivolta ai mediocri, a coloro cioè che, noncuranti di occuparsi seriamente delle Lettere per impotenza dell'umano sentire, trascorrevano tuttavia una vita tranquilla, scevra da quelle tensioni dell’animo che turbavano la vita di coloro che pensavano di lasciare ai posteri qualcosa di importante. In tal senso, l’ingresso al Parnaso, monte dedicato ad Apollo e una delle due residenze delle Muse (3), diviene l’emblema di meritata fama.

 

Di seguito il VI Ragguaglio:

 

Giornata Settima

RAGGUAGLIO VI.

Detto Da FILOSTRATO

 

Apollo il primo dì del corrente mese ode le domande di tre soggetti i quali facevano istanza ad' essere ammessi in Parnaso, e tutti tre, contra il costume suo, gli rifiuta,

 

Il primo dì del corrente mese il Serenissimo Apollo, secondo il costume, con 1' assistenza dell'egregio Senato, diede nella Sala Delfica la sua audienza; per udire tre soggetti di fresco venuti in Parnaso, e che facevano instanza d'esservi ammessi; ma era la risplendente faccia di Sua Maestà da alcuna caligine ottenebrata; il che da tutti fu avuto per tristo presagio.

Il primo adunque, che si presentò, fu un uomo di bellissimo aspetto, disinvolto, ben parlante, e di gentili maniere; il quale dopo aver fatte alla maestosa Assemblea le debite riverenze, così incominciò. “Io stato sono uno de' più celebri virtuosi d’Italia, dove presso il più bel fiore de Letterati è viva, e fresca la mia memoria. A me adunque pare che si convenga questa felicissima stanza, la quale io non per tanto chieggo per grazia. Gli disse Apollo:e che voi avete fatto, valentuomo? Signore, rispose colui, il tenore della mia vita è stato questo. Io ho avuto amicizia con tutti i Letterati d’Italia, e ho mantenuta con essi continua corrispondenza di lettere; e quando al mio Paese son capitati, gli ho diligentemente serviti. Ho proccurato d'essere fedelmente informato di tutte le correnti novelle del Mondo, e specialmente delle letterarie; e per questo ho frequentati i migliori Caffè, e non ho mancato d'andare alle veglie più accreditate, ed ivi ed in sollazzevoli discorsi, e in giucare a’ Tarocchi, o all'Ombre intertenermi. In somma io ho menata una vita molto civile; e perchè io avea in contanti di poter discorrere graziosamente di tutto, io era molto gradito dalle geniali del pari, che dalle erudite conversazioni”. S' accorse il Serenissimo Apollo, che le belle maniere di costui avevano mossi alcuni Senatori a favorirlo; e perciò, imposto silenzio a tutti, così disse: “Letterato mio dabbene, io non biasimo punto la vostra vita; ma, ditemi, avete voi illustrata con alcuna erudita Opera la Repubblica delle Lettere? Signor mio no, rispose colui; eh troppo ci vuole ad acquistar fama in questo secolo: Adunque, replicò Sua Maestà, voi non potete essere ricevuto in Parnaso, dove, secondo lo Statuto Delfico, si richieggono per essere ammesso virtuose fatiche. Voi appartenete dirittamente al Regno de' Fanulla in Bengodi (4), ch'è buono, e felice Paese, come udir potrete da Maso del Saggio, nostro Lapidario in Elicona” (5)

 

A conclusione, citiamo un’espressione utilizzata dall’autore per indicare l’aver dato il meglio di sé e cioè “ho dato il mio maggiore” che trae origine dal gioco delle Minchiate.

 

Nono Discorso della Prima Giornata

 

“Ed ecco il fine del mio discorso: se è stato cattivo, pazienza, ho dato il mio maggiore: (1) del mal del male non vi ho nojati colla lunghezza”

 

La nota (1) è riportata dall’autore a piè di pagina:

 

“Dare il suo maggiore, tolto dal giuoco de' germini, ovvero de’ tarocchi, (che in oggi si chiama il giuoco delle minchiate) nel quale sono i trionfi segnati col numero, è dire quanto alcuno poteva, e sapeva dire il più in favore, o disfavore di chicchessia: e perchè le trombe sono il maggiore de' trionfi del passo, dar le trombe vuol dir fare l'ultimo sforzo. Così il Varchi Ercol. pag. 114 (6)” (7).

 

 Note

 

1 - Della Toscana Eloquenza Discorsi Cento detti in dieci giornate da dieci nobili giovani in una villereccia vdunanza, Descritti dal R. M. Padre Don Salvatore Corticelli Bolognese Prete Professo de’ Chierici Regolari di San Paolo, e Accademico della Crusca, In Bologna, Nella Stamperia di Lelio dalla Volpe, MDCCLII [1752].

2 - Ibidem, Proemio, pp. 1-2-3.

3 - Altro luogo di residenza delle Muse era il monte Olimpo.

4 - Decamerone, Ottava Giornata, Terza Novella. Per il Boccaccio il Paese di Bengodi - lo stesso che il Paese di Cuccagna - nel periodo in cui scrisse in Decamerone, afflitto dalla peste, dalla carestia e di conseguenza dalla fame, rappresentava una realtà immaginaria nella quale trovare benessere, piacere e abbondanza di cibo.

5 - Della Toscana Eloquenza, op. cit., pp. 359-360.

6 - Riguardo L’Hercolano’ del Varchi si legga “Sulla natura del volgare toscano” al nostro saggio I Tarocchi in Letteratura I

7 - Della Toscana Eloquenza, op. cit., p. 67.

 

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