Saggi di Andrea Vitali

Winckelmann e il Tarocchino

I complimenti di Winckelmann alla ' Società del Tarocchino' di Dresda

 

Johann Joachim Winckelmann (Stendal, Prussia, 1717 - Trieste 1768) esponente di spicco del Neoclassicismo per gli studi sulla storia dell’arte, fu il primo ad adottare il criterio dell'evoluzione degli stili cronologicamente distinguibili l'uno dall'altro. Figlio di un calzolaio, studiò alle Università di Jena e di Halle. In breve, dopo aver svolto incarichi prestigiosi (bibliotecario presso il conte dell'impero Heinrich von Bünau a Nöthnitz vicino a Dresda e rettore associato presso la scuola di Seehausen), e in seguito alla pubblicazione, avvenuta nel giugno del 1755 dei Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke in Malerei und Bildhauerkunst (Pensieri sull'imitazione delle opere greche in pittura e scultura), Augusto III, elettore di Sassonia e re di Polonia, gli concedette una pensione di 200 talleri per permettergli di proseguire i suoi studi a Roma, dove una volta là giunto ed entrato in amicizia con cardinali e autorità politiche e culturali, nel 1763 venne nominato prefetto delle antichità.

 

Nel 1760 pubblicò la Description des pierres gravées du feu baron de Stosch e due anni dopo le Anmerkungen über die Baukunst der Alten (Osservazioni sull'architettura degli antichi), con un resoconto sui templi di Paestum.

 

Dopo aver visitato Napoli e le città distrutte dal Vesuvio  nell’eruzione del 79 d. C., apparve la sua Sendschreiben von den Herculanischen Entdeckungen (Lettera sulle scoperte di Ercolano, 1762) e le Nachrichten von den neuesten Herculanischen Entdeckungen (Notizie sulle ultime scoperte di Ercolano 1764), dove diede le prime informazioni sui tesori artistici rinvenuti a Pompei e ad Ercolano.

 

Oltre a numerose altre opere sull’antichità, il suo capolavoro è la Geschichte der Kunst des Altertums (Storia dell'arte dell'antichità) tradotto in italiano con il titolo "Storia delle arti del disegno presso gli antichi", pubblicato a Dresda nel dicembre 1763 con la data dell’anno successivo.

 

“Incommensurabile si può definire l’influenza esercitata dalla sua opera, a partire dalla fine del Settecento fino al 19° sec. inoltrato. Tale influenza si riconosce nel sopravvento allora acquistato, e mantenuto per molto tempo, dallo stile neoclassico in tutti i campi dell’arte, come pure nelle teorie estetiche che pongono a base di ogni giudizio i capolavori dell’arte greca. L’idea fondamentale della visione estetica di W. è che lo scopo dell’arte sia la bellezza pura e che questo scopo possa essere raggiunto solo quando gli elementi individuali e quelli comuni siano strettamente subordinati alla visione generale dell’artista. Il vero artista, per mezzo dell’immaginazione, seleziona dalla natura i fenomeni adatti per i suoi propositi, creando un tipo ideale di bellezza caratterizzato da «nobile semplicità e quieta grandezza» (edle Einfalt und stille Größe). Modello di bellezza è, per W., la statua greca della divinità olimpica, che trascende la materialità e le particolarità («sangue e vene») del corpo umano trasformandolo in qualcosa di universale, in simbolo di un’umanità perfetta. Come forma pura dell’intelletto, il bello non ha alcun rapporto con i sensi, la materia e le passioni e trascende tutte le particolarità individuali. Nella bellezza ideale la ragione deve dominare sul pathos e sul sentimento. Partendo da tale concezione del Bello come qualcosa di ideale, assoluto, obiettivo, che trascende ogni contingenza, W. pone il fine supremo dell’arte nella «rappresentazione di concetti generali e di cose non percettibili dai sensi», e quindi, in polemica con il barocco, critica ogni forma di naturalismo rifiutando l’idea dell’arte come mimesi, ma anche come «espressione» (Ausdruck), ossia come manifestazione della soggettività dell’artista, che in questo caso manifesta innanzitutto sé stesso e non la bellezza oggettiva e, così facendo, mantiene il fruitore dell’opera d’arte nella sua soggettiva finitezza. La bellezza trova invece la sua realizzazione suprema quando diviene «grazia», e più precisamente «grazia piacevole secondo ragione», i cui connotati essenziali sono razionalità, equilibrio, compostezza e ordine” (1).

 

Un enorme equivoco in cui Winckelmann cadde fu che nella sua venerazione per la statuaria greca, nella quale egli evidenziava il candore del marmo come una delle massime suggestioni estetiche, egli non considerò che le statue greche di marmo (così come i templi) erano completamente ricoperte di colori (tendenzialmente il rosso, il nero e il bianco), colori naturali, instabili e solubili, che la pioggia ha dilavati lasciandone minime tracce.

 

Winckelmann morì a Trieste l’8 giugno 1768 per mano di un certo Francesco Arcangeli, di professione cuoco, che lo aveva avvicinato per rubargli delle medaglie d’oro donate al nostro dall’imperatrice d’Austria Maria Teresa. Le sue spoglie riposano nella cattedrale di san Giusto. 

 

 Winck

                                                               

                                          Johann Joachim Winckelmann
, dipinto da Anton von Maron (1768)

 


In occasione del suo viaggio verso Roma, Winckelmann si fermò anche in altre città, fra le quali Bologna dove venne ospitato dalla famiglia Bianconi, i cui componenti detenevano incarichi importanti nella società del tempo: Angelo Michele era stato da poco nominato agente del re di Polonia, lo zio Gian Battista erudito e teologo, era lettore di lingua e letteratura greca preso l’Archiginnasio, mentre Carlo, uno dei fratelli minori, divenne il presidente dell’Accademia Imperiale di Belle Arti a Milano.   

 

L’arrivo di Winckelmann era stato preannunciato da Dresda, con anticipo di mesi, dall'archiatra [medico] Bianconi (2) al fratello Angelo Michele con una lettera datata 1 settembre 1755  "...Li 13. di questo mese parte per Roma un certo Sig.r Winckelmann che è un Luterano fatto cattolico (3). Questi è un bravissimo Gre­cista, cosi vorrei, che lo faceste conoscere al Sig.r Zio, e glie lo raccomandaste…. Mi premerebbe che, se si ferma in Bologna come spero, che lo alloggiaste da noi. Non vi mettete soggezione, perché è un povero ragazzo avvezzo al poco; cosi tutto sarà buono per lui. Egli era spessissimo in casa mia a pranzo, cosi non gli faccio cerimonie: è giovane che ha stampato qualche cosa, ed è mantenuto dal Re...".

 

E così ancora in un'altra missiva del 24 settembre: " ... il latore della pre­sente è Winckelmann, di cui vi ho scritto nelle mie precedenti... ve lo raccomando quanto so e posso in tutto e per tutto, e vorrei che lo alloggiaste in casa, e come amico mio, e come persona dottissima, anzi gran Grecista, e come giovane mantenuto, e mandato dal Re a Roma... Fategli vedere la pittura, le Librerie, massime quella di S. Salvatore, conoscere i Letterati, e l'Istituto...... Vi rac­comando il soggiorno costí di Winckelmann, acciocché non gli costi niente. Egli è un buon galantuomo da bosco e da riviera, che non pretende cerimonie” (4).

 

Winckelmann, quando era ospite in casa del Bianconi a Dresda conobbe il tarocchino, gioco al quale il suo anfitrione dedicava i momenti di svago assieme ai suoi amici della costituita, in suolo tedesco, Compagnia del Tarocchino, Compagnia che il Winckelmann ricorderà in diverse sue lettere inviate all’amico medico. Winckelmann aveva conosciuto il Bianconi nel 1754 quando si era trasferito a Dresda. Per descrivere  come si instaurò l'amicizia fra i due, faremo ricorso alla vita del Winckelmann così come descritta da Joseph Eiselein. [Nel riportare il testo abbiamo mantenuto la numerazione delle note come assegnata dall'autore].


SI FERMA UN ANNO IN DRESDA


1754-1755


“Al cominciar dell'Ottobre 1754 il Winckelmann abbandonò l'impiego che aveva presso il conte di Bünau in Nötheniz, e recossi a Dresda. Colà prese in affitto un' abitazione per sei talleri al mese. Ma dopo breve tempo andò ad alloggiare nel Frauengasse in casa del pittore Òser, amico suo, e dovette contentarsi di una sola stanza della quale pagava mensualmente due talleri e mezzo, perchè le sue risorse erano divenute più scarse (100). Egli caratterizza questo pittore con le seguenti parole: «Òser è un uomo che possiede uno straordinario talento nell'arte sua; però è molto indolente, e non esiste di lui alcuna opera di grido. Il suo disegno manca di quella purezza che hanno gli antichi, ed il colorito non è abbastanza maneggiato. Egli ha il pennello di Rubens colla differenza che questi disegnava con più eleganza e la sua mente pronta ed universale è informata di tutto ciò che fuori d'Italia si può conoscere (101); insomma io lo considero come un altro Aristide, che ragionando sull'anima sapea dipingerla all' intelletto (102)». A quest'epoca Winckelmann fece conoscenza col consiglier Bianconi di Bologna, protomedico del Principe elettorale in Sassonia; quest' uomo possedeva tutta la fina politica di un italiano (103), ed il suo talento universale e straordinario potea renderlo superiore a tutti in tutto (104). Egli riuniva tutte le sere in sua casa una società di persone fra le quali eranvi molti pedanti; Winckelmann pure interveniva sempre a quella conversazione. Dispiaceva però al Bianconi che questi si accomiatasse da lui in compagnia degli altri prima della cena. Da ciò si viene a conoscere per qual ragione il Winckelmann si fermasse spesso colà anche a cenare. Egli sperava ottener qualche vantaggio da questo protomedico, il quale lo avea pregato di assisterlo in alcuni lavori ai quali da lungo tempo non avea più pensato, e che allora voleva ripigliare. Ma in seguito venne a scoprire che Bianconi voleva farsi onore colle di lui fatiche (105). Infatti sin dal secondo giorno, che conobbe il Winckelmann aveagli chiesta per semplice compiacenza una nuova  traduzione di Pindaro e dello Scoliaste, ed avendo ricevuto una risposta negativa gli parlò per una traduzione letterale del greco medico Dioscoride della quale egli, che nulla sapea di greco, voléa fare un elegante parafrasi. Affinchè il lavoro avesse un particolare merito doveasi confrontarlo col codice greco esistente in Vienna, il quale rimonta a mille trecento anni addietro, e fino a quel momento non aveva servito di base ad alcun’ altra edizione di questo medico. Siccome poi tale impresa richiedeva molto tempo avea proposto al Winckelmann di trattenersi presso di lui, che gli avrebbe assegnato un piccolo stipendio. Come i precedenti, svanì anche questo progetto, sebbene si fosse incominciato qualche cosa. Finalmente pensò di proporgli la traduzione del libretto intitolato De morbis mulierum (106), che sembra composto dal greco medico Moschione. Dopo tante indiscrete richieste del Bianconi fu talmente annoiato il Winckelmann, che ricusò definitivamente ogni sorta di lavoro, e desistette dal visitarlo (107)” (5).


(100)
 Lettera al Berends del 29 Dicembre 1754.

(101)  Lettera. a Gasparo Füessly del 9 Aprile 1763.

(102)  Illustrazione dei Pensieri ec. §148

(103)  Lettera al Berends del 10 Marzo 1755.

(104)  Allo stesso del 25 Luglio 1755.

(105)  Al Berends del 29 Gennaio 1757.

(106)  Pubblicato a Vienna nel 1793 col titolo: De mulierum passionibus, liber, addita versione latina in 8.

(107)  Lettera al Berends del 29 Dicembre 1754.


Comunque, anche se il Winckelmann aveva rinunciato a frequentare la casa del Bianconi, sopravvisse fra i due un rapporto epistolare e il Bianconi sembrò non essersi offeso più di tanto, se ancora l'anno seguente tesseva le lodi dell'amico cercando di favorirlo in ogni modo. 

Winckelmann aveva da tempo avvertito Gian L. Bianconi del suo futuro viaggio in Italia, confermandolo con una successiva lettera in francese a lui inviata il 10 ottobre 1755 da Augusta. Dopo avere riferito su visite fatte ad amici e conoscenti del Bianconi, continua: "Penso di partire di qui l’11 del mese, cioè sa­bato, con il vetturino Jean Platzer, per Venezia. La supplico, Signore, di continuarmi la Sua Amicizia. Io Le ho mostrato l’intimo del mio animo, le mie debolezze e le mie follie, con­vinto di confidarmi a un uomo dotato di un'anima fatta per l'amicizia, la più grande virtù umana. Questa mi fece apprez­zare la Sua persona, più ancora dello spirito universale e del genio felice, fecondo che ammirai in Lei. Si ricordi quando giocherà ai tarocchi, che un povero diavolo, 'le dos courbé sous un tas d'auteurs grecs' (Voltaire), è per strada, mentre Lei è adagiato sulla Sua poltrona..." (6).

 

La sua partenza venne ritardata per il gran numero di gesuiti che si stava recando a Roma per la nomina del Generale della Compagnia. Dopo avere deciso di raggiungere Venezia a piedi, si accordò con il Platzer per il prezzo di 13 fiorini, e si mise in viaggio in compagnia di un castrato (7), d'una coppia di sposi e di due bambini.

 

Cinque giorni di permanenza nella città lagunare gli furono sufficienti: dopo il primo momento di meraviglia, comprese che il gran freddo poteva minare la sua salute (così scrisse all’amico Johann Michael Francke) per cui decise di partire per Bologna che raggiunse per via d'acqua il 4 novembre, dopo tre giorni e tre notti di viaggio, accolto cordial­mente, come sopra accennato, dalla famiglia Bianconi.

 

Lo stesso giorno egli invia una lettera, in italiano, a Gian L. Bianconi, suo "signore e padrone". Probabilmente le poche righe gli saranno state solo in parte corrette (dati i palesi errori) da Angelo Michele poiché, per precedenti ammissioni, Winckelmann, se intendeva abbastanza l'italiano, lo scriveva e lo parlava con difficoltà.

 

"Illustrissimo Signore e Padrone


Mi è venuta la fantasia di avvertire Vossignoria delle mie novelle in Italiano: bene ò male; non importa: basta che sia intesa. Spero dalla di lei indul­genza di perdonare i Solecismi.

Sono arrivato sano e contento in Bologna ai 4 ri­cevuto dalla Casa sua honoratissima con tutta distin­tione, di che mi tengo obbligato a Vossig. eternalmen­te. Penso di trattenermi costi qualche giorni per profitare dalla di lei bontà e dalla cortesia di Sua Casa. II Sg.re suo fratello mi a fatto vedere in quel poco tempo che restava del giorno d'oggi qualche Chiese de' più bellissime: nessun momento sara perduto del mio soggiono in Bologna.

Mi sono fermato in Venezia 5 giorni riguardando tutto che si poteva fare senza grande spese: le Chiese, i Palazzi, l'Arsenale: mà la mia disgrazia ha voluto che il Bibliotecario Zanetti sia stato in campagna da non potere vedere la Biblioteca di S. Marco: e quel ch'è il piu principale per me, le Statue antiche nella Antisala della Libreria.

Il Sg.re suo fratello Lei avvertira dalle mie Commissione. Mi lusingo d’imparare à spiegarmi un poco più meglio fin che arriverò a Roma. Resto con eterno obligo dalle bontà di Vossignoria, raccomandandomi alle sue grazie e Lei supplico di disporre di me, in tutto che sarà del suo interesse.

                  
                         Di Vossignoria Illust.ma    

                                                                 
                                                                   Il Divotissimo Servidore

                                                                             Winckelmann

 
Bologna, ai 4 Nov. 1755

 
Mille Complimenti alla Sig.ra Sua Moglie al Sig.re Annibali, al Sig.re Migliavacca al padre Olivieri e à tutta Società del Tarocchino" (8).

 

Winckelmann riporterà di nuovo i suoi complimenti alla Società del Tarocchino al termine di una lettera, scritta in francese e inviata da Roma allo stesso Gian L. Bianconi per informarlo sugli andamenti della sua vita in quella città, il 7 dicembre 1755: “Mes Complimens tres-humbles à Madame, à Mr. Annibali et à toute la Compagnie de Tarrocchino” (9).


Note

 

1 - Voce: Winckelmann, Johann Joachim, in “Dizionario di Filosofia”, Treccani, 2009, online al link:  http://www.treccani.it/enciclopedia/johann-joachim-winckelmann_(Dizionario-di-filosofia)/
2 - Il Bianconi aveva assunto l'incarico  di protomedico del Principe elettorale in Sassonia. 
3 - Winckelmann si era convertito al cattolicesimo l'11 giugno 1754 per poter coronare il suo sogno di recarsi a Roma.
4 - Giorgio Zampa (a cura di), Lettere Italiane. Johann Joachim Winckelmann, Milano, Feltrinelli, 1961, pag. 4. Il Winckelmann scrisse per il principe elettore di Sassonia i suoi Briefe an Bianconi (Lettere a Bianconi) che fu pubblicato undici anni dopo la sua morte nell'Antologia romana.
5 - Vita di Giovanni Winckelmann, compilata da Giuseppe Eiselein, in “Opere di G.G. Winckelmann”, Prima Edizione Italiana Completa, Tomo I, Prato, Per i Fr. Giachetti, 1830, pagg. 58-60.
6 - Giorgio Zampa (a cura di), Op. cit., pag. 3. 
7 - In quell’epoca e da tempo, i cantanti castrati svolgevano il ruolo primario nelle opere e Venezia era assai famosa per questo genere di rappresentazione musicale.
8 -  Giorgio Zampa (a cura di), Op. cit., pagg. 5-6.
9 - Ibidem, pag. 11.

 

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