Saggi di Andrea Vitali

Officium Lusorum

La Messa dei Giocatori d'Azzardo

 

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”

 Luca: 23-34

 

Nei tempi antichi, gli ultimi dodici giorni dell'anno erano considerati un periodo al di fuori della normale misura del tempo: essi rappresentavano il divario tra il calendario solare di 365 giorni  (dodici mesi di 30 giorni e mezzo) e il calendario lunare di 354 giorni (dodici mesi di 29 giorni e una battuta d'arresto). Dodici giorni e dodici notti che corrispondevano ad un periodo di vuoto, ad un momento di incertezza dove l’umanità poteva essere soggetta ad ogni pericolo. Il confine fra il mondo dei vivi e dei morti diveniva talmente labile da poter comunicare con i defunti. In epoca romana, le feste chiamate Saturnali celebravano la libertà e un mondo capovolto: gli schiavi diventavano padroni e i padroni obbedivano ai loro schiavi. Secondo certe tradizioni, ancora vive oggi, in questi dodici giorni è possibile predire il futuro, oltre il tempo e l’andamento più o meno favorevole delle colture.

 

Fra i relitti di antichissimi rituali di rinascita e di rinnovamento che avevano luogo all’inizio dell’anno e che rappresentavano il rovesciamento di tutti i valori, la più famosa è senz'altro la Festa dei Folli  (o dei Sotto-diaconi) che veniva rappresentata durante l’alto e il tardo Medioevo nel periodo compreso fra il Natale a l’Epifania, in particolare il primo giorno dell’anno. Nulla era troppo sacro per essere risparmiato, in particolare la religione cristiana che era la forza che permeava ogni cosa. La scena principale della festa era rappresentata dalla Chiesa stessa, ma spesso era l’intera citta che partecipava alla processione e alle cavalcate. 

 

Solo entro questa cornice il clero poteva “liberarsi della pelle” in modo esuberante e terapeutico. "Sloughing of the skin" (liberarsi della pelle).

 

In tali termini un certo Gerson, teologo di Auxerre, difendeva ancora queste feste nel 1440 presso la Facoltà di Teologia di Parigi: “I nostri antenati che erano grandi uomini, approvavano queste feste; allora perché ci dovrebbe essere vietato? Non abbiamo intenzione di fare sul serio, ma solo di scherzare per divertirci secondo la moda antica e per fare follia che è la nostra seconda natura e che sembra essere inerente a noi; un’opportunità per sfogarci una volta all’anno. Persino le tinozze di vino scoppierebbero se uno, a volte, non aprisse il tappo per lasciare uscire l’aria...Cosi, per pochi giorni, noi giochiamo a fare i buffoni affinché possiamo, poi, ritornare con zelo maggiore ai nostri doveri religiosi".

 

Proibizioni occasionali, da parte delle autorità ecclesiastiche, rimasero vane fino alla meta del sedicesimo secolo. Nello spirito di un rovesciamento di tutti i valori, queste furono le feste del clero più basso, dei sotto-diaconi.

 

Veniva eletto nelle cattedrali un Vescovo degli Sciocchi. Egli celebrava una Messa solenne e dava la benedizione. Il clero mascherato danzava e saltellava nella Chiesa cantando canzoni oscene. Nell’altare, davanti al prete che stava leggendo il messale, i sotto-diaconi divoravano salsicce, giocavano a carte e a dadi e mettevano pezzi di suole di vecchie scarpe ed escrementi, al posto dell’incenso, nell’incensiere, cosi che l’odore puzzolente assaliva le narici del prete. Dopo la Messa tutti correvano, danzavano e saltellavano ovunque nella Chiesa, abbandonandosi ai più sfrenati eccessi, alcuni persino spogliandosi completamente. In seguito, si arrampicavano su carri pieni di escrementi che essi stessi trascinavano attraverso la città, colpendo con il sudiciume la folla che li accompagnava.

 

“Ad Antibe, i preti laici occuparono il posto dei preti nel coro. Si vestivano con vesti pretali stracciate, rivoltate; tenevano i libri capovolti e fingevano di leggere, cantando non i Salmi o i canti liturgici, ma biascicando discorsi incomprensibili e belando e muggendo come animali" (1).

 

Come un relitto di antichi culti di animali, il ruolo principale veniva assunto  da un Asino, simbolo della forza, della festività, compendio della stupidità, e dell’entrata di Cristo a Gerusalemme.

 

Oltre a questa festa - chiamata Fête des Fous nei paesi francofoni, Feast of Fools in Inghilterra, conosciuta anche come Asinaria Festa, Festum Stultorum, Festum Fatuorum, Festum Follorum, Festum Subdiaconorum o Festum Baculi - un ulteriore evento dai connotati apparentemente dissacranti era costituito dall’Officium Lusorum, cioè la Messa dei Giocatori d’Azzardo. I suoi versi, accompagnati dalla musica, si trovano nel celebre manoscritto dei Carmina Burana, entrato in possesso della ‘Biblioteca Centrale Reale della Corte’ di Monaco nel 1803. Il bibliotecario J. A. Schmeller, che editò per primo questi manoscritti, diede loro il nome di Carmina Burana (Canti di Benedikbeuren) dal convento bavarese dove erano stati trovati. Sembra che la loro prima stesura, risalente al XIII secolo, sia da individuarsi nella Carinzia oppure in Stiria preso la corte di un Vescovo di Seckau (Vescovo Karl, 1218-1231 o Vescovo Heinrich, 1232-1243).

 

Il manoscritto comprende una vasta e imponente collezione di liriche europee, principalmente scritte in latino, datate dal tardo XI al XIII secolo. Le tematiche delle composizioni comprendono canzoni sul bere e il mangiare (Carmina Gulatorum et Potatorum) fra le quali spiccano, ovviamente, diversi poemi dedicati a Bacco; canzoni sull’amore infelice (Carmina Amoris Infelicis); canzoni di carattere morale (Carmina Moralia); canzoni dedicate a Dio e alla Vergine (Carmina Divina); canzoni di carattere morale e divino assieme (Carmina Moralia et Divina); canzoni inneggianti alla primavera e all’amore (Carmina Veris et Amoris) e infine canzoni sul gioco e i giocatori d’azzardo (Carmina Lusorum).

 

In questo misto di sacro e profano si esprimeva un universo di peccatori, di ladri, di assassini e di prostitute (2), che chiedeva di essere ascoltato. Giovani audaci e gioiose fanciulle si scambiavano liberamente sensuali frasi d’amore, a dispetto di ciò che la Chiesa andava predicando sulla bellezza del corpo (3), mentre persino Dio scendeva dall’alto della sua infinita giustizia per diventare involontario complice delle passioni degli uomini. I toni di feroce accusa nei confronti della Chiesa, l’invocazione della giustizia divina sulle sue malefatte, la profonda esigenza di una rinascita spirituale e morale e soprattutto di un rinnovamento di costume ecclesiastico fanno da connettivo a tutto il divenire politico, culturale e religioso dell’epoca medievale.  

 

L’Officium Lusorum, in latino con minimi interventi in tedesco altomedievale,si configura comeuna vera e propria parodia del Proprio (l’insieme delle parti) della Messa e ben si adatta con il rito annuale teso ad infrangere le regole capovolgendo costumi e simboli. Il tema della parodia è una partita a dadi che si svolge in una taverna oltre all’attività di usurai e truffatori. Il saluto del prete 'Il Signore sia con voi' diventa `L’inganno sia con voi ', il Signore Dio diventa il Signor Dice (il Dado), il Vangelo secondo San Marco diventa il Falso Vangelo secondo il Marco d'Argento, mentre la benedizione di chiusura diventa la maledizione di chiusura. I versi mettono in parodia l’Introito, il Graduale, l’Alleluia, la Sequenza e l’Offertorio, così come le letture e le epistole più note.

 

Tale Officium non rimane un caso isolato: a Ratisbonda, a Halberstadt, a Londra, a Roma presso la Biblioteca Vaticana e altrove, sono stati scoperti diversi manoscritti di Messe riguardanti i bevitori e i ghiottoni (Missae Potatorum, Missae Gulatorum) e sui giocatori d’azzardo (Missae Lusorum).

 

Poiché l’aspetto musicale non è di specifico interesse in questa nostra disamina, ricorderemo solo che i versi erano cantati e accompagnati da ogni sorta di strumenti, come rebeche, vielle, flauti, ud (gli antenati del liuto), cornamuse, percussioni di ogni genere, etc. e che il tutto veniva accompagnato da un terribile baccano. Le melodie sono riprese fedelmente dal repertorio tradizionale gregoriano e le sequenze ricalcano il tono del famoso inno pasquale Victimae pascali laudes.

 

Forniamo di seguito la versione originale latina dell’Officium facendolo seguire dalla sua traduzione in Italiano.

 

INCIPIT OFFICIUM LUSORUM - C.B.  (Carmina Burana)  215

 

I Introitus

Lugeamus omnes in Decio, diem mestum deplorantes pro dolore omnium lusorum: de quorum nuditate gaudent DEcii et collaudant filium Bacchi.

 

II Versus

Maledicant  Decio in omni tempore; semper fraus eius in ore meo.

Fraus vobis! Tibi leccatori!

 

III Oratio

Ornemus! Deus, qui nos concedis trium Deciorum maleficia colere: da nobis in eterna tristitia de eorum societate lugere.

 

IV Epistola

Lectio actuum apopholorum. In diebus illis multitudinis ludentium erat cor unum et tunica nulla, et hiems erat, et iactabant vestimenta secus pedes accomodantis, qui vocabatur Landrus. Landrus autem erat plenus pecunia et fenore et faciebat damna magna in loculis accomodans singulis, prout cuiusque vestimenta valebant.

 

V Graduale

Iacta cogitatum tuum in Decio, et ipse te destruet.

 

VI Versus

Dum clamarem ad Decium, exaudivit vocem meam et eripuit vestem meam a lusoribus iniquis.

 

VII

Alleluia

Versus

Mirabilis vita et laudabilis nichil.

 

VIII Sequentia

1. Victimenovali zynke ses

immolent Deciani. 

2a. Ses zinke abstraxit vestes,

equum, cappam et pelles

abstraxit confestim

a possessore.

2b. Mors et sortita duello

conflixere mirando,

tandem tres Decii

vicerunt illum.

3a. Nunc clamat: O Fortuna

quid fecisti pessima?

Vestitum cito nudasti

et divitem egeno coequasti.

3b. Per tres falsos testes

abstraxísti vestes.

Ses zinke surgant, spes mea!

Precedant cito in tabulea!

4a. Credendum est

magis soli

ses zinke quatter veraci

quam dri tus es

ictu fallaci.

4b. Scimus istos abstraxisse

vestes lusoribus vere.

Tu nobis victor

ses, miserere!

 

IX Evangelium

Sequentia falsi evangelii secundum marcam argenti. Fraus tibi Decie! Cum sero esset una gens lusorum, venit Decius in medio eorum et dixit: "Fraus vobis! Nolite cessare lude­re. Pro dolore enim vestro missus sum ad vos". Primas autem, qui dicitur Vilissimus, non erat cum eis, quando venit Decius. Dixerunt autem alii discipuli: "Vidimus De­cium". Qui dixit eis: "Nisi mittam os meum in locum pec­carii, ut bibam, non credam".  Primas autem, qui dicitur Vilissimus, iactabat dicem, alius duodecim, tertius vero quinque. Et quinque proiecerat, exhausit bursam et nudus ab aliis se abscondit.

 

X Offertorium

Loculum humilem salvum facies, Decie, et oculos lusorum erue, Decie.

Humiliate vos, avari, ad maledictionem!

 

XI Oratio

Ornemus! Effunde, domine, iram tuam super avaros et tena­ces, qui iuxta culum ferunt sacculum, et cum habuerint denarium, reponunt eum inclusum, donec vertatur in augmentum et germinet centum. Pereat! Hic est frater privi­tatis, filius iniquitatis, fixura scamni, genus nescitandi, visinat amare, quando timet nummum dare. Pereat! Quod ille eis maledictionem prestare dignetur, qui Zacheo bene­dictionem tribuit et diviti avaro guttam aque denegavit. Amen.

 

XII

Et maledictio dei patris omnipotentis descendat super eos!

 

XIII Communio

Mirabantur omnes inter se, quod Decius abstraxerat cuili­bet vestes. Amen.

 

C.B. 215a

 

XIV Invocatio

Omnipotens sempiterne deus, qui inter rusticos et clericos magnam discordiam seminasti, presta, quesumus, de labo­ribus eorum vivere, de mulieribus ipsorum uti et de morte dictorum semper gaudere.

 

INIZIA LA MESSA DEI GIOCATORI D’AZZARDO  -  C.B. (Carmina Burana) 215

 

I Introito

Piangiamo tutti per Decio, dolendoci in questo giorno di lutto e di dolore per tutti coloro che qui si dedicano al gio­co: i dadi godono delle loro nudità e onorano il figlio di Bacco.

 

II Verso

Possono essi maledire Decio eternamente. La sua falsità rimarrà per sempre sulle mie labbra.

La truffa sia con voi!

E anche con te, buono a nulla.

 

III Preghiera 

Scommettiamo! Dio nostro Signore che ci hai dato il po­tere di ammirare i malefici dei tre dadi, garantiscici la pena eterna per deplorare la loro combinazione.

 

IV Epistola

dagli atti degli apostoli del furto.

Ma in quei giorni la moltitudine dei giocatori non formava che un unico cuore senza abiti. Ed era inverno, ed essi get­tarono i loro abiti ai piedi dell'usuraio chiamato Landrus. Questi era appesantito dalle ricchezze e dai frutti dell'usu­ra e danneggiava ogni borsa, prestando a ciascuno secondo il valore del proprio abbigliamento.

 

V Graduale

Rimettete il vostro pensiero a Decio, ed egli sicuramente vi distruggerà.

 

VI Verso

Si, io ho invocato Decio, ed egli ha inteso la mia voce e ha strappato i miei abiti dalle mani degli iniqui giocatori.

 

VII

Alleluia

Verso

La sua vita è mirabile, e nulla in lui è degno di lode.

 

VIII Sequenza 

1.   Consacrate alla vittima l'offerta di un cinque o di un sei, o amici dei dadi.

2a. Il cinque e il sei tolgono gli abiti, si, e anche cavallo, cappa e mantello al possessore.

3a. Poi egli esclamerà: O fortuna, cosa mi hai fatto? Tu mi hai privato degli abiti e hai reso il povero uguale al ricco.

3b. Con tre colpi di dado sbagliati mi hai privato del mio abbigliamento: sei e cinque ora: rinasce la speranza. Tutto il mondo si schiude innanzi a me.      

4a. Noi dobbiamo credere solamente al sei, al cinque e al quattro; ma il tre, il due e l'asso sono malefici.

4b. Noi sappiamo che in verità quei tre numeri privano i giocatori dei loro abiti. Abbi pietà o sei, nostro vincitore.

 

IX Vangelo

Tratto dal falso vangelo, secondo il marco d'argento.

L'inganno sia con Decio! Quando calò la sera, un gruppo di giocatori si riunì; Decio arrivò, si mise in mezzo ad essi e disse: "L'inganno sia con voi. Non smettete di giocare. Perché io sono stato inviato tra voi per la vostra sofferen­za". Ma Primas, che era anche chiamato il più abietto, non era tra loro quando Decio parlò. Gli altri discepoli gli dis­sero: "Abbiamo visto Decio". Ma egli replicò: "Finché non avrò portato alle labbra la coppa da cui berrò, non lo crederò". Ma Primas, detto anche il più abietto, lanciò dieci, un altro dodici e anche un terzo cinque. E colui che aveva gettato un cinque, vuotò la sua borsa e si allon­tanò nudo da loro.

 

X Offertorio

Decio, risana la misera borsa dei poveri e strappa gli occhi dei giocatori.

Chinatevi, o avari, per poter ricevere la maledizione.

 

XI Preghiera

Scommettiamo! O Signore, spandi la tua ira sugli avari e sugli incettatori che portano la loro piccola borsa appesa al deretano e quando hanno una monetina, ve la gettano così che possa moltiplicarsi e produrre cento. Maledetto sia lui! È degno e giusto gettare maledizioni su chi ha bene­detto Zaccheo e ha rifiutato al ricco avaro una goccia d'acqua. Amen!

 

XII

E possa la maledizione di Dio onnipotente discendere su voi.

 

XIII Comunione

E tra loro tutti furono sorpresi che Decio avesse tolto a ciascuno i propri abiti.

 

C.B. 215a

 

XIV Invocazione

Onnipotente ed eterno Dio, che hai gettato grande discor­dia tra i chierici e i contadini, concedici, te ne preghiamo, di poter vivere alle loro spalle, di poter godere delle loro donne e di godere in eterno della loro morte.

 

Note

 

1 - K. F. Flögel: Geschichte des Grotesk - Komischen, Munchen, G. Müller, 1914.

2 -  Nei riguardi delle prostitute così si esprimeva il vescovo inglese Thomas (o Thomae) de Chobham (ca.1278-?), nel suo Manual of Confession (Summa Confessorum): “Le prostitute devono essere annoverate fra i mercenari. Esse affittano infatti il loro corpo e forniscono un lavoro… Di qui, questo principio della giustizia secolare: in quanto prostituta agisce male, ma non agisce male ricavando il prezzo dal suo lavoro, essendo ammesso che sia una prostituta. Perciò ci si può pentire di prostituirsi e non di meno è possibile conservare i guadagni della prostituzione per darli in elemosina. Ma se ci si prostituisce per piacere e se si affitta il proprio corpo perché conosca il godimento, allora non si affitta il proprio lavoro, e il guadagno è vergognoso quanto l’atto. Allo stesso modo se la prostituta si profuma e si orna in modo da attirare con false attrattive e fa intuire una bellezza e lusinghe che non possiede, dal momento che il cliente compra ciò che vede, e che in questo caso, è menzogna, la prostituta commette con ciò un peccato, e non deve conservare il guadagno che ne ritrae. Se infatti ii cliente la vedesse com’ella è veramente, non le darebbe un obolo, ma siccome gli pare bella e brillante, le dà i danari. In questo caso deve conservare solo un obolo e restituire il resto al cliente che ha ingannato o alla Chiesa o ai poveri”.

3 - Questo l'insegnamento del santo abate Odon de Cluny (ca. 878-942) al riguardo: “La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini vedessero quel che è sotto la pelle, così come si dice possa vedere la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla vista delle donne. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume e se ci ripudia di toccare il muco e lo sterco con la punta del dito, come mai potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?”. Collationum Libri Tres, Liber II, in Jacques-Paul Migne, Patrologia Latina, vol. CXXXIII, col. 556.